Il cielo aperto del corpo

Fabia Ghenzovich

Ciò che colpisce al primo sguardo posato su questa raccolta è l’essenzialità della lingua poetica di Fabia Ghenzovich, la pregna asciuttezza temperata di un dire che incarna il proprio oggetto, rivestendolo di una pelle sottile di parole, ridonandolo intero nella sua materialità, per poi rarefarsi e assottigliarsi sul filo del verso teso allo stremo quando l’anima spicca il volo verso l’aperto, oltre i confini del corpo, al riparo da “ogni chiglia aguzza / di pensiero”, da ogni ristrettezza razionalizzante di visione.

“Ecco ora parla il corpo”, scrive Fabia Ghenzovich nell’incipit di una delle poesie iniziali di questa raccolta a cielo aperto, e il corpo “parla con voce di carne e foglia / voce di riva e casa / dove s’accampa l’intero”. Il corpo è cioè parte integrante dell’attorno, verso cui tende, aspirando alla comunione con le cose, all’ampia prospettiva irraggiata sul proprio stesso aprirsi, esplodere, donarsi, piovendo se stesso sul mondo per riassorbirlo e risalire rinnovato nell’azzurro a farsi cielo, aria, sostanza che si metamorfosa, assumendo la volatilità e levità dell’aria, pur preservando tutta la consistenza e gravità della carne, che tende verso il basso, verso la terra, verso un ricongiungimento di cielo e suolo all’orizzonte dello sguardo, tagliato dalla lama del respiro che alita sul mondo il proprio generoso, affrancato amore. Il corpo in questa raccolta si fa riva da cui salpare e approdo, si fa foglia che aderisce e vento che la scuote e stacca, si fa dimora e tana da cui spiccare il balzo verso l’oscuro del congiungimento.

L’aprirsi del corpo è anche condizione essenziale per liberarsi da tutto quanto impedisce e ostacola il volo, da “un’assenza come morte / differita in vita”, da ogni perdita come “buco nella carne”, come falla nel divenire, dalla memoria che ci consuma e (s)fa, che spanna a spanna ci segna, inscrivendo sulla pelle la distanza, premendo greve, richiudendo al mondo la ferita che siamo.

La sussurrata esortazione “Sosta con la bellezza”, pronunciata dall’angelo tra i fiori del gelsomino, rappresenta un invito che la poetessa rivolge a se stessa e al lettore, indicando una possibilità di salvezza dal carico del vissuto, dalle nubi che offuscano il foglio bianco del corpo, prima che possa aprirsi al diluvio del sentire, in umori e respiro, per “una nascita possibile / un mare dentro.”

Il corpo è per la poetessa campo di battaglia dove si affrontano fazioni opposte, nella contesa tra vita e morte, tra rivoluzione e resa, immobilità ed evoluzione. Il corpo è paese in cui convivono i diversi mascheramenti del sé e le molteplici forme della nostra più autentica sostanza, è intreccio di strade lungo le quali ci ripercorriamo, calcando titubanti le tracce di noi stessi fino a raggiungere il bivio tra l’essere e il sembrare, tra quel che pensavamo di incarnare e il nostro futuro potenziale.

Questo stesso libro è corpo vivo, che di pagina in pagina si schiude, chiarisce e svela nella pace del foglio bianco, restando vibrante e vivo sul finale aperto dell’”Io inverso”, del corpo in versi.
(Chiara De Luca)

 

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Fabia Ghenzovich, Il cielo aperto del corpo
Con una nota di Chiara De Luca
Bologna, Kolibris Edizioni
“Collana Chiara” – Poesia Italiana Contemporanea, 2011
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Testi

 

Confine è del corpo la pelle
estesa di me densa carne accesa
da costellazioni di vita e pancia
esposta alla distanza
ma dentro radice
tenera polpa magma sostanza
epitelio – a strati – pellicola scorza
e il mondo l’attraversa.

 

*

 

        Ecco ora parla il corpo
        parla con voce di carne e foglia
        voce di riva e casa
        dove s’accampa l’intero
        del corpo più scuote l’involucro
        il vuoto a perdere che sono – il pieno
        che scava mondo
        carne e foglia riva e casa.

 

*

 

Se moltiplichi cieli
e non ti neghi ma apri
parlando di quel poco
come questo gesto o il passo
l’erba sotto e il passero
che becchetta un respiro
più ampio d’ogni chiglia aguzza
del pensiero – più vivo adesso come
tutto quello che muove amore
e non muore.

 

*

 

        Se fosse necessità soltanto
        un corpo inerte in uno schema d’ossa
        se fosse possibilità invece perché peso
        apparente concausa d’un niente
        non dato non scontato non
        assente nato finalmente
        per resa la più quieta: vita
        l’esatto denso e fluido del mio corpo.

 

*

 

Ogni perdita è un buco nella carne
col bisogno di catturare
per colmare ciò che è perduto:
un’assenza come morte
differita in vita.
Anche gesti e parole scavano
la crosta del mattino
spessa come la paura
sulla falla del corpo acquattato
svaria la luce
il flusso il moto
il sussulto d’ogni cellula
fino all’ultimo vivido strato.

 

*

 

        Tracimando dal fondale
        come cosa fatta nostra
        scolpita nella pietra dove fa eco
        il canto e io metafora soltanto
        io humus anche e flusso
        d’essere stupefatta nello schianto
        faglia che s’apre preme
        ora nasce partorisce
        è nuova terra.

 

*

 

Cercava la parola
la parola cercava la cosa
un corpo a corpo senza
mai potersi toccare per intero
sul palco aperto del vero.
Un continuo dileguarsi
e di nuovo a pelo d’acqua affiorare
dal fondale un nome
la sua impronta – una voce
ponte tra me e te e confine
– lasciala passare falla entrare – dentro.

 

*

 

        Campo di battaglia è il mio corpo
        fazioni opposte in lotta ne fanno scempio
        ne fanno bello e brutto tempo
        in aperta contesa vita e morte
        si sfidano a duello con inevitabile resa
        finale e morte non ha uguale
        nell’opera demolitrice dell’equilibrio
        imperfetto o per somma o per difetto
        di sinapsi di neuroni vasi sanguigni globuli e ormoni
        flussi riflussi piastrine filamenti e budelli
        cellule staminali e altri potenziali
        lavorii di invisibili abili mani.
        Restasse almeno una traccia un indizio
        che non sia carne soltanto centro motore del domani.

 

*

 

Pace un foglio bianco
la sostanza di una pausa
un breve principio d’incarnazione
della parola
il fuoco liquido pacato e denso
nel corpo
la forma nata da me
lo spazio aperto
l’Io inverso

 

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Nota biobibliografica

Fabia Ghenzovich è nata a Venezia dove vive. Sue poesie si trovano sulle riviste “Le voci della luna”, “Poesia”, “Il Segnale”, “Inverso”, “La Mosca” di Milano, “Il tetto”, e, in rete, sui siti “Adiacenze” e “Poiein”. E’ interessata alla poesia e alle sue possibili interazioni e contaminazioni con i linguaggi dell’arte, in particolare con quello musicale. Nel 2007 ha pubblicato per le Edizioni Joker il libro “Giro di boa”. Premiata in vari concorsi, nel 2010 e nel 2011 ha partecipato al “Festival Internacional Palabra en el Mundo” a Cuba.

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3 pensieri su “Il cielo aperto del corpo”

  1. C’è in queste mie poesie un lavoro di scavo intorno al tema del confine che è pelle e derma permeabile al mondo.La ricerca passa per il corpo,luogo di rinnovata percezione di sè e dell’altro. Corpo abitato e non più scisso ,(mente/corpo spirito/materia) corpo come unità e presenza alla vita.La comunicazione dentro di me avviene per sintesi e per ascolto e fuori credo possa avvenire l’ incontro col lettore per risonanza .Ho per questo molto apprezzato il commento di Fiorella che ringrazio.

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