La morte di Tersite

Nevio Gàmbula

“Dopo anni di solo teatro, torno alla poesia, a quello che è il mio cruccio permanente, la mia protesta in versi. E ci torno passando da quella che è stata la mia partecipazione al progetto àkusma, nato tra il 1999 e il 2000 e che è sfociato in incontri, discussioni, un convegno e una pubblicazione. Come scriveva Giuliano Mesa nella presentazione, l’obiettivo di Àkusma «coincide col suo stesso esistere come occasione di confronto, di dialogo fra alcuni autori che hanno accolto l’invito a reinterrogare insieme le ragioni e modi del loro scrivere e del loro agire. E’ la proiezione – in contatti, incontri, letture, e pagine stampate – del desiderio e della volonta’ di ricominciare dalle opere, dalle poesie, la cui conoscenza diretta e’ stata troppo spesso sacrificata al culto delle poetiche aggreganti, dei precetti teorici, al pregiudicante (e pre-testuale) incasellamento di un autore all’interno di una tendenza o contro di essa, nonche’ alla sua collocazione nel risibile e ultracompetitivo “mercato dei versi”». Partecipai all’antologia àkusma: forme della poesia contemporanea (Edizioni Metauro, 2000) con due scritti (un commento alle discussioni del gruppo e un saggio) e con il poemetto La morte di Tersite, il cui tema è l’aggressione ad opera della NATO alla ex-Jugoslavia.” (N. G.)

La morte di Tersite

Poemetto
(1999-2000)

“siamo in guerra, in pianto, nell’errore”
Emilio Villa

*

è la corruzione, vedi, della lingua
ad armare il colpo di mano, a ricordare
al sangue la sua fragilità; basti ciò per farti dubitare
delle parole

*

ci sono altri errori, o piaceri
atroci, nella scarsità
di cibo: che il comando sul lavoro,
ad esempio, non renda più
i corpi servili, o la guerra
un grande mercato. E’ un errore,
ma ci si può divertire
nella cecità

*

la realtà è turpe. Pochi vivi s’inerpicano
è una lunga, lenta, metamorfosi. Ogni gesto
svela una disfatta e ogni rudere accenna
una tomba. Si dilata la ferita. Nell’ombra
si dissolve un argomento, arretra
la bocca a sputare saliva, e l’umanità
pronta a naufragare: c’è il gobbo Tersìte
in questa sortita, il solo a contestare
il campo di battaglia

*

si accendono
le cose, tutto è fuoco laggiù. Qui, invece,
è il deserto nell’anima. Pure il pianto
che si leva è un’esperienza tenace
è una goccia, una perla, un grano, un lieve
fluire d’acqua profonda; è un guardare
avanti, verso una pace
che non esiste

*

“questo non si addice ad un uomo: trarre
in ruina la propria terra: si torni
a casa, con le navi, or via,
si torni tra le braccia
dei cari”. Queste parole
disse Tersìte. Alzò gli occhi dal giornale e tirò uno sguardo
breve alla sera: “che la verità è nomade”, disse
guardando avante: “ma in guerra la verità
è crocifissa”, aggiunse quell’uomo
ripugnante

*

gli Achei ridono di lui in parlamento, ridono
di Tersìte il vile, lo sciancato Tersìte
e lo si faccia morire, l’audace,
per mano di Ulisse, spietato
come la guerra
che conduce

*

contro Agamennone e contro la guerra, contro l’inutile strage
il solo Tersìte, deforme nell’aspetto, si scagliò contro
La ribellione alla guerra, la sua, fu combattuta
con le parole, con la rabbia del corpo,
e il suo corpo fu il primo
a cadere

*

nel fango, nella strage delicata,
in questa pace offuscata, terrifica e cruda,
nel respiro dei boschi, nella fuga
obbligata, in questa scadenza
fatale la grazia dei visi
è oscurata, s’aprono
trappole, s’odono
pianti, è
la grande morte, è arrivata, anche qui, e ciò che resta è
maceria: è apparsa, la morte, più oltre, a occidente, è emersa dal mare, scura,]
rombante, ha preso la rotta del mattatoio e s’è chinata sul Danubio, sul ponte,]
come mare che travolge, sulla casa, sulla bocca calpestata, palpitante]
si è stesa sui gesti, sulla folla che applaude, precipitata
la ragione nella propaganda – è l’assedio
di Troia, è l’orgia
umanitaria

*

Troia in fiamme
e davanti a Troia c’è l’Occidente intero:
è la fretta di ammazzare: avanza la scienza mortale e fa terra bruciata:]
ma c’è di più: c’è un uomo ricurvo:
lui solo ha gridato
la crudeltà dell’etica ha gridato
il grande delitto, gridato
la prova del fuoco che ad altro fuoco dà origine,
quell’uomo travolto dalle lance, quell’uomo
tormentato dalla pace

______________________________
Nota

La morte di Tersite” è tratto dal primo volume (“Quattro poemi drammatici“: cfr. “Quaderni di RebStein”, XXVIII, agosto 2011) di un’opera complessiva, “Gesti di scarto. Poemi e altre perdizioni“, che raccoglie la produzione in versi di Nevio Gàmbula dal 1997 al 2010. (fm)
______________________________

***

30 pensieri riguardo “La morte di Tersite”

  1. Trovo intrigante la ricerca di Nevio. Tersite, come Filottete, come Elpenore, o Palinuro, possono, obliquamente, offrirci altre luci sul racconto del mito. Questi versi scarni e tesi lo dimostrano. Certo che a viaggiare nella Dimora non ci si annoia. E’ come una crociera al buio; al mattino, al risveglio, si vede un nuovo porto che non ci si aspettava.

  2. La poesia di Nevio, come tutta la sua scrittura del resto, è una poesia politica, d’impatto, di opposizione – “civile” (?).

    Ho virgolettato, non casualmente, l’ultimo aggettivo per distinguere la sua prassi testuale da quella di tanti “poeti civili” i cui testi si riducono al riassunto di qualche articolo di giornale, alla scialba riproposizione dell’esistente, al “documento” fine a se stesso che nulla aggiunge alla comprensione del dato – senza scavo, senza elaborazione formale.

    Se la poesia è arte, e il linguaggio il suo strumento di espressione e di trasmissione, è proprio su quello che bisogna lavorare, cercando di trasformarlo in un cuneo che disarticola l’esistente, creando momenti di emancipazione e di conoscenza – ma perché ciò avvenga, è la lingua stessa che va emancipata da una comunicazione che non fa altro che ripetere le logiche e i rituali del “discorso del potere”.

    Senza una riflessione seria sulla lingua che si utilizza (proprio uno dei temi più presenti e necessitanti della produzione di Nevio), la poesia cosiddetta “civile” è aria fritta al servizio del mantenimento di quello status quo che pure, nelle intenzioni, anche le migliori, dice di voler scardinare o denunciare.

    fm

    1. OT ragionando e riflettendo sulle parole, che credo poi sia il senso dello scambio e di questa forma di comunicazione che fa transitare parola e pensiero.

      ieri notte ho finalmente terminato di leggere la raccolta di poesie di Nathan Zach. Avevo comprato il libro con diffidenza e curiosità, non conoscevo Zach e volevo sentire una voce, a detta di tutti, “alta” che parlasse da quel mondo dilaniato e contraddittorio, per me spesso incomprensibilmente ingiustificabile. Ho scoperto un poeta meraviglioso, meraviglioso è dire poco, è parlare con l’entusiasmo di un bambino davanti alla scoperta del primo tonfo, del primo oggetto che cade; non a caso la raccolta si intitola “Sento cadere qualcosa”, che è già di per sé, in tutta la sua semplicità un verso, una intera poesia. Cosa potrebbe invidiare la miriade di immagini e riflessioni che generano quel “cadere” e quel “qualcosa” a un luminoso “mi illumino di immenso”? Nulla.
      E’ la naura della poesia, mi dico. Leggo e scopro quest’uomo, il suo dolore, la sua poesia. Definirla civile non so se potrebbe bastare o calzare, è indubbiamente civile, civile nel dato della memoria, civile nel raccontare il tempo, gli squarci, i “Brandelli di memoria” (sezione bellissima che traccia il segno della storia intima e di un intero popolo). La ricerca di una patria, la consapevolezza che non esista che l’illusione di essa, la diaspora che continua nell’anima che non si arrende ma aspetta il compimento della fine [Ora navigherò in sogno,/ forse è l’ultima traversata/ nella stanza-loculo dell’albergo straniero/ prima che venga il cameriere/ ad annunciare che la ghigliottina/ è pronta], la perdita di un dio, la ricerca dello stesso, la descrizione del prossimo come un Gesù alla porta, la terra come promessa mancata perché fallimento dell’uomo, menzogna d’assoluto. Il tutto con un linguaggio autentico, un linguaggio scarno, lucido, rarefatto e quotidiano, un linguaggio il più vicino possibile alla lingua parlata, quella della comunicazione, dello scambio tra uomo e uomo, eppure così profondo da abbattere anche i miei pregiudizi, la mia pre-sunzione di lettrice.
      Ti lascio una sua poesia che riprende la polemica Celan-Adorno e ti abbraccio come sempre, Francesco.

      Dopo lo Tsunami

      Un fiore appassisce
      eccolo lì gettato
      nella spazzatura
      è un’infamia pura
      scrivere
      dopo auschwitz
      una poesia
      sul carcame di un fiore.

      un gatto schiacciato
      le interiora fuori
      il sangue un rovolo
      dalle ruote di una macchina
      è un’infamia pura
      scrivere dopo Sabra e Shatila
      una poesia
      sul carcame di un gatto.

      Un bambino a cui hanno sparato
      sanguina
      in braccio a suo padre
      che si stringe al muro
      è un’infamia pura
      scrivere dopo l’omicidio di un bambino
      una poesia
      su un muro che sanguina.

      Centocinquantamila
      travolti dal mare
      fetono
      spargono malattie
      è un’infamia pura
      scrivere dopo morti a migliaia
      una poesia
      su un teleoperatore a cui hanno sparato.

      Com’è bello
      che si possa ancora scrivere
      su un fiore che appassisce,
      il carcame di un gatto,
      un muro che sanguina,
      un teleoperatore
      una poesia d’amore,
      infamia pura
      sulla soglia dell’Ade.
      (7 gennaio 2005)

  3. Un grazie (e un saluto) a tutti.

    Condivido i rilievi di Francesco sull’aggettivo “civile”. Faccio mia questa frase di Rancière:

    “L’arte non è politica innanzituto per i messaggi e i sentimenti che trasmette circa l’ordine del mondo. […] il proprio dell’arte consiste nel ritagliare in maniera nuova lo spazio materiale e simbolico. È in questo senso che l’arte fa politica.”
    [In “Il disagio dell’estetica”, pag. 37]

    NeGa

  4. Stavo proprio rileggendo le “Dediche” (che compariranno prossimamente):

    “Invenzione di lingua, lingua
    intrigante, seminale,
    lingua risonante in parecchi significati
    invenzione interessata non decorativa
    sincopata lingua alterata nuovi sensi
    lingua in contrasto.”

    fm

  5. Cara Natàlia, la poesia, quella *vera*, è sempre *civile*, quindi specificarlo è come dire che “la poesia è poesia”. Una tautologia che nulla aggiunge alla sua natura, ai suoi strumenti e ai suoi fini.

    Per me, è tale – cioè *vera* – quella che mi costringe a riconsiderare, oltre al mondo, il linguaggio che uso per leggerlo ed esprimerlo; quella che sposta più avanti l’orizzonte del senso; quella che cancella il senso dato, canonizzato, per sostituirlo con una pluralità di sensi metamorfici; quella che si inventa, ogni volta, una lingua refrattaria a ogni categoria dell’utile, a ogni riconciliazione, a ogni rituale utilizabile, dall’esterno, per fini contrari al fondo di libertà su cui si staglia; quella che semina dubbi e tempeste – anche ad un primo, elementare approccio letterale; quella che rifiuta lo sguardo frontale, in nome di una “circolarità” che ingloba ogni visione possibile – e la restituisce sghemba, frastagliata, acuminata; quella che non guarisce, ma si fa malattia e contagio se la “guarigione” si imparenta con l’ordine presente.

    La poesia, quella vera, comunque si manifesti, quale che sia l’abito che indossa, è “vocazione di insorto”: è la mano che si tende – non per chiedere ma per offrire mondi.

    Ma le etichette, a quanto pare, sono un vezzo, o una deformazione, tipicamente italiani, e il più delle volte servono a nascondere la mediocrità di fondo di chi le utilizza – conscio di non poter esistere fuori dal confortevole recinto costruito ad arte per sé e gli amici.

    Quanti, tra i poeti nostrani che si definiscono “civili”, sono capaci di una *poesia* in grado di “ritagliare in maniera nuova lo spazio materiale e simbolico”?

    Io non ne vedo nessuno.

    p.s.

    Se guardi bene, ultimamente il termine *civile* viene spesso abbinato a *onesto*: una poesia civile, una poesia onesta… Se le premesse sono queste, sogno una poesia “incivile” e “disonesta” – capace di infrangere ogni legame tra la parola reificata e il mondo, capace di smascherare il rigurgito d’ordine e di leggibilità che essa veicola, in uno con i valori della civiltà borghese di cui è espressione. Io inizio col violentarne la sintassi, con lo sparigliare le carte del discorso, coll’abbattere l’idea che l’ipotassi sia sinonimo di senso…

    fm

    1. quello che dici delle etichette, Francesco, non fa una piega e che la poesia sia “civile” per antonomasia è un dato di fatto talmente ovvio che non l’ho sottolineato. Così come è vergognosamente chiaro e lampante l’uso delle bandieruole per costruire recinti, miti e aiuole letterarie chiuse come piccole gabbie, che sinceramente a me fanno più pena che schifo, tanto da non citarti infatti un poeta “civile” de noantri, sebbene di poeti civili, politici e liberi ce ne siano anche da noi, ma così liberi da – ad esempio – inviare un testo ad una testa di casso chiedendogli un parere da esperto di settore e sentirsi rispondere dalla medesina testa di casso, che si trattava solo di una “poesiola d’occasione”. Ma ce ne sono, Francesco, di poeti liberi, solo che non hanno un sindacato, non hanno una sigla automobilistica in calce ai testi e un calcio in culo tra quelli che nemmeno sanno dire un “grazie”, tanto tutto è loro dovuto, con ossequio e leccata di deretano.
      Ma il punto è che la poesia civile, quella civile in modo civico esiste ed esistono i poeti che hanno alla base della loro espressione quella spinta e quel senso del “dovere” privo di egoità onanista e che per scelta preferiscono e studiano il linguaggio in modo diverso, scardinando e riducendo all’osso, con violenza anche. E dunque a me piace dirlo, perché non mi pare di fare torto né a Gambula, né a nessuno, semmai sarebbe il caso sottolineare ad ogni occasione (e mi pare che io e te non ci siamo mai tirati indietro nel farlo a nostro felice discapito) l’incongruenza di tali e quali urlano “alla fabbrichetta” e poi fanno la marchetta per il concorsino a premi e gnocca o la recensione di tal de tali, come un Rondoni, tanto per non farmi mancare un cognome.
      Ah… a proprosito di poeti civilmente incivili, così mi spiego meglio, domani su poetarum ne ri-presento uno ormai “andato”, e ti aspetto anche in silenzio – per carità! – perché sono convinta che sarà una felice sorpresa.
      besos encendidos.

  6. Perché, a fronte dell’imperativo “civile”, è necessario, eticamente e politicamente categorico, dirsi “incivili” e comportarsi come tali. Un apologo (tutto) italiano.

    Qualche anno fa, su un noto lit-blog, fu pubblicato un articolo riguardante l’imminente sgombero, a forza pubblica dispiegata e in assetto anti-sommossa, di un grande campo-nomadi alla periferia della tal metropoli. Nel giro di poche ore il colonnino dei commenti era tutto un ribollire di frasi indignate e di proclami alla resistenza, alla mobilitazione generale per l’indomani. Spiccavano, su tutte, le parole ad effetto di tanti scrittori e poeti – tutti rigorosamente “civili” e “impegnati” (e tutti rigorosamente della metropoli e dell’hinterland) – praticamente: “dovranno passare sui nostri corpi!”. Tra loro ne riconobbi alcuni dalle cui tastiere dipendono, ancora oggi, i “fortunati” destini della sinistra e le “preclare” sorti della letteratura in questo paese. Mi avevano già abbuffato a dismisura le palle dopo i fatti di Genova 2001, quando, dai loro tinelli più o meno ventilati, ci avevano regalato saggi e ricostruzioni insostituibili per leggere “con cognizione di causa” fatti ai quali si erano guardati bene dal partecipare (tanto c’è la televisione: vuoi mettere una bella “rivoluzione” in compagnia di Santoro e Floris, magari dopo aver sghignazzato ai latrati del fido-bau di “rete quattro”?)… No pasaran! Infatti…

    L’indomani, come da copione già ampiamente scritto, eravamo in quattro – e tra noi nemmeno l’ombra dei civilissimi “indignati da blog”. Per la verità uno c’era: è arrivato di soppiatto, ha dato un’occhiata in giro e, visto il dispiegamento di forze, ha pensato bene di avviarsi verso la più vicina fermata dell’autobus – voltandosi tre o quattro volte indietro prima di scomparire al riparo delle case in lontananza. Un vero intellettuale “civile”: fosse rimasto lì a prendere legnate, come è successo ai presenti, chi avrebbe avuto modo, poi, di ricostruire il vile attentato ai diritti e alla democrazia?

    Qualche giorno dopo, intervenendo sul suddetto lit-blablabla traboccante di scrittori e poeti civili, feci finta di chiedere notizie ai “partecipanti”: silenzio tombale. Solo uno, rotta la quiete omertosamente “civile”, si confessò: “io non sono venuto perché mi sono ricordato che c’era la semifinale di cèmpson lik”. “Eh sì”, gli ho risposto, “non valeva la pena, tanto il giorno dopo se ne è parlato anche da Santoro”…

    fm

  7. “Per me, è tale – cioè *vera* – la poesia che mi costringe a riconsiderare, oltre al mondo, il linguaggio che uso per leggerlo ed esprimerlo; quella che sposta più avanti l’orizzonte del senso; quella che cancella il senso dato, canonizzato, per sostituirlo con una pluralità di sensi metamorfici; quella che si inventa, ogni volta, una lingua refrattaria a ogni categoria dell’utile, a ogni riconciliazione, a ogni rituale utilizabile, dall’esterno, per fini contrari al fondo di libertà su cui si staglia; quella che semina dubbi e tempeste – anche ad un primo, elementare approccio letterale; quella che rifiuta lo sguardo frontale, in nome di una “circolarità” che ingloba ogni visione possibile – e la restituisce sghemba, frastagliata, acuminata; quella che non guarisce, ma si fa malattia e contagio se la “guarigione” si imparenta con l’ordine presente”.
    Ripeto queste parole di Francesco non per ricavarne un’eco ma perché restino, perché sono queste parole il senso della sua ricerca e del nostro destino, oggi, anche di abitanti di questa Dimora, che per molti di noi è diventata una casa imprescindibile dove non guarire mai dalla malattia dell’eresia.

    m

  8. Natàlia, ti capisco benissimo e so benissimo a cosa ti riferivi e a cosa pensavi col tuo primo commento. Ho solo preso lo spunto da lì per una mia riflessione più generale.

    Del resto di poeti e scrittori “civili” nostrani ne conosco abbastanza per tenermene alla larga – soprattutto quando su quella *civiltà* vedo costruire carriere, per quanto effimere esse siano e per quanto effimere siano, comunque, destinate ad essere.

    Potrei farti degli esempi anche pescando dalla sezione “ospiti” di questo blog; o potrei dirti di qualcuno a cui è stato *simpaticamente* detto di non pubblicare qui le sue cose. E mi fermo qui…

    Aspetto domani – per leggere: mi piacciono le sorprese.

    fm

  9. Condivido, con Marco, la necessità di imprimere nella memoria la frase di Francesco citata; d’altra parte, se i poeti “civili” puntano a essere “utili” alla società, quelli “eretici” si ripetono, giorno dopo giorno, questa frase di Giorgio Manganelli:

    «Non v’è letteratura senza diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima. Diserzione da che? da ogni ubbidienza solidale, ogni assenso alla propria o altrui coscienza, ogni socievole comandamento. Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile»

    NeGa

  10. sono pienamente d’accordo sulla necessità del divenire “incivili” per muoversi in maniera “civile”…non potrebbe essere altrimenti, l’antitesi è il principio che smuove il tutto…il meccanismo linguistico invece che deve spingere a riconsiderare il modo di lettura e di espressione dev’essere a mio avviso molto accorto e tenere sempre presente il referente e il fine “in-civile” che si è posto…cioè manifestare-smascherare l’inciviltà civile a più simili possibili…quindi qui è la difficoltà maggiore del “linguaggio destabilizzante” nel rapportarsi con gli altri…Borges parla spesso della grandezza di Joyce ma allo stesso tempo lo reputa uno scrittore “fallito” perchè non è riuscito a comunicare con più gente possibile, aggiungendo chiaramente che non si può immaginare la letteratura senza Joyce…
    io ho cercato di scrivere cose che ho chiamato di “sdegno” e quindi credo “in-civili”…cose che toccano la nostra terra, le servitù militari, Quirra: Il Belato di Dio…l’intenzione di installare i radar sulle nostre coste: Il Dio Bicefalo…spesso andavo al mare con mia moglie e mia figlia in un angolo tranquillo di Santa Margherita di Pula, affianco dell’Hotel is Morus…un giorno è scesa in spiaggia un ospite dell’albergo e chiamò gli adetti per farci cacciare perchè la disturbavamo…io mi sono rifiutato e ho preso la mia roba l’ho messa sulla battigia e mi sono seduto sopra il frigorifero rigido…questi hanno chiamato i carabinieri e mia moglie ha insistito perchè ci allontanassimo…poi qualche mese fà ho sentito la proposta di dare le concessioni demaniali per novantanni…ed è nata Demanio Dominio…poi Estratto Esattoriale sull’invasione “barbarica” di Equitalia…ecco non so se è poesia civile…ma cerco di guardarmi attorno e ti vedi sempre più accerchiato.

    Un saluto

    m

    1. Caro Maurizio, non credo sia una questione di contenuti. In poesia, come in qualsiasi forma d’arte, si può affrontare di tutto – il problema, quello vero, è il “come”.

      Ciao.

      fm

      1. Si, appunto il problema è come dicevo anch’io il “come” che non può non porsi il problema del “chi”…quando è più che mai importante, si parlava di poesia civile, “raggiungere” più orecchie possibili…

        Ciao.

        mm

  11. condivido in modo assoluto i commenti di Francesco e degli altri convenuti a commentare lo stimolantissimo testo di Nevio Gambula che stimo e vorrei personalmente conoscere. Per ovvie ragioni.
    GRAZIE a Nevio, a Francesco, a tutti voi
    lucetta

  12. Maurizio, faccio un esempio – che forse rende, più di ogni altro discorso, il senso di quello che voglio dire.

    Per me, il più grande testo “politico-civile” (?!) della poesia italiana degli ultimi trent’anni è il “Tiresia” di Giuliano Mesa. Qui la parola poetica diventa un cuneo piantato tra gli assi del mondo e, tra le altre cose, senza mai nominarli esplicitamente, smaschera miti, simulacri e feticci dell’ordine globale di cui siamo sudditi proni e ciechi.

    E’ una denuncia, un grido che parte dal cuore dell’umano e rivendica al dire non reificato la “speranza”; anzi, gli impone, categoricamente, anche se per contrasto, di farsi, sempre e comunque, voce dell’inudibile, di ciò che non ha voce: è nell’indicibile di un urlo destinato a non arrivare mai alle nostre orecchie che il futuro pianta le sue radici “liberate” dall’altra parola, quella che si fa strumento dell’oppressione.

    Per fare ciò, Mesa non rinuncia a nessuna delle “armi” della poesia – piuttosto, la costringe ad essere, qui e ora, quello che sempre dovrebbe essere, per statuto non scritto di libertà: la “libera”, appunto, dalla frase ad effetto che spiega e incasella il mondo, che redime e consola, che cerca la consonanza e la commozione – non scrive un “manifesto” dell’orrore, una pagina buona per un manuale di sociologia, perché sa – la poesia sa – che tutto ciò serve a tacitare le coscienze, a farci dire come siamo “buoni”, ad assolverci. E invece no – la poesia non assolve, la poesia ferisce, e ti lascia piaghe senza speranza di rimarginarsi. Perché così “deve” essere – per non essere complici di quello stesso “orrore” che condanniamo.

    Ora, piuttosto che chiedermi quanti, tra i poeti “civili”, l’abbiano mai letto (una domanda retoricamente inutile), penso piuttosto a quello che ho scritto, all’inutilità di alcuni “attributi” usati per definire quel testo. Perché, al fondo della questione, la realtà è sempre quella: “Tiresia” non è un testo “politico”, non è un testo “civile”: è poesia, senza connotazione alcuna – e ai suoi livelli più alti.

    fm

    1. Hai aggiunto dieci anni,,,ma ci stanno tutti…:)
      …e sono d’accordo su tutto tranne che…ma non è importante dirlo…non quanto riportare ciò che hai detto: ” – la poesia non assolve, la poesia ferisce…”- deve ferire…

      Un caro saluto Francesco

      mm

  13. Per la verità, Maurizio, mi ero tenuto nel perimetro degli ultimi trent’anni, ma solo per evitare di imbattermi in quell’autentico capolavoro della poesia italiana contemporanea che è “Le streghe si arrotano le dentiere” di Luigi Di Ruscio, che è del 1966: opera nella quale si assiste in presa diretta al miracolo della nascita di una nuova lingua. Appunto: il “miracolo” di una poesia che crea dal nulla una lingua per dirsi, per dire il rifiuto e l’inappartenenza.

    Qual è la “lingua nuova” dei “civili” odierni?

    fm

    1. Qualche tempo fa per caso, come capita saltando da un blog all’altro, mi sono ritrovato sul sito degli e-book di Biagio Cepollaro…cercavo la Lezione sulla Metrica di Amelia Rosselli e tra gli altri si poteva scaricare anche “le streghe si arrotano la dentiera”…”il miracolo”…
      La lingua nuova è una “lingua vecchia” che a volte non si stacca dal foglio o per meglio dire non muta in lampo sullo schermo…ma qui spesso presentate cose veramente buone…
      Se vuoi, di una lingua che si presenti anomala e imprevedibile a “se stessa”, forse ho qualcosa che potrebbe interessarti…dovresti farmi avere un indirizzo fisico dove recapitartelo…puoi mandarmelo via mail, la trovi sul gravatar…

      mm

  14. “Per la gatta in calore
    le cavalcate dei gatti sopra i tetti
    e l’allegria cancella le crepe delle case
    la luna è insieme ai canti dei galli
    il fischiare è questo voler ammutire i cani
    che abbaiano e si agitano come volessero addentare
    il vento di questa notte che porta l’odore della cagna
    la luna passa tra le nubi e dà la luce a occhiate
    e cosa dovrei decidere in quest’ora di notte
    che non giunge mai al suo termine
    i pensieri s’attaccano ai muri e alle pietre
    le streghe s’arrotano le dentiere sopra i tetti.”

    Maurizio, questa “lingua vecchia che non si stacca dal foglio” non c’era mai stata nella poesia italiana – e non ci sarà mai più: ogni tentativo di imitarla, che pure è stato fatto e continua ad essere fatto, in specie da alcuni furbi “civili”, cozza inevitabilmente contro il ritmo vitale della “sintassi necessitante” che la anima: qui è “naturale”, negli altri è, e sarà sempre, una costruzione artificiale, arbitraria: cioè “letteraria”: cioè destinata, nel migliore dei casi, a non lasciar traccia.

    Eccoti la mia mail:

    reb.fra.mar@gmail.com

    fm

  15. In effetti, mi sembrava strano, ma letto in sequenza mi aveva dato quella impressione “notturna”.

    Niente di che: rimane la tua scoperta (e ne sono felice) e la mia riflessione su Di Ruscio.

    Aspetto le tue cose.

    Ciao.

    fm

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