Blanchot, il neutro, il disastro

Giuseppe Zuccarino
Maurice Blanchot

Nel primo dei suoi testi esplicitamente volti a commentare i libri blanchotiani, Emmanuel Levinas esordisce in questi termini: «La riflessione di Maurice Blanchot sull’arte e la letteratura ha le più alte ambizioni. L’interpretazione di Hölderlin, Mallarmé, Rilke, Kafka, René Char, che egli offre nella sua ultima opera [L’espace littéraire], va più in profondità rispetto a qualunque critica vigorosa, e l’opera si situa in effetti al di là di ogni critica e di ogni esegesi. E tuttavia egli non tende alla filosofia. Non che il suo proposito sia inferiore a una tale misura – ma Blanchot non vede nella filosofia l’ultima possibilità». Chi meglio di Levinas poteva sapere che la formazione iniziale di Blanchot era stata quella di un filosofo? I due, infatti, si erano conosciuti e avevano avviato la loro lunga amicizia nel 1926, all’Università di Strasburgo, dove entrambi si interessavano soprattutto di filosofia. Levinas ricorda che le sue conversazioni con l’amico «dipendevano anche dall’interesse che egli ha avuto molto presto per quelle cose fenomenologiche di cui mi sono occupato», e Blanchot riconosce di dovere al suo interlocutore «l’approccio a Husserl e anche ad Heidegger».
     Altrove è più preciso: «Grazie a Emmanuel Levinas, senza cui, fin dal 1927 o 1928, non avrei potuto cominciare a capire Sein und Zeit, la lettura di questo libro ha provocato in me un vero e proprio choc intellettuale». E tuttavia, nonostante il forte interesse per i nuovi sviluppi del pensiero, Blanchot sceglie di intraprendere una carriera non di studioso o insegnante di filosofia ma dapprima di giornalista e poi di narratore e critico. Appare quasi emblematico, in tal senso, il fatto che egli abbia concluso la propria fase formativa conseguendo nel 1930, alla Sorbona, un diploma di studi superiori con una tesi dal titolo lievemente paradossale: La conception du dogmatisme chez les sceptiques.
     D’altro canto sarebbe improprio voler confinare il lavoro di Blanchot nello spazio letterario, fosse pure per proclamare la sua eccellenza in esso, per rimarcare quella capacità di esplorarlo e dominarlo concettualmente che ha fatto di lui, secondo le parole di Michel Foucault, «l’Hegel della letteratura». E già il fatto che non solo Foucault, ma anche altri pensatori francesi di rilievo – come Bataille, Deleuze, Derrida e Nancy – abbiano parlato di Blanchot coll’ammirazione e il rispetto dovuti a un interlocutore autorevole basta a farci capire che la sua opera presenta forti implicazioni teoriche. Sarebbe anzi un compito necessario, benché alquanto impegnativo, quello di ricostruire il dialogo intercorso fra lui e i vari autori citati (magari con l’aggiunta di altri, come Sartre). Tale dialogo è stato affidato non solo ad opere di carattere monografico, ma anche a una moltitudine di saggi, articoli e perfino semplici note a piè di pagina. Questo vasto materiale, se considerato nel suo insieme, mostrerebbe come la portata del pensiero di Blanchot sia stata ben percepita dai filosofi suoi contemporanei.
     Eppure resta vero il fatto che egli non ha mai avanzato la pretesa di essere accolto fra essi, anzi ha espresso dei dubbi sulla specificità della loro disciplina. In un testo intitolato Le «discours philosophique», pensato come omaggio postumo a Merleau-Ponty, Blanchot finge per un attimo di accettare una certa concezione tradizionale, ma solo per farla seguire senza transizione da un’altra che la dissolve e la nega: «La filosofia è il suo discorso, il discorso coerente, storicamente connesso, concettualmente unificato, che forma sistema ed è sempre in via di compimento oppure un discorso, non soltanto molteplice e interrotto, ma lacunoso, marginale, rapsodico, ripetitivo e dissociato da ogni diritto ad essere parlato». Privilegiando la seconda parte della definizione, egli finisce coll’intendere la filosofia come ricerca di «un modo indiretto di espressione». A questo punto, però, può ricordare che esiste «un ambito in cui l’indiretto, il non-diritto, è in qualche modo di rigore: è, naturalmente, quello della letteratura». I due diversi modi di impiegare il linguaggio non si confermano e rassicurano a vicenda, bensì sono accomunati dal fatto di essere coinvolti in un processo destabilizzante che mina l’identità di entrambi, e che forse la letteratura sopporta meglio rispetto alla filosofia. Certo, esiste sempre qualcuno che tiene un discorso filosofico, ma «dietro a ciò che dice, c’è qualcosa che gli sottrae la parola, quel dis-corso che per l’appunto è senza diritto, senza segni, illegittimo, non qualificato, di cattivo augurio e quindi osceno, sempre di delusione o di rottura, e al tempo stesso, superando ogni interdetto, è il più trasgressivo».
     Che queste non siano soltanto considerazioni di ordine generale, è quanto risulta chiaro da un testo più tardivo, in cui, trovandosi ad onorare l’amico Levinas, Blanchot è indotto a parlare anche di sé: «Filosofi, lo siamo tutti, indegnamente, gloriosamente, per abuso, per difetto, e soprattutto sottoponendo il filosofico (termine scelto per evitare l’enfasi della filosofia) a una messa in questione così radicale che occorre tutta la filosofia per sostenerla. […] La filosofia sarebbe la nostra compagna per sempre, di giorno, di notte, foss’anche perdendo il proprio nome, divenendo letteratura, sapere, non-sapere, o assentandosi». Per Blanchot, non si tratta di giudicare la filosofia da una posizione di estraneità rispetto ad essa, e neppure di confonderla con la letteratura, alla maniera di Valéry. Se l’una trapassa, quasi insensibilmente, nell’altra, è solo nel momento in cui si apre a qualcosa che la priva di ogni stabilità e certezza. Per designare questo qualcosa, visto che sta commentando il pensiero di Levinas, Blanchot ricorre a un’espressione tipica del filosofo lituano. «Ma che ne è appunto di ciò che Levinas chiama il y a, al di fuori di qualsiasi riferimento allo es gibt di Heidegger e persino ben prima che questi ce ne proponesse un’analisi strutturalmente del tutto diversa? L’il y a è una delle proposte più affascinanti di Levinas, ed è anche la sua tentazione, come il rovescio della trascendenza, e dunque indistinto da essa, che può essere descritto in termini di essere, ma come impossibilità di non essere, l’insistenza incessante del neutro, il brusio notturno dell’anonimo».
     Ecco dunque che le parole di Blanchot, in questo testo del 1980, ci riportano indietro di vari decenni. Era infatti in un libro del 1947, De l’existence à l’existant, che Levinas aveva introdotto il concetto di il y a. Partendo da situazioni particolari come quella dell’insonnia, egli aveva notato come esse ci diano la sensazione di una sorta di ineliminabilità dell’essere: «La notte è l’esperienza stessa dell’il y a. Quando le forme delle cose si sono dissolte nella notte, l’oscurità della notte, che non è un oggetto né la qualità di un oggetto, invade come una presenza. Nella notte in cui siamo inchiodati ad essa, non abbiamo a che fare con niente. Ma questo niente non è quello di un puro nulla. Non c’è più né questoquello, non c’è “qualcosa”. Ma quest’universale assenza è, a sua volta, una presenza, una presenza assolutamente inevitabile». Siamo molto lontani, come nota il filosofo, dall’angoscia heideggeriana, perché «mentre in Heidegger l’angoscia realizza l’“essere per la morte”, che in qualche modo viene colta e compresa, l’orrore della notte “senza via d’uscita” e “senza risposta” è l’esistenza irremissibile». Non si tratta più di mettersi in rapporto con la propria morte, perché anzi l’esperienza a cui l’il y a ci espone è quella opposta, «l’impossibilità della morte, l’universalità dell’esistenza persino nel suo annientamento». Da questa situazione però, secondo Levinas, occorre assolutamente trovare il modo di uscire, attraverso un recupero del soggetto, della dimensione del tempo, e soprattutto attraverso l’apertura all’altro.

[…]

 

[Il saggio è leggibile integralmente in
“Quaderni delle Officine”, XXI, agosto 2011]

 

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Giuseppe Zuccarino, Blanchot, il neutro, il disastro
Tratto da:
Il clamore della filosofia.
Sulla filosofia francese contemporanea

A cura di Paolo Aldo Rossi e Paolo Vignola
Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2011
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1 commento su “Blanchot, il neutro, il disastro”

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