Dulcamara per Deml e Weiner

Sergio Corduas
Richard Weiner
Jakub Deml

     Ho scelto questi due scrittori e li ho voluti insieme perché ambedue mordono e fanno male.
     Implacabile la lenta unghia ironica in Richard Weiner. Inesorabile l’affannata zanna scrivente in Jakub Deml. Due dulcamare in aggressione. Oggetto primo dell’aggressione, il ceco. Oggetto secondo, i cechi, i lettori.
     I Cechi essendo degli umani europei e il ceco una lingua, l’aggressione riguarda gli umani che leggono e perfino quelli che non leggono, cioè noi tutti.

     Bella banalità, dico anch’io, non è sempre così quando uno scrittore scrive? Certo che è così, però fino a poco fa non conoscevamo questa aggressione dulcamara avvenuta in terra di Boemia-Moravia negli anni Trenta né – soprattutto – i due diversi modi specifici (la forza e lo “stile”, la forza dello “stile”) che armavano la mano di questi due scrittori nostri amici/nemici.

     La dulcamara però che è? Una “pianta perenne legnosa delle Solanacee”: Solanum dulcamara, “sarmentosa e volubile”, ha a che fare con la farmacopea, con i dolciumi per bambini di molto tempo fa, con altre cose ancora.

     Intanto chiediamoci se c’entra il legno con i due testi che abbiamo appena letto.

     Beh, se uno è mediterraneo, come sono coloro che leggono in italiano, i quali talora lo dimenticano presi dalla brama di essere “europei” o addirittura “atlantici” – che sia una burla pericolosa, questa dell’“atlantico”? –, il testo-Deml un mediterraneo lo può ben sentire come un bello e drammatico olivo, il quale in Centroeuropa non cresce. Contorta, sofferente, spigoli e curve, nodi e buchi oscuri, pluristile, dura con qualche preghiera (le litanie loretane!), parlante: insopprimibilmente necessaria se presa tutta e insieme: non è così la scrittura di Jakub Deml? E infatti così non se ne trova se non in lui nelle belles lettres ceche dell’epoca sua (l’olivo lì non cresce…), e per queste qualitates credo io che il grande Bohumil Hrabal abbia dovuto, più che voluto, fare il geniale montaggio che qui si è letto.
     E Richard Weiner, lui che certo all’olivo non ci fa pensare, che legni suggerisce al lettore mediterraneo? Beh, a parte i declivi dell’Umbria e le altre italianità e classicità citate direttamente nel testo, la dulcamara essendo in quanto pianta legnosa un arbusto e cespuglio, qui moltiplicatelo o elevatelo a una qualche potenza, guardatelo come vasto luogo di intrecci, una boscaglia o una fitta macchia (mediterranea, appunto). Se non fate attenzione non riuscite a procedere perche inciampate, sbandate (i passi tra parentesi!), sbagliate viottolo e se prato c’è, c’è anche alibistica neve sopra e i viottoli sono solo per quegli umani che sembrino “cacchette verdi”… Oppure pensate al labirinto dei giardini settecenteschi, per esempio Villa Pisani di Stra sul Brenta: viottoli tra siepi fitte e strette, non è detto che arriviate al belvedere in centro, non è detto che troviate l’uscita se non v’aiutano. Weiner scrive intrecciando e usa tirandola a conseguenze gravi la sintassi, oltre che il lessico, per creare percorsi molto ardui dove chi legge deve tenere ben aperti gli occhi per non perdere il filo, e talora invoca Arianna. Bisogna insomma aver avuto esperienza di cammino nel folto di cespugli o su tappeti di radici multiple, nonché esperienza di letture illuministiche francesi. In verità, si può alla fine fare a meno di aiuti perché il filo lo fornisce lo scrittore nel momento stesso in cui in un colpo solo prende in giro – davvero maestro in questo – la propria scrittura, sé e noi lettori. Soprattutto i benpensanti cèchi. Proprio come fa Deml. Quello ce l’aveva con i benpensanti “cattolici”, questo con quelli piccoloborghesi e “democratici” e quelli futuri “comunisti”.  Insopprimibilmente necessaria se presa tutta e insieme anche questa diversissima scrittura. E mi permetterei perfino di dire che se uno prende un olivo e ne tramuta il concentrato senso in un altro luogo di natura legnosa, trova quella valle folta di sterpaglie, radici e viottoli, tutta ricoperta da alibistica neve, vallata chiusa da alti monti, come dice il testo, da una corona di alti monti; la quale in Boemia non c’è. Cosí come c’è e non c’è la “cittadina boema”, uno dei fondamentali attrezzi da martirio del testo-Weiner. Anche qui, un altro che faccia questa scrittura non lo trovi in Cèchia, paese molto ricco di… cittadine e di boschi. Ma… l’avete mai visto voi un bosco ironico?
     È vero, piazzare olivo e macchia mediterranea per la scrittura di due centroeuropei che hanno un’etichetta di “espressionisti” è perlomeno strano e forse arbitrario. Però a Deml scrittore non è estraneo lo spirito del barocco cèco, cattolico in poesia, e questo (che fu altissimo in Bridel) risente di Spagna e Italia. Infatti Deml traduce moltissima poesia religiosa latina. E Weiner è legatissimo alla cultura francese, di quella letteratura traduce, è per decenni corrispondente da Parigi di un importante quotidiano. Secondo me poi ad ambedue non sono estranei lo scetticismo verso gli umani senza dio e l’ironia severa e a volte sferzante della più alta prosa barocca cèca (Il labirinto del mondo di Comenio), che non già cattolica è ma di provenienza hussita, insomma cristiana certo, ma riformata o protestante. Alla fine però poco importa se abbiamo fatto ricorso a fatti “mediterranei”, importa se putacaso in metafora ci siamo fatti capire.

     La dulcamara, quindi. Mi sembra l’ossìmoro-ossimòro pertinente per i due. Per questo li ho non congiunti bensì apposti l’uno all’altro. Che giochino a ping-pong, questi due campioni. Il gioco di cui Weiner mi sembra maestro e lo shangai del nevrotico, quello di Deml il tennis del prete in amore. Duplice amore e… fede. Li appongo vuoi come traduttore, vuoi come innamorato e presunto conoscitore di alcune scritture. Sono anche abbastanza sicuro che Hrabal sarebbe d’accordo con me, lui che come cinque punte della sua stella di scrittori, “un po’ miei modelli”, proclamava nell’ordine Hašek, Kafka, Deml, Weiner e Ladislav Klíma (ci torneremo).

     La dulcamara poi… foglie cuoriformi, fiori violetti a stella, bacche rosse scure. Ci induce in preoccupazione già solo la bellezza del nome (attestato dal 1823), e poi subito dopo perché se ci mettiamo a succhiarne i bastoncini come facevano i bimbi è prima amara e solo dopo dolce, fa nelle papille il movimento contrario al proprio nome. Come una belladonna – composto registrato dal 1577, altra solanacea e che combinazione quest’altro nome… – ci fa soffrire e gioire. Foglie ovali, fiori e bacche rossoscuro quasi nero-violacee. Sono anche velenose.
     Curano, sì, ambedue. Ma bisogna prima farsi venire perlomeno tosse, eczemi, scrofole, foruncoli… e dai malesseri la dulcamara ci porta via con tanto sudore e tanta pipì che ci cava le tossine, oppure con impiastri plurimi quotidiani sulle parti che soffrono reumi.

     Mi conviene qui ripetere: lo scrittore vero, almeno nel Novecento e ora (ma forse a partire dai maudits), ci deve ammalare. E guarisce (transitivo), sì, perché ci dona quel certo testo bello finito compiuto; ma non può farlo senza dar testimonianza veritiera dell’orrendo stato delle cose dell’animo, dell’anima, del mondo.
     In Cèchia amano troppo l’idillio e troppo poco il “dramma” (o come volete chiamarlo), troppo il dolce e poco l’amaro. (Primo a capirlo fu nel Novecento Jaroslav Hašek, naturalmente subito frainteso dai perbenini come semplice buontempone volgarotto e poco attento allo stile. E che, lo leggono per questo senza posa a partire dagli anni Venti in più di cinquanta lingue?)
     Non va preso come un difetto secco, l’idillismo, ma come un tratto storicamente motivato (lo s-centramento; la discontinuità di cultura e lingua dopo la fallita rivolta antiasburgica della Montagna Bianca (1620), la Rinascita, benedetta ma un po’ forzosa) e con risvolti ben positivi (l’estrema mobilità e duttilità della lingua e della cultura, ad eterno scorno di ogni regime). Si comprende bene però che la comparsa apparentemente improvvisa di stelle alte e luminose, o se preferite di buchi neri pericolosi (nomi non è il caso di farne qui, credo) colpisca forte cechi e non cechi.  Anzi vale che tanto più è inequivocabilmente, inesorabilmente cèco (quindi boemo o moravo o slesianoceco) uno scrittore, tanto più diventa “universale”. Un fenomeno chiarissimo e verificabile subito, anche dai digiuni: Hašek e Hrabal.

     Jakub Deml, sacerdote e poeta, maltrattatissimo dai monsignori (gli lasciano praticare il sacerdozio attivo per soli sette anni), dai critici e dalla società, molto sofferente, censurato. La luce dimenticata venne confiscato e fu proprio il montaggio hrabaliano a rilanciare nel 1967, dopo più di un trentennio, “il piu tragico libro ceco” (Jakobson).
     Richard Weiner, “l’uomo dispari della letteratura ceca”. L’altro Kafka, quello che scrisse in ceco, dicono molti con buone ragioni. (Lo si vedrà quando sarà pubblicato dopo questo primo testo italiano.) Ebreo né ortodosso né praticante.  Forzato dal padre a fare dapprima il chimico, ma subito poi poesia e Parigi, e subito e dopo ancora nervi a pezzi e disillusione, prima per il “Nulla sociologico” dell’imperialregio regime austriaco che lo manda in Serbia a “combattere”, poi per “l’aria avvelenata” della neonata Cecoslovacchia: formidabile veggenza, perfino di futuri regimi che non vedrà. (“Dispari”, vale la pena di ricordarlo, in lingua ceca è parola autonoma con radice propria, si dice “lichy”, non vuol dire insomma “non pari” come in altre lingue, vuol dire “solo”, “che non ha corrispondenza con altro”.)

     Non voglio annoiare con informazioni che stanno già nella presentazione agli autori che Salvatore Marchese premette ai testi. Voglio dire che il prezzo dei dulcamara fu come sempre molto alto. Forse che Bohumil Hrabal non soffriva come una bestia a ogni testo finito? E quando capì di non aver più da scrivere non si gettò, a 82 anni, da un quinto piano?
     “Quando nel mondo gli alti versi scrissi”. Sapeva bene, Dante…
     “Durissimo lavoro” l’essere “artista moderno”. Sapeva bene Jiří Kolář, vero maestro di saggezza artistica, 1968, nel poemetto Il nuovo Epitteto, l’alto manuale suo.

     Da undici anni, Bohumil Hrabal non è più. Non posso chiedergli un parere sulla mia idea del perché Weiner e Deml siano due dei suoi cinque “scrittori un po’ modello”, né soprattutto che cosa pensi di far leggere qui volutamente insieme proprio questi due (progetto antico che precede la mia conoscenza della stella hrabaliana).
     Sulla prima cosa, rimando allo scritto con cui si aprono le Opere scelte di Hrabal, un Meridiano del 2003. Mi limito a riassumere: relativamente poco c’entrano somiglianze di temi o di scrittura fra i tre; molto di più che siano queste di Deml e Weiner scritture forti in modo veritiero, diversissime iperscritture, per così dire. E anche la visione, per ambedue, da un esilio interno. Per capire a volte è utile estremizzare lì per lì, tornando poi a moderazione: in fondo l’uno, come ebreo e figlio di quella sua famiglia, rinnega in buona parte le radici e fa professionalmente il corrispondente letterario con la Parigi del Grand Jeu. L’altro, come prete cattolico vero, si isola e si scaglia contro il bigottismo religioso e, non meno, letterario. Consapevoli e in parte costretti ambedue all’esilio interno, che fu anche per es. di Hrabal alcuni decenni dopo. Da lì, da questa torre e galera, vivono guardano scrivono di un mondo intimo ed esterno sconquassato o pericolosamente privo di senso, di cui quindi danno conto con modi propri fortemente singolari.

     Torniamo all’aggressione delle dulcamare.

     Deml perché e come aggredisce? Perché è, si sente aggredito lui, ovvio. Il dolore per il proprio e l’altrui dolore, questo tratto forse romantico, è una cosa molto seria, e qui è palese. La ribellione, perfino l’insulto, verso l’insipienza di fronte al dolore umano, l’aggressione verso chi finge di non capire le testimonianze veritiere (la critica, il clero alto) è anch’essa esplicita e vistosa. Deml è da un lato costretto all’amore – quello cristiano e quello di uomo – e alla pietas, dall’altro alle grida di ribellione dolorante che abbiamo riassunto nelle forme dell’olivo. Pensate che cosa sarebbero tronco, rami, foglie e frutti di un olivo se parlassero, se dessero suoni! Però nel testo c’è anche il controllo di un’ironia che viene esercitata verso il se stesso-poeta: il “trucco” usato è lo scrivere a un altro poeta, il racconto diretto. E c’è ironia verso il mondo: il cane come (inusitato!) moderatore delle passioni, quindi anche come controllore, per così dire, dello stile.  Presa da necessità plurime, contraddittorie e impellenti, la scrittura sarà pluristile, fatta di grandi affanni, discorsi diretti, pause per prendere e rilanciare il fiato (sono tali anche i doppi spazi messi da Hrabal), uso del dialetto della Haná (e purtroppo si deve rinunciare in traduzione: perché una moribonda dovrebbe in articulo mortis dire qualche frase in romanesco invece che in milanese o altro?), piccole inserzioni di quello che sarà decenni dopo il romanzo-saggio…  Questo sacerdote tartassato da Santa Chiesa agogna il bacio sulle cosce e mi ricorda le Virtù e i Vizi di Matyáš B. Braun a Kuks, Boemia del nord, straordinario scultore barocco di pietra serena, che proveniva dalla scultura in legno del Tirolo. (Nel mezzo, tra virtù e vizi, sulla cinta del castello domina la Religione, che in Deml invece agisce solo per frammenti. Il che la rende controversa – ora in questa ora in quella parte della vicenda e del testo.)
     È una scrittura carnale, questa del prete narcisista, ricca e prorompente, e sì, qui c’è, il dramma di cui lamentavamo la scarsità. E non sta nella vicenda, sta nei modi della scrittura col controllo dell’ironia. Nota, lettore, due cose: la chiusa, il finale, è prosa quasi piatta come scrittura, ed è banale e un poco scettica quotidianità: il cane capisce e si allontana, cioè le passioni non stravolgono fino in fondo la realtà. E invece l’incipit voluto da Hrabal, le prime righe, sono un geniale numero di equilibrista: passione, spiazzamento diretto e ironia. “Rimpiango di non essere stato almeno donna” è davvero qualcosa che non si può dimenticare…

     Weiner aggredisce? E se sì, perché e come? Diresti che no, non aggredisce, aggiungendo subito che questo “diresti” condizionale è tipico del suo modo di… aggredire! Sarebbe utile contare i condizionali e i congiuntivi in Weiner e in Deml, salterebbe fuori subito la grande disparità. Aggredito anche lui, fugge dalla famiglia e dalla chimica nella poesia e nella prosa e intraprende dura battaglia con i significati. La sua arma prima è la sintassi, la seconda il lessico.  Nell’Assemblea generale le usa per mistificare a più modi una realtà sociale la quale vorrebbe – ma senza che si veda! – mistificare lei noi, quasi fossimo passivi ospiti della tanto postulata “cittadina” e tanto descritta vallata. Se c’erano alcune forti personalità con voci proprie alte in Deml, qui no. Qui non ci sono personalità e voci alte, qui anzi non succede apparentemente nulla se non che la scrittura cade – pardon: si eleva a – vittima dell’inesorabile ironia weineriana. L’amico/nemico non perde una sola occasione per descrivere accuratamente i luoghi e poi smentire l’opportunità e la pregnanza della sua stessa descrizione; per rivolgersi al lettore contestandone l’adesione alle “informazioni” fornitegli o dicendosi convinto che egli, il lettore, giustamente disistima lui in quanto autore di racconti.  Weiner infinocchia i cechi (e poi noi) con un non luogo con una non vicenda facendoci penare come cani prima che venga ammesso che il luogo è, ebbene sì, è una cittadina boema, i buchi neri della torre hanno, ebbene sì, hanno una semplice spiegazione ottica e così via. Il tutto in una prosa di periodi lunghissimi con incisi lunghissimi, quasi a perdere la sintassi cercando duramente di ricordare qual è il soggetto, e con alcune improvvise pause, arresti anzi, che sono uno sberleffo secco, del tipo: “Sentierini tracciati da chi?”. Tutto quel che succede nell’autocontestata narrazione è un cambio di presidenza nella sezione antialcolica, quello sì repentino come se scaturisse da una specie di convulso lapsus.  È che Weiner domina alto la razionalità di cose solo apparentemente banali e ovvie, cioè ne vede – e svela proprio esponendola al massimo – la pericolosa nullità.
     Il testo-Deml non si può che sentire come detto, parlato o addirittura talora recitato, oppure letto ma da qualcuno che sta leggendo una o più lettere di un mittente a un destinatario: enfasi dichiarata e consapevole di sé. Nel testo-Weiner questo è impossibile, va letto come testo scritto e iperscritto sul quale sta disteso un velo o meglio una trama tessuta tra gli occhi e le parole: negazione dichiarata e consapevole di enfasi.
     Se preferite, pensate a due tipi di respirazione diversi. In Deml si sentono bene inspirazione, espirazione, affanni, qualche singhiozzo o grido, qualche silenzio, l’arte sua è proprio questo farvi avvertire netto il respiro, in primis il proprio e quello della moribonda. In Weiner respira basso basso, quasi a colpetti diseguali, l’intero luogo, paesaggio e microsocietà del famoso “piccolo uomo ceco”, un fatto totalizzante, complesso e parzialmente inverosimile, e spesso viene da pensare che si tossicchi, si russi un poco o si ridacchi, ma non si sa da parte di chi: sembra quel fenomeno tipico dell’assurdismo e poi del postmoderno – ma siamo negli anni Trenta – della mistificazione dell’identità, in primis di quella del narratore, che pure in apparenza tanto si espone.
     Ad tertium, sempre se preferite, pensate semplicemente ai nomi, questi indicatori. Deml, se fosse stato donna, si sarebbe innamorato di… Jakub Deml. I personaggi hanno nomi e cognomi veri, tratti dalla vita reale dello scrittore, nomi che pesano. Il signor Bezděk di Weiner è invece un… avverbio, e significa: “non per propria volonta”. Bezděk fa per professione “quello che non sa perché fa quello che fa”. E l’altro, il signor Novák, è come dire il signor Rossi in italiano.  Né hanno il nome di battesimo, i weineriani.
     Parlano da sé, queste due scelte.
     Anche nel nonracconto di Weiner nota, lettore, due cose. Le prime righe, l’incipit, sono volutamente scritte alla maniera ottocentesca di un inizio di racconto: “La sezione di N. della lega antialcolica era un’associazione la cui utilità…”  Qui si cita addirittura direttamente un fatto tipico (“N.” invece del nome) di quel passato letterario. È fatto apposta per non allarmare il lettore. Solo dopo e lenta lenta prende a graffiare l’ironia. E la chiusa, il finale, anche qui e proprio come in Deml, è un banale e un poco scettico episodio di quotidianità: “In quel momento batterono le undici, il signor Novák si ricordò che alle undici trasmette la capitale, regolò la radio e andò a farsi la barba.”

     Belli e pericolosi, trappole, cartine tornasole, dure prove. Questo sono i due testi.

(Venezia, 11.06.2007)

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Richard Weiner e Jakub Deml
Assemblea generale – La luce dimenticata
Presentazione e cura di Salvatore Marchese
Traduzione e postfazione di Sergio Corduas
Porto Valtravaglia (VA), Poldi Libri, 2007
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2 pensieri riguardo “Dulcamara per Deml e Weiner”

  1. Splendido, questo quaderno. Weiner tradotto da Corduas è un dono di quelli che restano. Da leggere e gustare nel tempo.

  2. Se Weiner avesse scritto in tedesco, la sua sarebbe stata tutta un’altra storia in fatto di fama e visibilità. Questo racconto è una prova lampante della sua altissima qualità di scrittore.

    fm

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