American doctors

Antonio Scavone

American Doctors
(Tre film americani)

È inverno, c’è la neve in questa piccola città di provincia non lontana da New York, dove tutto è tranquillo e fermo nel tempo. C’è però una novità: un giovane e già inflessibile anatomo-patologo, David Coleman (lo scontroso Ben Gazzara), viene assegnato al locale ospedale per affiancare e poi sostituire il patologo prossimo alla pensione, il dottor Joseph Pearson (il magistrale Fredric March).
     The Young Doctors – in italiano “Giorni senza fine” – è un film di Phil Karlson del 1961, con la vivida fotografia di Arthur Ornitz (un bianco-e-nero drammatico, degno del compianto Gianni Di Venanzo), le musiche di Elmer Bernstein e sceneggiato da Joseph Hayes da un romanzo di Arthur Hailey (“Diagnosi finale”).
     I giovani dottori sono due: Coleman il patologo severo e Alexander, interno dell’ospedale, che assiste la moglie incinta per una gravidanza che desta qualche timore. C’è poi una giovane infermiera, Cathy Hunt (la splendida Ina Balin), il debuttante George Segal in una parte defilata, il massiccio e affidabile chirurgo pediatrico Charlie Dornberger (l’intramontabile Eddie Albert), Bannister, il pedissequo tecnico di laboratorio (Edward Andrews) e la dottoressa Grainger, interpretata dalla matronale e compassionevole Aline Mac Mahon.
     L’ospedale di provincia è in difficoltà: sono sempre più esigue le donazioni private, ridotti gli approvvigionamenti di laboratorio e affiorano contrasti e rancori tra i vari specialisti per una diagnosi sbagliata, un intervento incauto, un’insufficiente terapia. Il patologo Pearson è chiamato ad accertare le cause dei decessi, dovute in buona parte all’approssimazione dei chirurghi, ma le sue autopsie non risolvono angosce e lutti: stabiliscono scientificamente ciò che i morti insegnano ai vivi, come recita una massima in latino sullo stipite della sala anatomica (“Mortui vivos docent”), ma lasciano purtroppo senza rimedio errori o inadempienze.
     È scontento, Pearson: del suo lavoro utile ma estremo, dell’amministrazione che gli nega i fondi, degli assistenti che prendono tutto alla leggera, delle sue disgrazie personali (la morte della moglie) e dell’imminente pensionamento per l’arrivo dell’ambizioso Coleman. Si confida Pearson con l’amico Dornberger, il chirurgo pediatrico, che lo rassicura sdrammatizzando come può gli inevitabili disagi finanziari e organizzativi dell’ospedale. Chiuso nel suo laboratorio, assistito dal fedele Bannister, Pearson ha perso il contatto con la realtà: non esegue aggiornamenti diagnostici fidandosi solo della sua esperienza e di quell’antica irruenza che lo connotava da giovane come un donchisciottesco radicale. Coleman, dal canto suo, è arrivato lì per fare carriera ma sa riconoscere la competenza del vecchio patologo e si dedica allora alla riorganizzazione del laboratorio e alla vita sociale dell’ospedale. Si imbatte così in Cathy Hunt, una giovane infermiera al suo primo incarico, e intreccia con lei una dispettosa amicizia che sfocerà presto in un’attrazione sentimentale.
     Il contrasto più o meno astioso o reticente tra Pearson e Coleman puntualmente si scatena per un’esigenza diagnostica che, sollecitata da Coleman, viene di fatto ritenuta eccessiva da Pearson per la giovane moglie incinta di Alexander. Un esame sierologico di pochi dollari avrebbe sciolto qualsiasi dubbio sulla gravidanza a rischio di Elizabeth Alexander e, purtroppo, al momento del parto si verificano quelle complicazioni polmonari che si temevano ai danni del nascituro. Il chirurgo Dornberger dovrà praticare un’imprevista e faticosa manovra di respirazione assistita al neonato e riuscirà a salvarlo miracolosamente.
     Accusato di negligenza da Dornberger, Pearson dovrà affrontare nella sua tetra solitudine di sconfitto la reazione composta ma intransigente di Coleman. Le disgrazie non sono finite: Cathy si sottopone ad un esame radiologico per un dolore persistente al ginocchio. La diagnosi è incerta: interpellato dalla Grainger, Pearson prevede che il male di Cathy sia un cancro e che neppure l’amputazione della gamba restituirà promettenti aspettative. Coleman ritiene che il tumore sia benigno ma Cathy, innamorata e ormai disperata, gli chiede di non farsi più vedere, perché non sopporterebbe di essere amata per pietà. Ulteriori esami daranno la diagnosi finale, quella indicata da Pearson che, scrivendo la sua lettera di dimissioni, ricorderà a Coleman di non lasciar mai nulla di intentato, di fare onore alla sua missione sanitaria e di farsi trovare quando Cathy uscirà dalla sala operatoria.
     Medici che sbagliano per presunzione, per supponenza, per fatalità: giovani dottori che vogliono cambiare il mondo, che amano ma sono pronti a farsi da parte per un mal riposto senso di discrezione… Questo film di Phil Karlson è un quadro pacato e sentimentale di qualcosa che pacato e sentimentale non è. È un film delicato, che concede poco allo spettacolo, che restituisce senza retorica il senso della vita che sfugge anche in una luminosa giornata di neve. Campeggia su tutti l’interpretazione di Fredric March: asciutta, calibrata, impietosa, di quell’intensità che solo le storie brevi conferiscono alle esistenze travagliate da disagi e ossessioni quando si spezzano nel confronto con la realtà.

1944, siamo nell’ospedale di Colfax in Arizona, in un autunno ancora caldo: è qui che si svolge la vicenda di “Capitan Newman”, di David Miller, del ’63, interpretato dal disincantato Gregory Peck e da un frizzante Tony Curtis. Il film fu scritto da Richard Breen e da Henry e Phoebe Ephron, i genitori della regista Nora Ephron.
     Josiah Newman dirige il 7° reparto, quello neuro-psichiatrico, dell’ospedale che accoglie i feriti e gli invalidi della seconda guerra mondiale, reduci dall’Europa, dall’Asia, dal Pacifico. I malati del 7° vengono giudicati nient’altro che simulatori e perdigiorno e Newman deve combattere anche contro il comandante della base, il colonnello Pyser (il roccioso James Gregory), che gli nega aiuto e rispetto. Per procurarsi un infermiere, Jackson Leibowitz (Tony Curtis), Newman è costretto a compiacerlo con ogni genere di lusinga e, dopo le prime resistenze, Leibowitz entra nello spirito del 7° e ne diventa una preziosa risorsa. Ma il disagio mentale ed esistenziale è fin troppo evidente e spesso senza soluzioni. C’è il caporale Little Jim Tompkins (un credibilissimo Bobby Darin) che si strugge per aver lasciato morire il suo co-pilota in un attacco aereo, c’è il nobile capitano Paul Cabot Winston (un legnoso eppure convincente Robert Duvall) che non può accettare di essere stato vigliacco e c’è infine il colonnello Norval Algate Bliss (e ritorna la maschera possente di Eddie Albert) che ha diviso se stesso nel Signor Passato e nel Signor Futuro, due parti inconciliabili della sua schizofrenica personalità.
     “Capitan Newman” è una commedia amara, un film di attori, scritto con sapienza ed efficacia drammaturgica. Non c’è sesso, anche se la presenza della conturbante Angie Dickinson (nella parte del tenente Francie Corum) farebbe accendere desideri incontenibili, ma c’è una rappresentazione anticonvenzionale tanto della sanità quanto dell’attitudine bellicista di una certa America. Scritto da ebrei e con personaggi ebraici, “Capitan Newman” non si risparmia in bozzetti di vita coatta e visionaria, com’è nella migliore tradizione della satira yiddish, e recupera spessore nel tratto brevissimo della malinconia senza lacrime, del senso di colpa metabolizzato nel dolore.
     Newman deve fronteggiare le intemperanze del funambolico Leibowitz, l’onore ferito da lesa maestà del capitano vigliacco, il dissidio ineluttabile del colonnello Bliss che decide di uccidersi perché incapace di reggere e assolvere il suo passato di comandante, quando sciaguratamente mandò a morte sicura i suoi uomini. Anche Little Jim, rinsavito, riprenderà a volare, a combattere e infine a morire dimenticato. I malati del 7°, drogati dal Pentothal o assistiti da analisi freudiane, aspetteranno una chimerica guarigione: catatonici, svuotati di sogni e desideri, regrediti a quella adolescenza conflittuale e infinita così tipica della società americana, i degenti del capitano Newman dovranno fare i conti con una guerra ancora da continuare e con un’esistenza senza futuro, con un assetto psicologico indebolito da paure e fantasmi, cui viene chiesto senza alternative di consolidare quelle paure e quei fantasmi.
     Leibowitz, con le sue invenzioni da entertainer, risolve situazioni difficili o imbarazzanti quando, per esempio, disarma il colonnello Bliss in preda alla follia o quando, con bonomia e cameratismo, accoglie e ricovera nel 7° i prigionieri di guerra italiani rivolgendosi al loro maggiore (il teatrale Vito Scotti) con un apprezzabile “italiano del New Jersey”. Ma le trovate e gli espedienti di Leibowitz alleviano ma non possono risolvere la precarietà di quell’ospedale o la solitudine di quei malati. Il suicidio di Bliss, la morte di Little Jim, la supponenza algida della moglie del capitano vigliacco confluiscono, sì, nel lieto fine natalizio della vicenda ma testimoniano anche, con garbo e immediatezza di racconto, dell’eterno conflitto tra chi fa e difende le guerre e chi è chiamato a ricucire le ferite.

Con “Articolo 99” di Howard Deutch del 1992, scritto da Ron Cutler, siamo in un ospedale militare per veterani dal Vietnam che, per ricevere le cure necessarie, devono ricorrere all’Articolo 99 del Regolamento sanitario che configura ipocritamente lo status di ex-soldati in grado di provvedere a se stessi. Sono veterani sulla sedia a rotelle come Luther (interpretato da Keith David) che si pone a capo della rivolta o come Pat Travis (l’attore Troy Evans) che, colto da infarto, ha bisogno di un intervento a cuore aperto.
     Ma chi sono i medici di questi veterani disgraziati, sballottati da un reparto all’altro, alla ricerca spasmodica di un letto, di una flebo, di un esame diagnostico? Sono il cardiochirurgo Richard Sturgess (un frenetico Ray Liotta), gli aiuti Sid Handleman e Rudy Bobrick (il solido Forest Whitaker e l’eclettico John McGinley), la dottoressa Robin Van Dorn (una sarcastica Lea Thompson) e Peter Morgan, il dottorino dell’alta società, nuovo nell’incarico e ambizioso come si conviene, impersonato dall’etereo Kiefer Sutherland.
     Combattono tutti, sotto la guida di Sturgess, contro la miopia dell’amministrazione per un’esigenza di equità e giustizia nei confronti dei malati. Sono costretti, questi medici scapestrati, a rubare apparecchiature e medicinali destinati ai degenti ricchi o alle scimmie del laboratorio e devono superare controlli, inibizioni e accuse da parte del direttore sanitario, il faccendiere Henry Dreyfoos (l’attore John Mahoney), dei vigilantes e della caposala che proteggono ottusamente i privilegi dei malati coperti da affidabili assicurazioni. I sotterfugi di Sturgess e del suo team provocano, sulle prime, anche le obiezioni del dottorino Morgan che non se la sente di impegnarsi oltre il dovuto, nell’attesa di compiere il suo apprendistato per aprire poi nella sua città di provincia un accorsato studio professionale. Morgan viene così lusingato da Dreyfoos che gli promette protezione e facilitazioni se sarà fedele al programma di gestione dell’ospedale. Il dottorino inesperto commette però degli errori abbastanza gravi e Sturgess lo rimprovera brutalmente, facendogli capire quale sia in realtà il programma di gestione di quell’ospedale: lasciare, cioè, che tutto resti immutabile e far sì che i degenti lentamente muoiano da sé. Sollecitati e aizzati da Luther, i degenti senza “Articolo 99” occupano l’ospedale e consentono a Sturgess di intervenire su Pat Travis in fin di vita. Deriso e provocato anche dalla dottoressa Robin Van Dorn, anche Morgan comincia a rendersi conto che Dreyfoos lo trattava da pupazzo imbelle e si prodiga nei confronti di Sam Abrams, un veterano di tutte le guerre (interpretato magnificamente dal bizzoso Eli Wallach), stanco di dover essere trasferito da un reparto all’altro per vedersi assicurata se non la cura almeno l’attenzione che si deve a un uomo prossimo a finire i suoi giorni.
     La rivolta si infiamma: Dreyfoos chiede l’intervento della polizia che però non può agire per limiti di territorialità mentre tutta la struttura sanitaria è nelle mani dei dimostranti che, armati e organizzati, dettano legge, chiedono di poter essere semplicemente curati superando le pastoie burocratiche che di fatto ne bloccano la guarigione. Sturgess si scontra anche con la psichiatra Diana Walton (una sensuale Kathy Baker) che non vuole schierarsi contro l’amministrazione ma, tra spari, malati che languono e l’esercito che è stato allertato per domare gli insorti, Sturgess e Kathy trovano il tempo di finire a letto, di consumare anche sessualmente una comunione d’intenti.
     La situazione precipita: sta per arrivare il sovrintendente governativo, il povero Travis sta per morire e Dreyfoos fa bloccare tutte le apparecchiature elettriche della sala operatoria. Sturgess e i suoi assistenti sono costretti ad operare con i fasci di luce delle torce e con la potenza residua del gruppo elettrogeno. Anche Morgan si riscatta, si oppone a Dreyfoos incurante delle sue minacce e si occupa del vecchio Abrams che non ce la fa a resistere e gli lascia come ricordo la sua medaglietta di veterano di tutte le guerre. Il sovrintendente federale ascolta le rimostranze di Dreyfoos, ne intuisce la doppiezza e ordina a Sturgess di continuare ad operare, salvando così la vita di Travis. Dreyfoos viene arrestato, gli insorti ricevono assicurazioni sulla nuova gestione dell’ospedale e Morgan si dichiara pronto a fare tutto ciò che può per migliorare la convalescenza dei suoi malati, ricevendo per la prima volta l’apprezzamento di un’antipatica infermiera. Il famigerato “Articolo 99” sarà modificato o forse abolito ma nell’ospedale si respira adesso un clima di apertura mentale, di rinnovata fiducia, di pulizia.

     Il cinema americano si è occupato molto spesso di medici e di ospedali: le storie della sanità – in un paese dove la salute pubblica non è di fatto contemplata – hanno fornito indicazioni di merito (politiche o politico-sociologiche) all’idea che in America si ha sulla solidarietà e sul bene comune. Registi e sceneggiatori statunitensi si sono interessati alle storie, ai personaggi, alle situazioni che, in ambito sanitario, erano in grado di proiettare e proporre una verifica o un riscontro affidabile e condivisibile dei problemi derivanti da un’assistenza pubblica limitata solo all’emergenza da pronto soccorso, o per coloro che sono in grado di pagarsi le cure con una robusta e spendibile assicurazione. Il cinema americano, ovviamente, non poteva sovvertire quello che era ed è un sistema assistenziale privatistico ma ne ha con grande verosimiglianza evidenziato le lacune, i privilegi, le ingiustizie (pensiamo al documentario Sicko di Michael Moore).
     Negli anni ’60 anche la televisione americana si occupò dei medici – la famosa serie del Dottor Kildare, con Richard Chamberlain e Raymond Massey – per tornarci poi negli anni ’90 e con maggiore approfondimento con l’eccellente ER di John Wells, i succedanei Chicago Hope e Grey’s Anatomy per finire al mefistofelico Doctor House.
     “Giorni senza fine” di Phil Karlson, “Capitan Newman” di David Miller e “Articolo 99” di Howard Deutch sono tre film didascalici ma esprimono, al di là delle intenzioni nobili, una seducente attrattiva per il racconto che imbastiscono e la resa cinematografica che ne deriva. Commedie amare, sarcastiche, realistiche: si situano tutte nel solco di una rappresentazione accurata, di quel naturalismo che non decade mai nel banale. Sono storie raccontate con l’intento di dare uno sfondo antropologico, quasi didattico, alla vicenda primaria ma si soffermano con finezza nella connotazione delle scene, dei dettagli, dei sotto-temi. Il laboratorio d’analisi o la sala autoptica di Pearson sono ambienti freddi e impersonali che il sapiente bianco-e-nero di Ornitz rende abituali e familiari, per mostrare senza compiacimenti il lento declino del vecchio patologo, dilatandone la pietas e riscattandone l’irriducibile competenza professionale.
     Così la corsia del 7° reparto di Newman che accoglie i letti dei neurolabili come quelli di una camerata di caserma, dove pure si annidano gelosie e soprusi, sopraffazioni e meschinerie tra malati dal disagio psichico. E avremo la stessa percezione di malati pressoché terminali tra i veterani dell’Articolo 99 che, pur “stregati” dalla rivolta, sono consapevoli di essere a un passo dall’umiliazione, dall’annichilimento delle loro speranze (ancora più grottesco e trasgressivo fu “Comma 22” di Mike Nichols del 1970).
     A distanza di anni e nella similitudine delle storie, questi tre film sui medici americani sono un’evoluzione positivamente melodrammatica del conflitto tra potere e popolo, tra il potere della sanità e il ricatto della salute, tra ciò che le istituzioni pretendono dalla vita dei soldati e ciò che la vita dei soldati è costretta a smarrire di se stessa. Per rendere credibili sullo schermo vicende così angoscianti senza farle diventare lacrimevoli c’era bisogno di uno stuolo di attori di grande carisma e dal talento duttile e “canagliesco”.
     Prendiamo per esempio il racconto di Little Jim (mirabilmente doppiato da Gianfranco Bellini) sotto l’effetto del Pentothal: è un racconto-monologo dovremmo dire “brechtiano”, laddove lo straniamento è fin troppo visibile (Bobby Darin recita ad occhi chiusi) ma non per questo convenzionale e ridondante. Rivediamo i monologhi di Pearson quando deve ammettere di essere stato superficiale, quando ripensa ai lunghi anni passati in quell’ospedale che ha sempre bisogno di fondi, quando si scontra con Coleman, cioè col suo antico e giovanile alter-ego. Ritroviamo la stessa insofferenza e lo stesso disincanto del cardio-chirurgo Sturgess e dei suoi aiuti quando, tra stratagemmi e colpi di testa, ripropongono la solidarietà un po’ cinica e arruffona e tuttavia concreta del caporale Leibowitz di “Capitan Newman”.
     Gregory Peck reitera il suo target di personaggio severo e tollerante (che avevamo già apprezzato nell’avvocato progressista Atticus Finch de “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan del ’62). Tony Curtis consegna al suo personaggio quella brillantezza così tipica del suo modo di recitare e del suo essere personaggio “creativo”. Eddie Albert è addirittura eccezionale nella parte del colonnello suicida, Eli Wallach dà al suo veterano la misura di un uomo che ha attraversato tante guerre perdendole tutte per un sogno americano troppo spesso enfatizzato. Ray Liotta e Kiefer Sutherland, con una recitazione dai tratti accattivanti, sono i prototipi opposti ma poi riconciliati della solidarietà e dell’ambizione, nel gioco delle verità e nella verità degli auto-inganni. L’unico forse fuori parte è, in “Giorni senza fine”, l’ineffabile Ben Gazzara, tra la protervia dello specialista e l’insipienza dell’uomo che non sa coltivare un amore. Accanto ad attori così naturalmente personaggi non si può dimenticare la bellezza dovremmo dire mediterranea di Ina Balin, prematuramente scomparsa e ingiustamente impegnata dal cinema americano in ruoli di “colore” (accanto a Sophia Loren e Anthony Quinn in “Orchidea nera” di Martin Ritt del ’58) o di labile spessore drammatico come nel film “Dalla terrazza” di Mark Robson del 1960 accanto a Paul Newman.
     Questi tre film scatenano ilarità e riflessione e svelano l’abile disegno narrativo che il cinema americano, quando può e quando vuole, sa far lievitare nel godimento di una trascinante e spesso dolorosa empatia. Gli american doctors di questi tre film sono senza dubbio figure favolistiche e metaforiche ma non è forse il cinema, accanto alla letteratura, la fabbrica più coinvolgente della nostra fabula esistenziale e culturale?

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