A shit’s country

Antonio Scavone

A shit’s country

    Dev’essere senz’altro così, come si è lasciato andare in una conversazione occasionale, il nostro attuale premier nel definire sdegnosamente e con raccapriccio l’Italia un paese di merda.
     È una constatazione amara, una verità difficile da condividere e tuttavia, sia pure a malincuore, è un dato di fatto che dev’essere accettato responsabilmente come ha dimostrato il premier, al di là delle suggestioni sentimentalistiche che provoca e dalle quali ha origine. Si arriva a questa irreversibile conclusione perché, obiettivamente, non se ne può più di tenere fermo – come si dice – il carro per la discesa, di sottoporsi a sacrifici che nessuno riconosce, di sacrificarsi in una dedizione verso il prossimo che sa tanto di missione umanitaria, contrappuntata peraltro da una prodigalità e da una benevolenza che neppure re ed imperatori hanno mai mostrato di avere e di elargire.
     Si resta delusi e sfiduciati soprattutto dalla gratuità blasfema e turpe che diffondono nemici e oppositori quando architettano un repertorio di menzogne basate su indizi ininfluenti che sfociano ben presto, ad arte, nel consolidamento di un sillogismo astratto, di un ragionamento apodittico, di un teorema campato in aria. Si può soprassedere con disinvoltura e bonomia al mascheramento specioso di una verità, all’infelice gioco delle parti, alla manipolazione della realtà per fini di bassa propaganda ma quando la misura è colma, quando vengono offese le attribuzioni e le competenze di chi ha il compito di reggere un sistema di gestione pubblica, è in quel momento che fa triste capolino l’idea di pensare solo a se stessi, di vedersi solo e deprezzato, di lasciare che vada tutto in rovina e che il paese in fondo ha ed è quello che si merita.
     In un paese di merda vivono ovviamente i merdaioli (uomini e donne, vecchi e bambini), gente cioè che non ha alcun rispetto per la probità altrui, che nutre sentimenti ostili contro il proprio paese, che getta discredito e infamia sui pochi che ancora hanno a cuore le sorti e la gloria della terra e del popolo italiani. I merdaioli hanno faticato non poco per far diventare il loro paese una fogna: molti hanno compiuto e compiono tuttora stragi e delitti ma molti hanno studiato conseguendo lauree prestigiose in medicina o in economia, molti altri hanno indossato una divisa per proteggere con sprezzo del pericolo e abnegazione l’integrità fisica dei loro connazionali, ancora altri hanno vestito paramenti sacri per salvaguardare l’integrità morale dalle insidie del relativismo. La schiera dei merdaioli è pressoché inesauribile: ci sono merdaioli di una sola stagione o di un decennio, un ventennio o addirittura un cinquantennio; merdaioli di passaggio o stanziali; merdaioli che hanno negli anni cambiato o diversificato le loro opzioni originarie trasformandosi, per così dire, da lavacessi a fornitori di materia prima. Ci sono merdaioli solitamente stercorari, avvezzi cioè a rovistare tra le deiezioni, e merdaioli d’élite, molto più acculturati di altri: merdaioli che scrivono poesie e romanzi, che dirigono o producono film, che riempiono teatri o studi televisivi di un pubblico (anch’esso merdaiolo) bisognoso di svago e solluccheri.
     Ci sono merdaioli e merdaiole naturalmente nelle istituzioni della politica e della scuola, nelle università e e nelle associazioni culturali o simil-culturali, nelle televisioni pubbliche e private, nei telegiornali e nei programmi di intrattenimento, nelle centrali delle intercettazioni e nelle stanze delle procure inquirenti. Ci sono merdaioli che non sanno di esserlo e si riscoprono tali come per un’illuminazione magica e trasognante, come ci sono merdaioli che si erano dati una pausa di riflessione o un anno sabbatico e che all’improvviso si ravvedono e tornano a essere quello che già felicemente erano. Ci sono merdaioli giovani e vecchi, neofiti ed esperti; merdaioli tra uomini, donne, omosessuali e transessuali; merdaioli dilettanti e merdaioli professionisti; alti e imponenti o bassi e maldicenti; merdaioli debilitati e acciaccati, vittime di accidenti o in fin di vita.
     Spuntano merdaioli da valli nebbiose o da pianori brulli, da coste marine o da cime innevate, da laghi e da fiumi, da metropoli e borghi, da sobborghi di droga e malaffare: in un paese di merda è essenziale che molti, tanti o tutti adempiano al loro dovere di merdosità.
     Può diventare un mestiere, l’essere merdaiolo, ma il più delle volte è una deliberata liberalità, un’attitudine personale più o meno carismatica, un tratto del temperamento, una traccia del patrimonio genetico dell’individuo. Si è merdaioli per sfizio o per rancore, per progetto o per intento, per un’insopprimibile necessità di libertà o per una smania di affermazione.
     In un paese di merda però non è facile vivere neppure per i merdaioli: sottoposti agli attacchi pregiudiziali degli invidiosi o dei menagramo, anche i merdaioli soffrono e patiscono per una parola ingenerosa e crudele, per una presa di posizione preconcetta, per una contrapposizione che ha il solo scopo di negare la libertà ad una massa di persone, di negare finanche la libertà di essere quello o quelli che si vuole essere. A questo punto i merdaioli devono armarsi di pazienza per respingere le offese e gli insulti di coloro che hanno fatto diventare l’Italia un paese di merda.
     A volte non basta la pazienza, come non basta l’indignazione: non si può restare insensibili al proprio dolore passandoci sopra una mano di pio oblìo, bisogna riscattarsi, fidarsi di amici sinceri e se quelli mancano fidarsi sulle proprie forze sempre più depresse e prefigurare così con la morte nel cuore l’ipotesi estrema di un abbandono, di ritirarsi chissà dove, di lavarsi le mani, una volta e per sempre, di intrighi, dicerìe, pettegolezzi, falsità che sono il segno distintivo degli anti-italiani di tutte le epoche.
     In un paese di merda si vive merdosamente ma, d’altra parte, chi parla alla pancia degli individui non poteva non aspettarsi l’obiettivo che aveva perseguito: dovrebbe semmai ritenersi soddisfatto di avere creato le condizioni perché un paese ricco e glorioso sia finito povero e infame, sia finito disperatamente nella merda, come si voleva che accadesse.

(Nell’immagine: Il paese reale dopo tre anni di attenzioni da parte del sultano mascarato e della sua corte dei miracoli.)

***

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22 pensieri riguardo “A shit’s country”

  1. Tutto verissimo, specie MM, e anch’io come tanti non ne posso più da troppo tempo. Però vorrei dire che se “costui” – non so come altrimenti chiamarlo! – s’è lasciato andare a quella frase può voler anche dire che gli italiani non gli risultano come lui li voleva/vorrebbe. Il che sarebbe non poco positivo. Per una volta pecco di ottimismo..

    sercord

  2. Sono meno ottimista: penso che ci vorranno almeno un paio di generazioni, e una rivoluzione etica per il momento inimmaginabile, per debellare il virus devastante che questo osceno manichino ha iniettato nelle vene del paese.

    Un virus, tra l’altro, che non viene da universi alieni, ma che è stato sapientemente costruito in laboratorio assemblando le pulsioni e il sentire profondo di buona parte del paese. Fascismo, razzismo, xenofobia, omofobia, clericalismo, egoismo identitario, servilismo sono comunque elementi costitutivi del patrimonio genetico della nazione. Piaccia o non piaccia, purtroppo è così.

    fm

    1. Ma certo che è così, Marotta, non c’è nessuna contraddizione. Per la verità la situazione è forse ancora peggiore, perché sia il “virus devastante” che “le pulsioni e il sentire profondo di buona parte del paese”, insomma i danni folli che Lei cita, hanno poi a che fare non col solo “osceno manichino” e il suo personale, altrettanto osceno attivismo; hanno a che fare anche – e molto – con il cosiddetto processo di globalizzazione (dove quasi nessuno mai si domanda chi globalizza chi…). Sarebbe un discorso molto lungo e complesso (che va fatto, beninteso). Però non tutti gli italiani sono fottuti, e mi spiego: siamo tutti fottuti ma per non esserlo almeno in prospettiva bisogna, come molti già sanno, averne preso coscienza. E se lui insulta il paese vuol anche dire che sa di aver perso questa battaglia qui (secondo me col referendum). Non si risolve il folle danno per questo, ben vero.

      sercord

      1. Sono perfettamente d’accordo, davo per scontati alcuni passaggi che lei opportunamente cita – in particolare il riferimento ai processi di globalizzazzione, la versione aggiornata del dominio di classe esteso all’intero pianeta. Una politica della quale l’orrido di arcore non è che un ingranaggio.

        fm

    2. Però Francesco anche questo atteggiamento di “rilassamento” in quanto siamo tutti d’accordo che per avere un cambiamento etico morale civile poitico ci vorranno generazioni e rivoluzioni impensabili, a mio avviso è il problema di fondo…il dire\dirsi che tanto non cambia mai niente e ce ne vorrebbe per avere dei risultati, finisce con l’incallire e radicare ancora di più il potere di questi esseri…

      ps
      sia chiaro che anch’io la penso come te…ma forse bisogna fregarsene del dove si arriva purchè si parta!…

      mm

  3. Maurizio, il mio commento non era di “disperata rassegnazione”, io non sono uno che se ne sta con le mani in mano – mai. E’ solo la presa d’atto di una situazione, un dato di cui tener conto, per evitare di imbastire trame che poi, alla resa dei conti, si rivelano mere illusioni. Se il paese non si fosse riconosciuto, e non si riconoscesse ancora per lunghi tratti, nella figura e nel messaggio che il ducio e la sua banda criminogena veicolano, se ne sarebbe liberato da tempo, al loro primo apparire, rigettandoli come corpi estranei ad ogni ipotesi di convivenza civile e democratica.

    Dall’altra parte, per fortuna, c’è un’Italia periferica, minima, minimale, solidale, che ha memoria e valori: resistente: è quella in cui da sempre mi riconosco.

    fm

  4. purtroppo belusca rappresenta solo un piccolo esempio di ciò che è, concretamente, questo nostro ex bel paese e, sottolineo, dal profondo nord al profondo sud isole incluse e non si salva praticamente nessuno! nella storia fine fascio ad oggi esempi di civiltà tanto rari quanto poco incisivi. i vincenti sono loro, i “berlusconoidi”, metamorfosi che affonda radici profonde nel fascio, nell’uomo qualunque, nei social-democristi, legaioli e via dicendo, i fratelli rosselli, i gramsci (giusto per) costituiscono la eccezzione, la regola è l’essere antropologico berlusconoide! conclude, caro schiavone, dicendo che non vedo alternative.
    r.m.
    ps: anni fa si diceva “morire democristi”, oggi i “democristi” appaiono quali fari… di morale!!!

  5. Non c’è che dire, Antonio.
    Torno dopo lunghi mesi di assenza perché la telecom non investe facilmente in questo paesino tranquillo e ameno (e l’argomento potrebbe rientrare in quel calderone nauseabondo e irriverente di cui sopra) e ti ritrovo più sferzante che mai. Bene, è così che si fa. Anche se la gioia di ritrovarti e rileggerti si rabbuia non poco per la realtà che descrivi. Una realtà che ormai si sostituisce al nostro sangue e che ci succhia le ultime energie residue. Eppure è necessario resistere, ancora resistere e, mentre passano i giorni, chiederci perché anche i nostri figli e forse anche i futuri nipoti non troveranno un futuro degno di un’esistenza a misura d’uomo. Perché la misura è colma e del “quo usque tandem…” sono in pochi a riempirsi la bocca. Gli altri giacciono su poltrone di velluto e se ne fregano di questo bel Paese una volta invidiato da tutto il mondo ed ora così miseramente defraudato della sua dignità.
    Tu, Antonio, continua a scrivere e tu, Francesco, continua a pubblicare. C’è chi vi ascolta e condivide, perché un residuo di speranza va comunque conservato.
    Vi abbraccio miei giganti, vi voglio bene
    Jolanda.
    p.s. questo è il terzo commento che tento di inviare i primi due sono caduti assieme alla connessione. Una chiavetta non è proprio il massimo, per questo non so quando potrò ritornare.
    Un saluto a tutti.

  6. Nel ringraziare Anna Maria e Natàlia (è vero, Natalia, il pesce puzza dalla testa…), oltre a ringraziare devo salutare con affetto Jolanda Catalano che ha avuto per pochi attimi – grazie alla Telecom – la possibilità di poter intervenire sul blog della “Dimora” di Francesco ma che, sempre grazie alla Telecom, non ha la possibilità di esplorare il web.

    Ringrazio anche sercord per le puntualizzazione che Francesco, con la sua solita limpidezza riceve, analizza e rilancia. Il post sull’Italia “shitty” è “quello che è”…

    Grazie a tutti e a Francesco principalmente.

    P.S. –

  7. Non mi è stato dato il tempo di concludere il post-scriptum che è questo, ereticamente: a erreemme e a Maurizio Manzo vorrei rammentare che l’anti-merdaiolo del post si chiama Antonio Scavone… I lapsus calami sono terribili…

  8. Nessuna polemica, Maurizio, per carità: mi è già capitato tre volte nella Dimora di passare, sembrare o addirittura essere supponente e incontestabile, alla fine sono inezie. Rilevavo un lapsus, nient’altro: mi onora il tuo “grande” e mi tengo anche il lapsus.

    Un carissimo saluto

    Antonio

  9. La merdificazione totale del paese è l’obiettivo principe del più pernicioso e devastante “governo di classe” della storia repubblicana. E’ un processo che passa attraverso l’azzeramento di ogni diritto, in primo luogo quello al lavoro, e di ogni dignità. Qualcuno fa finta di niente, a cominciare dai “colonnelli” dei sindacati di regime – reggimoccoli e manovalanza prezzolata dell’intera operazione.

    fm

  10. Caro Francesco mi è piaciuto l’ultimo tuo intervento, vorrei riprendere per Antonio Scavone quell’assimoro che Licciardello segnalava per la mia poesia e che la Canobbio in continuazione per le contraddiizioni, necessarie credoi per far comprendere i paradossi che esistono nella vita.
    Per questo il pensiero di Antonio mi piace là dove indica Francesco ed è molto importante una riflessione.
    Un grazie a Scavone e a Francesco.
    Lino Giarrusso

  11. da diciassette anni penso a cac(c)ania e ho perso progressivamente le speranze, come francesco credo che l’opera di devastazione/infiltrazione della merda, penetrata in ogni ambito della vita del paese avrà bisogno di molto tempo per essere bonificata: sempre che nel frattempo non se ne avverta più l’odore e il sapore cominci a piacere
    grazie ad antonio scavone, a francesco e ai commenti di tutti

  12. I segnali della società civile ( “Se non ora quando ? ” , i sindaci , il referendum ) ci hanno tolto dalla disperazione e ci siamo contati : non siamo quattro gatti . . .
    La sindrome del Miserabile sta rientrando alla grande : ogni volta che apre bocca perde voti .
    E poi è sotto stress , ha settantacinque anni e un pacemaker . Anche questo ci tira su il morale . Coraggio !

    leopoldo

  13. Speriamo davvero, Leopoldo.
    Resta il fatto che il “miserabile” ha partorito tanti di quegli eredi, in questi anni, che non c’è da stare comunque allegri…

    fm

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