Nottario (II, 4)

Marco Ercolani

“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”

(Charles Baudelaire)

Non tanto il coraggio di dire quanto la necessità di non tacere, perché il silenzio verrebbe consegnato all’oppressore, al nemico che ordina, sceglie, sopprime. Allora occorre, per dire, una nuova forma di silenzio, fatta di parole armate, vigili, attente. (m.e.)

NOTTARIO

(1990-2008)

Non sono tanto io che ho fatto il mio libro
quanto il mio libro che ha fatto me.

Michel de Montaigne

Ora voglio scrivere il mio diario e per gratitudine
chiamarlo il mio nottario […].

Robert Musil

La fine dell’illusione

1

Di fronte a una scomparsa posso tacere come urlare. Ma tacere dimenticando o gridare ricordando sono due sconfitte dello stesso segno. Sepolto il segreto, ci preserviamo dalla vita; bruciato il segreto, rischiamo la follia.

La storia dei silenzi che la parola, nascendo, tradisce – come i cerchi che si allargano dall’acqua del fiume rivelano il tonfo del corpo.

Non tanto il coraggio di dire quanto la necessità di non tacere, perché il silenzio verrebbe consegnato all’oppressore, al nemico che ordina, sceglie, sopprime. Allora occorre, per dire, una nuova forma di silenzio, fatta di parole armate, vigili, attente.

«Registra sulla banda a del nastro le voci della moglie e del figlio, mentre li torturiamo. Poi fa sentire la sequenza a Keiner, digli che i suoi cari smetteranno di soffrire solo se lui firmerà la confessione completa dei suoi crimini, specificando i nomi dei complici. Firmerà. Naturalmente, è quasi inutile suggerirlo proprio a te, nel momento in cui Keiner firmerà la confessione né sua moglie né suo figlio possono essere ancora vivi».

Questo è un paese governato da leggi precise, che non permettono ai naufraghi di approdare e di sopravvivere. Ogni naufrago, potenzialmente, è il virus che corromperà la nostra isola e la porterà allo sfacelo.

F.U.E.L. (Fuel air explosive): Bomba al napalm.
S.L.U.D. (Salivate, lacrimate, urinate, defecate): gli effetti del gas sulla fisiologia umana.
H.R.P. (Human remains pouch): borsa di plastica per resti umani.
K.I.A. (Killed in action): ucciso in azione.
M.I.A. (Missing in action): disperso in azione.
C.D.: Danni collaterali di un trattamento.

Arletty – l’attrice francese interprete di Alba tragica, morta novantenne e cieca nel 1992 – disse che non sarebbe mai stata madre per non generare carne da cannone a vantaggio dell’industria bellica del suo paese.

2

Quando parla di montagne o di uccelli, non dimentica le immagini della sua civiltà. Non dimentica Michael Jackson, che le folle in delirio negli stadi osannano come un dio. Come non dimentica che, nelle carceri di Soledad, governatore Ronald Reagan, una guardia carceraria sparò alle spalle di George Jackson, ventinovenne, colpevole di proseguire la sua rivolta anche dentro le mura del penitenziario. I due nomi non si confondono affatto nella sua mente. Michael Jackson, rockstar da videoclip, negro col maquillage da bianco; George Jackson, sepolto nel cimitero di Soledad da più di quindici anni, dimenticato dai suoi stessi compagni, negro più nero della sua ombra.
Questa civiltà, nella sua disgustosa mancanza di memoria, è il marinaio Johnny del racconto di Oliver Sacks, che non ricordava nulla al di là dei cinque minuti precedenti la percezione di una parola o di un volto.

Si muove con passi registrati: morrà quando la telecamera verrà spenta casualmente dal becco di un uccello.

Scrivere un romanzo kafkiano, scolpire una figura giacomettiana, dipingere una tela cubista, comporre una partitura seriale, possono essere imput immessi con esattezza nella memoria di un wordprocessor. Per continuare a pensare artisticamente contro quell’esattezza occorre provocare, sulla superficie compatta del visibile, del leggibile e dell’udibile, dissonanze che la perturbino: per noi, ancora legati al fascino antiquato dell’opera, l’eco di un testo impossibile, la presenza di una immaginata fêlure.

Gli ultimi eventi dello scorso millennio, acclamati come democratici, sono forme sofisticate e irreprensibili di repressione. In una società addomesticata all’omologia del sentire e alla tirannia del consenso, la libertà è un simulacro, una contraffazione, la penosa abiura di tante rivoluzioni fallite. Basta un piccolo film, che riprenda per caso un negro massacrato da due poliziotti bianchi, e la realtà viene smascherata. A un delitto crudele rispondono sommosse, insurrezioni, strade messe a ferro e a fuoco, negozi sventrati.

3

Già all’inizio della nostra educazione, per il mondo noi siamo le vittime possibili, i morti futuri. E i morti futuri cosa possono fare se non uccidere il carnefice per porre fine alla tortura imminente? o, in mancanza di questo coraggio, sopprimere se stessi?

Creare il modello della vittima obbediente e felice è una tattica che risparmia gli eccessi della tortura. Ogni sistema autoritario ottiene così la neutralizzazione fisiologica della rivolta, ne assorbe la possibilità, ne tronca lo sviluppo, la rende addirittura impensabile, come se appartenesse a mondi remoti, estranei alla nostra comprensione.

Definire la passività bontà, l’obbedienza umiltà, l’ignoranza innocenza, la repressione castità, la tortura giustizia, la violenza castigo, l’ipocrisia pudore, il sacrificio dovere, la meschinità normalità, il servilismo tenerezza: l’esercizio delle regole del mondo contro la verità dell’io.

L’esorcismo è il vero poema del prigioniero.
H. Michaux

La fine dell’illusione rivoluzionaria ha concesso all’arte di sottrarsi al proprio legittimo inferno e di tornare indietro nei secoli, azzerando ogni scandalo. Il dissenso è diventato particella nell’organismo del consenso e si è inserito nell’interminabile catalogo delle curiosità.

Uccidere fisicamente un uomo è meno vile che cancellare le sue tracce dalla memoria collettiva.

Come la porta, come la porta
ti apri sempre, in mezzo
ai muri.
P. Celan

4

Si muove con passi registrati: morrà quando la telecamera verrà spenta casualmente dal becco di un uccello.

I due cecchini di Washington furono scoperti per caso nell’autunno del 2002. Dopo aver sparato e ucciso – si suppone che il numero delle vittime sia 26 – furono scoperti a due poliziotti, che avevano notato fracassato un fanalino posteriore della loro auto, mentre russavano in macchina, i winchester di precisione appoggiati sulle ginocchia, tra briciole di sandwiches e macchie di cocacola.

Saddam Hussein conservava, nella buca di Tikrit, tra la stufa, il divano sfondato e bucce di mele e di pere, una copia di Delitto e castigo.

Un giorno Adolf Eichmann disse: «Sono stato educato fin dai più teneri anni a una obbedienza cadaverica». Quando il presidente della corte gli chiese cosa volesse dire, Eichmann rispose: «È una espressione tedesca per dire fino alla morte».

Tutto il mondo è diviso in due parti, una visibile e l’altra invisibile. Il visibile non è che il riflesso dell’invisibile.
Libro dello Zohar

Una leggenda racconta che il ventottesimo patriarca del buddismo, Daruma, non riuscendo a mantenersi sveglio durante la meditazione, si tagliò le palpebre e da queste, cadute nella terra, nacque la pianta del tè, che appartiene alla specie delle magnolie.

Pitagora, fissando lo sguardo in uno specchio d’acciaio, vi leggeva le immagini riflesse così come apparivano alla luna.

Dietro le sue imposte
chiuse l’uomo-soldato uccide forse e marcia
sui morti. Tutto è fermo, bianco e vorace.
C. Annino

Secondo David Hume, il mondo è l’abbozzo rudimentale di un dio infantile che lo abbandonò incompiuto.

5

Poiché il tempo in cui dormiamo è uguale al tempo in cui siamo svegli, in ciascuno di questi intervalli la nostra anima si batte per sostenere che sono vere unicamente quelle opinioni che ella ha di volta in volta come presenti; cosicché per un uguale tempo diciamo che sono vere queste (della veglia), per altro uguale tempo quelle (del sogno); e sempre, ora per le une ora per le altre, battagliamo con pari ardore.
Platone

Come suggerisce Agamben, l’uomo è un «resto»: è ciò che sopravvive fra distruttibilità e indistruttibilità. L’uomo come resto, qui ed ora, non come Messia che verrà domani.

Turbare, dissotterrare il passato: ecco il progetto. Non nostalgia ma memoria creativa, disorientante, antifilologica. Anche le scienze vivono un’evoluzione discontinua e paradossale, dove nessun limite è tracciato in anticipo.

Il passato non è morto e sepolto, ma torna a sorpresa e mai allo stesso modo; è dunque imprevedibile e soggetto a cambiamenti, al pari del futuro.
H.M. Enzensberger

Il nostro passato non potrà mai essere, letteralmente, il passato di Kant.

La memoria della fantasia è una traccia che non possiamo spiegare come orma di nessun piede.

Il presente deve diventare origine del passato, suo modello. Passato e futuro possono mescolarsi. Le strategie di combinazione e ricombinazione ci mostrano come la conoscenza dipenda solo dall’ignoranza di altre conoscenze.

La memoria si edifica sulle amnesie. Cercare queste amnesie è il progetto dello scrittore fantastico.

Non ci sono limiti alla nostra capacità di entrare con il pensiero nell’essere di un altro. L’immaginazione e l’empatia non hanno confini.
J.M. Coetzee

6

Semplicemente avanzò di un metro, percepì le gambe di una sedia, toccò la forma di un tavolo. Si sedette, strinse bene le mani al bordo. Non si spaventò di sentire, nell’aria, un lieve sapore di sale, come se finalmente l’universo si rivelasse per quello che era.

Fu invitata a entrare in scena per dire quella precisa battuta, ma si trovò, invece, a pensare i pensieri di tre uomini, seduti in terza fila, a sinistra, e a formularli a voce alta. Quelli arrossirono, sussultarono nelle poltrone. Lei fu cacciata via dal palcoscenico con strepiti e grida.

Parlano di un ragazzo. Sta diventando cieco ma, nel tempo di pochi mesi, gli mostrano molti libri, molte immagini, molti paesaggi. Per tre mesi riesce a vedere ancora, in mezzo alle ombre. Così, quando calerà il buio totale, è già pronto.

Appena furono arrivati, cominciò il processo. Il primo di loro, nel buio, venne toccato alla schiena da dita femminili. Il secondo non venne sfiorato da nessuna mano. Rimasti soli, aspettarono la sentenza. Non sapevano se essere toccati fosse segno di salvezza o sentenza di morte.

Non posso rompere il muro. È sottile ma non posso, neppure se avessi mille picconi. Se lo sfasciassi, rischierei la vita. Non vedi che, sulla parete, tracciato con la matita, c’è un disegno? la forma del mio corpo, supino, disteso in un letto, così com’ero a venticinque anni, disperato e silenzioso? posso toccare quel disegno? posso sbriciolare quella giovinezza di cui non resterebbe traccia?

Sono in molti a parlarci del muro, ma tutti con voci diverse: si potrebbe supporre che il muro sia solo un’immagine di cui si servono le parole. Ma io quel muro l’ho visto, se volete credere a me, qui, presente.

7

Davanti a me, un quaderno Sisley di Lorenzo Pittaluga, un lungo quaderno rosso, in copertina un motociclista e due cani. Un titolo scritto di sua mano: Le ore dimenticate. E questi versi, che avevo letto con lui quando era vivo:

«Chi raddrizza
la vita
che rotola…»

«Sul tuo viso
dove la teoria
si fa amore…»

«Senza di me
che vivo e scrivo
con scuro inchiostro»

«E dà appuntamento
a questa edizione
notturna
di solitudine»

8

Due soldati, con la stessa lancia, toccano il muro, come se stessero chiudendo una porta. Un frate ascolta, l’orecchio alla parete, come se udisse la voce di un prigioniero.

È vero ciò che travolge e ammutolisce e che possiamo, con l’acqua alla gola, restituire in sospiri.

Quanto allo zaratàn nessuno è certo di averlo visto con i suoi occhi. Ma ci sono marinai che pretendono di essere sbarcati su certe isole, in mezzo al mare, dove c’erano valli e boschi e crepacci e, avendo acceso un grande fuoco, mentre le fiamme salivano, tutta la terra sprofondava sott’acqua, con loro sopra e con tutte le piante e le pietre: quello, dicevano atterriti, superstiti, era lo zaratàn.

Per me, la quiete dell’erba è un esercizio della mente.
M. Morasso

L’anima del morente, nel paradiso coranico, è afferrata dall’Angelo della Morte, Azra’il, e portata davanti a Munkar e Nakir, i due angeli inquisitori che interrogano il defunto prima di arrivare al regno dei morti. Le anime devono percorrere un ponte, detto As-sirat, più affilato di una spada e più sottile di un capello. I veri credenti non cadono ma lo attraversano e raggiungono il Bosco dei Profeti, circondato da prati verdi e ruscelli di acqua limpida che zampillano dal fiume Al-Kawthar.

Ma, tuttavia, molto simile al Caos
–Immensità – freddo –
senza Speranza o Rottame di naufrago –
Nessun Segnale della Terra –
che orienti – Disperazione.
E. Dickinson

***

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13 pensieri riguardo “Nottario (II, 4)”

  1. è vero, Marco, è “disgustosa la mancanza di memoria” e in questo tuo scrivere mi sento come protetta, custodita; non so se sia una consolazione o una salvezza, ma una roccaforte di dignità e umanità, sicuramente.

  2. Non è la prima volta che, nel leggere le considerazioni di Marco Ercolani, il pensiero corre a Novalis, e non solo ai suoi “Inni alla notte” (l’associazione qui è ‘d’obbligo’), ma anche ad altri scritti, non ultimo “Das allgemeine Brouillon”, annotazioni per l’unione enciclopedica delle scienze (chimica, fisica, matematica, filosofia, storia, politica, poetica), che risalgono agli anni 1798-1799. La lettura del quinto paragrafo del “Nottario” mi ha riportato alla mente questo passaggio dalla raccolta “Das allgemeine Brouillon”: “Die Gegenwart ist das Differenzial der Funktion der Zukunft und Vergangenheit”, “il presente è il differenziale della funzione del futuro e del passato”. Perché proprio l’associazione con Novalis di uno scritto che dichiara “La fine di un’illusione”? Proprio nella “necessità di non tacere, perché il silenzio verrebbe consegnato
    all’oppressore” scorgo legami forti e altrettanto forte ragion d’essere.

  3. Torno da una breve vacanza e trovo questo post sul mio Nottario (ah, Francesco, una bella gioia…)

    @sì, r.m., un urlo “silenziosamente denso”.

    @grazie, Natalia, la roccaforte è una metafora in cui mi riconosco.

    @sì, Annamaria, Novalis è l’inseparabile compagno del mio “Nottario”. Un poeta anche superiore, per pensiero poetante, al nostro straordinario Leopardi. La frase che citi mi è vicina da molti anni. Potrei dirti che mi consola più di molte persone vive, ma è giusto che sia così. Camminare su certe strade impone la necessaria solitudine e i necessari amici.

    Grazie davvero a tutti.

    m

  4. Mi affascina sempre molto Marco, la “perturbazione” che racconti (e che giustamente è indispensabile non solo all’opera..), perturbazione come i cerchi del presente che cade nel passato, il futuro dietro.

    Grazie! un caro (anche se breve) saluto a tutti

  5. Sì, Margherita, indispensabile…per tutto… Anche Bion, lo psicoanalista di Beckett, diceva: “Anche la maturità, talvolta, è turbamento”. Io non direi “talvolta”.
    Baci.

    m

  6. Camminare su certe strade impone la necessaria solitudine e i necessari amici.

    Hai detto tutto: il senso è questo – e non ce ne sono altri.

    fm

  7. Quasi sempre ho commentato la presenza di Ercolani. Ogni volta con lo stesso stupore e la percezione identica di un’ armonia, qualcosa che non può finire, che non cadrà mai nel buio, finchè ci sarà un’anima grande che darà voce a qualsiasi segno umano. Ercolani è il non-oblio in assoluto e (senza retorica, ma con profonda fiducia nell’immagine) un mangiatore di fuochi.

  8. Francesco, Cristina,

    non sono sorpreso ma commosso, sì, dall’eco che le mie parole hanno in voi. La commozione è un turbamento molto preciso: deriva dalla risonanza (musicale) che unisce certi individui, mi viene in mente ancora Novalis, l’uomo è una vibrazione, un’armonia. Ciò che vorrei sempre raggiungere, ma che non riesco mai a raggiungere, è proprio questa forma di vibrazione che ne richiama altre, all’infinito, e tutto è imperfetto, occorrono ancora parole, colme ancora di silenzio, il solo futuro in cui credo è quello che mi lega al passato degli scriventi e dei poetanti, il solo presente è quello dell’amicizia. Forse, in questo senso, “mangiatore di fuochi”, Cristina, è colui che mangia i fuochi non per tenerli dentro di sé ma per farsene ustionare non morendo ancora e mostrandoli. Citerei Char, ma così non finisco più…
    Un abbraccio

  9. “Allora occorre, per dire, una nuova forma di silenzio, fatta di parole armate, vigili, attente”. come quelle di questi testi eccezionali, “memoria creativa” e pratica immanente della costellazione, del costellare (in avanti, anche: quasi materiali per uno “sviluppo della fantasia morale”, torcendo un po’ il collo – ma l’avrebbe credo permesso – a Günther Anders).

    un saluto, e a leggerne ancora

    f.t.

  10. Caro Marco, la conoscenza richiede con-divisione . Io sono spaventata come te dalla caduta diffusa e ostentata della memoria. Ma senza memoria siamo senza passato, non vediamo il futuro, possiamo solo immaginare ologrammi, anche terrifici .
    Condivido la tua idea che il silenzio spesso è più eloquente di un discorso, che deve essere curato e coltivato, ha molte voci dentro, e ci vuole il silenzio per riconoscerlo. L’identità è meglio percepito nel silenzio e nelle azioni che non nelle parole, così mistificatorie e arroganti, come sanno essere a volte.
    Ciao. Narda

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