China, un romanzo in versi

Maria Pia Quintavalla

China”, segue per linea tematica quanto già affrontato con “Album feriale”: il tema della famiglia ma, riprendendo la quarta di copertina, «Chi è China? Il nome della protagonista, o di un continente lontano? Un segno della caduta, o dell’essere piegati: e tutti questi sensi destinati a diventare inchiostro, scrittura. Un romanzo breve, in versi, suonato come il fiato lo richiede, pronto alla fuga delle immagini e dei personaggi, pronto a intercettare quel volto, i suoi dialoghi, scavando indietro anche nella giovinezza di lei, narrata. Quel che è certo è che la protagonista e China sono diventate una cosa sola (come agli inizi), ma ora sono in due. Lei sa che ha amato China e China ha amato lei. Anche se con linguaggi diversi».

China è Gina, la madre della Quintavalla, che nel romanzo in versi affronta un memoriale familiare denso. Siamo lontani dalla narrazione storica del “Romanzo di Aldo” di Bellocchio (altro splendido titolo Effigie) anche se per certi punti coincidono: in “China” infatti è tutto vissuto “da dentro”: la protagonista non è una sola, China, appunto, ma la Quintavalla stessa che si rapporta con la personalità dura e forte della madre, le “comparse” familiari che contornano tempo e spazio. Se da un lato un ennesimo richiamo è il maestoso “La camera da letto” di Bertolucci (raccolta di poesia se vogliamo tracciata e scritta partendo dall’idea di scrivere un romanzo), per la Quintavalla le sei sezioni (più un prologo, in apertura) sono poesia che guidano verso il romanzo. Credo che la tagliente immediatezza di molti passaggi non avrebbe avuto la medesima pregnanza se la Quintavalla ne avesse scritto in prosa: l’aleggiare del non detto, il salto da un’immagine descritta per tratteggi ad un parlato dato come uno schiaffo, la possibilità anche di una sincerità totale, non sarebbero state possibili altrimenti. Non è uno scritto intimista, comunque, quanto un ripercorrere parte di un secolo ed una storia che potrebbe appartenerci: la Quintavalla, proprio grazie ad un dettato ricco è lontana dal pericolo di caduta o retorica narrativa. Non c’è passaggio o sezione che non sia una porta spalancata alla comprensione e questo vale anche per l’autrice (o soprattutto per l’autrice), che con la propria storia fa i conti, sia essa il periodo nella casa materna che la partenza dell’autrice per Milano, il ritorno, la malattia, la morte anche.

China”, infine, non porta alcuno scritto in prefazione: la raccolta si apre da subito con le poesie; nessuna altra voce se non quella della Quintavalla, di China, per un faccia a faccia violento, dolcissimo, un gesto reciproco teso al perdono, alla riconciliazione, al salvataggio del tesoro della memoria, alla preservazione del ricordo ma prima ancora della presenza, un album di fotografie color seppia dal duplice valore: scudo a difesa del cuore e uscio spalancato per l’accoglienza, che col cuore riconcilia.

(Fabiano Alborghetti, Alleo, dicembre 2010)

 

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Maria Pia Quintavalla, China
Milano, Edizioni Effigie
“Le Stelle Filanti”, 2010
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Testi

 

Prologo

 

Ho scelto di suonare il violino perché, se dovessi partire,
è più facile da trasportare di un pianoforte.

Nathan Milstein

«Non farti spodestare, China
nel ritrovato tuo cuore che reclama una vita
integralmente sua, e salva.»

 

Ospedale

 

Era questa una zona del tempo
dove ruspe per l’aria, e macerie,
cadevano per terra come stelle fitte,
pezzi di realtà volavano cedevano
senza dolore: terre erano prelevate,
corridoi umani divelti disseppellite
voci; mia madre era morta
un anno prima la sua voce si era fatta fioca,
giovane, quasi irriverente la mattina,
quando l’infermiera, Come va?
mia madre, con un cenno tranquillo della mano,
Non c’è male, aveva detto;
più tardi si era messa a cantare Bella ciao,

queste nuove ascoltavo,
come da un’altra sponda.

 

        Nel pomeriggio,
        prendendole le mani, neppure tiepide
        ma profumate, e piene di un odore dei vivi,
        le posavo sulla mia testa a riposare
        coricando il mio viso sul liscio del lenzuolo,
        le sue mani posandosi lì, morbide o vive,
        un po’ docili nella posa,
        ma non incerte sui miei capelli, quelle ore
        di carezze immobili sono state
        la nostra beatitudine prima.

 

Dove ti trovi oggi, madre,
sei nell’ineffabile dell’aria tra i campi,
vicino alla zolla misuri lo spazio
fra un albero ribelle e un filare tranquillo,
o resti qui tra noi diversi, divisi ancora
dalla tua grande, e atroce vita.
Come ci senti, dove ci ricordi,
hai bisogno di noi, o ne sei offesa sfinita
e tutto questo infinitamente piccolo
ti turba solo un poco, se non la giovinezza
nel suo spirito assetato
di carne cruda e di guerra.

 

        Mi fidavo del fiuto del suo sangue,
        della carezza ardente
        che il suo piede indicava, all’inferno
        era la storia per sempre risaputa,
        di ragazze e gambe agili della pianura,
        pezzo della sua strada al paradiso
        quelle grida, sante dei giusti, oh madre
        che riposi oggi nella conoscenza,
        stai serena e guarda noi piccoli,
        se salvatrice, accoglici –

        Sed libera nos a malo,
        le chiavi della galera le tenevo anch’io
        ma tu, uno scatto ripetuto nei secoli dei no,
        divenuta carceriera, graziaci,
        mettici in salvo – ripara.

 

L’anima di mia madre senza braccia
chiara di etere, non ha volute,
narici soffiano nel cordone di voci infantili,
e grazia, lei stessa –
con altre anime facete, acute parole
a Parma si sentono, o a Milano,
galleggiare per l’aria
ma leggere semprevive.

 

        Mia madre godeva nel ricevere visite
        dalle tortorine, latrici di messaggi nuovi,
        e l’incessante rosmarino ne odorava.
        amava i gatti liberi sornioni, il ballo,
        la gente semplice di cuore,
        i ritmi della lingua inglese, volubili gioie
        da intenerire.
        stava in un angolo tremava un po’,
        diceva, Cosa mi fanno?
        cantilenavo, siamo in un grande prato.
        Ci sono i cavalli, chiedevi.
        No, puoi stare tranquilla,
        più tardi, di scatto, ora cosa facciamo
        dove mi porti.
        Per un po’ sognavi ti abbandonavi
        nel sorriso seguendo immagini da sé create,
        poi di nuovo, ora basta, scattavi,
        andiamo avanti, rivolevi il sogno
        galoppato nel verde.
        dove mi porti, ora?

        Come seguendo il motto andavamo,
        a cuori giunti.

 

Come sei bella, ti affrettavi a dirmi,
cominciava così il tuo testamento oscuro:
le carezze frequenti che facevo
da te sentite come addii
stimolavano una materna voglia di lodarmi.
avevo indosso una maglia sottile
e la formosità appariva snella,
fisicamente più del solito ti somigliavo
mentre attiravo a me il tuo polso sottile,
le mani piccole che ho amato tanto,
narrarono in un gesto di benedizione
quel testamento a cielo aperto,
giovane, inatteso come pioggia
su uno sconvolto
un già assegnato destino, mutava forse ora
le fondamenta di una vita
assuefatta al tradire di sé, al colpirsi sordo?
Così era scritto.

 

        Come una bambola attendevi, occhi sbarrati,
        luci sentieri che non venivano;
        riprendevamo a vagabondare a viso aperto,
        ero il tuo sancho calmo,
        raddrizzavo ogni tanto il tuo destriero,
        smettevo di annuire –
        più spesso ti assopivi non davi segno
        di volere continuare, volevi sentirlo
        tu da sola il sogno, a bassa voce,
        luci in pianura – che scendevano.

 

Tu mi ispiri, un’altra volta,
mentre le carezzavo il viso,
mi intenerisci troppo. e andavamo,
mano nella mano, un’altra volta invece,
Basta! Io, una carezza
sugli occhi per calmarla.
Non così ricercata, che mi stanchi,
mi respingevi.

 

        Le massaggiavo i piedi sofferenti,
        lei mi rispondeva.
        Quando mi tocchi mi dai calore,
        tua sorella, quando lo fa,
        ha le mani di farfalla.
        e’ una farfalla sai, svolazza,
        un po’ di qua un po’ di là.
        al mio viso che chiedeva,
        Tu, e tua sorella vi incontrerete un giorno
        nella piazza che è il cuore della città:
        per parlarle, soffiò piano,
        ricordati di lodarla.

 

Nei più sereni giorni, invece,
Portami a casa, voglio morire a casa.
Tu che mi hai sempre voluto così bene,
perché non mi riporti a casa –
con dolcezza provandoci, insistita voce,
né accaniti medicamenti protraevano
agonia incessante né mostravano
se non il corpo,
che lo spirito già abbandonava.

Non ti abbiamo concesso il tuo morire
a casa, dove sentivi esserti proprio
il regno i saluti.

 

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Nota biobibliografica

Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, vive a Milano. Ha pubblicato Cantare semplice(1984), Lettere giovani (1990), Il Cantare (1991), Le Moradas (1996), Estranea canzone (2000, postfazione di Andrea Zanzotto), Corpus solum (2002), Album feriale (2005), Selected Poems (2008). Ha curato l’antologia Donne in poesia, dell’omonima rassegna nazionale, il convegno nazionale Bambini in rima / la poesia nella scuola dell’obbligo, Atti su “Alfabeta”. Tra le antologie, l’ultima: Trent’anni di Novecento, a cura di Alberto Bertoni (2005). Tradotta in lingua spagnola, tedesca, inglese, serbocroata.
Cura seminari all’Università degli Studi di Milano.

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14 pensieri su “China, un romanzo in versi”

  1. Argomento ( materia ) difficile da maneggiare , ma qui risolta non tanto esorcizzando l’emotività , quanto esperendone una forte/controllata terrestrità che non escude materiali e timbrica di raffinata dolcezza . In questo equilibrio formale tra masse e volumi , tra il pudore e l’effondersi , credo sia evidente e godibile il “peso” di questi versi .

    Con un grazie a Francesco e a Maria Pia

    leopoldo

  2. Ringrazio gli amici che stanno rispondendo, tutti veri lettori e poeti, in particolare Leopoldo, di cui colgo la percezione di lettura del tessuto linguistico, che lo sostiene, ma anche la storia:lo fa, aprendo oltre la biografia a due voci, anche il corale delle due vite: la formazione, le giovinezze dove ad es, le guerre (quella mondiale vissuta dall madre) e quella ciuvile vissuta dalla figlia si guardano e raccontano, E’stata la parte più in prosa,,,del poema racconto, non meno emozionante. “Io mi ricordo”, aiuta l’anafora di Pérec.Aspetto Gugl anche.
    Ringrazio Francwsco e abbraccio.

    Maria Pia Quintavalla

  3. Mi ricollego idealmente anch’io ai commenti di chi mi ha preceduto, riconoscendo a Maria Pia il coraggio di percorrere con schiettezza e capacità di affabulazione quei territori incerti ed essenziali, a metà strada tra memoria e sogno, realtà e immaginazione, in cui la vita trova il suo senso più autentico, e la sfida più complessa, quella comprensione che costantemente sfugge, e che solo nel confronto con ciò che più intimamente e intensamente ci tocca, i sentimenti più veri, il sapore del desiderio e del rimpianto, può condurre a squarci nitidi, aperti su panorami prospettici. Un libro che unisce narrativa e poesia, dolcezza e asprezza, dolore e lievità, e una fame di vita, sempre genuina, nonostante tutto, nonostante la vita stessa. Un caro saluto a Maria Pia, a Francesco e a tutti gli amici de La dimora del tempo sospeso . im

    1. Cara Maria Pia, non so proprio come aiutarti, ignoro fb e il suo funzionamento. Magari qualcuno “del ramo” passa e ti dà la dritta.

      Ciao.

      fm

  4. anche qui, ospite di questa inimitabile “dimora” il tempo si sospende grazie ai bellissimi versi di Maria Pia che ho il piacere di rileggere e di salutare assieme a Francesco.
    lucetta

  5. Ringrazio Lucetta, Renata, Francesco, dopo che i primi amici, poiché sono la accoglienza e il pubblico qui in convito, che desideravo…
    “Lettori ideali”, non lo so, ma certo lettori affini ed amici.
    Grazie
    Maria Pia Quintavalla

  6. Che dire ancora di questo splendido testo ? Solo un dettaglio, di conoscenza diretta. China è nato come prosa, una prosa poetica come, di fatto, non esiste più, almeno nella letteratura “occidentale”.
    Questa prosa è stata asciugata, scavata, a volte dolorosamente espunta per lunghi mesi, divenuti anni.
    Il risultato di tanta fatica non ha bisogno di altri commenti.
    Resta il testo in prosa, che è un “altro libro” e che a sua volta avrebbe pieno diritto di vedere la luce; ma questa è un’ “altra storia”…

    Roberto Del Piano

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