Le case del poeta

LE CASE DEL POETA

Conversazione con Cristina Annino
Nota e a cura di Nadia Agustoni

Proponendo a Cristina Annino una memoria delle sue tante case avevo in mente il lungo racconto di Nico Naldini, che fa da introduzione al libro di Pier Paolo Pasolini: “Un paese di temporali e di primule” 2001, dove i luoghi, le case e le persone sono restituiti nei vari momenti della vita e legati ad accadimenti significativi, sia per gli affetti privati che per il frangente storico. Quei paesaggi e le case di cui Naldini parla, sono insieme paesaggio e cultura. Nella cattiva memoria del presente, il concetto di cultura è spesso distante da quello di vita, perché talmente svilito e impoverito da essere inteso quasi solo in senso libresco. Ecco invece che siamo messi di fronte, con naturalezza, alla sua complessità e all’intera forza da cui ha origine.
Sottoporre a Cristina Annino alcuni spunti per una conversazione, ha reso possibile quella che chiamo l’intelligenza in atto; questa trae dall’osservarsi-osservare diverse implicazioni e, in questo testo, ci dà una costellazione di riferimenti partendo semplicemente dal ricordo delle sue case nel tempo. Pochi poeti sanno raccontare tanto usando un materiale minimo, ma di questa memoria, apparentemente secondaria, è significativo il fatto di proiettarsi al futuro. Leggendo le risposte di Annino ho colto lampi, frammenti che rimandano ogni volta ad altri frammenti, come se il suo impeto travolgesse l’indizio di pochissime frasi, con un racconto che ci trascina al cuore della sua poetica.

Annino parla delle case in cui ha vissuto, così come di quella in cui vive, quasi fossero la mera necessità di stazioni dove si transita fermandosi un po’. Lei è nel viaggio, la casa è una geografia di paesi e città del desiderio vissuti con partecipazione e gioia. Nel ricordo non c’è spazio per la nostalgia, se non per l’umanissimo accidente di un istante. Attraversiamo queste case, le loro stanze, da quelle romane in cui Annino trascrive la sua volontà di fuga nelle pitture con cui riempie le pareti e i mobili, per seguirla in un’infanzia che costruirà il suo mondo personale e quello della sua poesia. Significativo è il ricordo della casa di Foiano della Chiana con la scoperta del proprio essere “un caso” e la madre il “massimo in terra”. Casa legata agli affetti parentali e agli amici, dove cultura è la radice stessa di questi rapporti: qualcosa che non si impara, ma si sa, come la conoscenza delle proprie mani che con il tempo può solo accrescersi. C’è poi la memoria delle case spagnole, di una Spagna ancora franchista dove si è scrutati dai taxisti, accompagnati fino alla soglia del proprio portone dalla figura ormai persa del “Céreno” e si è, nella precarietà della giovinezza, consapevoli senza finti patemi che se nessuna stanza è un rifugio, niente ripaga se non l’estremo esporsi al rischio di essere e di chiedere; ma solo alla vita. Si può così comprendere meglio la poetica di Cristina Annino, quel suo rifiuto dei libri, di certezze, di ancoraggi ad altri incluso quel costeggiare-deviare dall’avanguardia con un rifiuto di adesione, ma anche con un confronto-dialogo, che è stato più volte ribadito dall’autrice.

In “Anatomia dell’irrequietezza” Bruce Chatwin ci racconta molte cose sullo spostarsi ed essere nomadi, sulla necessità di viaggiare, sul legame del mondo nomade con il sacro sciamanico, gli animali e la salute fisica e mentale degli individui. Ci racconta dei bambini delle tribù dei boscimani cacciatori Kalahari che crescono felici della loro sorte, non piangono mai perché sono contentissimi e diventano (al contrario di quanto i luoghi comuni insegnano) persone mitissime, autonome, pur essendo fino ai due anni di vita sempre legati alla madre. Tutto questo mi è tornato in mente durante la conversazione dove Annino scrive del suo transitare in luoghi e case, dalla Toscana rurale alle case spagnole, dove ha vissuto per molto tempo in epoche diverse: “[…] sistemai, in ciascuna di quelle case già conosciute e in altre incontrate dopo, un pezzo di me stessa, il cuore nelle stanze di Chelo, le spalle in quelle di Trini, le braccia in casa di Jesùs o di Alejandro.”
La mitografia, che Annino tramanda senza volerlo fare, unendosi a una sacralità presentata con una certa violenza nella pittura e che può sembrare iconoclastia, ma è tutt’altro, nelle immagini della poesia, accompagnano la sua traiettoria. Senza rivelare il segreto della propria interiorità, chiede alle parole il massimo della responsabilità restituendoci del suo mondo quanto dovrebbe contare per ognuno e che infine significa libertà in quello che costruiamo: libertà reale, terrena, vissuta nell’intensità e curiosità del futuro perché è fedeltà a se stessi e non a una casa: “La fedeltà a una casa, se potessi concepirla, dovrebbe ammettere l’estinzione delle praterie, ad esempio, o di fatti naturali quali il vento, la conoscenza, la curiosità e anche la morte.”
Annino vede il limite del desiderio, che può diventare “vizio”, ma ci porta agli incroci e all’incontro inevitabile di un essere plurali, a patto di diventare fortemente, umilmente onesti, così da accettare la vita come prova, riconfermando ogni volta che in questo sta la radice e la continuità stessa della nostra esistenza.

***

La casa di Roma dove ti trasferisti per il secondo matrimonio, alla fine degli anni Ottanta e dove tuttora vivi, è quella che si vede nel documentario girato da Lorenzo Nardelli con musica di Enrico Parenti, per l’occasione di una mostra dei tuoi quadri tenuta in aprile, alla Galleria Vittoria in via Margutta. Vi si ammirano scorci di stanze e corridoi colmi di pitture e non solo di tele, ma di tutte le porte, di pezzi di intonaco, e di molti mobiletti. Sembra un piccolo museo. Un nostro amico fotografo, Giovan Battista Brambilla, la definì proprio così osservando che se tu vivessi in un paese tipo Olanda o Svezia, la casa sarebbe segnalata sulle mappe turistiche. Vorrei allora che mi parlassi del tuo rapporto con questa casa, se la presenza costante della pittura (non avendo un vero e proprio studio, sei stata costretta a rendere tale l’intera abitazione) solleciti in te in qualche modo altra creatività, e se è proprio in una casa così che ti piace vivere.
Insomma cosa rappresenta per te la casa, come vivi un fatto così spontaneo qual è quello dell’abitare?

Il possesso della propria casa è generalmente ritenuto una delle affermazioni più gratificanti, nella vita di un individuo. Ma al di là di ogni considerazione para-sociologica qui fuori posto, dirò che personalmente io non amo la casa, la desidero. E siccome il desiderio è la parte di noi non realizzata, ecco che si genera quel movimento interiore tra disagio e perfezionismo con relativi stati di innamoramento temporaneo seguiti inevitabilmente da una ricerca costante ma sempre delusa.
Sono giunta al punto di credere che la “casa”, per me, sia soltanto una proiezione mentale; infatti io amo addirittura tutte le stanze in cui mi trovi a vivere, ma di un amore limitato, perché appunto nessuna abitazione è come vorrei e so anche che non troverò mai quella che desidero.
Invidio certi animali, quelli domestici per esempio, che riescono a sentire proprio, per tutta la vita, il territorio in cui abitano; li invidio perché il fatto di desiderare, se diventa cronico, costituisce uno dei più masochistici vizi dell’essere umano.
L’attuale casa alla quale ho dato via via la fisionomia che mi interessava, che ha contenuto un matrimonio con relative vicende sentimentali intensissime, che ha visto la presenza di alcune persone che non ci sono più, che insomma si è comportata come si deve, non mi lega a lei per nessuna affettività particolare, ma solo per delle qualità non riferibili a un vero sentimento, quelle cioè di proteggere, di essere comoda e persino bella.
I quadri cui alludi sono pezzi di me e dunque hanno le mie stesse spinte, stanno qui per caso direi, centuplicano la mia smania di infedeltà e desiderio di fuga. Anche geografica. Quante case del desiderio, continuo a immaginare, con intorno cento mondi diversi!
Il fatto stesso che non abbia uno studio per dipingere è sintomatico: non lo desidero perché spero sempre di trasferirmi altrove e allora questo falso studio, con la sua faccia provvisoria, scomoda ecc., è un aiuto in più per riuscire a lasciarlo, insieme a tutto il resto, appena possibile.
Credo che io non apparterrò mai ad una casa.

Ma riandiamo indietro nel tempo e cominciamo dall’inizio. Sei nata ad Arezzo, in una casa nella parte alta della città, via Pellicceria…

Della casa in cui nacqui non ricordo nulla, essendoci vissuta solo per il primo anno di vita; si trova ad Arezzo, però non ho mai avuto il desiderio di andarla a vedere.
Quella immediatamente successiva di Foiano della Chiana, appoggiò le prime amicizie, i giochi, la scoperta della vita, ma verso i tredici anni, allorché la lasciammo, già mi causava notevoli dolori psicofisici. Non amavo stare in un paese, anche se in quest’abitazione avvenne la mia scoperta della poesia e l’amore quasi tragico per le bestie. Empivo le stanze di piccoli animali trovati per strada, col tormento mai soddisfatto di avere un cane.
Ricordo invece, con maggior nostalgia, un’altra casa, quella di una compagna di scuola. Il suo orto molto grande era invaso da topi e gatti e si può capire da che parte stessi. Quelle stanze le amavo molto, come amavo certe vecchie case del paese alto, abitato da ricchi ma a quei tempi anche da gente povera. Andavo a trovare solo quest’ultima e non certo perché invitata; entravo dalle loro porte socchiuse e mi sedevo ad ascoltare (forse ero ormai diventata per chi vi abitava una trascurabile abitudine) storie familiari, parole per me a volte misteriose che ritraducevo, magari distorcendole.
Mi sono sentita veramente amica soltanto di persone vecchie per la mia età o realmente anziane; pensavo di poter scoprire così il mondo esistito prima che nascessi. Anch’esse rappresentavano l’evasione, la fuga, un rovesciamento del tempo reale. Ho assistito ad alcuni drammi naturali (come la morte) sperimentando, io bimba-adolescente molto protetta, che la reazione al dolore è sempre proporzionale alla condizione economica degli individui.
Di questa casa ho quindi ricordi folgoranti e inquinati dalla costante insoddisfazione, ma quel che importa veramente (e non credo abbia molto a che vedere con l’abitazione), è che l’amore per i miei genitori scoppiò, nei primi anni e proprio in quelle stanze, come la visione di un fulmine, ne ebbi la consapevolezza fisica, matematica, quasi fosse un teorema. Presi coscienza che loro erano la Vita e io un caso, e che di questo caso potevo farne due esistenze, una maggiore e una minore, e offrire a loro la più grande, perché se la meritavano per il caso che mi avevano concesso di essere. Ebbe inizio una religione stretta, esclusivamente familiare che non è mai terminata. Le visite e l’amore curioso ma insopprimibile per le altre case mi permettevano in certo modo di gonfiare fino a un personale piccolo estremo, la carne e ossa e cervello del mio ego.
L’abitazione foianese è stata, in tal senso, la più importante.

Abbiamo allora stabilito quale sia il ruolo affettivo con le varie case in cui sei vissuta e l’importanza, per te, di quella di Foiano della Chiana. Voglio chiederti qualcosa sull’abitazione provvisoria, nelle quale sei vissuta per tempi relativamente brevi, e che, per combinazione, ti fece tornare nella stessa zona delle prime esperienze di vita. Anche questa ha riconfermato il tuo atteggiamento psicologico nei confronti dell’abitare?

Non sono più tornata a Foiano della Chiana. La casa cui alludi fu ereditata da mia madre, insieme vi abbiamo soggiornato durante alcune estati degli anni ‘80; era situata nella campagna adiacente al paese. E’ l’unica abitazione che abbia amato, forse perché vi rimanevo per pochi mesi o perché mi permetteva un contatto strettissimo con mia madre.
Lì ho scritto molto, venivano a trovarci amici dalla Spagna, America Latina, poeti da varie città d’Italia, vecchi compagni di scuola e nuove conoscenze; quindi era frequentatissima e molto allegra. Ma soprattutto stavo con mia madre. Mi stupiva la sua cultura innata che le permetteva di accettare qualsiasi persona, per lo più artisti, parlarci, capirli ed esserne stimata. Il mio Caso, diventato enorme, grazie soprattutto a lei, l’osservava come si guarda il massimo in terra.
Inoltre potevo scatenare la mia passione per gli animali: lepri, lumache, rospi, pipistrelli, cani, gatti ecc., e alberi bellissimi. Fu una casa di grande passione personale, dove anche ogni mio istinto, diciamo infantile, veniva soddisfatto, e l’idea che fosse transitoria mi liberava da qualsiasi desiderio di fuga e giudizio sulla bellezza che pure aveva.
In seguito, sono tornata al paese di Foiano solo un’altra volta, invitata dal comune per presentare un libro di poesie.

L’andamento a zig zag delle domande è inevitabile, incastrandosi tra loro vari avvenimenti della tua vita e quindi anche la permanenza in case diverse. Torniamo all’epoca in cui lasciasti Arezzo e ti trasferisti con la famiglia a Firenze per iscriverti all’università. Diventasti amica del “Gruppo ’70”, formatosi in questa città negli anni ’60 e ne costeggiasti il lavoro. Già pubblicavi col tuo cognome da ragazza, frequentavi il “Caffè Paszkowski”, “Le Giubbe rosse”, ma soprattutto il ritrovo degli artisti più giovani, il “Caffè San Marco”. Eri insomma già nota nell’ambiente letterario toscano. Fu però il tuo secondo periodo fiorentino, quando ritornasti nella casa paterna, il più fertile e interessante per la tua poesia. So che abitavi molto vicino all’abitazione di Mario Luzi, già conosciuto molto tempo prima. Ma continuiamo a seguire il filo rosso delle case.

Terminato il liceo classico ad Arezzo, ci trasferimmo appunto a Firenze dove frequentai l’università laureandomi in Lettere Moderne. Furono anni decisamente interessanti e anche la casa fece la sua parte continuando ad ospitare nuovi amici per lo più stranieri o poeti relazionati con l’allora Gruppo ’70. Fu un’abitazione molto amata da mia madre, quindi anch’io la ritenni affascinante, ma mi allontanavo spessissimo per viaggi, all’inizio con sola destinazione Madrid. Ritornai in questa casa dopo la fine del primo matrimonio.
Fin dagli anni degli studi, però, essa ha rappresentato il centro di una nostalgia: la lasciavo sentendone subito la mancanza, tornavo e soffrivo per ciò che avevo temporaneamente abbandonato. Cioè quelle case spagnole che avrei ripreso a frequentare in anni molto successivi (nel secondo periodo fiorentino, come dici), case povere, pazze, protettrici comunque, stranamente immutabili – in quel modo che poi ritenni solo iberico nel riaccogliermi come non fosse passato così tanto tempo né la qualità del tempo. Le librerie dei lontani anni sessanta, prive di qualsiasi “inquietante” interesse culturale per strategia della dittatura, i tassisti squisiti che però in una sola corsa sottoponevano ogni straniero quasi a un interrogatorio, la sorveglianza delle case di qualunque strada, affidata di notte, al personaggio del Céreno, il rumore della sua campana per avvisare dove si trovasse (Madrid di notte aveva questa straordinaria sonorità incantevole, devo ammettere, per un turista); tutto era scomparso riempiendosi d’altro. E tutto diventò materiale per scrittura: sistemai, in ciascuna di quelle case già conosciute, e in altre incontrate dopo, un pezzo di me stessa, il cuore nelle stanze di Chelo, le spalle in quelle di Trini, le braccia in casa di Jesùs o di Alejandro. La bellezza tangibile nella villa di Sagrario a Ibiza. L’intelligenza in tante abitazioni di Siviglia di quei primi anni ottanta, ospite di professori universitari e del decano dell’Università salmantina, che indegnamente mi chiese di “controllare” l’esattezza di alcuni passi della sua traduzione spagnola delle Stanze del Poliziano. Lui che aveva già tradotto Dante e Machiavelli. Poi altre case provvisorie, solo per qualche giorno, di strani personaggi o il collegio colto di un prete milaniano, sempre a Salamanca, dove rimasi per tre mesi. Le accettavo tutte, evitando, se possibile, alberghi o pensioni; ero sfacciatamente ospite cronica. Quasi le succhiavo mentalmente cercando di capire perché e come una casa è una casa, se questa sia definibile così per grandezza o eleganza, o per qualche caratteristica folle. Avrei voluto sposarmele tutte, perché io, con le case, sono straordinariamente infedele e un’ottima amante.
Sempre in quegli anni, conobbi anche le abitazioni francesi di alcuni ricchi artisti del Gruppo ’70: a Marsiglia, Parigi, Clermont Ferrand, e in altre città che ora scordo, poi la casa ginevrina del linguista José Luis Prieto. Quella di Miccini e di Sarenco a Verona, di Guido Almansi quando in estate si trasferiva a Cortona con la famiglia; e ancora altre in varie città italiane dove soggiornavo per amicizia od ero ospitata per l’impegno letterario comune.
La frequentazione dei poeti fiorentini appartenenti al post ermetismo, è stata bizzarra e interessante; ricordo con molto piacere le numerose scarne chiacchierate fatte in casa di Luzi, che da poco era venuto ad abitare vicinissimo a noi, come tu hai ricordato. Ma questa è un’altra storia.
Quel che mi interessa dire (allargando così l’affermazione espressa nella prima risposta) è che capii, o credo di aver capito, questo: che la Casa non esiste e se pur dipendendo da una nostra scelta ed essendoci, accontenta solo una parte di noi, ma non potrà mai contenerci per intero. Almeno nel mio caso. Che una casa è fatta per fermarcisi un po’ ma è solo la figurazione concreta di quel processo di migrazione intima che dà origine all’accumulazione o crescita spirituale di ognuno di noi.
La fedeltà a una casa, se potessi concepirla, dovrebbe ammettere l’estinzione delle praterie, ad esempio, o di fatti naturali quali il vento, la conoscenza, la curiosità e anche la morte.

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49 pensieri riguardo “Le case del poeta”

  1. La casa, se è l’io di Cristina, è molti io/ molte case, le infedeltà come le passioni profonde. Bellissima intervista. Grazie, Nadia. È sempre molto intrigante sapere, dai poeti, la loro concezione dello spazio, come/dove usano, collocano, fermano i loro corpi. La casa assoluta come morte, la casa relativa, sempre da trasformare, da traversare…

    m

  2. intervento che sa prendere e che si legge con piacere immenso.. sul possibile senso dello abitare ricordo in particolare ciò che sosteneva la prof.ssa d. mazzoleni, a cui feci per un po’ assistenza universitaria presso la facoltà di architettura di napoli, ovvero una sorta di identificazione tra utero e residenza, interni immaginifici tra i mille stimoli intellettuali, ma erano gli anni del pieno femminismo e la mazzoleni ne era tra le leader, colta, preparata, intelligente, poco incline a retoriche di maniera! nel merito, mi è piaciuto molto come le Nostre ci conducano in spazi ove la cultura diviene vero senso della poesia e del colore.. con stima
    r.m.

  3. Ciao Marco, ti ringrazio della lettura e ringrazio qui Cristina Annino per la pazienza nel rispondere alle mie domande e Francesco Marotta per lo splendido post, curato nei minimi particolari come sempre e più di sempre.

    A tutti un saluto.

  4. Un itinerario, quello tra le case del poeta, che non trattiene alcun slancio, proprio perché narra le dimore di colei che si definisce “ospite cronica”. Lo slancio è a ritroso, e si fa vivida e sicura ricostruzione storica a colpi di pennello; è in avanti, perché – è chiaro e dichiarato – la migrazione intima non cessa mai; è in ampiezza, perché abbraccia un’area geografica molto ampia; è in profondità, perché tocca tutte le corde del misterioso strumento “casa”. Nell’ascoltare le note emesse da quelle corde non posso fare a meno di pensare alla contiguità dei termini, in tedesco, tra il sostantivo “Heim”, casa, e l’aggettivo “geheim”, segreto, all’accavallarsi (con avallo vicendevole) delle dimore vissute, lette, sognate. Con gioia e ri-conoscenza saluto Cristina, Nadia e .Francesco. Qualcuno alla radio, stamattina, ha detto che scrivere è gioia e libertà. In alcuni casi, lo è anche leggere.

  5. Bell’excursus di casa in casa, un modo di abitare che è un modo di vivere e di poetare, pur nella consapevolezza che “la Casa non esiste e… accontenta solo una parte di noi, ma non potrà mai contenerci per intero”.

    Belle domande e belle risposte, ugualmente limpide e profonde. Grazie a Nadia e Cristina, e a Francesco per la bellissima proposta.

  6. Cara Cristina, la mia eccellente penna (ma qui sarebbe meglio ‘tastiera’), come la chiami tu, non può che dire “grazie”. Grazie anche a tutti gli artefici del post, che trovo bello e che ho letto con grande piacere. Le cose (le case) di Cristina sono affascinanti. Sempre…

  7. Bellissima intervista, che permette di entrare nelle “case” un po’ dalla porta di servizio, e attraverso il raccontare degli oggetti allarga quello che si può conoscere della persona e della scrittrice.
    Un lavoro davvero curato e interessantissimo.
    Grazie.

    Francesco t.

  8. Una pagina molto bella. Un dialogo che si dipana con la profonda levità di un colloquio ininterrotto che viene da lontano e che, riannodando i fili della memoria intorno all’asse di una comunione ideale e spirituale, getta luce, di riflesso, sulle “permanenze” e sugli snodi poetici più radicati, e radicali, della scrittura di entrambe le autrici.

    Le riflessioni di Cristina sulla “filosofia dell’abitare” sono da antologia.

    Grazie a tutti per la presenza e la “traccia”.

    fm

  9. Grazie a tutti anche da me, proporre a Cristina questo lavoro era un pò una scommessa perchè non ero sicura le interessasse. Ho constatato ancora una volta come non si lasci imbrigliare, come sia in fuga dai luoghi comuni… Non posso che ringraziarla.
    Grazie Francesco, il post come ti dicevo è molto curato.

  10. un’intervista che “abita” una donna di enorme talento. un’idea bellissima questa di raccontare se stessi attraverso le case vissute intensamente o soltanto sfiorate da un passaggio, seppure importante, da ricordare.

    nadia sa interpretare cristina come nessuno, oserei dire che la “dipinge” con la scrittura ogni volta. e a proposito cristina, complimenti (anche) per i tuoi quadri. grande poetessa, per me vera Maestra.

    franz

  11. Un’idea fertile sempre quella di far parlare il poeta e attingere direttamente alla fonte con larghezza – senza che questo diluisca in realta’ la poesia delle poesie – che allora ci pare un concentrato somministrato col contagocce. Non per avarizia e’ chiaro ma per necessita’. Nel caso particolare, le domande sulla casa centrano anche un bersaglio critico, vista l’importanza degli interni (soffitti, muri, scale mobilio e via dicendo) nei testi del poeta. E scopriamo come rileggere e approfondire molto di quel che abbiamo letto sinora, per esempio quell’osservazione sulle case associate a vari organi del corpo di varie persone (e “in ciascuna [casa] … un pezzo di me stessa” !!!): che allora spiega come i testi aderiscano in realta’ ad una sensibilita’ multidimensionale del mondo, e spiegano anche il senso di minaccia, di oppressione di altri testi (se persino gli ambienti hanno in se’ questa multitudine di valenze e storie e angolature, come potrebbe la casa essere appiattita a rifugio?) e il senso di apertura, di energia di altri testi ancora (se persino la casa non puo’ chiudersi, figuriamoci il mondo attorno, ed ecco che tutto vive e tutto si collega, in una rete di significati e di contenuti inaspettati eppure verissimi). Quindi grazie al poeta e grazie a chi ha pensato, preparato e portato a termine l’impresa non facile di farlo parlare di cose cosi’ vicine al nucleo della sua poesia. Diremo che forse Nadia Augustoni ha avvicinato l’Aquila e la sua Casa, almeno per un poco, e noi con loro. Che non e’ poco!

  12. Molto importanti le osservazioni di Roversi, quel rilevare come nella poesia anche e già, ci sia la struttura della casa, degli interni, scale, ecc. Ma soprattutto, lettura ancora più sottile, scovare e portare su quella ” minaccia”, il senso di oprressione di alcuni testi relativi alle case.
    Questo è il bello di certi interventi, che collegano te a te stessa, che
    intelligentemente ti “ricompongono” in qualcosa che era inconsapevole per l’ autore stesso.
    E questo può e deve essere la virtù dei blog, di certi blog, se si elimina l’esibizionismo o il passivo piacere di essere letti. Far sì che si sia stimolati seriamente andando oltre noi, grazie a un apporto critico sia pur breve, ma che tuttavia arricchisce il poeta che ascolta.

  13. Questa bella intervista mi ha fatto pensare a La Poétique de l’espace di Gaston Bachelard, dove la casa evoca soprattutto il raccoglimento, come il lguscio di una conchiglia. La casa di Cristina Annino invece sembra tutta concentrata sulla soglia, sul vivo di pareti che ascoltano, parlano, respirano… Aperto e chiuso, ombra e luce si incontrano.
    Nadia ci porta sempre nei posti giusti, non segnati sulle mappe.

  14. ancora una volta Agustoni e Annino si confrontano in bravura.
    Grazie, leggervi è un piacere profondo.
    La casa non ha limiti dato che la nostra casa è il mondo, la casa è forse quel seme stellare caduto da qualche parte per creare un ambiente e un’umanità? C’è chi trova tutto questo nel viaggio intorno alla propria stanza(vedi De Maistre) o la casa può essere solo una stanza tutta per sé… Chi cambia sovente casa, cambia umore, interessi, gira pagina, non si ferma mai, non ha pace, forse ha paura che la casa diventi la sua tomba(vedi Rilke). E chi ha paura di morire proprio lasciandola e rimane a sognare nella
    stessa casa come una pietra incantata. L’essenziale è che ci sia SPAZIO, in ogni casa e caso.

  15. Nin direi proprio “confronto”, Lucetta:-) è una specie di piccola intervista, quindi c’è una reale distinzione tra domanda e risposta.

    Vedi, spesso leggendo non ci si allontana da noi stessi; nel mio desiderio di cambiamento non esistono paura, mancanza di pace, visioni di tombe, ecc. ecc. Tutt’altro: è solo curiosità felice e tanto amore per il mondo che per sua naturale fortuna è così sempre nuovo e diverso! Se si ha il coraggio di uscire dalla propria tana e camminarci sopra.

    Grazie dell’intervento.

  16. “la Casa non esiste”.
    I fiumi, in quanto “fatti naturali”, ad esempio, sfociano. E forse la casa, il mare dello scrivere dell’Annino sono la sua (multiforme)casa, mai del tutto esistente e sempre abitata – dire che condivido del tutto questo “sentimento” – che magari, se abitiamo già il nostro corpo, questo, atto all”adattamento’, è la nostra casa mobile, e non occorre sempre rifugiarvisi, quanto cercare di specchiarlo – con grandi stanze con porte/finestre – ma non permettendo l’estinzione delle praterie, il sogno del bosco e la luna del vulcano. La casa, forse, non è neanche il pianeta, questo cara Cristina?
    Grazie per averci invitati sul tuo tappeto volante, grazie anche a Nadia Agustoni e Francesco Marotta e questa dimora aperta allo sguardo.
    Saluti,

    Giampaolo

  17. Bellissima intervista davvero, ricca di spunti per una riflessione profonda sul tema “casa” (che è quasi come dire sul tema “io”). Fedeltà e insieme “fuga”, ritrosia ed insieme confessione, abbandono. Ricordo e tuttavia viva presenza. Vita. Piena vita, sollecitata e “rivisitata” dal fitto dialogo Cristina-Nadia: una specie di orchestra…
    Grazie ad entrambe, e un saluto affettuoso

  18. Questa lettura è stato un viaggio, apparentemente leggero, sotto la conduzione di una poetessa amante dei particolari, come la scienza dice lo siano soprattutto le femmine. Io, da maschio, dopo aver gustato le descrizioni, vado al sodo e mi porto dietro, come ricordo del viaggio, questi pensieri che Cristina Annino ha saputo seminare con la delicatezza che contengono le sue ricche poesie, pensieri che fanno pensare, qualità che dovrebbero avere tutti gli scritti:
    “la reazione al dolore è sempre proporzionale alla condizione economica degli individui”
    “Le visite e l’amore curioso ma insopprimibile per le altre case mi permettevano in certo modo di gonfiare, fino a un personale piccolo estremo, la carne e ossa e cervello del mio ego”
    “Fu una casa di grande passione personale (…) e l’idea che fosse transitoria mi liberava da qualsiasi desiderio di fuga e giudizio sulla bellezza che pure aveva”
    “Quasi le succhiavo mentalmente [le case] cercando di capire perché e come una casa è una casa, se questa sia definibile così per grandezza o eleganza, o per qualche caratteristica folle. Avrei voluto sposarmele tutte, perché io, con le case, sono straordinariamente infedele e un’ottima amante”
    “la Casa non esiste e, se pur dipendendo da una nostra scelta ed essendoci, accontenta solo una parte di noi, ma non potrà mai contenerci per intero”
    “una casa è fatta per fermarcisi un po’ ma è solo la figurazione concreta di quel processo di migrazione intima che dà origine all’accumulazione o crescita spirituale di ognuno di noi”.
    Alcuni di questi pensieri possono essere tranquillamente applicati all’arte e direbbero molto di più di certi trattati. Ringrazio l’autrice per l’interessante lettura.

  19. Io invece sono tornato dopo tanti anni nella casa in cui vissi fino ai dieci anni di età, e tutto mi sembro così piccolo, rispetto a come lo ricordavo, sarebbe stato meglio non tornare, dimenticare, lasciare al caso alla dimenticanza.
    Ho letto con molta attenzione questo interessantissimo intervento di Cristina Annino. Anzitutto il senso della profonda intelligenza di questa artista, intesa come un saper far luce. Ne ricavo infine il senso del desiderio come parte di noi irrealizzata: ed è un bel passo in avanti rispetto alla semplice pulsione. Mi resta un dubbio, un nodo che l’interivsta non scioglie, cosa differenzi la casa dall’abitazione.

  20. Carissime Nadia e Cristina,
    un’intervista originale e affascinante. Un percorso nell’arte, nella poesia, attraverso la rivisitazione personalissima delle case vissute, abitate, abbandonate da Cristina. Un percorso bellissimo che muove a infinite riflessioni sul concetto di abitare una casa di solito concepita soltanto come contenitore, rifugio alle intemperie; ma la casa è ben altro ancora e, al di là del nostro pensiero al riguardo, Cristina ha ben riassunto e motivato le sue argomentazioni. Non mi attardo sul mio pensiero perché non mi va di sovrappormi ad una letttura che ho trovato davvero squisita e corredata da immagini (filmato compreso) che mi hanno molto emozionata.
    Francesco sa come e dove trovare arredi preziosi per la sua Dimora.

    Un forte abbraccio a voi Nadia e Cristina,
    un altro al grande padrone di casa.
    Jolanda.

  21. Bel dialogo, una volta tornai nella casa dove ho vissuto fino a dieci anni e tutto mi sembrò così piccolo… apprezzo la definizione di desiderio come senso di irrealizzazione più che pulsione. un dialogo ricco, coinvolgente e “pieno” che mi conferma una volta di più l’arguzia, oltre al ben conosciuto talento, di Cristina Annino

  22. Sono felice perchè i commenti mi sono stati davvero utili, credo che ogni autore desidererebbe un tale “bumerang” tra sé e la lettura altrui di sé. Grazie a Roberto Bertoldo, Flavio Amerighi, Catalano, Bettarini, Giampaolo, Roberta e agli altri ai quali mi sono precedentemente rivolta. Il blog, credo, è stato interessante soprattutto per la vostra competenza. Sono riconoscente a Nadia per la sua curiosità intellettuale sempre lucida e stimolante. Francesco, art director eccezionale come al solito, grazie!

    Cristina Annino.

    1. Grazie a te, Cristina. Anche per le considerazioni che fai sull’utilità, per chi scrive, del dialogo in rete con i suoi lettori. Molto opportune e centrate, come sempre.

      Ciao, a presto rileggerti.

      fm

  23. Caro Almerighi, wordpress continua a trattenerti i commenti perché inserisci un doppio indirizzo nell’e-mail – se ci aggiungi l’url del tuo blog, fa tre. La piattaforma considera come spamm tutti i messaggi con più di un link. Te lo dico perché, se non sono al computer e li recupero, dopo un po’ wp li distrugge automaticamente.

    Ciao, grazie per gli interventi.

    fm

  24. Il furor mathematicus sinisgalliano si stempera qui in furor casalingus ( sic ! ) , dove Cristina vive così come scrive : proficuamente febbricitante nel recupero di quella sua interiorità che la fa esistere anche oltre le parole della sua poesia .
    Galeotta fu la casa !

    Con un abbraccio da
    leopoldo

  25. Un saluto a tutti. Ricordando che qui i saluti non chiudono, mai, i commenti e le discussioni dei vari threads: per chi ne ha voglia e per chi sente di avere comunque qualcosa da dire, la porta è sempre aperta: anzi, non c’è proprio.

    fm

  26. “E la prima volta che commento, anche se sempre ho seguito i blog dove appariva l’Annino. Sto leggendo Magnificat prestatomi da un amico (ho chiesto spesso all’editore questo libro via online, ma inutilmente, mi chiedo se tale metodo funzioni e come fare. Sarei grato di una spiegazione) e devo dire che trovo nella lettura del modo di abitare e vivere del poeta, un aiuto importante per la comprensione di questa difficile ma affascinante poesia. Complimenti sinceri! e grazie”
    Veronica

  27. Mi ribello qui ai tic internetiani che mi hanno volato vai un commento, venerdì sera, e scusandomi dei gg ulteriori, provo a riprendere un filo, un altro. Nel primo commento parlavo dell’effetto pittura, anzi plastico che la visitazione compiuta con l’aiuto degli occhi di Nadia assumeva, col vantaggio, bellissimo di ottenere una specie di fusione a freddo tra la poesia , la voce di Cristina e l’occhio che mira. ma Nadia e il lettore non diventano come ne Las menhinas, trucco di scena, sono piuttosto virgiliani, come nelle belle empatie soltanto succede. Effetto pittorico, allora, ma subito dopo si ascolta lei,che narra. Ed è un poema nuovo, sorprendente ogni volta. Io non avevo trascritto tutte le perle come Bertoldo, ma alcune densissime, sì le ho assimilate. La crescita che si addensa deriva dal vivere spazi, che per Annino sono zone del tempo e dimore.. e fanno la crescita, il vivere dello spirito, noi lo sappiamo, ma, ascoltare la bellezza del racconto fra una e l’altra di queste dimore, è un viaggio, una narrazione per immagini, ancora: doppio di quella pittorica, la poetica, Apprendiamo meraviglie delle prime e ultime case, e in mezzo lo splendido apprendistato che fu Madrid, la Spagna. E, a differenza di quanto avviene in Andrea Zanzotto che inaugura sue visioni e sua poetica, da “Dietro il paesaggio” rivelando ci fu un antefatto pittorico culla delle parole(le pareti della cameretta dipinte dal padre fulmineranno gli occhi di Andrea per sempre), qui, al contrario, si accompagnano e dispiegano DURANTE il viaggio della vita, sono desideranti, rizomatiche, dense, vitali e la seguono. Ci additano ad esempio dove e come gli occhi di Cristina si sono fermati…forse stazioni di immenso fascino, un pò rapinoso, che,per chi ha letto i suoi quadri e la luce di tale racconto restano opera piena, aperta verso una stagione quasi totale della poesia. Grazie di cuore, Cristina e Nadia, nonché Francesco, Noi eravamo El pubblico, abbiamo molto gioito.
    Maria Pia Quintavalla

  28. Sempre affascinanti, i tuoi commenti, Maria Pia, quasi un racconto sul racconto, che però non perde di vista l’oggettività critica . Questa “pettina” quasi, spartisce il tempo viaggio in una visione pittorico-poetica di notevole vigore. Grazie!

    A Veronica: l’editore Ferrari mi assicura che le copie richieste vengono regolarmente spedite, quindi non so spiegarmi il perchè. Ti ringrazio per avermi letto ugualmente.

  29. il post è molto bello e molto affascinante. complimenti alla Cristina, alla Nadia e al Francesco.

    Mentre lo leggevo ripensavo a quando mi sono recato a casa della Annino, e alle sensazioni incredibili che ho provato. La casa è tra due parchi romani: Villa Lazzaroni, su cui si affacciano alcune finestre di cristina (la sala e uno studio, mi pare), e il grande parco costeggiato da via Latina, ‘La Caffarella’ una grande area ‘naturale’ in cui non è raro imbattersi ancora oggi in greggi di pecore, e in cui Pasolini ha ambientato ‘La ricotta’.
    La bellezza del postio è acuita dalla decorazione dei vani: tutta, ma proprio tutta la casa di Cristina colostistica

  30. La bellezza del posto è acuita dalla decorazione dei vani: tutta, ma proprio tutta la casa di Cristina tracima ed esplode di colori: gatti ovunque, in tutte le pose e in tutti i colori, sulle tele, alle pareti e sulle porte: ecco, le porte sono state la scoperta più fantastica: lei le ha dipinte tutte con la sua fantasia faunistico-floreale: un trionfo della surrealtà e della libertà dell’immaginazione. Le porte sono lo specchio di Cristina: eccezionali e splendide.
    Ad una parete della mia stanza stipata di libri, campeggia da quel giorno una piccolissimazebra lignea: è un temperino intarsiato nel legno e dipinto a mano: un ricordo di quel mio passaggio nella foresta incanta di Cristina. Un abbraccio,m.

  31. Cristina, non ti nascondo che in questi giorni ho pensato e ripensato a “La casa della vita” di Praz.
    Non senza invidia per chi ha avuto la fortuna di sostare nella tua.

    Ciao, ancora un grazie a te e a tutti.

    fm

  32. -Quando penso a Cristina penso innanzi tutto alla sua casa romana. Salite con Lei le scale, dischiuso il portone di casa, entrai in un nuovo mondo: l’universo-Annino. Uso il termine “universo”, perché Annino, trasmette la sua pittura, la sua scrittura, se stessa, ai luoghi in cui vive e alle persone che hanno il privilegio di incontrarla, di ascoltarla e di vivere con Lei momenti di vita. I quadri di Cristina occupano tutta la casa mediante colori forti, figure in movimento, profili arcuati, fronti rientranti che associano animali e uomini, dipinti quasi con i medesimi tratti. Infatti per Annino gli animali come gli uomini hanno la stessa dignità, una propria personalità da amare e rispettare. I suoi due splendidi gatti si aggirano per la casa e partecipano alla vita, alla scrittura della poetessa, diventando i protagonisti di alcuni suoi componimenti. Come ha scritto Agustoni, la casa romana è dipinta dappertutto: pareti, porte, mobili; inoltre i soprammobili e gli stessi oggetti di uso quotidiano sono disposti, e a volte persino accumulati (come la bellissima serie di occhiali poggiati sul mobile d’ingresso), con eleganza, con cura e naturalezza, e al contempo come se dovessero star lì in eterno. In tal modo Annino organizza, possiede la casa, che a tratti sembra un labirinto: i corridoi dipinti attirano l’attenzione in ogni angolo, lasciando immaginare i luoghi, le occasioni che hanno dato origine alla prolifica creazione pittorica. Come afferma Lei stessa, la poetessa non è legata alle abitazioni se non transitoriamente, infatti l’animo umano si sposta, si evolve, cambia e nessun luogo potrebbe contenerlo. Cristina parla della sua dimora fiorentina: “Fu un’abitazione molto amata da mia madre, quindi anch’io la ritenni affascinante. […] Essa ha rappresentato il centro di una nostalgia: la lasciavo sentendone subito la mancanza”. Il legame con la casa in questo caso, ovviamente, mi ha fatto pensare al forte legame di Cristina con sua madre e alla raccolta “Casa d’Aquila”, che ha inizio proprio con “Ottetto per madre”, la serie di componimenti che mi hanno fatto innamorare dei suoi elegantissimi versi e mi hanno spinto a scriverle.
    Il mio animo sarà sempre grato a Cristina, che mi ha accolto nella sua casa e nel suo mondo, nel suo laboratorio di scrittura e di pittura, mi ha permesso di osservare da vicino la sua officina poetica. Un privilegio enorme per me conoscere da vicino l’autrice di versi eleganti dalla forza straordinaria, che sono ancora da scoprire e da studiare perché rappresentano una voce autorevole e nel panorama della poesia moderna e contemporanea.
    Complimenti vivissimi a Nadia Agustoni per la nota elegante, puntuale che permette di approfondire la poetica dell’Annino; si tratta di una “Bellissima intervista davvero, ricca di spunti”, come ha scritto Mariella Bettarini. Sono d’accordo con F. Krauspenhaar riguardo alla splendida idea di raccontare uno scrittore attraverso i luoghi e le case in cui ha vissuto; apprezzo molto, inoltre, il commento di Roversi che amplia la discussione.
    Per quanto riguarda “il regalo” menzionato da Francesco Marotta, che anch’io auspico a breve, ho proposto la pubblicazione e la traduzione di alcuni inediti poetici di Annino per il prossimo numero Italian Poetry Review, prestigiosa rivista di letteratura moderna e contemporanea. Grazie a Francesco Marotta per questo post e per la possibilità di discussione.

  33. mi piace fare un piccolo chiarimento, anche dopo giorni dalla tua risposta, cara Cri. Il “confronto” tra te e Nadia non lo avverto proprio come una sorta di “sfida” aggressiva e competitiva.Lungi da me questo pensiero.Siamo noi che vi leggiamo a commentare che siete una più brava dell’altra. A voi questo sentimento non vi appartiene proprio. Non vi sfidate certo, vi integrate per la gioia di chi vi legge.
    E tornando alla gioia, quella è fuori discussione nel tuo preciso caso: le tue diverse case e i modi di abitarle spazial mente non sono che nidi gioiosi che ti rappresentano da un volo all’altro. Scoccando la tua freccia.

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