Ad un casello impreciso

Francesco Sassetto

Ad un casello impreciso di Francesco Sassetto (ValentinaPoesia) è un libro che ha il profumo di un oggetto di artigianato scoperto per caso, ma di indubbio fascino: l’autore veneziano, nato nel ’61, giunge alla sua seconda raccolta con un percorso per certi aspetti schivo, ma di notevole maturità. Questo risulta evidente già dalla prima lettura delle liriche di Sassetto, che sono costruite con uno stile maturo e definito, che privilegia il verso lungo, all’interno del quale però emerge una grande attenzione per la ricerca ritmica e fonetica, con un frequente utilizzo di rime, allitterazioni, assonanze. La bellezza di questi versi però non è tanto – non soltanto – nella tecnica di scrittura su cui sono costruiti, ma nella naturalezza del loro fluire, che rende la tecnica stessa elemento calato nella poesia senza forzatura, così da accompagnarne ed esaltarne la voce e i contenuti.

Le tematiche affrontate seguono due percorsi principali, spostando l’obiettivo con naturalezza dal piano privato a quello pubblico. Nel primo caso a colpire è la naturalezza con cui Sassetto sa dire dei sentimenti; nel secondo, anche se la sua poesia solo in pochi casi diventa esplicitamente civile, l’autore dimostra una non comune capacità di spostarsi, spesso nell’ambito di pochi versi, dalla prospettiva individuale a quella collettiva. In quest’ambito spesso emerge un’amarezza di fondo che deriva dalla constatazione dell’impoverimento umano che stiamo vivendo: se c’è una strada da seguire è il recupero di una dimensione interiore che sia eticamente consapevole e che la poesia di Sassetto indirettamente suggerisce, scavando nei vuoti affinché diventino spinta necessaria alla ricerca di una umanità più giusta, a partire dall’individualità di ciascuno.
(Francesco Tomada)

 

Testi

 

Io sono rimasto a queste calli

Sono finite le strade del tempo
ragazzo – un lume appena di memoria
che si spegne – quando avevo negli occhi
lo stupore dei libri e le notti tutte da inventare
e molte carte e parole e giorni lunghi da sprecare.
Imparavo l’amore allora a poco a poco,
sognavo quel dolce fuoco, i baci e le promesse
di una vita da correre alla luce
del suo viso sorridente di ragazza. E furono ore
di sole alto davvero, di lunghi
sguardi oltre il cancello delle ciglia,
conobbi l’abbraccio di due anime
accanto. Più tardi ho saputo il suo strazio.

Gli altri sono andati, hanno fatto figli
un po’ per amore un po’ perché si fanno,
qualcuno è caduto nell’orrore delle pistole
giustiziere, degli aghi nelle vene.
Di tanti – oggi – ricordo appena il nome.

E il cielo si chiude, si fa nero, il breve
gioco delle nuvole in viaggio
adesso stringe in gola.

Io sono rimasto a quest’acqua verdastra
di laguna, ai suoi giochi eterni
di riflessi che dissolvono palazzi
in un brusìo di coriandoli impazziti.
Sono rimasto a questi muri scrostati
da un’aria di sale che, giorno per giorno,
li sfarina, a queste calli che so a memoria
e ripetono i miei passi su se stessi
nell’assurdo girotondo che per celia
noi diciamo storia.

Con un fragore muto d’anni senza volto
alle mie spalle e, in fondo,
la sirena spalancata nel fumo
di Marghera,
                           continuare,
è questa, dunque,
la mia,
la nostra pena.

 

*

 

Domenica

È questo il giorno che si attende.
Si fa girare l’aria per le stanze,
si toglie la polvere dai libri,
si fuma, così tanto per fare.
Le cicche montano piano nel piattino
                          e battono le ore.
Qualcuno nel campo passa lentamente
                               scompare
agli angoli di case.

Il presente è un immobile silenzio
                                   acqua stagnante
che non sa di niente.

Si fa ordine tra i biglietti e le foto
(gli assurdi reliquiari del passato!)
e la mente si perde in quel variopinto
vuoto, volteggia la memoria casualmente
nel sacco alle spalle dei colori
spenti e nulla è dato ripescare
dai contorni saldi, mille volti s’oscurano
nel fondo, vortice torbido d’assenze,
fantasmi inconsistenti
come il filo di fumo che si esala
dai mozziconi spenti.

Stiamo così, immobili e sgomenti
alla nostra voragine muta di sorrisi 
                         parole occhi e mani sommerse
in un affollato niente – finita anche la brace
di quello che fu fuoco –
nel giorno che si attende solamente
                         che venga il giorno dopo.

 

*

 

Precari della scuola

eccomi su questo treno
carico tristemente di impiegati,
come per scherzo, bianco di stanchezza,
eccomi a sudare il mio stipendio

Pier Paolo Pasolini

Noi siamo quelli che partono di notte, il vagone
sporco del regionale delle sei e venti ci carica
dagli imbuti neri dell’inverno di strade
senza nome, stralunati e lenti, le bocche
livide che stentano a parlare impastate
di sonno e caffè bevuto in fretta.

Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.

Abbiamo dignità ferita e figli e affitti
da pagare, crocifissi da ordinanze e circolari
in perpetuo moto, veniamo sempre dopo
e presto spariremo cancellati nella gabbia
del contratto a scadenza prefissata,
abbiamo il presente, mai il futuro, noi offesi
senza più nemmeno la forza dello sdegno,
senza articolo diciotto o sindacato.

E qualche stracciato manifesto è tutto quel che resta
al muro di un’antica rabbia.

Sonnecchiamo, ritornando, al tempo fiacco
del vagone e parliamo della scuola e della casa,
se ci sarà lavoro l’anno venturo, sapendo già
che non ci rivedremo tutti dentro a questo
treno che dice polvere e stanchezza e rode
ore troppo lente, noi insieme adesso per sola
coincidenza e breve, noi esperti
dell’avvicendamento, professionisti del cambiamento
dove non cambia niente.

 

*

 

Giorno d’incidente

Alla stazione è giorno d’incidente, il treno oggi
non parte, sacco inerte gravido di gente
da tirare sulla ruota quotidiana del dovere.

Il treno è fermo e l’orologio batte già mezz’ora
di ritardo.
                          Fumano le croste di ghiaccio
dei binari in vampe di ruggine e di nebbia.

Si attende
                 gli occhi perduti alla rotaia che s’ingrigia
nel solito vuoto sempre più lontano.

Si dice che al di là dell’ultimo casello
uno sui cinquanta si è steso sui binari.
Ha aspettato che passasse un treno.

             E siamo con un’ora e mezza di ritardo,
tutto tempo che si dovrà  recuperare.
Dicono che di là è arrivato il magistrato,
che fanno le foto e i rilievi.
                                           Di qua
si attende che tolgano il morto dai binari,
si chiama e si richiama ai cellulari, si chiacchiera,
si fuma volentieri.
                                Uno con la faccia scura dice
che gli è capitato anche due settimane prima.

Colpi di tosse ancora, qualche bestemmia che si perde
nel frastuono degli altoparlanti, tra i fischietti
dei capistazione.
                         Due ore e un quarto, una voce stride
e dalla pensilina s’alza a ringraziare qualche santo
un coro sordo di grugniti, si gettano le cicche, si sale
nell’umido vagone che sa di vecchio e di sudore.

                   E il treno comincia ansante a schricchiolare,
le smorfie contratte si ridanno all’opaca faccia quotidiana.

Andiamo avanti noi, gente normale.

 

*

 

La mia generazione

 …possiamo raccontarlo ai figli
senza alcun rimorso
ma la mia generazione ha perso

Giorgio Gaber

E si va avanti un giorno alla volta, si galleggia
sul filo di albe e tramonti scappati dal finestrino
del regionale che annaspa ogni giorno per tutte
le sue lente stazioni, senza scarti imprevisti
o deviazioni dai binari assegnati.
I progetti a lunga scadenza sono scaduti da tempo.
Se ci sono mai stati.

Siamo arrivati a un capolinea impreciso,
a un casello perduto che odora di ruggine
e carrozze dismesse.
Nessuno conosce l’orario né le coincidenze, nessuno
più attende partenze.

E Berlinguer e Montale e Gaber, De Andrè e Pasolini
e Ungaretti che in bianco e nero a lente spezzate
parole diceva gli antichi poemi
sono davvero spariti
zittiti dal rombo demente dei grandi fratelli, affossati
nei documentari dell’una di notte.
La loro pagina è stata girata, chiusa a doppia mandata.

C’era il Vietnam, allora, e il terrore di piazza
o di spari isolati, adesso l’Irak e gli uomini bomba
nei bus, ai mercati. La scena non è molto cambiata,
le solite mani indecenti governano
i fili, la claque batte a casaccio le mani.
E regala consensi.

E noi non siamo neppure sgomenti, non siamo
un insieme, un’idea condivisa,
non abbiamo più il sogno di un’appartenenza,
siamo stanchi animali che vanno di fretta
con figli da badare e mutui ventennali, con qualche
antico pensiero che ancora ci ronza in testa.
Ma ad intermittenza.

E stiamo con le musiche dei nostri cellulari,
nel silenzio dei nostri MP3, capaci di connessioni
virtuali e fallimenti reali, presuntuosi
della nostra intelligenza e assuefatti
ad un rigagnolo di movimenti uguali,
di gesti ripetuti, di finta libertà, sospesi
in un cerchio quotidiano
di impotenza e viltà

che chiamiamo esistenza.

 

*

 

Omeni
(dialetto veneziano)

Semo fati de carne e de sangue,
de suòr, de fadìga e stanchessa,
de lagrime, de vogia de amor,
de ’na sola caressa.

Semo fati de sogni sbregài,
de cari visi andai via,
de giorni butài,
de ricordi co ’l tempo
sempre un fià più sfogài.

Ne supia in boca el calìgo
de prima matina,
de note ne varda la luna
rifar i passi segnài
da la strica de ciaro
che manda i fanali.
Tante domande ne rodola
in testa,
risposte nissuna.

Do pìe ne tien fermi
tacài a ’sta tera,
ma co i oci andemo nel cielo
a spiar de sera 
corar alti i cocài.

 

Uomini

Siamo fatti di carne e di sangue,
di sudore, di fatica e stanchezza,
di lacrime, di voglia d’amore,
di una sola carezza.

Siamo fatti di sogni spezzati,
di cari visi andati via,
di giorni gettati,
di ricordi col tempo
sempre un po’ più sfocati.

Ci soffia in bocca la nebbia
al primo mattino,
di notte ci guarda la luna
rifare i passi segnati
dalla striscia di chiaro
che manda i fanali.
Tante domande ci rotolano
in testa,
risposte nessuna.

Due piedi ci tengono fermi
attaccati a questa terra,
ma con gli occhi andiamo nel cielo
a spiare di sera
correre alti i gabbiani.

 

***

14 pensieri su “Ad un casello impreciso”

  1. I più consapevoli stanno proficuamente rivisitando in chiave moderna il male di vivere di buona memoria . Mi sembra il caso di Sassetto , interprete di un’elegia sorvegliatissima che dribbla il “llanto” e con notevole espressività spiega , nega , denuncia e riassume sentendosi compartecipe e soprattutto interprete responsabile dei malesseri e dei veleni di questi nostri tempi grami .

    Un grazie ai due Francesco

    leopoldo

  2. Un grazie, come sempre, a fm per la sua ospitalità e per la visibilità che offre agli autori. Dovremmo, dobbiamo essergli tutti riconoscenti, e questa dimora è un luogo di grande interesse culturale. Grazie davvero.
    E per Francesco Sassetto, persona di grande semplicità umana e umiltà: sono contento che tu sia qui.

    Francesco t.

  3. Un grazie di cuore anche da parte mia mi sembra il minimo, un grazie sincero a francesco marotta per l’ospitalità data alle mie cose nel suo blog, a Leopoldo per le sue belle parole (in cui mi ritrovo pienamente), all’amico francesco tomada che da anni segue le mie scritture con una partecipazione ed una generosissima disponibilità davvero uniche, un poeta intenso e vero come pochi ed una persona di qualità umane rare. Grazie anche a quelli che vorrano esprimere il loro parere, e ben vengano le critiche e i dissensi (che servono, eccome!). Io cerco solo di dire con i versi ciò che vivo sulla mia pelle e vedo intorno a me, uno sfacelo quotidiano cui si rischia di abituarsi, che ottunde e fiacca lentamente la capacità di reagire. Non so – oggi – fare altro che scriverci sopra qualche poesia. Poco, forse niente, ma, come diceva, in una canzone di vent’anni fa, Gaber “io come uomo posso dire/solo ciò che vedo e sento/cioè l’immagine/del grande smarrimento”. Grazie e ciao a tutti, amici.

  4. Concordo con ciò che ha scritto Tomada su Sassetto, “Ad un casello impreciso” è un libro che ho amato, soprattutto perché la poesia civile di Francesco è scevra da sovrastrutture ideologiche o politiche, così come deve essere. Anche per me la sua “scoperta” è stata un dono inatteso. Aggiungo che Sassetto è anche, è ciò non è mai scontato, una persona dotata di una umanità straordinaria. Qui mi complimento anche per la sua brillante piazza d’onore al premio “Le quattro porte”, e lo saluto con l’affetto che sa. FF

  5. Una bella scoperta, davvero. Ci sono poesie che ti “catturano”, senti che un poco ti appartengono. “Io sono rimasto a queste calli” e “Giorno d’incidente”, in particolare, mi hanno fatto questo effetto. Grazie.

    Un caro saluto.
    Stefania

  6. Grazie a te, stefania, che alcune poesie “catturino” un’altra persona, che un lettore senta un’appartenenza, una “comunione” con chi scrive, è per me la cosa più bella e, credo, il fine ultimo, vero e profondo della scrittura. E ciò ripaga di tutte le fatiche, i dubbi, le ore passate a cercare una parola, un verso…ciao!

  7. …..continuare………è questa la nostra pena……

    grazie per questi versi e per gli altri, li ho molto apprezzati.
    una bella forza e fluidità nel verso, davvero bravo!
    certa di ritrovarti ancora su questa Dimora, ti saluto cordialmente assieme a fm.
    jolanda

  8. In tanta affannosa ricerca di costruire i beni comuni, Francesco Sassetto ha il merito di ricordarci la cosa che veramente ci unisce, la più Comune di tutte: il dolore, il disincanto, la sconfitta storica – con umile, decisa, precisa, cantabilità…
    grazie

  9. So che ringraziare troppo può apparire fuori luogo o ridicolo, ma sento davvero il bisogno di farlo. Quindi, grazie Nicola, che sai dire, come sempre, in brevi parole, una verità dura e amara, ma appunto una verità. da guardare in faccia, senza finzioni e illusioni e senza viltà. E grazie ai Precari della scuola. Quella poesia l’ho scritta nel 2005 ed è circolata dapprima proprio sui muri delle scuole e delle sale insegnanti, appesa e diffusa da tanti altri precari che neppure conoscevo e che, incontrandomi, mi ringraziavano di aver parlato, con quei versi, a nome di tutti. E’ stato uno dei momenti più intensi e veri di tutta la mia attività di scrittore di poesie. Un momento di profonda gioia. Molto più di un premio ad un concorso o di una recensione positiva. Ero riuscito a dar voce a tanti altri compagni. Forse la poesia davvero non è inutile, non cambia di certo il mondo, ma può farlo vedere, nudo e crudo com’è.

  10. Sì, la poesia può far vedere il mondo : può creare un terreno comune, una piazzola, una banchina su cui sostare fermi ad osservare, fumando assieme quelle tante sigarette.
    Questa è una capacità che poche cose hanno , oltre la poesia:rivelare un confine dove sono in molti a sostare,
    un confine che sono le parole a cementare
    ( che altrimenti anche le cose rimangono prigioniere , di prose sconosciute al cuore) mi sono piaciute molto queste poesie

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