Tenez-ici

Antonio Scavone

È sempre stato un gioco da signori, da aristocratici, sin dalle sue origini, nel ’700, quando gli italiani che lo avevano inventato lo chiamavano pallacorda. Dalle corti di Milano e Ferrara passò in Francia e si cominciò a dettarne un regolamento, un abbigliamento consono (una divisa che lo distinguesse da altri passatempi occasionali e oziosi dei ricchi) e persino un lessico, semplice e gentile com’è nella tradizione del bon ton francese.
      Dal Tenez-ici (“tenete, prendete qui”) gli inglesi ricavarono, adattandone la pronunzia, il termine “tennis”, facendolo diventare qualcosa in più di un gioco e qualcosa in meno di uno sport. Era un esercizio di agilità, di colpo d’occhio, una prova di forza che coniugava imprudenza e self-control, dinamismo e sobrietà. Si confaceva per queste sue caratteristiche alla cultura british, ad una classe agiata, a siti e luoghi come i giardini delle residenze di campagna dei nobiluomini al di qua ma soprattutto al di là della Manica. Veniva giocato, il tennis, all’aperto, sull’erba, nella natura verdeggiante.
     Per tutto l’Ottocento fu il più riservato e ricercato dei giochi: si svolgeva davanti ad una platea scelta e raffinata, era sottoposto a regole che si consolidarono nel tempo e per le quali si rese necessaria la presenza di un arbitro doverosamente attento e imparziale, affiancato in seguito da un “giudice di sedia” che troneggiava in alto su un seggiolone da bagnino, pronto a scrutare e invalidare colpi off-line o eventuali manchevolezze dei contendenti. I giudici divennero poi tre con quello che percepiva l’ondeggiare della rete quando la pallina accidentalmente la smuoveva e ad ogni battuta del servizio, con la mano coricata sul nastro, il giudice di rete reagiva ad ogni piccola scossa come l’ago di un sismografo.
     Il campo da gioco era notevole per le dimensioni, i confini erano ben delimitati da spazi chiusi e speculari in una rudimentale planimetria da guerra di posizione e il punteggio cominciò ad essere cervellotico e progressivo nell’assegnazione di un esito minimo (game/gioco), poi di uno intermedio (set/partita), fino alla vittoria finale (match/incontro).
     Ma la regola fondamentale era ed è sempre quella del doppio vantaggio, come sappiamo: il doppio vantaggio è stato forse inventato giusto per il tennis ed è arduo coglierne le ragioni. Forse era una misura psicologica di auto-controllo o di equità tra avversari che non si risparmiavano per arroganza e protervia. In questo senso, il doppio vantaggio era indispensabile per minimizzare fortuiti distacchi sull’avversario, per scoraggiare la lusinga di un abbrivio facile e ingannevole. La questione del doppio vantaggio – che oggi prolunga a dismisura gli incontri – ripropone secondo un canovaccio talvolta stucchevole la doppia natura del tennis come esercizio ricreativo, tra gioco e attività motoria, e impegno agonistico, tra hobby dilettantistico e sport professionistico.
     Questa doppia natura resiste anche nel tennis di oggi sebbene sia privilegiato e remunerato l’aspetto più propriamente di “mestiere” che ha conseguito l’antico passatempo della pallacorda settecentesca. Il tennis è stato per lunghi anni una prerogativa della cultura anglo-sassone (come il badminton, il rugby, l’hockey per non parlare del calcio) e ne ha rappresentato fedelmente lo status socio-politico. La divisa candida, l’aplomb dei giocatori come sacerdoti di un rito esclusivo, il garbo o la virulenza dei gesti atletici insieme al controllo delle emozioni alludevano al mito dell’individualismo, ne richiamavano l’illusoria componente “liberale” che nascondeva a sua volta, e con improntitudine, l’ambizione del giocatore, del giocatore naturalmente conservatore. Giocava a tennis chi se lo poteva permettere, chi godeva di un tenore di vita adeguato, chi faceva parte di una classe di privilegiati. Oggi gioca a tennis – al di là del talento sportivo – chi può permettersi di pagare le iscrizioni ai tornei prestigiosi, chi si sobbarca a cospicui oneri per i trasferimenti ai quattro angoli del mondo e chi può fare affidamento su un’oculata gestione dei premi vinti e delle spese sostenute, incassando all’occorrenza bonus dagli sponsor.
     Il tennis era ed è costoso: per l’abbigliamento, l’attrezzatura (una variegata armeria di racchette), gli allenamenti, lo stress delle gare. Chi ha giocato a tennis sa quanto sia logorante rispondere ad una botta di servizio micidiale o quanto sia impossibile ribattere un ace violento e millimetrico. È lo sport dell’annientamento psico-fisico dell’avversario, la sua destituzione: è lo scontro tra cavalieri del ’500 che con la racchetta al posto della lancia sbaragliano il campo con un’arma impropria ma spesso inoppugnabile. Non esiste parità nel tennis, non è contemplata una divisione della posta in gioco: si vince solo quando si elimina l’avversario per due volte: è tombale, definitivo e forse per questo le sconfitte sono brucianti e gli sconfitti depressi. È uno sport crudele e cinico che deve il suo fascino a questa perversa sublimazione: non ammette tempi morti anche se il più delle volte rende infinita l’agonia del perdente, non consente aiuti e benefici dall’esterno, si compiace del suo essere senza speranze. In nessun altro sport individualistico si concepisce e si realizza il carattere assoluto del campione solitario, del padrone del proprio destino o, se si vuole, del self made man.
     I campioni che hanno calpestato i campi d’erba o in terra rossa, quelli in cemento o in materiale sintetico, sono stati eponimi delle stagioni sportive che li hanno visti emergere e prevalere. Erano tetri e meticolosi come l’ossuto Ivan Lendl, devastanti e taciturni come Björn Borg, chiassosi e capricciosi come John McEnroe o Jimmy Connors o Boris Becker. Erano tutti, chi più chi meno, antipatici e presuntuosi, borghesi e avidi e l’avidità la si coglieva dal portamento in campo, dalla frammentazione pubblicitaria della loro mise sportiva. La divisa bianca (cui restarono fedeli in pochi) diventava cangiante, multicolore: da candida col coccodrillo com’era stata suggerita dal tennista-stilista René Lacoste, la maglietta era blu o arancione, i pantaloncini beige, i calzini simulavano l’effluvio della trasudazione, le polsiere firmate, le bandane nei capelli ostentavano rigorosamente il logo della Nike. Ma cambiava, ovviamente, la tecnica e la tattica di gioco: rovesci a due mani che facevano inorridire i puristi, estenuanti palleggi da fondocampo, servizi di battuta a duecento chilometri orari. Erano lontani i tempi delle smorzate, delle volée o delle demi-volée, dei pallonetti a scavalcare l’avversario sotto rete.
     C’erano però e ci sono stati anche quelli simpatici, forti e robusti ma pure eleganti e sornioni: tra i tanti Stan Smith e Pete Sampras, forse il migliore, pluri-vincitore di Grande Slam. Bisogna tuttavia aggiungere che né gli antipatici né i simpatici giocavano per dare spettacolo della loro maestrìa: non si giocava per il pubblico ma per se stessi, solitariamente per se stessi, come imponeva il fondamento “privatistico” del tennis. Erano pochi quelli che si concedevano al godimento degli spettatori, che anzi, come primedonne sulla scena, mal sopportavano qualche colpo di tosse da parte del pubblico e ancora pochi quelli che esibivano, come in una passerella da premi Oscar, la performance del loro stile di gioco. Molti, in verità, non lo possedevano e non lo possiedono questo stile di gioco e offrivano semmai lo spettacolo della loro sofferenza (rantoli di affanno per ogni colpo, sceneggiate isteriche o malinconiche per un punto perso, contestazioni da osteria per le decisioni arbitrali) e si maceravano in sconforti e sgomenti sempre più anacoretici, come se la loro partita fosse stata contro il mondo e contro se stessi. Il tennis questo pretende: ancor più che in altri sport, la competizione va impostata e conseguita contro le proprie debolezze.
     Per fortuna ci sono stati campioni per così dire signorili che mostravano doti atletiche e sapienza di tocco, che alternavano tattiche di gioco mutevoli secondo l’andamento dell’incontro, mandando in visibilio gli spettatori compassati sugli spalti. E ce ne sono stati tanti di questi campioni ineguagliabili negli anni ’60-’70 come Rod Laver, Ken Rosewall, Manolo Santana, Nicola Pietrangeli. C’era una geografia o una geo-politica da osservare e rispettare nella classifica mondiale del tennis, come dire della buona società: su tutti primeggiavano gli australiani che la consuetudine giornalistica di quegli anni chiamava “i canguri”: il rosso Rod Laver (il numero 1), poi il tozzo Rosewall, il damerino Roy Emerson, il gentleman John Newcombe, il rozzo Tony Roche.
     Quasi tutti mancini, quasi tutti impassibili nella conduzione del gioco, come se stessero svolgendo semplicemente un lavoro e di sicuro era un lavoro quello dei canguri, i primi tennisti a passare professionisti, concedendosi semmai qualche comparsata “olimpica” negli incontri di Coppa Davis. Con i canguri, ma soprattutto con Rod Laver – naso adunco, faccia bianca da giovane di notaio, sguardo inaffidabile – si assisteva a quello che potremmo definire il paradigma dei fondamentali del tennis, esemplarmente eseguiti: il rovescio incrociato, il passante lungo-linea, la palla corta, la battuta forte, la volée sotto rete. C’era, inoltre, una barocca diatriba sulla corretta nomenclatura dei colpi e ne testimoniavano l’arbitrarietà o la fondatezza telecronisti attenti e devoti come Giorgio Bellani o Guido Oddo, o critici sistematici come Gianni Clerici o estemporanei come Rino Tommasi. In altre parole, il colpo così detto “passante” poteva esser definito incrociato o diagonale (cioè sulla rete) laddove il termine “passante” veniva usato di solito per il colpo che correndo sul lungo-linea andava a segno alle spalle dell’avversario, lungo la linea appunto del corridoio.
     Assistere oggi a una partita tra Federer e Nadal non provoca la stessa emozione di una partita in anni lontani tra Pietrangeli e Santana, tra Panatta e Guillermo Vilas. Lo svizzero Federer inventa colpi strabilianti, indugia quand’è possibile al bel gioco eppure, negli incontri con Nadal (nuovi “duellanti” infiniti di questi anni), deve per forza di cose ribattere da “pallonaro” alle “pallate” apocalittiche dello spagnolo.
     Chi ricorda i nostri campioni? Chi ricorda il gigante Orlando Sirola, famoso doppista con Pietrangeli per due finali di Davis in Australia? O il segaligno e spasmodico Fausto Gardini, il mansueto Beppe Merlo che sembrava avviare una puleggia quando batteva il servizio, il pingue Bertolucci, lo scontroso Barazzutti (oggi capitano non giocatore), l’instabile Nargiso, il discontinuo Canè o la first lady del tennis nostrano, Lea Pericoli, che mostrava a Wimbledon civettuole mutandine di pizzo?
     Altri tempi, soprattutto altri tempi televisivi ma il tennis è sempre stato uno sport sui generis, che ha cavalcato le sue stagioni sempre con la stessa ideologia: sgominare ingenerosamente l’avversario, celebrare il talento del vincitore come somma attitudine ad un’eccellenza ineguagliabile, ispirata da una perfidia insidiosa. C’erano anche in quei tempi lontani, in quelle telecronache lontane, tennisti di polso e di testa, estranei all’establishment dei circuiti e delle disponibilità finanziarie di supporto, ma hanno primeggiato e lasciato il segno come profeti inascoltati. Non erano sacerdoti curiali – Pietrangeli, Santana, Panatta -, le loro vittorie furono limpide e didascaliche eppure i tornei vinti (Roland Garros, Internazioni d’Italia, Wimbledon) non ne fecero dei primatisti mondiali ma solo ottimi giocatori dallo stile personalissimo.
     Stava per affacciarsi la componente borghese o addirittura proletaria nei giocatori di tennis: “signori” ma non più aristocratici, bravi ma pure disincantati. Il tennis apriva le porte al popolo oppure il popolo occupava il tennis ma ne accusava i colpi bassi. In quegli anni emerse Arthur Ashe, primo tennista nero americano: magro, sottile, con gli occhiali, si batteva contro l’apartheid e morì, malato di cuore, per una sciagurata trasfusione di sangue che gli trasmise il virus HIV.
     L’entrata sui campi di tennisti figli di borghesi o di operai segnò lo spartiacque tra due opposte concezioni del gioco, tra popoli che vantavano un curriculum da primi della classe e popoli che ambivano a diventare classe in ambito sportivo. L’avvento di Lendl e Borg, di Chris Evert o di Martina Navratilova introdusse un tennis ripetitivo, implacabile, impersonale. Le partite di Wilander o di Ivaniševič, di Agassi o di Alexander erano scontri a eliminazione diretta e forzata: un lavoro da manager, da manager incontentabili soprattutto di se stessi. I giocatori dilettanti, i soci degli innumerevoli circoli del tennis, si appassionavano a questa nuova versione del gioco e seppure non riuscivano a emularne i risultati ne imitavano puntigliosamente i gesti e i comportamenti.
     In un contesto così articolato, non poteva sfuggire il tennis all’affabulazione letteraria o iconografica: lo spunto narrativo di una partita era irresistibile e gli scrittori se ne servirono per trasfigurarne il codice segreto, la metafora esistenziale del gioco come dimensione seducente dell’ambizione e dell’inganno, coacervo di emozioni e velleità come nel romanzo Tennis di Bruno Fonzi, del 1973, ambientato in Liguria tra ricchi e parvenu. Furono simulati brani di partita in Blow up di Antonioni con giocatori dal volto imbiancato – figure stralunate di un circo domestico – che mimavano l’incontro senza che si vedesse o si sentisse la pallina. Molti scrittori hanno scritto di tennis nei loro romanzi o nei loro racconti, citandone l’imprevedibilità, l’applicazione maniacale dei giocatori, la spocchia degli arbitri, l’ondeggiare sincronico del pubblico negli scambi di palleggio. Woody Allen in Match Point ne ha delineato con esasperata cupezza un excursus o un destino infimo e bastardo col maestro di tennis che uccide per denaro in una Londra non più swinging.  Nondimeno, il tennis – come spettacolo sportivo, come baraccone di sponsor – ha resistito a manipolazioni intellettuali chiudendosi nella sua liturgia fenomenica, facendo a meno della fenomenologia orchestrata ai suoi danni da spettatori non inclini e non obbedienti alle sue regole e alle sue ideologie.
     Con tennisti borghesi il tennis non è diventato borghese, ha consentito ai borghesi di diventare imprenditori, industriali, procacciatori d’affari e continua a navigare le rotte dell’esclusività. Resta uno sport dal fascino intatto, con praticanti di buone maniere, con campioni che lo hanno un po’ involgarito ma che è appannaggio, pur sempre, di una talentuosa inclinazione e di provvide opportunità pubblicitarie. I protagonisti di oggi (soprattutto le donne, come per esempio le sorelle Williams o la Sharapova) ci offrono uno spettacolo che non richiede necessariamente la nostra presenza e la nostra partecipazione di pubblico, come doveva accadere agli spettatori delle gare nobiliari del ’700: assistiamo ai loro colpi irreplicabili, ai loro gridolini di malessere, alle loro esplosioni di benessere. Sulle tribune o davanti ai televisori ci si appassiona per un gioco, com’è quello di oggi, che in realtà ci esclude ma che forse rivela signorilmente la nostra volontà di annientare l’avversario, la parte peggiore di noi stessi.

 

***

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2 pensieri riguardo “Tenez-ici”

  1. Un excursus ricco di dettagli, un trampolino per metafore anche future, sempre attente; per me,un tuffo in ricordi personali e letterari (sequenze dal “Giardino dei Finzi-Contini”). Grazie

  2. Certo, Anna Maria, anche le sequenze del “Giardino dei Finzi-Contini” rientrano in quest’avventura metaforica sul tennis, sui modi, l’abbigliamento, la smania e le sconfitte che un gioco come questo – poi anche uno sport ma soprattutto un gioco – comporta e rivela. Un gioco a due o a quattro è molto simile alla vita reale e anche qui, nel tennis, vigono regole ben precise, come vorremmo che ci fossero nella nostra vita di “giocatori” e non di pubblico compassato.

    Ti ringrazio e ti saluto caramente

    Antonio

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