Tempesta

Lucetta Frisa
Luigi Grazioli

Luigi Grazioli, Tempesta
Milano, Edizioni Effigie, 2011

Nota di lettura di Lucetta Frisa

Lo spirito, ma anche sottofondo, basso continuo e ostinato che in questa Tempesta reale e metaforica imperversa come un cupo vento da apocalissi, è lo spirito dello scetticismo. Lo scetticismo mette in forse tutto quanto appare come realtà evidente e non crede negli assoluti. Un altro spirito che, al tempo stesso, sottende la scrittura, anzi ne è lo scopo principale, è quello della ricerca. Il filosofo Giuseppe Rensi ci informa che il senso di skeptikòs coincide con ricerca. Ci si mette alla ricerca di qualcosa quando le nostre convinzioni sono azzerate e ci occorre qualcos’altro per darci senso, sopravvivere. Questo tipo di ricercatore che insegue incessantemente l’ombra di un fantasma, se non il suo frustrato desiderio, e che nulla può soddisfare, e non ha nessuna fede, certezza o etica, molto assomiglia all’immagine nostra di uomo moderno. In Tempesta, l’ultimo romanzo di Luigi Grazioli, Diego, il protagonista, insegue una donna sconosciuta intravista per un attimo in una notte di tempesta (era una notte buia e tempestosa, così inizierebbe il tipico romanzo feuilleton dell’Ottocento). La sconosciuta ha fatto irruzione in casa sua forse per proteggersi dalle botte di qualcuno e, simultaneamente, anche dalla devastante tempesta che Diego ignorava essendo completamente immerso nella lettura. Comincia così, da parte di D. l’attraversamento di una città sconvolta, irriconoscibile, che ha perso per sempre l’identità di città abitabile e quindi umana. Non sembra l’inizio di un racconto romantico mescolato al tema di fondo del dolce stil novo? Siamo immersi in topos classici, quindi. Ma anche questo è messo tra parentesi (lo scetticismo è parente stretto dell’ironia e anche del metaromanzo), la donna non è che un fantasma di donna, una donna non certo celeste come Beatrice, ma piuttosto infera anche perché ha la pelle nera. Tshala! Un vero amore tempestoso, anche se non condiviso. Forse vive nella periferia degradata abitata da extracomunitari di quella città che non a caso fa di nome Gorgonate… E tutto il libro si svolge in una notte flagellata da una tempesta violentissima che voracemente distrugge e inghiotte tutto – case, palazzi, uomini, strade. Questa è l’unica certezza. Buio su buio. Buia e terribile la notte, buia e vorticosa la tempesta, buia e inafferrabile la donna, buia la sua ricerca fatta al buio…
Lì per lì viene in mente Buster Keaton, nel film Io …e il ciclone (Steamboat Bill Junior, 1928) dove, al centro di un’alluvione biblica, l’uomo supera ogni ostacolo perché è affannosamente alla ricerca di una donna amata che a tutti costi vuole trovare per salvarla. Buster Keaton non ride mai, il suo viso è indifferente, si adegua ai fenomeni che gli accadono sotto gli occhi, fissi in una propria assoluta tristezza, compie il suo lavoro di scettico ma dominato da un’etica individualistica che è fine a se stessa: l’ossessione amorosa. Come unica ricchezza, possiede questo sogno d’amore da trarre in salvo mentre tutto il resto non ha, per lui, che poca importanza. Il fenomeno devastante dell’alluvione che tutto travolge e stravolge non sposta di un millimetro la piega della sua bocca e neppure dei suoi occhi: vuole salvare la donna, salvare il suo sogno contro tutti e tutto. Se si lasciasse travolgere dagli eventi, addio donna e addio senso della sua ricerca e cioè della sua vita (e quindi, nel caso specifico, del libro stesso).
Nel marasma generale, il Diego di Luigi Grazioli trova sulla sua strada, per caso, un compagno. Per caso, perché è appunto il caso (La tempesta? Il destino? Il Caos?) che domina tutto e tutti. Ecco un altro riferimento ai classici, tra i più antichi, tra l’altro… E il nero Tarik – oltre a richiamare altre controparti delle coppie narrative fondatrici (penso a un Sancio Panza smaliziato) – non ci ricorda un po’ anche Enkidu, il casuale compagno di Gilgamesh, il primo eroe di tutti i miti, Enkidu selvatico, dato che vive in una foresta primordiale che più selvaggia non si può? Da nemici diventano amici indissolubili, la parte ombra (l’amico Tarik, guarda caso è nero anche lui) e la parte luce – tanto per intenderci su questo schema junghiano – si alleano, si integrano con naturalezza. Faranno così gli uomini di questa terra davanti a una catastrofe globale? Auguriamocelo… l’Enkidu-Tarik della Tempesta cerca anche lui qualcosa, forse la stessa donna – però per scopi diversi ma esattamente non lo sa neppure lui. Come forse non lo sanno né Diego né l’io narrante: un narratore scombiccherato, invadente e frivolo, che interferisce con l’azione, si sovrappone al protagonista e poi se ne distacca per lanciarsi in giudizi, interpretazioni e speculazioni molto azzardate, che dialoga e si accapiglia con Diego e con gli altri personaggi non appena se ne presenta l’opportunità, che si rivolge al lettore, ne anticipa le obiezioni, se le inventa per puro gesto polemico, litiga con se stesso, con tutto e tutti!
Se Buster Keaton è serio, lo spettatore non può esserlo. Ride, si diverte, seppure con un po’ di amara pietas. Lo stesso fa il lettore di Grazioli, dato che la narrazione non può svolgersi che sul filo acrobatico e sottilissimo dell’ironia. Come possiamo non ridere (ma a denti stretti) di simili avventure? Inoltre, l’autore, per farci riflettere di più, fa riflettere anche se stesso attraverso dei commenti del personaggio Diego che lui mette tra parentesi: simili a degli “a parte” un po’ ammiccanti al lettore (espediente molto in voga nella commedia dell’arte e poi in quella di Goldoni per non parlare di certa commedia borghese americana), ma anche per dimostrarci quanto di banale, di conformistico e di pettegolo c’è in fondo al nostro inconscio che non è mai elevato né brillantissimo, ma terra terra. La Weltanschaung del protagonista, infatti, è quella di un “uomo qualunque” (non nel senso del giornalista Guglielmo Giannini inventore dell’omonimo giornale, né di quello del comico Antonio Albanese), un po’ di destra, diciamolo pure, di una media ottusità, riscattato però da questo desiderio di far sua la donna (visto che la sua visione improvvisa e abbagliante produce in lui violente reazioni fisiologiche).
Grazioli ha il potere – a questo punto bisogna parlare di potere e cioè di qualcosa che lo distingue da tanti scrittori di oggi – di scrivere bene, anzi benissimo. In tutta quella confusione che ha messo in scena lui riesce a mantenersi lucido, da vero illuminista della parola, vero scettico da tradizione. E attraverso i suoi ragionamenti apparentemente logici – ma solo assurdi com’è assurdo il buon senso comune davanti a fatti che lo trascendono- e le continue lampeggianti disavventure nella notte buia e tempestosa, simili all’irruzione imprevista della donna nella sua vita che sembrano interrompere la ricerca o solo temporaneamente deviarla, Grazioli conduce il divertito lettore a domandarsi con trafelata curiosità “e adesso cosa succederà ancora?” Nella sua ricerca, al contrario di Buster Keaton, ben lontano da un’idea di integrazione razziale ma solo di quella amorosa, non è ricercatore solitario, come abbiamo già accennato. Se la congiunzione-integrazione finale tra anima bianca e corpo nero (passatemi questo semplicismo psicoanalitico) non sembra prodursi almeno fin dove il racconto ha termine, avviene, invece, per minimi scarti, il fenomeno dell’amicizia e della solidarietà spontanea, man mano che il racconto avanza. Di tanto scetticismo di fondo, chissà se per Grazioli è questa “amicizia” a conservare ancora qualcosa di umano e di “naturale”? Un pensiero, diciamo pure, classico… che è anche un’interrogazione senza risposta sul destino della nostra lingua, ormai en quête di una sua identità. Ma dov’è finita la ragazza? E tutto il resto? C’è stato questo attraversamento di una città che man mano si trasforma in un incubo (e chi non evoca L’altra parte di Kubin?), un’allucinazione angosciosa del protagonista che però, bene o male, arriva a fine pagina. Ma solo a fine pagina. Ma è davvero arrivato? E dove? Che sorte avrà? Non è il caso di rievocare l’attraversamento di New York di Eric Packer in Cosmopolis di De Lillo, il cui finale è noto. Del finale di Tempesta non ne voglio parlare dato che – in sintonia con tutto il racconto – ci lascia col fiato sospeso.

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Racconti, saggi e testi vari di Luigi Grazioli su Nabanassar.

Nota di lettura di Angelo Rendo su Tempesta.
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9 pensieri riguardo “Tempesta”

  1. Luigi Grazioli è, a mio parere, uno dei migliori scrittori in circolazione. Non ho ancora letto “Tempesta”, ma “Racconti immobili” e “Lampi orizzontali” sono tra i libri italiani che ho apprezzato di più, in assoluto, negli ultimi anni. Ve li consiglio vivamente.

    fm

  2. Una bella recensione, scritta con passione ma anche con mano ferma, con inventiva e creatività, con cura e precisione, su un libro fuori dagli schemi, scritto con gusto e per il gusto, realmente percepito e percepibile, di raccontare, con voce divertita e acuta, il disincanto che permette di arrivare vicino al senso delle cose, con una ragione che si mantiene, anche nella tempesta, profondamente umana, e umanamente profonda. Un caro saluto a Lucetta, a Luigi e a Francesco

  3. Recensione originale di un libro fuori dagli schemi, che induce il lettore a riflettere sui “modi” del narrare e suscita parecchie domande piuttosto che offrire risposte.
    Un abbraccio ai presenti.
    Marco

  4. GRAZIE 1000 a Francesco per avere accolto la mia nota (ma quante cose avrei ancora da dire su quel libro, ma temo sempre di annoiare quando “sento” il testo troppo lungo…)

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