Repertorio delle voci (XVI)

Manuel Cohen
Franco Loi

Franco Loi. Categorie della dispersione in Stròlegh
e nel passato-presente degli anni Sessanta-Settanta.

“I dis: al scriveva mei na volta,
ca sum dvntà volgare.”
(“Dicono che scrivevo meglio una volta,
dicono che sono diventato volgare.”
)
(Cesare Zavattini, A l’arcnosi, Lo riconosco, 1973)

I.

Lo spazio della dispersione.
Essere tra le lingue genitoriali e alloglosse.

La prima metà degli anni ‘settanta ci consegna una stagione poetica del tutto inedita segnata da stigmi e stili di dispersione, all’altezza storica di un tracollo di riferimenti ideali e di coordinate culturali, sociali, politiche, ed economiche. In uno spazio molto dinamico e nondimeno nevralgico di confluenza di idee, di autentico nodo e snodo delle epoche e delle lingue, alla crisi del soggetto che caratterizzò il passaggio tra fine Ottocento e primo Novecento, si aggiungono dunque i soggetti della crisi – critico, autore, pubblico – e una più radicale relativizzazione di pensiero e di dissociazione o disappartenenza tout court, tra linee o solchi affluenti e defluenti d’antan non più rispondenti a canoni, di per sé decostruiti, né ad applicabili formularità di generi, né tantomeno rispondenti a istanze di mandato sociale o di pubblico. La dispersione, nella resa di strutture “a loro modo dissipative, dinamiche, non lineari”, per riprendere parole e argomenti di un notevole saggio di Gualtiero De Santi, Lo spazio della dispersione (1988) sarà il tratto distintivo –anche- della poesia neo-moderna:

“La metafora virtuale della letteratura degli ultimi cento-duecent’anni, quella del dopo Goethe, è il viaggio: un percorso nel quale non resta oscuro l’avvio e nemmeno il senso che gli è immane, ma il cui approdo permane indefinibile. Per meglio dire, impronunciabile. Ѐ come se l’arte e insieme la scrittura, svuotate di peso metafisico, fossero cadute nel relativo o fossero state esposte al relativo. Percorrere il rivolo della dispersione non ha meno implicato una qualche grandezza – per ribadire un concetto corrente -; né ha cessato di risentire, in parte delineandole, delle forme dell’entropia. Ѐ però cambiato il modo di stare di fronte alla pagina: non più la ricerca dello stile perfetto e affilato e in sé conchiuso ma invece gli accidenti del linguaggio desultorio; via l’intento di fare universale la propria esperienza, e in suo luogo un andare per dritto e per traverso dentro le cose. Senza più credere di totalizzare il mondo.”

(G. De Santi, Nello spazio della dispersione, in Lo spazio della dispersione, Acropolis, Riccione 1988, pp. 103-105).

Alla deterritorializzazione delle culture e allo spaesamento postmoderno conseguente a una accelerazione aprospettica delle scoperte e degli sviluppi tecnologico-scientifici, alle più avvertite strategie dell’informazione e del consenso, al fallimento delle esperienze di socialismo reale e alla successiva messa al bando delle ideologie, alla ‘fine’ della idea della Storia, come naturale e lineare decorso e alla sua lettura diacronica, intesa come successione e concatenazione logica di fatti o eventi, come d’altro canto alla inapplicabilità di categorie o statuti letterari, la nuova poesia nata dalle ceneri della cultura antagonista del Sessantotto, reagisce adottando registri di ibridazione, morfologie di accelerazione e accumulazione entropica della parola, sintassi frante, difformi, ctonie; estensioni di versi ipermetri ed eccedenti l’endecasillabo tradizionale, o la pratica di aggiornati manierismi, alterazioni di generi, sconfinamenti linguistici allotri, veri e propri meticciati, continuità e prosodie della prosa, dizioni e mise en scène teatrali, attualizzate pantomime del riso leopardiane (Cfr. Neuro Bonifazi, Giacomo Leopardi. L’immagine antica, Einaudi, Torino 1991), opere buffe: desacralizzanti, ironiche e parodistiche, letterature del rifiuto dalle modalità antiretoriche e antiletterarie, invettive, con possibili sconfinamenti nell’oscenità (Cfr. Guido Almansi, L’estetica dell’osceno, Einaudi, Torino 1974. Un saggio sulla letteratura di lingua inglese, ma anche un titolo che rende conto di un particolare gusto percepito nella cultura degli anni Settanta). A questa nuova stagione, che vede tutta una generazione in blocco proporsi sul parterre della poesia, con gli esordi fondamentali di Dario Bellezza (Invettive e licenze, 1971; Morte segreta, 1976), Giampiero Neri (L’aspetto occidentale del vestito, 1976), Milo De Angelis (Somiglianze, 1976), Maurizio Cucchi, quest’ultimo autore de’ Il disperso (1976), titolo paradigmatico e riassuntivo di tutt’intera una Stimmung (rinvio ad un mio intervento in cui la lente è focalizzata sull’anno 1976 e suoi prodromi: Raffaello Baldini. La comunità estraniata, in «Il parlar franco», anno V, n. 5, 2005, pp.18-32.); a questa nuova stagione, dunque, partecipa anche la fioritura neodialettale con ruolo decisivo certificato, tra i tanti (L. Anceschi, P. Beccaria, A. Campana, M. Chiesa, G. Contini, M. Cortellazzo, M. Corti, C. Dionisotti, G. Folena, D. Isella, P. Paioni, C. Segre, A. Stussi), anche da un percorso critico che diverrà pietra di paragone per erigendi canoni a seguire: Poeti italiani del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo (Mondadori, Milano 1978), includente i dialettali Virgilio Giotti, Delio Tessa, Giacomo Noventa, Pier Paolo Pasolini, Tonino Guerra, Andrea Zanzotto e Franco Loi considerato dal critico “la personalità più potente degli ultimi anni”. Stagione idealmente inaugurata nel 1972 da Tonino Guerra con I bu, e seguita nello stesso anno da notevoli uscite: La notti longa di Santo Calì, Paràbbule di Nicola de Donno, Dona de pugnai di Claudio Grisancich. Mentre, nel solo 1973, si segnalano gli esordi in volume di Franco Scataglini, E per un fiore piace tutto l’orto (si tratta di un autentico ri-esordio, dopo un silenzio ventennale seguito a una plaquette di versi in lingua), Franco Loi, I cart, e Cesare Zavattini, Stricarm’ in d’na parola, che resterà un unicum, con i suoi 50 testi, nella produzione poliedrica e proteiforme del grande scrittore di Luzzara. A cui seguono Nino Pedretti (Al vòusi, 1975), Tolmino Baldassari (Al progni sèrbi, 1975), e la terza e fondamentale opera di Loi, Stròlegh (Einaudi, Torino 1975). Ma il 1975 verrà ricordato anche per La nuova gioventù di Pier Paolo Pasolini, e per la sua tragica morte. Quindi, Andrea Zanzotto (Filò, 1976; ove appaiono i suoi primi testi dialettali), Mario Dell’Arco (Poesie 1950-75, 1976), Walter Galli (La pazìnzia, 1976), Antonello Baldini (E’ solitèri, 1976), Francesco Granatiero (All’acchjitte, 1976), Amedeo Giacomini (Tiare pesante, 1977), la produzione di Albino Pierro (Famme dorme, 1971; Curtelle a lu sòue, 1973; Nu belle fatte, 1975; Com’agghi’ ‘a fè?, 1977), e dell’accentuata sperimentazione plurilinguista di Ernesto Calzavara (Come se. Infralogie, 1974; Cembalo scrivano. Esercizi per dattilogrammi, 1977), Mauro Marè (Ossi de pèrsica, 1978), Cesare Vivaldi (Poesie liguri vecchie e nuove, 1980) e Gianni Fucci (La morta e e’ cazadòur, 1981; contenente testi già apparsi su rivista a partire dal 1972). Ma a questo milieu vanno ascritte di diritto alcune significative esperienze di autori che hanno pubblicato immediatamente prima, o immediatamente dopo il decennio 1970-1980, si tratta di autori formatisi anagraficamente e culturalmente nel dopoguerra, nel ‘Sessantotto e nel post-sessantotto: come Novella Cantarutti, Achille Serrao, Eugenio Tomiolo e Sandro Zanotto, a cui occorre aggiungere, alcune autrici fondamentali, con all’attivo precedenti opere in lingua o apparizioni su riviste, tracce di un lungo apprentissage, e arrivate alle opere edite neodialettali solo negli anni Ottanta e Novanta: Bianca Dorato (1984), Franca Grisoni (1986), Ida Vallerugo (1997) e Assunta Finiguerra (1999).

Sono questi gli autori di una svolta che ha nelle parole dell’effrazione il proprio stigma: scarto o differenza di percezione linguistica, non più lingua dell’oralità preziosa, o dell’elegia di un mondo rurale perduto, bensì idioma coabitante con l’italiano, con i linguaggi settoriali, con i linguaggi dei saperi scientifici e tecnologici, con la parole della politica; differenza di visione della storia: qui, dalla parte degli umili e degli strati meno abbienti della popolazione, la stessa a cui è stato meno agevole, quando non propriamente proibito, l’accesso alle vie dell’istruzione, della conoscenza e dell’emancipazione; differenza di percezione, o percezione dal basso, della subalternità sociale, data spesso dalle umili origini degli stessi autori coniugate a una cultura antagonistico-ideologica di matrice marxisante; non è un caso che molti tra gli autori nominati abbiano avuto esperienza diretta della prassi politica, del sindacato, del movimentismo di varia area o natura (sociale, sessuale, operaio, studentesco o giovanile) tra anni ‘Sessanta e ‘Settanta. Spesso provenienti da aree economicamente depresse, o vissuti, come Franco Loi, nelle edificande periferie e quartieri popolari, affollati dalle molteplici varietà linguistiche della dialettofonia italiana, le vaste aree in prossimità delle città del boom economico, nel melting pot etno-socio-culturale ove più evidenti si manifestavano le contraddizioni e i contrasti di scenari in rapida e drammatica trasformazione.

II.

Strutture della dispersione.
Mettendo un punto a una categoria certosina di limite o ‘congruità’.

Franco Loi nasce a Genova nel 1930, da padre cagliaritano e madre colornese, dall’età di sette anni si trasferisce con la famiglia a Milano, nel quartiere popolare di Casoretto, dove entra a contatto con le parlate dei lavoratori provenienti da tutt’Italia, che mescidano la parlata milanese con le loro, dando luogo a risultati di ibridazione non dissimili dall’argot. Dalla Seconda Guerra Mondiale, dalla Liberazione e dalla sua Milano, la città che da sempre offre il più attendibile scenario alla poesia di Franco Loi e che non corrisponde alla icona patinata che passa per la maggiore, comincia la sua esperienza del mondo. Dopo un lungo percorso esistenziale, lavorativo e politico, nella realtà operaia prima, nel mondo editoriale milanese poi, Loi comincia a pubblicare libri relativamente tardi: escono le raccolte I cart (1973) e Poesie d’amore (1974), ma sarà con Stròlegh (1975) che si imporrà definitivamente all’attenzione degli addetti ai lavori. La prima questione relativa all’opera, riguardava allora, e riguarda, la sua congruità. Il dialetto, o meglio la lingua adottata da Loi, quella della sua formazione nel suburbio meneghino, come risulta dalla lettera a Franco Fortini, riportata nella nota prefatoria allo stesso al volume, è quella parlata dalla “gente, sì veneta, emiliana, cremonese, meridionale, ma tutta milanese, poiché tutti si ingegnavano di parlarlo questo ‘dialetto’ di Milano, questa lingua che ci apparteneva.” Rinvio inoltre il lettore all’intervento di Edoardo Zuccato, Le lingue di Franco Loi, che appare in questo numero de’ «Il parlar franco», e che ci offre una campionatura ragionata del lavoro sulla lingua fatto da Loi già all’altezza di Stròlegh. Si tratta di un dialetto eteroglosso di città, dopo stagioni letterarie contrassegnate dalla riscoperta di un mondo rurale ‘feudale’ e dialettale isoglosso, come lo dice il nostro, incalza ora un mondo “cittadino, proletario, antifascista e, sia pure, dialettale”: a una dimensione arcaica e arcadica, dialettale e feudale, proprie della isolata civiltà contadina, subentra la nuova realtà metropolitana, fortemente esposta e connotata nella sua strutturazione sociale e nella vita politica (in una età in cui tutto era in pubblico, ogni aspetto della vita si connotava di una dimensione politica, e questa vantava ogni primato sul resto, ben più del ‘personale’, ben più della poesia, ça va sans dire, a cui vengono preferite altre letture) come connotata ne sarà la lingua: dunque al piccolo mondo, alle piccole patrie lirico-stilnoviste, alla lingua dialettale tipica, preziosa e frammentaria, succede un neodialetto – un vero e proprio ‘neo-volgare’ lo dirà Gianni D’Elia sulle pagine di «Lengua» (1982-1994) rimarcandone l’aspetto di novità linguistica in analogia con l’operazione fatta da Dante, il primo volgarizzatore della lingua italiana – innervato nella contemporaneità, implicato di cultura politica e di contrasti sociali. Fare della lingua d’uso uno strumento congruo a dire, dantescamente, la complessità del reale, equivarrà a imporre scelte di campo, prosodico-ritmiche, metrico-formali, che tengano conto delle trasformazioni in atto, delle idealità appena trascorse (la lotta per la Liberazione dal nazi-fascismo) o recenti (sul discrimine del sessantotto frontalmente vissuto da Loi). E questo, anche in una visione oppositiva a una idea della critica che voleva o vedrebbe la poesia dialettale congrua a dire di un microcosmo domestico, rurale, da ‘piccola patria’ nella sua esclusività, di nudità naturalista nella descrizione o nel canto delle stagioni, di sostanziale elegia di un mondo perduto: come a dire che la lingua dei dialettali vale se confinata a un mondo di ‘piccole cose’, a umili tamerischi, mentre sarebbe incongrua a dirci le trasformazioni del presente. Fortunatamente, alcune tra le migliori esperienze neodialettali hanno sconfessato questo pregiudizio di congruità, dimostrando come la lingua del neo-dialettale è un duttile strumento capace di affrontare tutto il dicibile e lo scibile, non specifico né settoriale, bensì una strumentazione linguistica in grado di percorrere agevolmente tutte le strade di vita e letteratura.

Potremmo intendere la lingua di Stròlegh come la risultante della endiadi ‘personale-politico’ che fu una istanza propria del Sessantotto. Intendendo con ciò dare rilievo a due modalità che si intersecano: aspetti di una lingua e di una memoria private (a cui non è estraneo il ricorso a idiotismi della originaria phoné materna o genovese, ma pure zia, o sorella, nelle ascendenze sarde del padre) innestate a memorie pubbliche condivise (la lingua ‘paterna’: in questo caso, il particolare italiano meneghino di quegli anni) che si fanno carico di traghettare stigmi e tracce di una cultura di riferimento (la Liberazione, la ricostruzione, il Movimento del ’68, la questione operaia, la realtà sociale di Casoretto in cui Loi è cresciuto) ed esperienze condivise che danno luogo a una vera koinè, nella sua vita di strada, di quartiere, di condominio, nelle osterie e nelle bevute, nelle riunioni sindacali o nelle manifestazioni di piazza, nei rifugi sotterranei negli scantinati durante i bombardamenti, nei terrori comuni durante i rastrellamenti, nella miseria della guerra e del dopoguerra, nell’inscenamento di molti personaggi, figure e figuranti di una variegata rappresentazione di suburbio… anche questo e molta altra materia è in Stròlegh, romanzo memoriale in versi suddiviso in 42 sezioni variamente articolate e di lunghezza variata, dove domina un stampo di endecasillabo naturale sapidamente piegato, caudato o eccedente all’occorrenza: è il verso per eccellenza per una avventura ricognitiva su vicende che configurano scenari e affreschi di epica popolare, ma anche per la narrazione e per le descrizioni di personalità della cultura o della politica, in alcuni casi si tratta di vere e proprie etopee in versi, come per Trasanna, Noventa, Calderon de la Barca. La lingua di Loi, si farà carico di traghettare una dimensione di diversità plurale, assumerà le tonalità e le coloriture più disparate, si configurerà come parte costitutiva di un più vasto affresco. Proprio nella sua valenza espressiva, vieppiù connotata espressionisticamente, con accensioni linguistico-figurali marcate, con inarcature sintattiche e, spesso, con vere e proprie slogature sintattiche e semantiche, tra manierismo (su cui insiste Fortini nella introduzione all’opera) e riferimenti colti, alloglossie e eteroglossie, neologismi e avvertite soluzioni formali. Le parole di Giovanni Raboni, nella loro efficace sintesi, illustrano le due tendenze dominanti presenti nell’opera di Loi:

“I libri che Loi ha pubblicato dopo Stròlegh (e fra i quali vorrei ricordare almeno Teàter, 1978; L’angel, 1981; L’aria, 1981; Bach, 1986) hanno ribadito l’eccezionale misura del suo talento espressivo e della sua violenza etica. Libertario per vocazione oltre che per formazione, Loi adotta spesso, nei suoi testi, l’ottica lucidamente tendenziosa dell’emarginazione sottoproletaria, e usa dunque il dialetto come la lingua, al tempo stesso naturale e artificiosa, della ribellione alla storia. Altre volte invece (e non sono certo i momenti meno tesi della sua poesia) a prevalere è una sorta di dura e solenne vocatività del dolore, della mutezza, dell’amore sentito come selvaggia impossibilità di appartenere e appartenersi.”

(Cfr. G. Raboni, Nuove esperienze dialettali, in Poeti del secondo Novecento, in Storia della Letteratura Italiana diretta da E. Cecchi, N. Sapegno, nuova ed. a cura di N. Sapegno, Garzanti, Milano 1986, vol. VII, Il Novecento, tomo II, pp. 209-248. Poi in G. Raboni, La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959-2004. A cura di A. Cortellessa, Garzanti, Milano 2005, pp. 190-250.).

III.

Conflittualità della dispersione: coincidentia oppositorum, ‘strologogia’ della ragione, ictus e continuum: elencatio, accumulatio, enjambement; passato e presente, canto popolare e invettiva, autobiografismo e storia sociale, mimesis e espressionismo, racconto epico e frammento lirico, ellissi ed ecfrasi, vicende e dopostoria, realismo e visione.

In un contesto poematico molto affollato, di vera e propria epica popolare, di personaggi, in una allure tra Inferno e Limbo di Commedia dantesca, che aleggia come paradigma sull’opera, alimentando il suo sostanziale pluristilismo, la mescidanza dei registri, il lessico non estraneo al ricorso a neologismi e alla contaminazione invisa ai ‘puristi’ del dialetto:

“La Commedia è stata il primo libro, e continua a essere il libro da tasca, di un autodidatta che si è nutrito di letture fitte quanto eclettiche. Qualcosa di dantesco si avverte nel lessico, nell’energica scansione dell’endecasillabo, nell’escursione «comica» di un linguaggio che aggrega idiomi eterogenei, svaria dalla crudezza materialistica all’astrazione, non teme il conio neologistico o la disinvolta contaminazione che spiace ai «puristi» del dialetto. Dantesca è soprattutto l’idea di una lingua «come per se stessa mossa», obbediente a una imperiosa ispirazione interiore, necessitata ad aderire alla materia.”

(P. Gibellini, Poesia in dialetto, in Antologia della poesia italiana diretta da C. Segre e C. Ossola, Einaudi-Gallimard, Torino 1999, nuova ediz., Einaudi, Torino 2003, Novecento, volume II, p. 722).

Come, per altri versi, dantesca risulterà la particolare abilità dell’autore di tradurre in poesia cronaca e storia, elencazione di accadimenti o fatti, la messa in atto di soluzioni lessicali espressionistiche, come nell’uso dei verbi parasintetici, o gli excursus dissertativi e filosofici, con la figura archetipica del poeta Giacomo Noventa che si staglia, elevata a guida virgiliana, un soggetto lirico (il poeta Loi, spesso in trasposizione o transfert di Dante Alighieri) è protagonista di Stròlegh, uno strologante, rivendicativo, icastico e almanaccante dicitore di indizi. Uno strologare incontenibile, difforme e deforme, variamente articolato su strutture strofiche dilatate ad libitum, riconducibili a una esperienza poematica per lacerti memoriali-narrativi e segmentazioni per quadri o scene in cui si affronta, con icastiche aggressività verbali esprimenti la violenza, l’orrore delle vicende. La rappresentazione comico realistica, nelle ampie elencazioni, negli accumuli di dati, nomi, notizie, fatti minimi, o in campiture di versi in cui si articolano ampie parentesi, divagazioni e dissertazioni, assume spesso coloriture di ‘iperrealismo tragico deformato’ (Cfr. P.V. Mengaldo, Poeti ital., op. cit.) accentuato dalle molte ellissi, dai frequenti anacoluti, propri della poesia ma drammaticamente coincidenti con la lingua dell’oralità, specie nelle riproposizioni enfatiche e esclamative di episodi violenti, come è quello relativo ai fatti di Piazzale Loreto, con i repubblicini giustiziati e appesi per il pubblico dileggio, ma anche nelle molte occasioni in cui Loi ripercorre episodi della storia occidentale, con occhio politico e proletario: l’antica Roma, la Rivoluzione Francese e la Comune di Parigi, la morte a Milano, città della peste per antonomasia, il socialismo reale e i Soviet di un “iperrealismo tragico deformato” (Cfr. P. V. Mengaldo, Poeti ital., op. cit.): la lente di chi ha interiorizzato pulsioni e attese sociali, di popolo e di libertà, di escatologismo religioso o ideale, in cui convivono l’attesa di Dio e l’istanza di giustizia sociale, con richiami a Marx, Marcuse, Lukacs, ma anche a un giudizio della storia che passa attraverso l’opera letteraria di Dostoevskij, di Vittorini, la pietas di Čechov, l’epos popolare di Dickens, l’epica del Tasso. Analogamente, originata da un giudizio politico-ideologico rivendicativo e di appartenenza, è presente una componente ludica, carnevalesca, di irrisione della cultura ufficiale e occidentale tout court, in quanto impostata e ‘borghese’, colta nei suoi tratti e nei suoi tic più grotteschi.

IV.

Natura eccentrica e polimorfa della dispersione.

Nel cuore del Novecento, all’acme dei conflitti etico-politici occidentali, Stròlegh si pone come espressione paradgmatica di un’arte che rivendica le proprie ragioni e la propria protesta, di scasso o rottura, di effrazione linguistica, di nuova semantica e rappresentazione della differenza sociale. Ma è una stagione questa, nel passato-presente degli anni Sessanta e Settanta, in cui tra la forte miccia dell’idealità diffusa, si va insinuando, assieme alle sconfitte storiche, pure una consapevolezza di postumità, nel ritrovarsi in una sorta di limbale, inquietante dopostoria o dopotutto. Dopo la Guerra, dopo Auschwitz, la delusione della vita repubblicana, l’esempio improponibile del socialismo reale, l’impossibilità di vivere fino in fondo le ragioni dell’utopia, la guerra fredda e i grandi blocchi, il patto atlantico e la minaccia nucleare: una dimensione immobilizzante di postumità acuita dalla percezione postmoderna della fine di un processo storico nel suo implicito ethos di progressione di umanità e civiltà. I molti stigmi di nevrotica deterritorializzazione culturale, di autentico spaesamento in una realtà difficilmente intellegibile, sortiscono esiti di sconfinamento linguistico e abolizione dei registri formali. Ma dicono anche di una postmoderna ermeneutica della dispersione, in cui “il senso delle differenze è dialettico” e in cui “la parola sopravviene nell’attimo in cui accetta la perdita dell’equilibrio” (Cfr. G. De Santi, Lo spazio, op. cit.); di cui la parola poetica, anche nella grande esperienza neodialettale riesplosa negli anni Settanta, dopo la prima grande fioritura del 1949, si è fatta carico di investigare: nel suo tutto razionale-irrazionale strologare-sproloquiare di Stròlegh, come nella solitudine monologante e iterativa di Baldini, come nella ricerca di una lingua altra, alternativa e connotata politicamente di Scataglini, come, infine, nella proposta di una umanità periferica, laterale, sui generis, di sofferente marginalità di Giacomini. In Stròlegh, opera straordinariamente eccentrica e rivelante tutta intera la quiddità dello stile di Franco Loi, sono presenti le due grandi direttive riprese e continuate variabilmente nel corso della sua versatilissima opera in versi: intendo la dimensione poematica (e implicitamente teatrale, in quanto rappresentativa di un mondo, e nella sua ambizione a un dire totale e plurale, policentrico e polimorfo) rinnovata per altre e nuove vie in Teàter (1978), L’angel (1981 e 1994), Liber (1988); e la dimensione lirica, precipuamente attestata nella seconda sezione del poema, Secundum Lüna, in parte anticipante i frammenti e le predilezioni di diario lirico, di diffusa e libera spiritualità panica e religiosa, recuperata a morfologie espressive più canoniche, delle successive: Arbur (1994), Verna (1997), Amur del temp (1999), Isman (2002), L’aria del temp (2008).

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20 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XVI)”

  1. Molto bello e accurato, ottimamente argomentato, soprattutto nella messa in evidenza della
    “svolta che ha nelle parole dell’effrazione il proprio stigma: scarto o differenza di percezione linguistica, non più lingua dell’oralità preziosa, o dell’elegia di un mondo rurale perduto, bensì idioma coabitante con l’italiano, con i linguaggi settoriali, con i linguaggi dei saperi scientifici e tecnologici, con la parole della politica; differenza di visione della storia …”

    capace di narrazione che arriva ad essere, come viene detto per Stròlegh (in una sintesi a mio avviso bellissima) “rivelante tutta intera la quiddità
    o ancora, e questo è Raboni, “lingua, al tempo stesso naturale e artificiosa, della ribellione alla storia”.

    “E questo anche “ in una visione oppositiva a una idea della critica che voleva o vedrebbe la poesia dialettale congrua a dire di un microcosmo domestico, rurale, […]mentre sarebbe incongrua a dirci le trasformazioni del presente. “

    così come, sull’altro versante, in una visione quasi o similmente oppositiva dei “puristi” del dialetto per la sua contaminazione di lessico ecc…

    Il mio è un breve riscontro di lettura, ma ho salvato il post, anche per i riferimenti dei quali è ricco. Molto ringrazio.

    un saluto a tutta la Dimora-

    (O.T. al termine Stròlegh sono particolarmente affezionata, perché presente in diversi racconti di uba mia prozia in particolare)

  2. Ti ringrazio, Margherita. Non poteva esserci commento migliore per salutare Manuel, che ritorna con queste straordinarie pagine sulla poesia di Loi.

    Un caro saluto.

    fm

  3. Loi mi interessa, ma colpevolmente l’ho frequentato poco. Più che altro, non essendo un esperto di poesia ma solo un suo lettore distratto, mi interessa l’umanità a cui dà voce Loi con la sua lingua. Un giorno uno come Loi potrebbe risultare importante quanto i grandi del passato, quando avverrà la profezia desiderio di Zanzotto, il quale dice giustamente che bisognerebbe sapere il cinese e la lingua dei propri avi, ritenendo implicitamente, immagino, che bisognerà disfarsi dell’assurdo italiano che serve solo a disfarsi dei non scriventi e squalificarli nelle periferie, per farli sentire ciuchi e farli accontentare di quello che hanno. E di quello che decidono gli scriventi… bisognerebbe un giorno inventare un test di parlabilità: se uno scritto anche artistico non è parlabile gli si fa opposizione POLITICA. Sticazzi… Loi una volta che a uno dei pochi stupidi convegni ai quali partecipai, facendo un accalorato e comico discorso contro la cultura, mi fece così tanti complimenti da inimicarsi tutti i suoi stessi amici poeti concettuosi, quelli che l’avevano invitato, che naturalmente mi odiavano. Per l’appunto durante la pausa pranzo c’era da visitare la mostra di Burri e Fontana. La visitammo sottobraccio, io e il poeta che fu accusato di essere uno dei capi delle Brigate Rosse, e concordammo che l’arte concettuosa non ci emozionava, forse si disse anche che era un’arte borghese, ovvero alla portata del suo cinico pubblico… Vabbè…

    Ps: Francesco in quel Thread su NI quelli lì sono teppisti peggio degli arditi di triste memoria; curioso che in questo caso la censura non intervenga… sarà che chi sta dalla parte di Buffoni… vedo che non sono il solo a immaginare certe cose… Concordo con te il giudizio su Stan, che però mi fa un po’ incazzare perché sembro io… tra l’altro usa citare l’aristocomico Stanislaw Lec, come facevo io… e si firma Stan L… i capi penseranno che sono io… mi toccherà rintervenire. Ciao, e scusa le cazzate.

  4. Larry, concordo con te su Loi, totalmente: è un grandissimo poeta, e poi è una persona di una umanità straboccate, che si tocca con mano anche solo scambiandoci poche parole. Per godermi i suoi testi (e quelli di Porta e Tessa – due autentici “giganti”) ho fatto sforzi enormi nel corso degli anni per imparare almeno un po’ della loro “lingua”.

    Per quanto riguarda il tuo “Ps”, non posso che ringraziarti della solidarietà. Mi dispiace di essere andato ben sopra le righe e ben al di là delle intenzioni, ma mi sono sentito umiliato da quei commenti, e con me ho sentito umiliata la memoria delle persone omosessuali che mi hanno onorato della loro amicizia lungo gli anni e che, purtroppo, per ben intuibili ragioni, non ci sono più.

    Vedersi affibbiata l’etichetta di omofobo, di infame (sì, se leggi i commenti qualcuno ha scritto anche qualcosa del genere!), quando da trenta e più anni porti nella scuola, fino a farne parte integrante, ineludibile, dei tuoi programmi il riconoscimento e la tutela dei diritti e della dignità di ogni forma di diversità, a cominciare da quella sessuale; quando ti impegni al limite delle tue possibilità in questa lotta di civiltà che comunque senti “tua” (e non può essere altrimenti, vista la “tradizione” di libertà in cui sei stato “educato”) – farebbe saltare qualsiasi controllo, a chiunque…

    E tutto questo perché? Perché, pur senza mai mettere in discussione le sacrosante rivendicazioni di fondo, ritieni fascista, umiliante e degradante una forma di *lotta* fondata sulla delazione, sulle liste di proscrizione, sulla legge del taglione.

    Che schifo.

    Ma lasciamo perdere, vuol dire che da oggi in poi mi guarderò bene dal lasciare miei commenti in quel posto.

    Stan mi piace, lo leggo sempre volentieri, così come leggo sempre volentieri te: che si sia d’accordo o meno (è il fattore meno importante, per quel che mi riguarda), avete il pregio di lasciare, sempre e comunque, una traccia di pensiero, qualcosa su cui riflettere e con cui confrontarsi. Ai miei occhi, non è pregio da poco. Anzi.

    Ti saluto caramente.

    fm

  5. Francesco non dubito che i tuoi comportamenti pubblici e privati siano eccellenti, ma proprio per questo fai male a ritirarti da NI. La parte ottusa e squadrista di loro, postattori e commentattori, lo piglierà come una vittoria; e potrà sempre mostrare superiorità nei confronti di chi li critica all’interno stesso dei componenti bardati della riserva. Comunque vedo che stanno uscendo post letterari: si vede che un po’ si vergognano…

    Ps: Buffoni, invece di essere anticlericale, come dev’essere qualunque persona civile, propaganda un anticattolicesimo assolutamente improponibile in un paese a stragrande maggioranza cattolico. Cattolicesimo vuol dire Vaticano. Domandati chi, non solo culturalmente parlando, è il nemico assoluto del Vaticano. Poi fai due più due. A fare il calcolo può aiutarti anche il fatto che il nominato è professore universitario, dove comandano…

  6. Larry, ciò che mi mantiene “in piedi”, letteralmente, è quel minimo di rispetto che sento di dovere a me stesso, non fosse altro che per il patrimonio di memorie (piccolo o grande non importa) che mi porto dentro. Ed è proprio quel “rispetto” che mi tiene ben lontano dall’intervenire ancora, soprattutto alla luce delle ultime esternazioni scatologiche e diffamatorie che ho avuto modo di leggere poc’anzi. Scendere al livello di quei tristi figuri e dei loro mandanti, quello proprio no.

    Sono ancora al lavoro e sto approfittando di una piccola pausa, più tardi proverò a rispondere ad un paio di tue osservazioni che meritano una risposta.

    fm

  7. Larry,

    volevo fare un post, ma poi ho deciso che non è proprio il caso, non ne vale assolutamente la pena, visto il livello etico-politico-intellettuale delle persone che dovrei eventualmente chiamare in causa. Lascio qui un paio di riflessioni, per chiudere definitivamente una parentesi – che è anche un momento della mia vita di commentatore di blog.

    Battersi per il riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, come di chiunque, equivale (*sempre*, dal mio punto di vista) a prefigurare, a praticare e a cercare di realizzare almeno una ipotesi (almeno quella) di società *diversa*; significa avere in mente un progetto ben preciso di relazione, di convivenza, di riconoscimento, di diritto, di tutela, di solidarietà – significa, in ultima istanza, essere, soprattutto oggi, contrari, nei fatti e non solo a parole, all’ordine pornocratico esistente e alle sue regole discriminatorie; significa essere umanamente-politicamente-socialmente-eticamente-culturalmente refrattari e impermeabili alle logiche dominanti, alla ritualizzazione, e alla reiterazione (fosse pure in altre “forme”, apparentemente più “democratiche”), delle pratiche di potere che quel “dominio” e quella “discriminazione” giustificano, alimentano e perpetuano. Voglio dire: nessun progetto, fosse pure a livello embrionale, può fare a meno di interrogarsi sui *mezzi* da utilizzare per realizzarlo. E i mezzi, come la storia insegna, non sono mai pure “forme” o “accidenti” – perché, nella pratica, anche forme e accidenti diventano “sostanze”. Provo a spiegarmi con un esempio, che, per quanto “forzato” possa apparire a qualcuno (non certo a persone come Orsola Puecher, tanto per fare un nome, il cui intervento, tra l’altro, brilla come una perla rara, insieme a pochi altri, in quella porcilaia di thread), mi serve unicamente per rendere più chiaro ciò che voglio dire. Quando, settant’anni fa o giù di lì, i nostri padri e i nostri nonni presero le armi per liberare il paese dal nazifascismo, sapevano benissimo che, per rendere credibile l’ipotesi di società defascistizzata che avevano in mente e che volevano realizzare, non avrebbero mai, e poi mai, anche a costo di pagare prezzi altissimi (così come avvenne, e come qualcuno di noi “sa”, anche per memoria diretta, familiare), dovuto far ricorso ad uno solo dei mezzi di cui il nemico che combattevano si serviva. Se il terrore, la delazione, lo stupro, l’intimidazione, la violenza fine a se stessa, le liste di proscrizione sono le *sue* armi, io non le utilizzerò – e vincerò proprio perché non le avrò utilizzate; o, in caso contrario, perderò comunque, pur uscendo (apparentemente) vincitore dalla contesa. Non c’è bisogno di molta fantasia per decodificare il senso del parallelo, la sostanza, “di principio”, della similitudine: se passano la regola e la pratica della delazione, delle liste di proscrizione, della gogna quali strumenti per combattere l’orrore discriminatorio (guarda caso: proprio i pilastri, non solo mediatici, su cui il regime fascista e omofobo che domina il paese si regge), non c’è ipotesi (politica) di futuro che regga. Ma serve a qualcosa richiamare la lezione brechtiana ai dervisci decerebrati che danzano come falene impazzite intorno al lume (pseudo)identitario del loro santone di riferimento?

    Per estirpare la pervicace e profonda radice omofobica che alligna nel corpo di questo paese, non serve assolutamente a niente (se non, come dice Stan in un suo commento, a far acquisire *meriti*, chi-sa-dove e presso-chi-sa-chi, a coloro che se ne fanno propugnatori) utilizzare le stesse armi di chi quell’omofobia cavalca e alimenta, facendone la base *reale* dei suoi privilegi e del suo potere. Ci vuole un impegno comune, generalizzato, di massa; una lotta condotta quotidianamente in tutti gli ambienti dove la vita comune e la convivenza civile e democratica si esprimono e si realizzano – a cominciare dalla scuola… Quella contro l’omofobia, per quel che mi riguarda, deve essere una “lotta di liberazione” autenticamente popolare, di sostanza, capace, nell’esprimersi, di farsi progetto condiviso, lavoro e coscienza comune: la coscienza di chi sa, ne è profondamente persuaso e, quindi, è disposto a battersi per essa, che ogni centimetro strappato al razzismo e alla discriminazione è un baluardo in difesa della libertà e della dignità di tutti, in generale, e di ognuno nella sua irripetibile singolarità e diversità, in particolare.

    E allora, al posto delle ridicole e ripugnanti (ma solo per chi le lancia) accuse di omofobia, di omertà e “difesa dei vescovi” (n.b.: sono ateo, da sempre), di connivenza con un sistema politico che fa della doppia e tripla morale l’humus degradante su cui si fonda (n.b.: vengo dalla tradizione anarco-socialista e la “porto” con fierezza cucita addosso come una seconda pelle) – accuse che i vari paladini in servizio permanente effettivo sotto i post di Buffoni spargono a piene mani su coloro che osano soltanto, non dico metterne in discussione le tesi, ma cercare di argomentare intorno all’assolutismo liquidatorio di alcune affermazioni e di alcune pratiche proposte, forse è il caso che costoro comincino a fare un po’ di chiarezza (con se stessi, se ne sono ancora capaci) sui reali termini della *questione*. Uno su tutti, nelle sue articolazioni: questo è un paese profondamente cattolico; non tutti i cattolici e i credenti sono clericali e reazionari; molte persone omosessuali sono convinti credenti; molti credenti eterosessuali (ne conosco parecchi) sono in prima fila nelle battaglie per il riconoscimento dei diritti delle comunità lgbt… E allora, *signori*?

    fm

    p.s.

    Su NI ho solo le mie impressioni, da lettore esterno (da quando è nato il blog) sul senso della sua “deriva”…

  8. Sì, Loi è una persona molto speciale. Ma come direbbe un mio e suo caro amico poeta: ‘non capisce una mazza di politiva’ :-) Scherzi a parte, è stato solo il suo ingenuo entusiasmo che lo ha portato a schierarsi con la Lega al suo nascere…. poi, fortunatamente si è presto reso conto della mostruosità della cosa.

  9. era per @Larry.

    e questa è un po’ sul dibattito nato tra Francesco e Larry. Caro Larry, credo che non ci siano dubbi sul valore e sull’onestà di Buffoni: una persona molto corretta e molto onesta: il suo percorso accademico, umano, artistico e la sua militanza lo testimoniano continuamente.

    grazie e ciao a tutti

  10. Manuel, io non ho mai detto che il professor Buffoni non è corretto. Ci mancherebbe. Ho detto che le sue INFERVORATE battaglie sono contigue alle battaglie secolari dei nemici del Vaticano. Poi, tutti siamo brave persone, ma quando si sostengono valori come la DELAZIONE, si va ben oltre il non capire una mazza di politica, come è diritto di un poeta che scrive in dialetto e che può cadere in certe trappole localistiche… si scivola nel campo assai assai problematico della FORZA (che evidentemente Buffoni ritiene di avere…), nel quale del resto assai raramente le minoranze prevaricano le maggioranze. Io penso che le battaglie per i diritti si fanno con gli strumenti del diritto. Se invece un professore tanto esimio non capisce che il METODO di questa battaglia si ritorcerà contro qualunque minoranza e peggiorerà la condizione di chi lotta per vedere affermati i diritti, vuol dire come minimo che ha usurpato il posto.

  11. Caro Manuel, qui non sono in discussione titoli accademici e onestà individuale delle persone (quelli, per me, sono fuori discussione, fino a prova contraria).
    Si sta parlando in margine a un post (di Buffoni) che ha dato la stura alla sua crew di fanatici per gettare accuse infamanti su coloro i quali hanno avuto l’ardire di ritenere una certa “strategia” proposta francamente di stampo e di marca fascista. Perché tale è – e lo pensa anche la stragrande maggioranza della comunità lgbt.
    Si dà il caso, poi, che le persone infamate sono da sempre in prima linea nella lotta contro la discriminazione e per il riconoscimento dei diritti (tutti, nessuno escluso) delle persone omosessuali…
    A me sembra francamente “sospetto” che lo stesso Buffoni non abbia niente da ridire; così come niente da ridire ha la stessa NI (tranne un paio di eccezioni). Deve essere una nuova strategia da litblog: uno spottone lungo quattrocento commenti di insulti, ingiurie e fanatismi congiunti pe risalire le “classifiche”…

    La mia posizione è chiara, da sempre: sono e resterò al fianco di chi si batte per la dignità e i diritti di chiunque, a iniziare da quelli quotidianamente violati e massacrati delle persone omosessuali e transessuali – e saprò passare questo testimone di valenza etica e politica ai miei figli.

    Lo farò sempre, nonostante tutto e tutti.

    fm

  12. Larry, ti leggo solo adesso. Grazie per la risposta – coerente, pregnante e rispettosa – in linea con la caratura morale e umana del destinatario.

    Ma da te, sinceramente, non potrei mai aspettarmi niente di diverso.

    Un saluto a te e a Manuel.

    fm

  13. Comunque, io con questo discorso, almeno pubblicamente, ho chiuso. Così come ho chiuso anche con NI. Non gliene fregherà niente a nessuno sicuramente (e ci mancherebbe!), ma veder bersagliata anche una persona come Orsola Puecher mi ha fatto capire che, ormai, con tutto il rispetto e l’affetto che ho per alcuni redattori, quello non potrà mai più essere un posto per me.

    fm

  14. Grazie Lucetta, un piacere incontrarti qui.
    E grazie a Cristina Bove e a Tiziana Tius (scopro solo ora i due riquadrini con le icone… non so neppure cosa sia, Francesco, è Facebook? io non sono su fb, non avrei tempo. già così impazzisco…

  15. Manuel, sono i contrassegni dei bloggers che, avendo letto il tuo articolo, hanno schiacciato un tasto con cui esprimono il loro gradimento. Sono dei commenti “figurati”, in un certo qual modo.

    Fb non c’entra, almeno credo. Di quel social network ne so meno di te, e sono felicissimo della mia ignoranza :)

    Ciao.

    fm

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