Persuasori di morte

Roberta Borsani

Da una palude nei pressi di una cittadina della provincia piemontese riemerge il cadavere di una ragazza uccisa con un colpo d’arma da fuoco. Tormentata da gravi problemi psicologici, Fiammetta Uslenghi poteva contare solo sull’amicizia di un giovane prete, don Gabrio, e di sua sorella Miriam, donna dal fascino enigmatico e dal passato ambiguo. A indagare su quel caso di omicidio è il commissario Realis, un cinquantenne appassionato di letteratura e di floricoltura. Numerosi indizi lo costringono, suo malgrado, a incriminare il sacerdote. Ma nella sua mente si addensano crescenti perplessità: le indagini procedono con una linearità fin troppo consequenziale, fra testimonianze e coincidenze che sembrano obbedire a un piano diabolico, a una tenebrosa congiura ordita per annientare don Gabrio. All’insaputa di Realis, in effetti, un misterioso Principe conduce, insieme a complici celati dietro maschere ed epiteti emblematici (il Filosofo, l’Artista, l’Abate…), un “Grande Gioco” che consiste nello scegliere una vittima predestinata e metterla in una situazione talmente disperata da non consentirle altra via d’uscita che il suicidio. Sulla sua reazione, sulla sua capacità di resistenza alla pressione, sull’esito della sua discesa agli inferi i “persuasori di morte” fanno scattare – ulteriore perversione – le loro scommesse, inebriati dalla sensazione di esercitare un potere assoluto sul destino di una persona. Che è appunto, nella fattispecie, il sacerdote. Tra il commissario, convinto della sua innocenza, e le forze occulte del Male si apre così uno scontro rabbrividente, che non potrà risolversi senza qualche sconfinamento nel soprannaturale.

Persuasori di morte

Udito Egesia, filosofo cirenaico, recitare quelle sue lezioni della miseria della vita, uscendo della scuola, andavano e si uccidevano: onde esso Egesia fu detto per soprannome “il persuasor di morire”.

(G. Leopardi, Operette morali, Dialogo di Plotino e di Porfirio)

Prologo
L’ESPERIMENTO

Il ratto zampetta stancamente lungo i cunicoli del labirinto di cartone, per l’ultima volta, trascinandosi come per arrivare allo sfinimento della vitalità residua, prima di trovarsi ancora di fronte al bocchettone. Lì lo attende il monotono ronzio dell’elica, che finora non ha preso in considerazione, avendo percepito che quell’uscita non è affatto una via di scampo ma l’anticamera del macello. Fin dal primo momento in cui è stato collocato nell’ordigno, gli è stato mostrato con una carota che introdursi in quell’anfratto significa essere triturati, come l’ortaggio. Così ha percorso decine di volte il dedalo di viottoli, tentando ogni possibile variante, prima di realizzare che il groviglio non ha soluzione alcuna se non quell’unica, terribile.
     Sopra la cupola di plastica trasparente che ricopre quello che ha definito “il modello del mondo”, il Filosofo in piedi, a braccia conserte, osserva impassibile la scena. Il topo adesso è tornato al punto di partenza, di fronte al cunicolo ronzante. Accucciato, solleva ritmicamente il dorso in un movimento in cui non si può distinguere l’anelito all’ossigenazione dal puro terrore animale.

ARTISTA – Vede? Se mi avesse dato retta, avremmo già la nostra risposta. Così, invece, dovremo star qui ad aspettare che muoia di fame.
SPEZIALE – Sì, ecco, tutti possono testimoniare che fin dall’inizio ero d’accordo con la signora. Un pezzettino di formaggio dall’altra parte, o meglio ancora (e qui si lascia andare a un risolino malizioso), qualcosa impregnato dell’odore della topa. Ci vuole un motivo per morire, no?
FILOSOFO – Se vi avessi dato ascolto, e il topo avesse fatto quanto vi aspettavate, l’esperimento sarebbe fallito miseramente. Che ci importa constatare che anche in natura regnano l’errore e l’illusione? Il quesito che il Principe ci ha posto è di tutt’altro genere.
ARTISTA – Beh, allora non ho capito. Mi sa che dovrete rispiegarmelo.
ABATE – (sospirando) Se la morte è un rischio che si frappone tra l’appetito e il suo oggetto (libertà, cibo o copula che sia), allora è solo un incidente di percorso. Ma se rimane l’unica scelta possibile, accertata la vacuità dell’esistenza, eliminata ogni oppressione frutto del desiderio e del pericolo, allora la morte assume tutto un altro aspetto e si presenta come una necessità metafisica.
FILOSOFO – …e solo in questo caso possiamo parlare veramente di suicidio.
ARTISTA – Questo però non vale per tutti. Noi sappiamo bene che la vita è un non-senso, eppure nessuno di noi ha in mente di farla finita.
ABATE – (con un sorriso enigmatico) Ma è perché noi abbiamo trovato il varco per superare la banale condizione umana.
Noi siamo i Giocatori: rifacciamo le regole, reinventiamo il mondo ogni volta, meglio di Dio.
FILOSOFO – Complimenti, Abate: devo riconoscere, anche se a malincuore, che la sua Teologia è meglio attrezzata dell’Arte e della Scienza a comprendere il significato sublime dell’esperimento che il nostro Maestro ci ha proposto.
ABATE – Già. Ma la mia è una Teologia a rovescio.
FILOSOFO – Ed è questo, solo questo che mi rende tollerabile e perfino apprezzabile la sua compagnia…

Improvvisamente il ratto fa un balzo in avanti e s’infila direttamente nel cunicolo fatale, lasciando sporgere alla vista la coda quasi intera. Il leggero ronzio di prima diventa il muggito del Minotauro, il motore di un tritacarne che rallenta a tratti e poi riprende inesorabile a consumare la resistenza materiale della vittima.
     La coda sbatte come una frusta per due o tre volte, finché si adagia sul pavimento, nuda e afflosciata come un verme defunto.

GENERALESSA – (l’unica che ha assistito alla scena impassibile, senza voltare furtivamente il capo o abbassare le palpebre, come hanno fatto gli altri) Bene. Il nostro animaletto ci ha dato la risposta. Il Principe sarà contento, il Gioco può iniziare.

Capitolo Primo

I

Non era la prima volta che una ragazza gli appariva così, spuntando fuori dall’acqua, bianca come un’ondina: i capelli fluttuanti rivestiti di alghe, la bocca socchiusa, la pelle di carta increspata… Per le donne disgraziate dei dintorni la palude era evidentemente il posto ideale in cui congedarsi dal mondo: ogni anno qualcuna ci veniva ad affogare, rispondendo a suo modo alla chiamata che i luoghi romanticamente sinistri esercitano sulle esistenze fragili. Certe sprofondavano da sole e senza un grido, scivolando tra grossi pesci dal profilo caprino e ranuncoli d’acqua. Altre invece si lasciavano inghiottire già morte, sfinite dalle botte che, a seconda dei casi, il marito, l’amante, il pappone gli avevano scaricato addosso. E ogni volta, mentre assisteva al ripescaggio del corpo da parte dei sub, il commissario Realis provava l’impulso di mollare tutto e di andarsene, piantando lì, tra le nuvole umide che salivano dall’acqua, i poliziotti, il prete, i vigili del fuoco e gli sciacalli dei giornali locali.
     Dimenticare la morta, tornarsene semplicemente a casa, a piedi, con le mani intrecciate dietro la schiena. Concedersi una sosta di fronte alla vetrina de Le Mille e una Notte, la più vecchia libreria della città, e lì fantasticare intorno a titoli di libri che non avrebbe mai avuto il tempo di leggere… Era un sogno a cui si abbandonava ad occhi chiusi per qualche minuto, aspirando voluttuose boccate di fumo che gli bruciavano i polmoni. Quando li riapriva, era come nuovo: pronto a sputare fuori quel fuoco che faceva di lui il poliziotto più conosciuto della zona.

«Questa ha ancora addosso la giacca, non deve essere in acqua da molto» gli bisbigliò il medico legale alitandogli addosso l’amaro di una caramella al rabarbaro. Aggiunse che non si trattava di suicidio. Proprio sotto il seno sinistro, vicino al cuore, c’era il foro di un colpo di pistola: un colpo ravvicinato, quello che si becca chi proprio non se l’aspetta. L’acqua aveva lavato via tutto il sangue, rimaneva una debole traccia incrostata di fango e alghe.
     La ragazza intanto aveva spalancato gli occhi, verdissimi, immobili. Il commissario le abbassò le palpebre con una carezza e poi, con cura, ispezionò a sua volta il corpo. Osservò con la lente d’ingrandimento la catenina che aveva al collo, da cui pendevano un ciondolo di fili d’oro intrecciati a forma di cuore e una medaglietta con incise data e iniziali: 16-3 1984, F. U. Poi esaminò i piedi, le mani e le unghie. Dedusse dall’assenza di tracce di smalto che certamente la ragazza non faceva la prostituta. Anche l’abbigliamento era curato ma essenziale: vestiti di buona fattura senza fronzoli né griffes prestigiose. Realis si convinse che la ragazza doveva essere del posto, non una puttana straniera di cui nessuno reclama la salma e il cui nome rimane impigliato per sempre nei rami di una lingua dai suoni impronunciabili.
     Di scatto l’annegata aprì un occhio, uno solo, e lo fissò: di nuovo lui glielo richiuse, soffocando un brivido. Da qualche parte aveva letto che la pupilla della vittima fotografa implacabile il volto dell’assassino: basterebbe saperla leggere. Ma ci vorrebbe un mago, non un commissario.

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Roberta Borsani, Persuasori di morte
Milano, Edizioni OGE
Collana “NerOleandri”, 2011
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9 pensieri riguardo “Persuasori di morte”

  1. Una trama fitta e misteriosa che mi incuriosisce davvero, Roberta, soprattutto per i meccanismi psicologici che mette in gioco. Cercherò questo libro, ho un arretrato di cose da leggere che fa paura, ma ormai la curiosità mi ha messa in gioco su quella scacchiera di ruoli e dovrò necessariamente soddisfarla :)
    nel farti i complimenti, un abbraccio.
    nc

  2. Grazie a Francesco per aver dedicato tempo e attenzione al mio romanzo e grazie a Natalia, Nadia, Maurizio, Cristina per le belle parole. Nel caso in cui vi avventuriate nella lettura, spero possiate trovarvi qualcosa di quello che per voi è importante.
    Un abbraccio,
    roberta

  3. Natàlia, il link è in fondo all’articolo, nella scheda del libro: basta cliccare sul nome della casa editrice e vi si accede direttamente.

    Il libro è bello – ed estremamente “coinvolgente”, come le regole del “genere” impongono. Ma lo *stile* e la *qualità della scrittura* sono già al di là di qualsiasi regola di genere: qui, infatti, viaggiamo in *primissima classe*, in compagnia di una scrittrice in crescita esponenziale, in possesso di una *cifra* personale già ampiamente marcata e riconoscibile.

    Grazie a tutti per gli interventi.

    fm

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