L’onestà ritmica del silenzio

Domenico Ingenito

[Le note che seguono sono state scritte su un taccuino a Cracovia, in un momento di concentrazione peripatetica: scrivendo, camminavo seguendo il riflesso del sole sui binari del tram. Tornato in stanza, poi, ero felice. Perché la consapevolezza dell’emergere di un nuovo tempo si affacciava alla mia coscienza come il fremito della stanza e di tutte le pareti, la finestra e le lampade al passaggio del tram. Come quei sussulti leggeri che percepisci dentro, come se il cuore e i polmoni facessero da cassa di risonanza a un’intuizione luminosa. Seguiranno anni molto belli.]

L’onestà ritmica del silenzio:
ai poeti di vent’anni.

     Nell’eccessiva penuria di intenti e devozioni di cui quest’epoca si ammala, l’arte, forse, va cercata nel tormento estatico dei dissennati. Se invano ormai cerchiamo di vocalizzare il mondo – disperso nell’anonimato del frammento – dobbiamo apprendere da chi, per sorte avversa di follia mentale o disnatura fisica, piange ad ogni fremito di vento.
     Se l’oggetto è il motore della semiosi, se è vero che è la cosa che ci parla, oppure se è davvero la forma ad irretirci con l’alchimia di attrazione e inclinazione, allora la crisi del nostro tempo va cercata nella disarticolata natura dello stare al mondo – per noi – del mondo. La cosa è, di per sé, oggetto splendente e muto che, come il nero materiale radioattivo, emana vertigini di senso incessantemente, con violenza e sorte di progressivo decadimento.
     Nel circolo che conduce gli oggetti dalla creazione all’estinzione, è imposto a noi un processo di semiosi potenzialmente illimitata che, sebbene asintoticamente incessante per via dell’impossibilità umana di esperire la fine, è in realtà soggetta a perdita di vigore. L’ossessione dei moderni per l’antico, l’arcaico, l’originario e l’autentico, è segno di un ultimo disperato slancio dell’umano verso il recupero del vigore semiotico del mondo che ci parla e impone d’esser detto nell’alveo dell’esperienza sensibile.
     Ma questa forma di evocazione artificiale dell’origine, contrariamente all’atto di invocare una grazia dall’invisibile quando l’umano è posto ai margini di profezie che annunciano la distruzione totale di ogni cosa, non è altro che una violenza perpetrata ai danni dell’oggetto nel momento in cui esso annuncia silenziosamente l’assottigliarsi della sua capacità di significazione.
     Se le avanguardie del primo Novecento costituiscono un atto estremo e drammatico di evocazione di senso nei confronti dell’oggetto progressivamente ammutolito, le neo-avanguardie tardo-novecentesche deridono l’oggetto sotto l’accusa di impotenza semiotica. Se l’avanguardia nasce in seno al vigore totalitario di piegare il mondo al volere assoluto dell’umano, la neo-avanguardia muove da una ascetica negazione del mondo. Se, nel primo caso, al linguaggio poetico è affidata una sacralità trasformazionale e proiettiva tale da sopperire al tramonto del divino, nel caso delle neo-avanguardie, riconosciuto il destino di dissociazione semiotica tra le parole e le cose, esse convergono verso l’atto di negazione del mondo, ormai impotente, per mezzo del sabotaggio della struttura intima del linguaggio.
     Il destino della rima è il principale segnale di questo processo. Essa, infatti, compare in un momento della storia dell’uomo in cui la tensione tra le parole e gli oggetti comincia ad incrinarsi ed emerge la necessità di un legame capace di tenere saldo il rapporto di significazione tra il mondo e il respiro articolato in voce. La rima tra due parole alla fine di un verso, nel proporre l’evidenza di una possibilità di consustanzialità segnica tra la forma e la divergenza semantica, assicura, nel piano macroscopico della pratica letteraria radicata nella società, la stabilità del rapporto tra parole e oggetti esterni al testo. Il fastidio o il disgusto che proviamo oggi nei confronti della rima è dovuto in gran parte al processo di scardinamento del legame tra parole e oggetti del mondo.
     È interessante notare come, nella prassi dei neo-avanguardisti, l’uso della rima sia esclusivamente relegato all’ambito del discorso ironico, ludico, oppure, quando emarginato dalla legittimità poetica, sentimentalistico – ovvero, la canzonetta e la versificazione a-letteraria. Il ludismo, quindi, diventa carattere preminente della pratica neo-avanguardistica proprio perché è esercitato in seno a quel sabotaggio del linguaggio che è strumento non solo di negazione del trascendente, ma anche, e soprattutto, del mondo in quanto fonte potenzialmente illimitata di senso.
     Il risultato è che, in poco meno di un secolo, siamo passati dall’espressione del senso di crisi nei confronti della perdita del senso, all’attivo sabotaggio del senso stesso. Ironia della sorte è che questo processo di decostruzione nichilistica ha preso piena forma proprio in quel laboratorio di rivendicazioni libertarie e di propositi di trasformazione e rinnovamento sociale che sono stati gli anni Sessanta. Morto Pasolini, ultimo antropologo italiano del Novecento ad aver denunciato a piena voce la tragedia del nichilismo neo-avanguardista, si è aperto il sipario del deserto berlusconiano, dal quale solo oggi, pare, riusciamo timidamente a uscire.
     Se il fascismo è stato, da un punto di vista strutturale, quindi indipendentemente dall’etica e dagli intenti dei singoli autori, l’analogo politico dell’ideale avanguardista di fare della lingua uno strumento di intervento attivo sul mondo, le neo-avanguardie hanno preso piede nel trentennio nichilista che ci stiamo lasciando alle spalle. Le responsabilità del pensiero politico di sinistra, che ha fatto della negazione il proprio vessillo piuttosto che l’affermazione, sono incommensurabili. Il berlusconismo stesso ha preso piede proprio nel terreno del nichilismo etico ed estetico cui si sono prestate le sinistre. Ovviamente, quando parlo di sinistra, non intendo l’entità attoriale politica in senso stretto, ma l’atteggiamento culturale dominante che dagli anni Sessanta in poi si è impegnato nella riformazione libertaria della società italiana. Sebbene sia naturale che ogni forma di protesta faccia della negazione il proprio punto di partenza, affinché la sua forza propulsiva perduri efficacemente nel tempo, essa ha bisogno di rifondare una solida struttura etica ed estetica.
     Quello che caratterizza in parte il trentennio nichilista è basato su una forma di ludismo cinico nei confronti del bene e del bello come ideali umanistici da affermare e sostenere. Lo stato in cui versa il sistema accademico italiano – che in quanto realtà universitaria si offre allo sguardo come legame tra il versante politico e quello culturale, se non spirituale, di una nazione – non si discosta molto dalle condizioni del bordello mediatico berlusconiano. Con la differenza che, se quest’ultimo è il prodotto di un edonismo imbarazzantemente regolato dalle leggi di mercato, il sistema universitario, così come l’élite culturale e letteraria, continua a proporsi come presenza necessaria e imprescindibile allo sviluppo intellettuale della società italiana.
     Sebbene siano chiare le posizioni politiche dei dirigenti culturali che hanno partecipato al ’68 e che oggi amministrano gli spazi del sapere, la finalità del loro agire scientifico, etico ed estetico pare arenata nel circolo vizioso dei giochi di potere, del ludismo narcisistico, del cinismo spirituale e della ricerca accademica fine a se stessa. Soprattutto per quanto concerne gli studi letterari, la frivolezza decostruttivista dello sguardo estetico sul nostro tempo si accompagna con il frigido filologismo che fa del proprio oggetto di studio una collezione d’ossa le cui ragioni d’esistenza sono legate all’affastellamento di dati posti in offerta al tempio mondano della scienza, oppure all’accumulo di massa critica usata come moneta di scambio per l’acquisizione di potere all’interno della gerarchia accademica.
     Nel corso degli ultimi dieci anni ho avuto l’opportunità di osservare da vicino la realtà di tre importanti atenei italiani, centinaia di docenti, ricercatori e assegnisti. Devo confessare che, solo in pochi casi, le dita di una mano, e parlo di persone, ho avuto la certezza di incontrare umanisti intellettualmente onesti, attivamente coscienti della portata etica del proprio oggetto di studio e mossi non da tornaconto narcisistico, politico o da inerzia critica. Sono loro gli “imperdonabili” del nostro tempo.
     Derisi dai colleghi, quando non osteggiati con sfrontatezza, esclusi dalla dirigenza didattica e amministrativa, succubi della volontà dei loro sedicenti maestri che esercitano su di loro un autoritarismo mai coronato da autorevolezza. Eppure, i loro gesti, nei rari momenti di libertà che è concessa loro, sono segnati da una grazia amorevole che non ha pari. Spesso, inconsapevolmente, hanno firmato il giuramento d’Ippocrate dell’insegnamento, nello sforzo pedagogico di formare esseri umani e non presenze di carne che assicurino un posto in poltrona. Tutti gli altri, invece, sono vittime tristi del proprio cinismo, abbrutiti nello spirito e nel corpo dalla afasia etica che hanno abbracciato quando hanno visto nell’insegnamento nient’altro che una fonte di guadagno – per quanto misero – quando non un ostacolo alla loro egocentrica scalata gerarchica.
     Sebbene nell’Italia di oggi siano molte le categorie sociali che collaborano alla rovina del nostro paese, questi ultimi costituiscono la più pericolosa perversione del trentennio nichilista, in quanto spargitori di sale, pestilenza e agonia spirituale nei campi dove dovrebbero sbocciare le nostre menti più brillanti.
     Per quanto denunce di questo tipo siano state formulate già da diversi anni, la tendenza critica si limita generalmente a ridurre le cause di questa crisi di oggi a fattori di natura socio-economica e politica in senso stretto, senza mai contestualizzarla nel più ampio spazio del nichilismo ontologico degli ultimi trenta anni, alimentato in primo luogo dal sabotaggio della lingua e dalla negazione del mondo in quanto oggetto di contemplazione estetica e spazio di esercizio etico.
     Se il mandato dei poeti ha acquisito conformazioni di diversa natura a seconda dei luoghi, dei tempi e dei contesti socio-antropologici, fino a perdere buona parte della propria ragione d’essere nella città italiana del Novecento, nel nostro tempo, oggi, è necessario che l’atto di scrittura si offra nuovamente come onesto spazio di partecipazione alla sacralità del rapporto tra le parole e le cose. Uno spazio in cui anche la disforia, il malessere esistenziale, l’ironia sardonica, la scissione etica e il disorientamento afasico dinanzi al mutismo degli oggetti e all’impoverimento del vigore ritmico e figurativo della lingua abbiano piena dignità di essere esperiti. A patto, però, che non diventino i cardini fondativi di una estetica negativa in cui il ludismo cinico risulta essere l’unico atteggiamento assimilabile nei confronti del tempo della decadenza.
     A questo punto, un intento estetico che oggi abbia intenzione di contrastare la portata nichilistica della frangia più infruttuosa delle neo-avanguardie al fine di recuperare il dialogo tra le parole e le cose del mondo in rinnovato dialogo con gli oggetti, senza però ricadere nell’assertivismo di canoni formali ideologicamente imposti all’atto di scrittura, deve costituirsi a partire da una proposta relativa a un generale atteggiamento da assumere, piuttosto che a una maniera da difendere o imporre.
     “Onestà”, forse, è il primo termine di un vocabolario intimo che potrebbe definire i termini di questo atteggiamento estetico da riconoscere, difendere e portare avanti, prezioso come spazio di non inferno nell’inferno dei viventi.
     Una scrittura onesta è, in primo luogo, il risultato di un atteggiamento onesto nei confronti della parola e del mondo, i quali, piuttosto che essere negati o ridicolizzati, dovrebbero essere costantemente interrogati in una forma di partecipazione sim-patica anche nel momento del naturale conflitto dell’io nei confronti del linguaggio e delle forme del mondo. Ed è proprio in questa situazione critica, cioè quando il mutismo degli oggetti, l’apparente vanità della loro presenza e l’incapacità espressiva del linguaggio spingono il poeta verso l’esercizio di un cinismo nichilistico, che l’onestà diventa necessaria in quanto strumento di attesa, comprensione e accoglienza.
     Si tratta, quindi, del recupero di una forma di attenzione e contemplazione anche quando il tutto chiama alla negazione ludica. Onestà significa anche non evadere mai da questo conflitto, consustanziale alla natura stessa del fare poesia, ché le spade, anche quando insanguinate, brillino nella doratura della cortesia.
     Sebbene il mondo si presenti solo in rarissime occasioni ormai (ma più per ragioni d’ordine ontologico che storico-ambientale) come ordine e bellezza da esaltare nel potere estatico della parola, di esso e del linguaggio va tenuta sempre presente la possibilità latente di emanare grazie e bellezza indipendentemente dalla frustrazione in cui versano gli occhi e le labbra dell’io quando si apprestano a vedere e a pronunciare.
     In poesia, uno dei primi atti di ribellione sanguinaria di cui io abbia notizia, è stato espresso in persiano, nell’Anatolia del tredicesimo secolo, dal mistico Rumi:

Oltre i lacci dei versi e dei sonetti, o sovrano, sultano dell’Eterno,
lunga breve lunga lunga, lunga breve lunga lunga, questo metro così mi ha ucciso.

     Le rigorose regole della prosodia arabo-persiana, quantitativamente basate sull’alternanza di sillabe brevi e lunghe, non possono in alcun modo essere trasgredite perché, in quel contesto, è la presenza del metro ad essere imprescindibile affinché il discorso possa essere considerato poetico.
     Il poeta persiano, quindi, non ha altra scelta se non il rispetto di quelle norme che, benché stringenti, se evase rendono impossibile l’esistenza stessa del testo poetico.
     Lo stratagemma rivoluzionario e, oserei dire, avanguardistico di Rumi risulta nell’azzeramento del discorso alla menzione delle sillabe, lunghe o brevi, che costituiscono il metro da lui impiegato nel sonetto di cui il verso fa parte.
     Così facendo, Rumi riporta il verso al grado zero della struttura formale del poema, al fine di comunicare la crisi dell’io nei costrutti di un linguaggio formalmente troppo limitato perché in esso prenda forma l’eccesso di presenza e slancio spirituale che preme per essere detto.
     La lingua poetica, qui, è scarnificata fino a mostrare l’ossatura che ne consente le condizioni d’esistenza. Così come ci si chiede per quale motivo i poeti persiani abbiano mantenuto per un millennio la stessa manciata di forme metriche senza pervenire molto prima al verso libero, allo stesso modo c’è da chiedersi per quale motivo Rumi, pur esprimendo il tono drammatico del conflitto con il linguaggio, non si sia disfatto completamente di quella ossatura formale che tanto lo soffoca. La ragione che impedisce a Rumi di pronunciare il proprio conflitto con la lingua spezzando l’ossatura stessa del discorso poetico, il metro del suo sonetto, può essere ascritta al tipo di atteggiamento che fin qui abbiamo chiamato onestà.
     È opportuno però chiarire le differenze del sistema in cui Rumi si muove rispetto all’orizzonte contestuale della nostra contemporaneità. In ambito persiano, l’onesta accettazione del discorso poetico nell’alveo dell’aderenza alle regole formali affermate dalla tradizione fa parte di una generale percezione di sacralità nei confronti del linguaggio umano, associato al logos coranico. In ambito islamico medievale la parola, in quanto attualizzazione della matrice assoluta della creazione dell’universo, è concepita come ipostasi del divino, e “presso” di quello risiede proprio come il logos giovanneo che nella nostra tradizione si traduce in carne e non in libro. Alla parola poetica, quindi, è affidato non solo il mandato di sorreggere e innervare l’ordine socio-politico, ma anche la necessaria prossimità osmosica con la struttura stessa dell’universo sensibile, in quanto, quest’ultimo, è espressione di una matrice verbale che, sebbene creata, deriva dall’Eterno direttamente e senza mediazioni.
     Nel caso di Rumi, l’onestà come necessità è parte di un atto di fede nella natura trascendentale del linguaggio, il quale, se intaccato nella sua natura formale così come è stata definita da una tradizione che in quelle stesse forme ha negoziato il patto etico tra la scrittura e l’ordine sociale come riflesso dell’ordine metafisico, instaurerebbe una frattura nell’essere che sarebbe inconcepibile per la mentalità dell’uomo medievale.
     Il fatto che nel nostro tempo la realtà non sia più percepita secondo un ordine metafisico e logo-centrico, così come la poesia non assolve più una funzione socio-politica, ma si situa, per prassi, ai margini della nostra esistenza mondana, ci impedisce di derivare l’onestà nei confronti della parola da un atteggiamento fideistico che tragga legittimità dall’orizzonte delle religioni rivelate.
     Per questo motivo, oggi, l’aderenza a un canone formale non è più difendibile proprio perché l’ordine dell’onestà non può più essere fideisticamente prescritto e assimilato nel tessuto di un’esperienza condivisa del sacro.
     Se, al tempo di Rumi, l’onestà letteraria si risolveva in una forma di rispetto necessario nei confronti delle forme classiche, nel nostro tempo essa diventa una questione si sopravvivenza, nella quale non sono le forme del discorso ad assicurare il recupero di un’etica della significazione, ma l’esercizio di un rispetto del rapporto tra lingua e mondo. Rispetto che, qualunque sia la forma concessa dalla pratica di estetiche personali o condivise da una cerchia ristretta di persone, ci impone l’abbandono del nichilismo e l’accettazione del valore positivo delle forme del mondo e dell’espressione.
     Ciononostante, benché l’oggetto ci parli in modo indipendente dalla nostra comprensione e ci chieda di essere detto ormai seguendo una qualsiasi delle forme dell’esprimibile, la questione della forma si impone alla nostra attenzione quantomeno al fine di definire il discrimine tra ciò che è poesia e ciò che non lo è.
     Dovremmo, a questo punto, smettere di cedere alla tentazione di antologizzare il fatto poetico nei termini di una categoria dell’essere nel mondo indipendente da una precisa istanza di discrimine testuale. Siamo troppo abituati a parlare di poesia e poetico in senso lato come sinonimi di bellezza e di bello. La dimensione estetica è un qualcosa di cui la poesia non è altro che una attualizzazione testuale circoscritta da una forma espressiva socialmente negoziata in base al contesto storico e culturale microscopicamente assoluto e macroscopicamente relativo. Ad esempio, le definizioni persiane classiche di poesia, intendono il testo poetico nei termini di discorso prosodicamente ritmato, rimato ed espresso in distici. Nel caso in cui una sola di tali condizioni non sia rispettata, il discorso esulerebbe inderogabilmente dal perimetro del poetico. Una definizione del genere, fondante per un millennio di poesia persiana composta dall’India ai Balcani, risulta per noi oggi inaccettabile, in quanto assioma derivato da una percezione funzionale del discorso poetico completamente diversa dalla fenomenologia letteraria del nostro tempo.
     Se la definizione di poesia è una funzione assiomatica che deriva direttamente dalla visione del mondo contestuale a un luogo e a un tempo, in base a quale visione nostra del mondo possiamo negoziare un assioma che definisca il discorso poetico in quanto forma contrapposta alla prosa e non come euristica impressionisticamente ritagliata all’interno del più vasto terreno dell’estetica?
     Credo che la questione della forma sia oggi urgente perché uno dei presupposti delle neo-avanguardie, tuttora ampiamente praticato e supportato da illustri precedenti ottocenteschi, è la possibilità d’essere di una “prosa poetica”. La questione prima da cui una riflessione sull’onestà della poesia dovrebbe essere inaugurata è proprio il chiarimento del rapporto tra prosa e poesia rispetto alla sensatezza o meno di un concetto come “prosa poetica”.
     Prima di accantonare momentaneamente la questione, urge sottolineare che qui non sarà messo in discussione il valore estetico di quei passi in prosa erroneamente definiti poetici e che, ciononostante, come le illuminazioni rimbaudiane, raggiungono punte di rara bellezza.

     Giorgo Agamben definisce la poesia come un discorso in cui è possibile l’enjambement. La presenza di versi come unità discrete di senso separate da una pausa e la cui compiutezza sintattica può essere in potenza tradita, sfiorando così il confine tra quello che è lecito e quello che rischia di non essere apprezzato esteticamente malgrado la sua liceità, è forse l’unico tratto distintivo che accomuna la prassi poetica di ogni tempo e luogo.
     Fino a che punto, nella generale dissoluzione dei tratti formalmente distintivi presupposti alla definizione di poesia, possiamo fare a meno anche del verso? Per rispondere a questa domanda, credo sia necessario riflettere sulla natura del ritmo, che nelle tradizioni poetiche classiche, che si tratti di metrica quantitativa, sillabica o tonale, si basa su quel rapido alternarsi di articolazione di suoni e trattenimento della voce che è anche alla base del linguaggio umano.
     La parola non è altro che la modulazione di voce prodotta da parte dell’apparato fonatorio tramite una complessa successione di riduzione e impedimento degli spazi articolatorii in modo da distinguere ogni fonema da quello che lo segue. Dalle corde vocali alle labbra, l’intero apparato fonatorio, per opposizione articolatoria, trascina la voce verso il silenzio. L’articolazione alveolare della /r/ tramite la lingua, l’occlusione delle labbra per produrre la /u/, etc., non sono altro che un esercizio del silenzio contro la voce. Prosodia quantitativa e prosodia sillabica, per quanto profondamente diverse, riproducono su un piano più esteso questa successione di suoni modulati dal silenzio, nel primo caso con la tensione della brevità sillabica rispetto alla lunghezza, e nel secondo tramite la potenziale negazione della voce presente tra l’articolazione di una sillaba e l’altra. In questo senso, il ritmo non è altro che un’organizzazione, riconoscibile e reiterabile, di suoni accordati dalla tensione verso l’assenza di suono. Il silenzio alla fine del verso diventa quindi la realizzazione finale di quella tensione verso il silenzio che l’apparato fonatorio sfiora contrapponendolo all’emissione di voce. La pausa tra un verso e l’altro è quindi quella espressione positiva del silenzio che articola e conferisce senso ex-negativo al ritmo interno al verso.
     Da questo punto di vista, la forma piana del linguaggio naturale, cioè non organizzato in versi, è già di per sé portatrice di ritmo, visto che quest’ultimo è prodotto essenzialmente dalla contrapposizione dei diversi fonemi rispetto alla tensione verso l’assenza di voce su cui poggiano le articolazioni dell’apparato fonatorio. Il discorso piano e il discorso in versi sono quindi scanditi da un ritmo la cui natura essenziale è la stessa. L’unica differenza è che in quest’ultimo il ritmo è scandito secondo macro-strutture regolate da un accordo armonico socialmente prestabilito e, per questo, comprensibili e riconoscibili secondo un’estetica di reiterazione condivisa. Qui, il silenzio alla fine del verso diventa lo spazio necessario affinché l’organizzazione ritmica del verso emerga e si offra al giudizio estetico. Il fatto che nelle religioni tradizionali gli inni sacri siano espressi in versi è simbolicamente riconducibile a una forma di sacrificio rituale della parola: così come il sacrificio di essere viventi si fonda sulla possibilità di disperdere il capitale materiale accumulato, il verso dell’inno sacro offre all’umano parlante la possibilità di tacere nella pausa tra un verso e l’altro proprio perché l’eloquio è la sua vocazione ontologica.
     La parola umana, però, sebbene basata su una ritmica fonica, si differenzia dal verso degli animali per una sintassi dall’elevata densità simbolica. Nel parlare umano, quindi, al ritmo di suoni si affianca un ritmo di immagini atto a rappresentare referenti reali o fittizi. Un verso poetico deriva dalla combinazione di un’organizzazione fonica, socialmente negoziata, con una serie di immagini retta da una sintassi definita dalla grammatica della lingua in cui la poesia è espressa. Il silenzio, quindi, è sia assenza di suoni che assenza di immagini, e la pausa alla fine del verso è un silenzio dalla duplice natura che, per via negativa, afferma i margini dello spazio ritmico e dello spazio sintattico. La funzione estetica di un verso, quindi, deriva dal rapporto tra ritmo e sintassi. Eppure, mentre il ritmo prosodico si differenzia dal ritmo del linguaggio piano in quanto organizzato in schemi di alternanza e ripetizione fissati da una convenzione condivisa, la sintassi che sorregge il ritmo di immagini è talmente libera che non solo può discostarsi sensibilmente dalla sintassi grammaticalmente corretta del discorso in prosa, ma può anche scavalcare la pausa alla fine del verso e giungere a compiutezza discreta nello spazio iniziale del verso successivo.
     Il discorso in prosa, benché ritmato dall’articolazione fonetica e retto da una sintassi di immagini, a differenza del verso, non prevede la possibilità di scarto tra l’organizzazione ritmica dei suoni e una sintassi che può evadere dai confini della struttura prosodica.
     La possibilità di enjambement, pertanto, è l’unica caratteristica formale in grado di sancire il discrimine tra prosa e poesia.
     Alcuni sistemi letterari, come quello persiano, sebbene prevedano la possibilità di enjambement, vedono basato il proprio canone estetico su una relazione armonica tra ritmo prosodico e ritmo d’immagini, in cui quest’ultimo dovrebbe tendere e corrispondere sintatticamente entro i confini del primo. Nonostante questa prescrizione, dettata dall’ideale estetico di una perfetta corrispondenza armonica tra l’espressione vocale e l’espressione semantica del modo con cui la parola rappresenta il mondo, l’enjambement, seppure considerato anti-estetico, è comunque ammissibile. Il fatto che i trattati classici considerino l’enjambement accettabile ma al contempo esteticamente riprovevole, situa l’enjambement ai margini del poetico, in uno spazio in cui il darsi del discorso poetico si afferma indipendentemente dal giudizio estetico.
     Pensare alla poesia come testo contraddistinto dalla presenza di enjambements, quindi, può aiutarci a sviluppare una teoria del discorso poetico in modo indipendente dal giudizio estetico e quindi indipendentemente dalle contingenze storico-letterarie.
     Per ragioni di diversa natura, l’enjambement, sebbene considerato legittimo, è esteticamente mal tollerato dallo sguardo degli antichi, mentre, per via della sua capacità di denunciare la presenza di una critica frattura ontologica tra le parole e le cose, riveste un ruolo di primo piano nelle poetiche moderne e tardo-moderne.
     Sebbene, anche oggi, i pochi sostenitori del recupero delle forme ritmiche classiche asseriscano che la prosodia deve farsi discrimine tra ciò che è poetico e ciò che non lo è, in realtà tale posizione è figlia di un anacronismo culturale che non tiene conto delle specificità estetiche del nostro tempo.
     Rima e metro, infatti, sebbene oggi possano essere legittimamente utilizzati, ormai non possono più offrirsi come discrimine teorico sul discorso poetico perché è venuto a mancare quel contratto sociale che rende necessaria la presenza di forme del ritmo legittimate da un canone letterario condiviso. Per quanto ci si possa dolere e struggere per la mancanza di un canone al quale aderire, questa è la situazione attuale di un processo cominciato con la modernità e portato dalla post-modernità alle sue estreme conseguenze.
     Criticare o accettare questa situazione ormai consolidatasi nel corso delle ultime cinque generazioni non porta a nulla. Piuttosto, sarebbe bene interrogarsi sulle possibilità espressive di questa a-ritmia che ci parla e riflettere in modo critico su dove situare il discrimine tra poesia e non-poesia.
     La percezione diffusa del tramonto del post-moderno e del progressivo abbandono degli eccessi neo-avanguardistici, basati su un atteggiamento disforico nei confronti del mondo e della lingua, si riflette in buona parte delle poetiche praticate dai poeti italiani che oggi hanno tra i venti e i trenta anni.
     Essi, orfani di padri e figli di un autoritarismo culturale privo di autorevolezza, sono cresciuti in un’epoca di benessere economico contraddistinta dal tramonto definitivo di valori e ideali universalmente condivisibili. Sono forse la prima generazione priva di ideologie, religione e certezze sulle quali costruire un progetto per il futuro.
     I loro genitori tanto hanno minato le basi di un’etica del linguaggio e dell’amore per il mondo nel fallimento della costruzione di una società civile, che adesso la loro voce emerge da una tabula rasa che consente loro di prendere le distanza dal cinismo e, allo stesso tempo, di riflettere su sentimento e significazione senza sentimentalismo e aridi artificialismi. La loro poesia, per quanto diversificata da una ricchezza di possibilità espressive, si configura come la ricerca costante di un focolare all’interno di questo deserto-mondo che hanno ereditato e sul quale – vizio degli anziani dal seme sterile – hanno poca facoltà decisionale.
     È per questo motivo che, nella tabula rasa di questo tempo, chi fa poesia può godere della libertà di riflettere sul fatto poetico senza più il costrittivo laccio ideologico che tanto ha soffocato e inaridito le ultime generazioni.
     L’indipendenza intellettuale e l’apertura mentale dei ventenni di oggi è tale da permettere loro di pervenire a un concetto di libertà letteraria, politica e sociale totalmente nuovo e libero dalle macchinazioni spasmodiche del falso libertarismo tardo-novecentesco, che troppo spesso ha chiamato libertà quello che non era altro che l’abbandono di una riflessione etica.
     Questa rinnovata liberà letteraria, però, per essere praticata ha bisogno di un accordo su ciò che è poesia, soprattutto perché negli ultimi decenni ci è stato detto che tutto e poesia e che, in fondo, nulla è poesia. Se questo non è il tempo del ritorno alle forme tradizionali, risulta comunque necessario tornare alla riflessione sulla forma.
     E di natura formale del discrimine tra poetico e non-poetico bisogna parlare al fine di assecondare questo bisogno di comunicazione, scoperta e ricostruzione del focolare perduto. Credo che, a questo punto, definire la poesia come discorso in versi, indipendentemente dal loro contenuto e della loro natura ritmica (quindi parleremmo di poesia unicamente come discorso in cui l’enjambement, scarto tra il ritmo dei suoni e il ritmo delle immagini, è possibile) sia ormai il necessario grado zero di una riflessione che intenda accogliere numerose tendenze estetiche pur mantenendo saldi i termini minimi di un accordo etico.
     Onesta, quindi, potrà essere considerata la teoria che fa del verso l’unico discrimine necessario, a partire dal quale la pratica poetica e l’elaborazione di giudizi estetici potranno consolidarsi in una forma di attenzione e rispetto nei confronti del linguaggio e del mondo.
     In un’epoca dominata dal rumore del flusso incessante di informazioni e sollecitazioni sensoriali mediate, concepire la poesia come discorso basato sul verso, e quindi sulla possibilità del salto incarnato dall’enjambement, significa giungere a un riflessione sulla differenza tra voce e silenzio. Se è vero che il silenzio alla fine del verso definisce ex-negativo il ritmo di immagini e di suoni veicolati dal verso stesso, risulta estremamente importante rispettare questo spazio bianco e pervenire alla riflessione sul rapporto tra verso e verso, tra voce e sintassi. E, infine, tra testo e mondo, soprattutto nel luogo drammatico in cui l’ultimo verso giunge alla fine e il mondo ricomincia.
     Solo qui, credo, sperimentata l’angustia, ci nutriremo dell’attenzione necessaria per praticare gli spazi aperti.

***

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48 pensieri riguardo “L’onestà ritmica del silenzio”

  1. E’ un saggio molto interessante, “importante” per quel che mi riguarda. Mi piacerebbe fosse discusso a fondo, perché le tesi che propone sono veramente ricchissime di implicazioni e richiamano considerazioni e riflessioni da/su parecchi versanti del “discorso poetico”.

    Piuttosto che perdermi in una laudatio che lascerebbe il tempo che trova (se pubblico qualcosa è perché mi *piace*, mi *parla*, mi dà da pensare), preferisco muovere un appunto critico: trovo un po’ troppo “frettolosa” la liquidazione dell’esperienza neo-avanguardistica – un tema che, dal mio punto di vista, non do assolutamente per esaurito e archiviato: non fosse altro perché tante delle note che lo stesso Domenico sviluppa nascono proprio da un confronto critico con quella “stagione”, un confronto che non può essere assolutamente trascurato, in quanto ancora in grado di indirizzarci in qualche modo.

    Ma forse questa “fretta” è solo un’astuzia retorica dell’autore per far meglio risaltare il nocciolo sostanziale della sua argomentazione complessiva.

    fm

    p.s.

    Grazie, Anna Maria. Ci tengo a farti sapere che questo blog è ancora vivo anche perché sa di poter contare su lettori e studiosi del tuo calibro (nonché su persone della tua sensibilità e generosità intellettuale).

  2. Cara Anna Maria, ti sono molto grato per le tue parole. Mi fanno ben sperare nella possibilità di trovare interlocutori sensibili come te e la scrittura in cui vivi, adamantina, traducendo e studiando nel senso etimologico di entrambi i termini. Ringrazio Francesco per lo spazio che mi ha generosamente offerto e per la silenziosa laudatio che mi offre. Accolgo con piacere il tuo appunto critico per chiarire quello che potrebbe visto come uno dei (tanti) punti deboli dei miei appunti (non oso ancora chiamarlo saggio). Ne approfitto per rispondere citando una comunicazione privata che ho intrattenuto con Andrea Inglese, al quale avevo proposto questo saggio con la speranza che potesse approdare a Nazione Indiana dove avrei avuto la possibilità di confrontarmi con persone che nella letteratura italiana ci navigano per mestiere. Inglese, nella sua risposta, ha messo in rilievo, a modo suo, proprio quello hai tu Francesco hai sottolineato:

    “Caro Domenico,
    ho letto una parte del tuo lungo saggio, ma ti dico subito che non mi trova d’accordo la tua lettura, che fa della neovanguradia la preparazione del berlusconismo: è un’ipotesi assai bizzarra, anche perché vorrebbe dire assegnare a un fenomeno tutto sommato circoscritto dell’ambito culturale – e più specificatamente letterario – un peso enorme e sproporzionato.
    Inoltre, credo che per formazione, gusti e scelte non sono la persona più adatta a seguire le tesi che sostieni.
    Se però hai dei lavori più specifici sulla letteratura persiana e che possono avere un taglio divulgativo, scrvimi.
    Ciao”

    Da un Inglese (considerando che vivo e insegno a Oxford ;-) )
    mi sarei aspettato forse un argomentazione non dico più eloquente, ma quantomeno più serena nei confronti della possibilità di un dialogo fruttuoso condotto da persone che vengono da tempi ed esperienze diverse.
    Credo che la reazione di Inglese, e qui Francesco torno al tuo punto, sia endemica di alcune persone che provengono proprio dall’esperienza neoavanguardistica e la cui poesia non è affatto causa del berlusconismo (non credo di aver mai ammesso nulla di ciò) ma, in molti casi, è sicuramente partecipe del deserto estetico ed etico degli ultimi trenta anni. Ogni sforzo espressivo ha la sua importanza, quello che io rinnego e giudico (e sottolineo, “parte”, pensando – splendore dei miei occhi – alla critica mossa da Antonio Porta a Sanguineti – fascista rosso della parola – in Yellow, a Pagliarani, etc.) è quella neoavanguardia, elitaria, gelidamente opaca e cinica, che si è fatta complice del sabotaggio del senso e della bellezza del mondo. E credo, spero di riuscire a provarlo quando avrò tempo e competenze necessarie, che in ogni neoavanguardista ci sia stato il seme di quella negazione che non è in sé la pur validissima contemplazione del nulla, esaltazione della bruttezza, partecipazione alla crisi, ma si tratta del rigetto dei cardini stessi della possibilità di affetto tra la parola e l’oggetto. Quello che è deleterio, secondo me, è senza dubbio il dogmatismo della loro proposta estetica, che così fondata sulla negazione volge ogni cosa che sia altra da sé a cifra non di negazione, ma di assenza. E’ un dialogo non con i morti, ma tra i morti nella negazione dei morti.
    Di frutti estetici ce ne sono da cogliere, sicuramente, ma è il pensiero dominante del tempo, l’arroccamento sprezzante di una sedicente sinistra (- dì qualcosa di sinistra, dì qualcosa, qualcosa, dì!), il rifiuto assoluto non solo della trascendenza ma anche del valore dell’immanenza, ebbene tutto questo merita tutto il mio disprezzo più vivo.
    Spero si continui a parlare molto di tutto questo. Grazie!

  3. Caro Domenico, non conoscevo i *precedenti* e, sinceramente, non saprei proprio che dire in proposito, tranne che – io – vado per la mia strada e sono “naturaliter” aperto al confronto con tutto ciò che mi permette di guardarmi attorno con “nuovi” occhi (o di aprire i miei verso “altri” angoli di orizzonte): non ho scuole, etichette, poetiche o quant’altro da onorare (magari “per contratto”).

    Quindi, qui sei sempre il benvenuto.

    Il mio “appunto critico”, in fondo, voleva proprio essere uno stimolo ad andare nella direzione che tu stesso prefiguri nel tuo commento: un maggior approfondimento della “questione” avanguardia-e-dintorni. Vedrai che, proprio nei “dintorni” si fanno, a volte, delle scoperte fondamentali. E questo te lo dice uno che, come poeta “in proprio”, con la neo-avanguardia ha poco o nulla da spartire – ma non ne ignora la “lezione” storica e le sue conseguenze. La mia unica “avanguardia” si chiama, da sempre, “sperimentalismo” – nell’accezione dantesca che tu ben conosci.

    Ti ripeto quello che ho già detto sopra: il tuo scritto è “importante” e meriterebbe di essere chiosato a dovere. Ti assicuro, comunque, che qui bazzicano studiosi che non hanno niente da invidiare a nessuno…

    Ciao, con stima.

    fm

    P.S.

    L’unica cosa che potrei “rimproverarti” – visto che l’ambiente-web somiglia sempre di più a una m…., è la pubblicazione di uno scambio privato di mail. Ma, considerata la sua intelligenza, il tuo interlocutore non farà nessuna fatica a considerare la tua perfetta buonafede.
    Comunque, se posso permettermi, tieni presente questa piccola “nota” per il futuro.

  4. Il saggio di Domenico è intrigante perché è “finalmente” un discorso di poetica, e una assunzione di responsabilità. Non so se condivido fino in fondo le tesi dell’autore – anche se l’intuizione che l’arte è “nel tormento estatico dei dissennati” è felice intuizione. Sono con Francesco nel distinguere tra essere sperimentale, ex-perire (sempre) e una affiliazione a neoavanguardie che certo hanno reso opaco il linguaggio poetico (nel senso anche di una noia profonda). Aggiungerei che l’onestà, di cui parla Domenico, non può disgiungersi dall’audacia di pensare forme nuove, originali perché spesso ci fanno tornare all’origine con altri occhi.

    Grazie della lettura.

    Marco E.

  5. Marco, io ci ho letto anche – e la cosa mi ha fatto molto piacere – un invito pressante, rivolto all’ultima generazione poetica, a rifuggire la sciatteria, il dilettantismo, il presenzialismo fine a se stesso – e a mettersi a studiare, partendo dall’abc del “fare poetico”. A fronte di una proposta poetica che in rete ha assunto dimensioni inverosimili, con quintalate di parole in libertà scaricate ogni giorno senza nessun filtro critico, frutto nella maggior parte dei casi di invereconda improvvisazione (siamo tutti poeti, ormai!), non mi sembra un “appello” di poco conto, anzi.

    Poi, su tutto il resto, si può discutere – i testi che pubblichiamo sono lì per questo: anche se siamo un piccolo blog di provincia e i “giganti” nemmeno sanno della nostra esistenza.

    Ma, ti dirò: nel mio/nostro nanismo, continuo a preferire la “varietà”, il gusto della scoperta e il confronto, alle logiche da pensiero unico – ai commenti dei “fedeli alla linea”…

    Ciao.

    fm

  6. io credo che comunque sia nell’aria soprattutto nelle nuove generazioni questa forma di allontanamento dalle avanguardie (esclusi alcuni singoli, peraltro molto “laterali” nell’esperienza, come proprio pagliarani. e l’ipotesi della sterilità, della visione privata che qua e là emerge anche nell’analisi di ingenito ne è a mio avviso il primo motivo, un lavoro che guarda alla forma e se ne sbatte della sostanza potrebbe essere avvicinata proprio a un modo “liberale” di intendere le cose. ecco di questo modo molti (me compreso) ne hanno sinceramente a basta… cercano altre forme, altre vie, ribaltano la situazione mirando alla sostanza e adattando la forma. forse è una fase, forse sono i tempi, sono le urgenze… sicuramente l’esperienza delle avanguardie oggi sembra più una nostalgia che un percorso certo.

  7. Giusto: la “nostalgia” immobilizza: ma solo lo studio e la conoscenza vera possono combatterla: perché impongono di attraversarla e di lasciarsela alle spalle “sperimentando” nuove strade, nuove “forme”: la “sostanza” è quella che ognuno di noi, singolarmente, si porta addosso.

    fm

  8. caro francesco,
    ti ringrazio per le parole che scrivi:

    “L’unica cosa che potrei “rimproverarti” – visto che l’ambiente-web somiglia sempre di più a una m…., è la pubblicazione di uno scambio privato di mail. Ma, considerata la sua intelligenza, il tuo interlocutore non farà nessuna fatica a considerare la tua perfetta buonafede.”

    In effetti, non mi turba il fatto che Ingenito abbia reso pubblica uno scambio privato di mail, anche perché non ho niente da rimproverarmi a riguardo. E come suggerrivo ad Ingenito, persone con sensibilità, convinzioni e esperienze diverse avrebbero potuto valutare diversamente il suo lavoro.
    Detto questo, mi è già capitato una volta, che qualcuno rendesse pubblica una comunicazione privata. Sempre lo stesso copione, e sempre nell’ambito della poesia.
    Ora su questo credo che si debba dire qualcosa. Le persone come Ingenito, che lo facciano con buona o cattiva fede, minano seriamente il legame elementare di reciproca fiducia che è implicito in ogni comunicazione privata cordiale e schietta. Persone come lui, con grande leggerezza senza dubbio, fanno però un enorme danno.
    Chi avrà più voglia non dico di rispondere a qualcuno che non si conosce approfonditamente, ma anche di prendersi la briga di leggere, per cortesia – e non per lavoro – un lungo saggio, una raccolta di poesia, sapendo che se la risposta non sarà gradita al proponente, se la ritroverà resa pubblica, a sua insaputa, e presentata sotto la luce che più aggrada.
    Reputo quindi il gesto di Ingenito indigno e vigliacco, anche se – ripeto – non rintengo che mi danneggi in alcun modo. Ma danneggia, invece, coloro con cui non potrò più entrare in relazione con la stessa fiducia, con cui sono entrato con lui.

    Ti saluto Francesco

    a.

  9. Gentile Inglese, meglio ricorrere al lei visto che i termini della conversazione ormai trascendono civiltà ed eloquenza. Non ho ritenuto necessario chiedere alcun permesso visto che il tenore del nostro scambio non era strettamente confessionale né confidenziale. Non ho trasmesso informazioni sensibili né ho tradito alcun patto di fiducia. Mi sono rivolto a Lei come ci si rivolge al caporedattore di una rivista letteraria nel proporre un proprio articolo. La risposta che in genere si riceve rientra nell’ambito delle comunicazioni burocratiche e, quando va bene, intellettuali. La sua risposta era sia una comunicazione burocratica (rifiuto di pubblicazione) che argomento di un discorso intellettuale (le ragioni del rifiuto), ovvero il discorso sulla neoavanguardia che mi pareva consonante con quello che Francesco Marotta ha, in altri termini, espresso. Se questo non bastasse a sedare il suo risentimento, la prego di accettare le mie scuse, in forma privata, pubblica o silenziosa.

    D.I.

  10. p.s. Gentile Inglese, le faccio notare che, appena pubblicata la nota, le ho immediatamente notificato il fatto di averla citata, per invitarla a partecipare e per non tenerla all’oscuro del dibattito amichevole che abbiamo qui intrattenuto.

  11. Ho apprezzato molto la seconda parte del testo. Il discorso sul “deserto berlusconiano” mi lascia un po’ perplessa.
    Molto interessante la parte relativa alla poesia persiana.

    a.r.

    p.s. da semplice lettrice sinceramente mi ha turbato un po’ leggere una email privata resa pubblica. condivido le parole di Inglese quando dice che si fatica già a fidarsi di qualcuno, se poi viene reso noto uno scambio privato, la cosa allontana di più dal fidarsi. ma sono scelte…

  12. Sono al lavoro, ma mi riservo di intervenire nel pomeriggio perché credo di avere qualcosa da dire su tutta la “faccenda”.

    Buona giornata a tutti.

    fm

  13. Il saggio è molto interessante. Mi trovo d’accordo soprattutto su due punti: il mondo accademico e la mancanza di onestà, simpatia.
    In realtà, le due cose convergono.

    Il mondo accademico umanistico manca di onestà, manca di “simpatia”. Ho precisato “umanistico”; quello scientifico è assai diverso. Ovviamente qui si generalizza. Non mi soffermo, perciò, su ciò che è già stato scritto nel saggio: sul fatto che persone libere da narcisismi agiscano studiosamente (nel senso appunto etimologico del termine).
    Nelle università si respira questo nichilismo, lo si subisce dai superiori e si finisce o con il farci l’abitudine (con conseguenze disastrose) o con l’abbandonare l’ambiente universitario che lo cova (spesso il secondo atteggiamento è frutto del primo). L’umanista è diventato un alchimista: nel segreto dei suoi laboratori sperimenta solo, fino alla sua dissipazione. Ecco allora che questa figura non serve; che si tagliano i fondi, ché tanto si perderebbero in dissipazioni.
    Mancando di onestà e simpatia, manca anche di fiducia. Gli autoritari osservano dall’alto e tutto ciò che non è loro direttiva è semplicemente inesistente.
    In un sistema chiuso verso la scienza, verso la conoscenza; in un sistema autoreferenziale stretto, come l’accademia umanistica italiana, che cerca di sopravvivere di autocompiacimento anziché simpatizzare per il mondo e avere fiducia nelle nuove generazioni, il mondo umanistico italiano può sperare di sopravvivere nella sua vecchiezza dei conflitti interdipartimentali e (assurdo) individuali? Continuerà a giocare la sua partita a scacchi o deciderà di scendere in campo? In quella società tanto sudiciamente informatica e popolare di cui si disgustano?

  14. Ecco alcune cose che mi sono venute in mente, necessariamente in forma sparsa, data la vastità degli argomenti messi in ballo. Se il confronto, come spero, andrà avanti, avrò magari la possibilità di fermarmi anche sulle questioni più tecniche di questi appunti, come ad esempio l’interessante porzione sulla fonazione. E premetto, a questo scarno elenco numerico, il mio ringraziamento per un testo che presenta, in forma bellissima, molti concetti cui ero giunto con la mia riflessione personale. Quando si leggono, scritte da qualcun altro, le proprie idee, si ha la sensazione di sentirle, finalmente, davvero proprie. Quindi: grazie.
    1) Totalmente d’accordo su tutto quanto Domenico dice circa l’università e l’intellighenzia di sinistra. Questo nichilismo passivo, incapace spesso di andare oltre una borghesissima lamentatio mundi, è reso ancora più fastidioso dal “proporsi come presenza necessaria e imprescindibile”. Vorrei aggiungere che, secondo me, la narcisistica celebrazione del trionfo del vuoto non è solo un errore o una fiacchezza filosofica, ma nasce da un motivo più preciso. Dopo Pasolini, nessun intellettuale ha davvero mai provato, o è davvero riuscito, a fornire alla società civile un orizzonte di senso alternativo al perpetuo scivolamento del desiderio tipico del liberismo. Non ci hanno davvero mai provato, soprattutto, gli ex sessantottini, tanti degli attuali accademici che hanno rifiutato la responsabilità di essere maestri della nostra generazione. Perché essere maestri significa proporre una cultura inclusiva e non meramente esclusiva. L’esaltazione del vuoto è per l’appunto una fuga dalle proprie responsabilità. “Il vuoto è un’invenzione di chi ha una sconfitta da giustificare”, ha scritto meravigliosamente Maria Grazia Calandrone.
    2) La cosa più semplice da fare, volendo rifiutare un paradigma culturale in cui non ci riconosciamo, è seguire il consiglio di Benjamin: recuperare gli sconfitti. Ci sono tanti autori sconfitti e troppo dimenticati, dimenticati forse per essersi voluti opporre alla scissione ironica e compiaciuta tra soggetto e oggetto, ma anche tra arte e vita, arte e politica. I primi due nomi che mi vengono in mente: Franco Fortini e Danilo Dolci.
    3) A proposito di sconfitti e di neoavanguardia, mi viene da pensare ad Amelia Rosselli e ad Antonio Porta, che Domenico cita. E’ vero: rifiutare il nichilismo dell’ultimo trentennio non significa voler affermare un Senso, non significa dover per forza chiudere gli occhi di fronte al silenzio degli oggetti. Rosselli e Porta si sono del tutto abbandonati al caos, al male del Novecento: l’hanno assorbito, l’hanno trasfigurato nel loro corpo poetico. Qual è allora la differenza tra il loro caos e il caos della neoavanguardia, che entrambi hanno sfiorato, per poi defilarsene? Il sentimento del tragico. Il caos, nelle poesie di Porta e Rosselli, è un dolore da accettare. Per gli altri (scusatemi la semplificazione: ovvio che non sia così per tutti, o per tutti i testi dello stesso autore) il caos è occasione di gioco. Di ironia autodistruttiva, ma in realtà (ancora Pasolini nel “Saggio per un teatro di parola”, quando parla dell’avanguardia) confermativa. Mi viene in mente anche quanto dice Fortini, in Extrema Ratio, sui Novissimi: il loro errore è stata l’ambizione di distruggere il ceto dominante attraverso la distruzione del suo linguaggio. Ecco: mi sembra abbiamo ormai abbastanza prove per dire che distruggere il linguaggio non serva a niente. Sarebbe più utile imparare a piegarlo per ritorcerlo contro i produttori. O magari avere meno ambizioni e basta.
    4) Approfitto della citazione di Agamben per ricordare un altro suo libro utile al discorso: “Quel che resta di Auschwitz”. Semplificando, la tesi centrale del testo è che, anche di fronte all’assoluto non senso, alla riuscita e compiuta disumanizzazione dei lager, rimane un residuo etico in cui agire e tracciare una parabola d’azione: la testimonianza. E’ possibile, almeno, testimoniare il non senso. Credo che, nella pur lecita erosione dei referenti portata avanti dai Novissimi e dai loro epigoni, manchi proprio il valore della testimonianza. E qui probabilmente torniamo a quanto dicevo su Rosselli e Porta: perché la testimonianza può partire solo da una sconfitta vissuta con sentimento del tragico.
    5) Forse è vero che oggi i poeti di vent’anni sono sciolti dalla coercizione ideologico-estetica delle appartenenze, ma è altrettanto vera una tara da cui sarà difficile liberarsi. Il presupposto della ricongiunzione tra parola e oggetto, tra reale e attività semiotica, è il concetto di relazione. Aver presente, cioè, la struttura prima della natura (compreso l’uomo) in cui tutto ha forma di e funziona come una rete. Siamo sicuri, allora, che proprio noi, la nuova generazione, disabituati alle relazioni, abituati invece a coltivare la nostra cultura come monadi, abbiamo le carte in regola per proporre una poesia nuovamente aperta alla relazione? Moltissimi tra i poeti più giovani, tanto per fare un esempio, si conoscono solo su internet. Può sembrare banale, ma credo che la perdita dell’esperienza comunitaria, sul piano politico, sociale e culturale, abbia molto a che fare anche con la poesia, e vada maggiormente approfondita nelle sue conseguenze testuali.
    6) Dovremmo parlare di più di scienza. Meglio: la scienza dovrebbe entrare nella poesia, a livello non solo lessicale ma anche iconico. Mi spiego, perché questo è un discorso che c’entra molto con quanto dice Ingenito, secondo me. Se vogliamo ribadire il potenziale infinito di senso del mondo, superare la negazione semplicistica del trascendente e dell’immanente, allora (come Calvino dovrebbe averci insegnato) la scienza è per il poeta una fonte irresistibile; anzi, per me uno dei compiti della poesia contemporanea è proprio quello di acquisire e dispiegare il potenziale di senso delle più recenti scoperte scientifiche (fatalmente, proprio oggi avremo tutti letto dei neutrini che fanno la linguaccia ad Einstein…). Questo perché alla scienza sta un po’ capitando quello che la neoavanguardia ha fatto con la poesia. Nella divulgazione scientifica di livello giornalistico, cioè, mi sembra si stia affermando sempre più il gusto per la distruttività ad ogni costo. La sezione Scienze di Repubblica ne è un esempio clamoroso: tramite banalizzazioni incredibili, le notizie più in voga sono quelle che dovrebbero negare all’orizzonte antropico ogni legittimità. Le neuroscienze sono ridotte a una specie di tritacarne per sentimenti ed emozioni, come se servissero solo a dimostrare che il bacio in realtà è la lettura istantanea del dna di un potenziale partner, che l’affetto paterno dipende dalla serotonina, etc… Ed è davvero lo stesso gusto ironico-autodistruttivo del nichilismo (falso) degli ultimi trent’anni. Quando, invece, alcuni aspetti della fisica (la cosiddetta “costatazione antropica”, tutta la fisica quantistica, la teoria delle stringhe) potrebbero dare nuova linfa nell’elaborazione poetica del ruolo umano nella costruzione di senso (che può, anzi deve, essere rovesciato anche in contemplazione del vuoto, ma non in distacco).

    Finito. Mi scuso se la mia semplicità potrà sembrare didascalica, ma mi piacerebbe fare qualche passo in più verso l’autenticità anche in questi confronti, a rischio di sembrare tronfio o al contrario ottuso…

  15. Caro Domenico Ingenito,
    accetto le sue scuse, che considero motivate e non di maniera. Chiudiamo qui la faccenda. Può capitare a tutti di fare una leggerezza. Le sue scuse mi hanno dimostrato che si trattava di questo, e non di viltà o mancanza di dignità.
    Si ricordi però che una conversazione privata su FB è una conversazione privata. E che è sufficiente avvertire la persona, di cui si vuole rendere pubblica una comuinicazione, prima di farlo.
    Purtroppo, ci sono persone che fanno queste cose NON per leggerezza. E queste persone di certo non porgerebbero delle scuse come ha fatto lei. E queste persone minano quella fiducia di base di cui le parlavo.

    Senza acrimonia e rancore, la saluto

    Andrea

    ps NI non è un’istituzione, né una testata di giornalisti professionisti; è un blog che vive del lavoro fatto nel tempo libero per passione; le nostre risposte e scelte possono avere mille limiti, ma non hanno nulla di burocratico.

    1. Stavo inserendo un commento prorio sull’utilizzo di termini quali “indegnità” e “vigliaccheria” – che trovavo, e trovo, francamente abnormi rispetto alla sostanza dell’episodio – comunque censurabile, a prescindere.

      E li trovo ancora più fuori luogo proprio perché io, caro Andrea, mi ero fatto garante presso di te, col mio nome, e in nome della conoscenza reciproca, proprio della mancanza di vigliaccheria e indegnità nelle intenzioni di Domenico:

      Ma, considerata la sua intelligenza, il tuo interlocutore non farà nessuna fatica a considerare la tua perfetta buonafede..

      Bene, meglio così, il resto del commento lo tengo da parte per un’altra occasione.

      Grazie della visita.

      fm

  16. Sono d’accordo con Inglese sul fatto che non si debbano rendere pubbliche conversazioni private. Le scuse erano dovute. Diciamo che è stato un errore di gioventù. C’è qualcosa però che non mi torna nelle risposte di Inglese, nel tono delle sue risposte. Da una parte si sottolinea che NI “non è un’istituzione”, una testata giornalistica etc., bensì un “blog che vive del lavoro fatto nel tempo libero per passione”. Dall’altra ci si lamenta di come viene ripagata l’attenzione prestata (in questo caso a metà “ho letto una parte del tuo lungo saggio”) a “gente che non si conosce approfonditamente”. Scrive Inglese: “Chi avrà più voglia non dico di rispondere a qualcuno che non si conosce approfonditamente, ma anche di prendersi la briga di leggere, per cortesia – e non per lavoro – un lungo saggio, una raccolta di poesia”. Dunque: prima era non per lavoro, ma per passione. Ora è non per lavoro, ma per cortesia. Non capisco. Se una cosa si fa per passione non c’è da lamentarsi di come si viene ripagati, o del tempo ‘perso’ a leggere qualcosa. Se una cosa si legge per passione intellettuale, non è un “prendersi la briga”. Mi sembra che Inglese, come dire, la faccia cadere un po’ dall’alto.

    Riguardo al testo di Ingenito. Mi sono preso la briga di leggerlo poco prima che apparisse qui. Lo trovo molto vitale e stimolante. Il punto più alto mi sembra che sia l’analisi della poesia di Rumi, con il meraviglioso gioco (ludismo – per quanto serissimo?) tra uso e menzione delle vocali. “Così facendo, Rumi riporta il verso al grado zero della struttura formale del poema alla fine di comunicare la crisi dell’io nei costrutti di un linguaggio formalmente troppo limitato perché in esso prenda forma l’eccesso di presenza e slancio spirituale che preme per essere detto. La lingua poetica, qui, è scarnificata fino a mostrare l’ossatura che ne consente le condizioni d’esistenza.” Qui Ingenito tocca un punto molto interessante che andrebbe approfondito, ossia la riflessione sulla struttura trascendentale del linguaggio, e su come questa riflessione possa essere fruttuosa per le poetiche attuali, e intimamente connessa al problema dell’io. Trovo meno solida l’analisi politica, che è un po’ appiattita sulla solita geremiade anti-berlusconiana. Riguardo all’analisi delle avanguardie, non mi sembra che Ingenito sia eccessivamente sbrigativo come dice Francesco. Il legame tra avanguardie e nichilismo è cosa abbastanza assodata. Forse Francesco voleva dire che il superamento del nichilismo proposto da Ingenito è un po’ sbrigativo. E su questo sono d’accordo. Circa l’avanguardia, o meglio la neo-avanguardia e l’attuale neo-neo-avanguardia, io credo che Ingenito sia fin troppo generoso. Mi spiego: la neo-avanguardia italiana non è stata nichilista. In qualche modo ha fatto un passo indietro rispetto al nichilismo, e si è rifatta agli aspetti più progressisti, idealisti, (neo-)positivisti e totalitaristi delle avanguardie storiche. Certo, anche il totalitarismo si può leggere come figlio del nichilismo. Diciamo che non è esattamente la risposta migliore. Devo riflettere ancora sulla pars construens del testo di Ingenito, in particolare sulla definizione di poesia e sull’opportunità di partire da una definizione di poesia per cominciare a mettere ordine nel discorso intorno alla poesia. Sono fermamente convinto che si dovrebbe cercare di creare una comunità intellettuale organica intorno alla poesia contemporanea, ma non mi è ancora chiaro come ciò sia possibile. Forse il suggerimento di Ingenito è quello buono. Sicuramente sarà necessario cercare un linguaggio comune, e da questo punto di vista il discorso razionale, definitorio, analitico, ha ancora parecchio da dare.

    1. Hai perfettamente ragione sul valore, in assoluto, dell’analisi della poesia di Rumi: un argomentare che abbina conoscenza, perizia e capacità di dialogare coi testi, traendone riflessioni e spunti significativi anche in chiave di proiezione sulle dinamiche del presente.

      In merito ai rapporti avanguardia-neoavanguardia-nichilismo, penso che la cosa migliore sia quella di affidarsi alla compiutezza di una ricognizione saggistica circostanziata e non ai commenti su un blog – un mezzo che, per sua natura, sembra refrattario ad accogliere lo sviluppo di tesi articolate senza dar vita a perniciose forme di fraintendimento.

      fm

  17. Per quanto concerne la riflessione di Lorenzo Carlucci, non posso che vedermi totalmente d’accordo nel passaggio riguardante le neo-avanguardie. Le neo-avanguardie, nella migliore delle ipotesi, hanno rappresentato, per un nutrito numero di letterati, la scelta di ‘lasciare il mondo’, di arrendersi al rifiuto, di chiudersi in loro stessi. Un abbandonare la dimensione pubblica, un disimpegno, al di là delle innumerevoli dichiarazioni di intenti, dichiarazioni che poi si dissolvono davanti ai fatti. In senso più ampio è altrettanto certo che la sinistra nichilista ha per definizione perduto la capacità di generare immaginario, identità, tradizione, non posso che leggere analogie tra l’una e l’altra cosa. In realtà, non credo nemmeno che questa sia una cosa da osteggiare, però ognuno però deve essere responsabile delle proprie azioni, soprattutto chi ha deciso di percorrere la strada delle neo-avanguardie (e comunque ci sarebbero da fare dei distinguo – ragionare autore per autore, capire se certe voci che si auto-determinano in questo corpopra letterario, a conti fatti, ne siano con la loro opera davvero rappresentativi – ma sono discorsi che si portano avanti per ogni -ismo, Betocchi e Montale sono davvero espressioni dello stesso fenomeno noto come Ermetismo? Stesso vale per autori che sono stati per anni fatti confluire nell’alveo del Futurismo solo per una loro adesione formale al movimento).

  18. @ Ortore e Terzago

    Ho sbloccato i vostri commenti solo ora, perché solo ora ho aperto il computer. La “moderazione” dello scritto è un meccanismo interno che la “logica” wordpress fa scattare nei confronti di chi posta qui per la prima volta, cioè per gli IP che non riconosce.

    Grazie per l’intervento e i contributi.

    fm

  19. a francesco,

    riconosco che la mia reazione è stata esagerata, in quanto ero molto arrabbiato con Ingenito. Lui ha comunque avuto l’intelligenza e la correttezza di porgermi le sue scuse. (Un atto semplice, ma alcune persone si farebbero scuoiare piuttosto che farlo.) E io ho ritratto esplicitamente, nella mia risposta, i giudizi che avevo espresso. Se le dispute, in società e sul web, si chiudessero con questa tempestività e chiarezza, mi sembra che ne guadagneremmo tutti.

  20. Veramente un gran testo, visto che Domenico non intende ancora chiamarlo saggio. Importante per tutto ciò che smuove, e lo si vede dai commenti che ha stimolato, a parte la polemica per la pubblicazione di un dialogo privato già risolta. E’ chiaro che come ha detto già più d’uno, molti autori neo-avanguardisti hanno cercato di cancellare ogni loro riferimento e ogni possibile referente(lettore), ma è altrettanto vero che è impossibile cancellare dei movimenti che hanno “smosso e cercato” di indicare strade, anche fosse vicoli ciechi.
    Il dato importante è che questo articolo porta a discutere sulla poesia e sui suoi meccanismi e dove dovrebbero condurre. Cosa che spesso si dimentica. Una persona a me molto cara, che è stato per me un maestro e ha cercato, quand’ero ragazzo, di spiegarmi i meccanismi linguistici della poesia, lui era un vero maestro io probabilmente un cattivo allievo, cercò di farmi capire che se non ti occupi del metro e del ritmo loro si occupano di te…un po’ come il famoso slogan: se non ti occupi di politica la politica si occupa di te…con le debite conseguenze…
    Per quanto riguarda il berlusconismo e la poesia, credo che abbia a che fare solo nel rappresentare per l’Italia il vero enjambement, allo stesso modo di ciò che rappresenta l’enjambement nella poesia persiana.
    mm

  21. @ Anila e Lorenzo e tutti gli altri

    La mia non voleva essere la solita lamentela nei confronti del berlusconismo, anzi, quello che volevo mettere in luce è proprio l’inconsistenza delle doglianze di sinistra nel proporre un’etica negativa a fronte del tracollo politico degli ultimi trenta anni. Il berlusconismo non è altro che un fiore purulento emerso da un terreno di cui l’intera società civile e l’élite culturale fanno parte, indipendentemente dalle inclinazioni di partito. Mi dispiace che prendiate sottogamba questa parte del mio ragionamento (sicuramente fallace in molti punti, dopo tutto mi occupo di poesia medievale, ma è per questo che mi premeva ostenderlo a chi ne sa più di me): questioni come la trascendenza del linguaggio, la presa di distanze dal nichilismo delle neoavanguardie e, soprattutto, la riflessione su verso e fonazione come rifondazione civile di una teoria della poesia che ci serva per affrontare i gorghi di queste notti, ebbene sono tutte interrogabili soltanto se, per una buona volta, le mettiamo in sistema con un piano politico. Ribadisco che sono pochissime le cose di cui sono veramente competente, ma vi prego di prestare attenzione alla proposta olistica che vi faccio piuttosto che scartare i punti intrinsecamente più deboli e concentrarvi soltanto su quello ho saputo esprimere in modo più consapevole. Il mio messaggio, in fondo è questo: per una rifondazione della società dobbiamo pensare alla rifondazione di una poesia, per rifondare la poesia abbiamo bisogno di una riflessione profondissima sul legame che tende ad arco la parola sul confine fra trascendenza e pensiero politico. Dobbiamo accordare le nostre ragioni analiticamente e allo stesso tempo accordare i cuori per confessarci quello che, al di là della vita di ogni giorno, più ci preme al fine di riversarlo con maggiore consapevolezza, coraggio e onestà nella vita di ogni giorno. E’ forse un modo di trovare la corrispondenza intima tra le forme delle costellazioni e il profilo dei fuochi nella piana, la corrispondenza sempre imperfetta fra trascendenza e immanenza, agire teorico e pensero pratico, parola e oggetto, silenzio e voce si offre con uno scarto che va indagato con precisione, rigore e attenzione.
    Personalmente, e qui ogni traduce a sé in forme diverse il proprio discorso politico, la mia quadratura del cerchio è tutta nell’insegnamento e nell’offrire alle persone più giovani di me quel poco che riesco a convertire in fiamma, quanto basti per rischiarare almeno i passi. Ma vi prego, non snobbate la mia tensione verso la necessità di un discorso politico, piuttosto, datele voce e forma più cristallina.

    @ Michele Ortore, Davide Nota (che chiamo in causa) e tutti gli altri

    Michele, partendo dalla fine della tua intensa riflessione (per nulla didascalica, ma onesta, qui tra noi stiamo tutti imparando a parlare a carte scoperte, confessando quello che sappiamo e non sappiamo, quello che possiamo e non possiamo e chiedendo agli altri di colmare le nostre lacune con la loro presenza) ti confesso credo che la scienza offra modelli esteticamente validissimi per esplorare le cose e i segni della loro presenza in una finalità contemplativa che vada al di là dell’applicazione tecnica destinata all’assoggettamento del mondo. Da quando due anni fa a Cagliari ho assistito a una bellissima conferenza di Silvano Tagliagambe sui neuroni specchio (di Tagliagambe vi consiglio di leggere il suo bellissimo “Epistemologia del confine”, sui neuroni specchio: http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/audio/Rizzolatti_lungo.mp3) non posso far altro che riflettere sulla natura fisica dell’empatia ogni volta che sento in me muoversi la presenza del gesto della persona che mi sta davanti, la coordinazione dei movimenti, l’immagine della pelle che sperimenta l’angustia del calore e la celerità del metallo. Qui Merleau-Ponty trova il pieno rinvigorimento della sua idea di sensazione nella comunicazione percettiva tra soggetto trasmutato in oggetto dell’oggetto. Ma, leggendo i tuoi commenti, e lasciandomi colpire molto positivamente da alcuni passi di Davide Nota che sto per citare, ascoltando i commenti di altri nostri coetanei penso a quell’esperimento condotto su alcune particelle subatomiche (non ricordo i dettagli, perdonate l’approssimazione) che tenute a distanza mantengono una forma di legame sincronico e l’una si modifica al modificarsi dell’altra. Ecco, un’empatia che va al di là della comunicazione previa di nostri pensieri ci unisce e sincronizza armonicamente nonostante le distanze. Credo che questo sia il presupposto più bello per cercarci anche nella fisicità del mondo, e assaporarci sia nella voce che nella presenza fisica. Penso spesso alla forma di affetto che provo nei confronti dei miei coetanei che, seppure non sia riconducibile alla sfera dell’eros, genera in me un’attrazione simile alla materia che riconosce se stessa, sebbene in un’altra forma, nella materia che si pone lì davanti. Forse è giunto di nuovo il momento che gli intellettuali, i poeti, gli studiosi, etc.. si parlino come fanno gli amanti quando, superata la confusione della scoperta di un’attrazione ineluttabile e restano silenziosi nei confronti del mistero che rende il nostro animo e la nostra pelle inclini ad alcune forme della materia e dell’espressione, uniscono cuore ed intelletto per vocalizzare e articolare in purezza quello che hanno da dirsi. Così è stato per secoli, per millenni, e così, dopo questi decenni notturni, riprenderà ad essere:

    Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
    fossimo presi per incantamento
    e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
    per mare andasse al voler vostro e mio;

    sì che fortunal od altro tempo rio
    non ci potesse dare impedimento,
    anzi, vivendo sempre in un talento,
    di stare insieme crescesse ’l disio.

    (Per non parlare poi dell’incantamento estatico, forse addirittura strettamente fisico, tra Rumi e il suo maestro, il Sole di Tabrìz)

    Per la stagione degli incontri credo che l’antologia recentemente curata da Fantuzzi ( http://ladolfieditore.it/shop/product_info.php?products_id=62 ), e in cui molti di noi sono stati inclusi, ma moltri altri ancora ne fanno intimamente parte e spero di vedere prestissimo il nome mio sposato con il loro sulla carta, sia un ottimo punto di partenza. Ma dobbiamo organizzarci meglio per vederci, ascoltarci, leggerci delle cose, viaggiare insieme per il nostro paese.

    Riporto adesso un passo di un bellissimo intervento di Davide Nota, risale al 2008, lo trovo solo adesso e le consonanze con quello che ho provato a esprimere nei miei appunti sono impressionanti. Credo che questo coincidere non sia altro che un atto di grazia:

    “Sia chiaro: non credo sia possibile costruire una “nuova poesia” né decidere di unire ex-novo la tecnica poetica alla sfera delle discipline umanistiche a meno che questo non avvenga come conseguenza naturale e involontaria di un’operazione culturale di più amplio respiro. Il senso di “responsabilità” che ci è chiesto, dopo un trentennio di edonismo intellettuale, consiste essenzialmente nella presa d’atto della propria ideologia d’origine come causa di una condizione di rinuncia e perdita di “unità” e di “integrità”. Scrive Guy Debord nella sceneggiatura di Critique de la séparation[4]: «Tutto ciò che riguarda la sfera della perdita, cioè quanto ho perduto di me stesso, il tempo passato; e la scomparsa, la fuga; e più generalmente il trascorrere delle cose, e anche nel senso sociale dominante, nel senso dunque più volgare dell’impiego del tempo, ciò che si definisce il tempo perduto, s’incontra stranamente nell’antica espressione militare “da soldati perduti” (cioè mandati in avanscoperta, allo sbaraglio), incontra la sfera della scoperta, dell’esplorazione di un terreno sconosciuto; tutte le forme della ricerca, dell’avventura, dell’avanguardia.». Possiamo dunque fermarci, percepire quel che stiamo perdendo, rifiutare il “finalismo” storicistico e rovesciare il processo in corso di separazione dei saperi? Io dico di sì, e credo anzi che sia l’unico dovere, l’unica vera responsabilità, di cui un intellettuale italiano possa oggi farsi carico. Scrive Luigi-Alberto Sanchi: «Se lo studio per discipline appare insufficiente al rinnovamento della cultura, anche per l’incapacità di troppi specialisti ad allargare lo sguardo al di là del recinto delle proprie competenze, ad esso andrà affiancato un altro approccio, per “problemi” transdisciplinari»[5]. Si potrebbe, tanto per restare nel panorama della critica letteraria, riequilibrare l’approccio neo-formalista proprio degli ultimi decenni di critica letteraria italiana con una rinnovata attenzione ai nuclei tematici e filosofici dell’opera. Insegnare agli esordienti, che per mezzo di tale critica dovrebbero farsi le ossa, che poesia è spirito incarnato nella musica e non solo “struttura”. Che ogni tecnica poetica è un’azione tentata sul corpo del mondo. Che enjamblement è superamento del dualismo, e non solo “forma”. Insomma: sarà mai possibile parlare di un libro di poesia italiana contemporanea come in altri tempi si è parlato di un libro di Blok o di Genet, e cioè capendone le azioni filosofiche a cui rimandano determinate scelte stilistiche? In nessuna autorevole rivista di cinema o di teatro troveremo mai una recensione ridotta a lista neutra di scelte tecniche di fronte alle quali il recensore si trova: o a subridere, se tali scelte non soddisfano le proprie aspettative canoniche; o, se altrimenti soddisfatte, a plaudire calorosamente. Perché mai allora il mondo della poesia dovrebbe accettare tale riduzione e tale marginalizzazione all’interno del dibattito culturale? Siamo proprio soddisfatti di questo macchiettistico auto-esilio? Ecco, io credo che sia giunta l’ora di “tornare in patria”, checchè ne dicano i vecchi savi del Canone tardo-novecentesco, a partire dalla messa in discussione di “problemi transdisciplinari” da condividere con altri ambiti delle “culture contemporanee”.”

    Concludo con una citazione da un geografo scandinavo a me molto caro, e che credo possa comunicarci molto ancora del senso che per noi l’onestà militante potrebbe acquisire:

    “[…]l’atto del comprendere si situa non nell’attraversare i confini,
    ma piuttosto nello stare esattamente sui confini stessi. Ogni
    esperienza si verifica sul confine,
    giacché nel centro tutto è talmente naturale da passare inosservato.
    Essere sul limite significa dunque essersi mossi
    dall’accettazione del dato-per-scontato alla proibizione del tabù.
    Essere sospesi in quella posizione è indugiare nella
    fessura tra categorie, rifiutare la sicurezza di essere catturati.
    Ribelli invece di rivoluzionari.” Gunnar Olsson

    D.

    1. Dovrò leggermi con calma tutti i commenti, ma intanto ne approfitto per intervenire sulle “particelle empatiche”: il fenomeno si chiama entaglement quantistico, e fino ai recentissimi risultati sui neutrini, era uno dei pochi fenomeni studiati che prevedevano una trasmissione dell’informazione superiore a quella della luce. Per intenderci, due particelle sub-atomiche che erano a una distanza tale da poter interagire solo dopo tot tempo, ipotizzando che l’informazione viaggi massimo alla velocità della luce, interagivano invece molto più rapidamente. Se mi legge qualche fisico mi rinchiuderà nel famoso tunnel della Gelmini, ma spero che le approssimazioni siano scusate :-P

  22. Ho letto con attenzione tutti i commenti e, sinceramente, trovo in ognuno di essi notazioni, suggerimenti, spunti e idee che meritano sicura attenzione.

    Vedo in nuce un progetto complessivo che cerca di trovare il terreno migliore dove venire alla luce senza perdere, nel tragitto, nessuna delle suggestioni che ne alimentano la carica e l’energia. E’ chiaro, e non potrebbe essere diversamente trattandosi di un percorso in fieri, che parecchi nodi concettuali vanno sciolti e alcune contraddizioni risolte – perché niente mai, se si vuole essere credibili, può essere lasciato all’estro e all’improvvisazione.

    Dico allora che: 1) questo blog è aperto, come lo è sempre stato, ai vostri contributi e a quelli di chiunque altro voglia entrare nel merito in modo costruttivamente critico – basta bussare e chiedere: io sono qui, come sa benissimo ognuno degli intervenuti; 2) mi piacerebbe che gli obiettivi “polemici” fossero più chiari e distinti (l’intervento di Michele, in particolare, mi sembra si muova proprio in quest’ottica): parlare di avanguardie e di neo-avanguardia in generale – vista la vastità e la complessità della materia e delle costellazioni orizzontali e verticali che l’attraversano -può anche non significare niente: fare nomi ben precisi, significa uscire dall’astrazione, assumersi le proprie responsabilità *teoriche* -come è giusto e doveroso che sia per una poetica che vuole porsi come *alternativa* all’esistente (appunto: quale?).

    Buon lavoro a tutti.

    fm

  23. Tornando a Porta e accogliendo l’invito di Francesco a rendere tangibili i termini del nostro discorso critico io penso di poter confessare tutto il mio disgusto nei confronti di un poeta come Sanguineti. Quello che mi dà maggiormente da riflettere è il modo con cui è stato osannato e dalle giustificazioni che sento quando i sanguinetiani provano a mettere in luce l’importanza e la bellezza dei suoi versi. Bellezza non ne vedo, nulla, niente. Ma qui mi interessa riflettere insieme a voi su questa poesia di Porta, tratta da Yellow, in cui pare ci sia una frattura (contro Sanguineti) tra due poeti considerati a posteriori facenti parte della stessa neo-avanguardia:

    A Edoardo Sanguineti

    Se anche sapessi, e forse so,
    che il destino nostro è niente
    ma se una donna ascolto dietro una parete
    o un suono dei passi sull’ultimo selciato
    o una risata schietta, senza fretta
    o bacio una bimba che dice: io non sono malata,
    al gioco del massacro allora non ci sto,
    preferisco del linguaggio quel che ha di divino
    e non m’importa, amici, di ciò che direte,
    parlo da ingenuo (come Freud), do per scontato
    il male e cerco il bene, disperata-mente.

    ***

    a presto

    D.

  24. 1.
    acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno,
    è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, [[anche,
    di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi,
    fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, [per le strade
    e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un [cielo):
    volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due [scarpe,
    in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro [il vuoto
    pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta [mortalmente:
    e mortalmente (e moralmente) ruota:
    (così mi ruoto e salto, io nel tuo [cuore):

    Sanguineti

  25. Caro Domenico, qualche considerazione in ordine sparso.

    = Se il bersaglio critico è, per voi, Sanguineti, mi sa che siete in ritardo di almeno un paio di decenni: il “Gruppo ’63” era alle spalle di molte esperienze estetiche e poetiche già agli inizi degli anni Ottanta. Storicizzato e attraversato da alcuni, rimosso e seppellito da altri.
    Anche il “Gruppo ’93”, per dire, che pure molti erroneamente continuano a legare indissolubilmente alla stagione delle avanguardie, ne era, al contrario, un tentativo “radicale” di superamento: forti comunque, i suoi aderenti, del precipitato più innovativo e meno accademico del lavoro teorico e della pratica testuale dei predecessori: l’ultimo grande “parricidio” consumato nella poesia italiana contemporanea.
    Non mi risulta, poi, che esista oggi una “scuola” o una “maniera” sanguinetiana nelle pratiche più riconosciute della scrittura poetica: se un epigonismo sopravvive, non incide minimamente nella realtà delle cose, tanto meno è in grado di dettare parole d’ordine o indirizzi di poetica. Rimane il suo “lavoro critico”, la mole dei suoi studi letterari. Ma quello è tutto un altro discorso – me ne darai atto sicuramente.

    = Antonio Porta è uno dei poeti di cui è necessaria, assolutamente, una rivisitazione critica seriamente impostata e condotta: parlo di “tutta” la sua opera, che, a mio parere, avrebbe, ed ha, ancora molto da dirci e da insegnarci. Sinceramente, però, le estrapolazioni mirate mi dicono poco o niente: di solito lasciano suggestioni e fascinazioni, anche “gradevoli” se vogliamo, ma uno studioso non può lavorare su quelle – ne va della credibilità del suo approccio e dei risultati della sua ricerca, sempre parziali in questo caso.

    = Penso che la poesia sia un “corpo plurale” in cui “ordine” e “bellezza” vengono dalla visione d’insieme di tutte le sue “epifanie”, di tutte le sue “metamorfosi”: ridurre i suoi “attributi” essenziali a prerogativa di una “parte” (di un indirizzo, di un canone, di una poetica) è una forma di cecità indotta: come guardare un angolo di cielo, quando si ha davanti un intero orizzonte da esplorare e, alle spalle, l’altro versante del “paesaggio” che lo definisce e lo fa essere.

    = La poesia, in quanto esperienza artistica, è sostanzialmente “forma”: l’unico abito che può rivestire un contenuto, quale che sia, e dargli respiro di esperienza artistica (in termini di comunicazione “altra”, di conoscenza, di apertura, di ri-pensamento del reale, di oltranza, di ridefinizione delle categorie “normate” e ritualizzate). E questo, oltretutto, mi sembra un nodo cruciale anche del tuo discorso, delle sue ragioni e dei suoi fini. Ridurre il “fare” poetico a pura fenomenologia ricorsiva, fosse pure in termini “negativi”, dell’esistente, equivale, per quello che è il mio pensiero, a scrivere delle pagine più o meno riuscite di antropologia o di sociologia del quotidiano, ma, appunto: siamo ben lontani dalle “regioni” dell’arte.

    = A mio modo di vedere, in base alle mie esperienze di cultore e studioso, “in proprio”, della poesia italiana dell’ultimo mezzo secolo, i veri “idoli” da abbattere sono altri. A cominciare dal primo, che più che un idolo è un vero e proprio buco nero da (cercare di) colmare al più presto: la mancanza *assoluta* (quattro o cinque degnissime eccezioni non fanno che confermare la regola) di una critica letteraria, in particolare sul versante poetico, degna del nome, id est: libera.

    Ne avrei un altro paio almeno, di idoli da frantumare – se vuoi domani te ne parlo.

    Resta inteso che le mie sono riflessioni che non hanno nessuna pretesa – né di verità, né di assolutezza. Le pratiche ad escludendum non fanno parte del mio bagaglio.

    Ciao, grazie della presenza.

    fm

  26. Ho seguito con grande attenzione il dibattito svolto sin qui e generatosi a partire da un testo che è davvero molto ricco ma che, almeno per me, avrà bisogno di tempo per essere studiato con l’attenzione che gli è dovuta e sul quale non penso di potermi esprimermi, ora, con sufficiente cognizione di causa. Ammetto poi di avere anche un po’ di difficoltà, mi piacerebbe poter dire di pudore, a discutere di temi come “i poeti di vent’anni”, se non altro perché, anche se per poco, vent’anni li ho ancora, e nel 2008 ho pure pubblicato un libro di poesie. Ciò detto una considerazione vorrei arrischiarmi a farla, e ha a che vedere con i padri (siano essi Sanguinetti o chiunque altro). La generazione dei ventenni se li scrollerà di dosso, senza fretta, e nel modo più naturale; i padri muoiono, e chi li segue prende, naturaliter, il loro posto, e pure le loro pessime abitudini. E non devono neppure turbarsi se i padri non li capiscono, né paiono interessati a farlo; è il loro momento di sentirsi inamovibili ed eterni, prima di scoprirsi solo dei sopravvissuti. Bisogna conoscerli, averne rispetto, anche sfidarli, ma consci dei ruoli, e differenze, che sono dettati, in primis, dal diverso tempo che è scorso addosso, dal vivere la stessa ora, pur avendo età diverse. Piuttosto, se qualcosa è sì profondamente necessario – e forse sbaglio, ma credo che sia il tema che, più o meno implicitamente, sottostà tanto alla riflessione di Domenico che a quella di Francesco – è, per i poeti di ogni età, lo studio, anzitutto della “forma” e della ragione delle forme, anche solo della propria poesia. Poi certo, l’onestà sarebbe davvero essenziale, onestà dovuta a se stessi ma, soprattutto, agli altri; alla fine, almeno a mio modo di vedere – e qui non posso non ammettere di venire da una tradizione liberale e borghese, e, pur dopo molte lotte intestine, di appartenervi ancora –, il punto centrale, anche, soprattutto, in poesia, e oggi in particolar modo, penso che non possa non essere che quello del rapporto tra gli obblighi, che abbiamo nel confronto degli altri, e il rigore, che dobbiamo pretendere da noi stessi. Come annotazione finale, temo, almeno per me, che nulla sia più difficile di dire “noi” e che la sfida più grande sia, nel rispondere alla chiamata rivolta da Domenico, trovare la forza di un dialogo che, da una parte, non si tramuti immediatamente in monologhi paralleli e che, dall’altra, non si dimentichi come i poeti non siano le poesie che leggiamo e che il giudizio su gli uni non dovrebbe mai essere inficiato da quello sulle altre, e viceversa.

    grazie della pazienza,

    Federico

  27. 2

    sto alla finestra,
    lì, sotto il pergolato,
    colpito in pieno:

    ero un bersaglio
    anche troppo evidente,
    facile e fragile:

    […]

    ma è tutto morto
    il gigante cristoforo,
    adesso, invece:

    (E, Sanguineti, “Mantova, 13 . 9 . 6 .”, luglio-agosto 2006)

  28. Credo che Domenico, con il suo commento su Sanguineti, volesse intendere non tanto l’opera complessiva in sé di questo autore, molto variegata e per nulla coesa stilisticamente (e d’altra parte in una vita di poesia è lapalissiano che chiunque riuscirà a scrivere qualche testo eccellente), quanto, soprattutto riferendomi a raccolte come Laborintus, essa abbia rappresentato per alcuni poeti che lo hanno seguito – mi spiego meglio, posso riconoscere a Derrida un tentativo di superamento notevole e radicale, penso a Della grammatologia, ma quando sono testimone di ciò che il suo pensiero ha comportato per certa letteratura e per certa critica mi verrebbe voglia di cancellare lui stesso dalla storia della teoria letteraria, della filosofia. Ed è vedendo le conseguenze che genera l’opera di un autore-padre che siamo portati a condannarlo – perché esso è posto come fondamento di quelli che sono i percorsi artistici a noi coevi e che osteggiamo. Comunque sarebbe interessante, oltre a fare il gioco degli autori che non ci piacciono, fare quello contrario: prendere e mettere nel nostro canestro i salvabili, elencarli e motivare il perché sono stati inseriti nella nostra lista. Per esempio penso a Silvio Ramat, per il suo ruolo di eccentricità alle avanguardie o un Giorgio Caproni, poeta dell’eloquenza, scomparso nel 1990 e che, fino alla metà degli anni Ottanta, scrive versi.
    Per concludere, credo che questo documento, come altri che lo hanno preceduto, rappresenti l’urgenza, da parte della generazione alla quale appartengo, di un repentino cambio di passo, un sostituire i vecchi paradigmi con altri nuovi. Questo è fisiologico, è giusto.

  29. caro domenico, io non snobbo il tuo discorso politico. solo lo trovo un po’ superficiale e non distante dal discorso medio di un medio intellettuale di sinistra. il fatto che tu abbia una pars construens più “positiva” e interessante – e a quanto leggo prettamente poetica – non vuol dire che la pars destruens sia migliore. è mia opinione che il tuo discorso politico possa essere portato avanti con profitto indipendentemente dal tuo discorso di poetica. indipendentemente, anche se a portarlo avanti fosse la stessa persona, tu per esempio. trovo pretestuoso l’incardinamento dell’uno nell’altro, quasi che uno fosse impossibile senza l’altro. provo a spiegarti perché.

    ho una personale diffidenza e una forte sfiducia nel richiamo al politico come unico orizzonte capace di dare un peso rilevante, un impatto pratico, a discorsi altrimenti relegati in presunti ghetto intellettuali, in presunti esercizi intellettuali senza dignità perché senza immediata rilevanza pratica. trovo in questa ansia di mettere in primo piano il cardine tra un discorso artistico – in questo caso poetico – e un discorso politico in primo luogo un’espressione di una impazienza giovanile, che forse andrebbe tenuta a bada. il discoso politico è degnissimo. sediamoci per qualche tempo (come fece Marx?) a studiare a fondo l’economia politica. poi riparliamone. forse tu l’hai già fatto ma devo dire che non si evince dal tuo testo. ma in quest’ansia di rivolgersi al
    politico come unico strumento per dare consistenza a dei fantasmi, io trovo anche, più gravemente, l’espressione di una insoddisfazione dell’intellettuale verso il proprio ruolo, il proprio dominio d’azione (pratica, e se vuoi politica), una sfiducia verso gli strumenti proprii del suo agire. stai sicuro che non misconosco la bontà della pulsione iniziale. il bene è comunicativo di sé, e senza questa spinta alla comunicazione non vi sarebbe neppure la poesia. ma nell’ansia di riportare tutto al politico, di rendere il politico la condizione necessaria di un discorso poetico efficace, nell’ansia strettamente connaturata alla precedente di voler fare gruppo, io riconosco una forma di sfiducia dell’intellettuale nei confronti di ciò che dovrebbe tenere in massima stima: i contenuti e le forme della propria cultura. per carità, quello che tu dici sull’affetto l’amore e l’attrazione tra poeti, sul piacere del riconoscee rsi nell’altro, son
    tutte cose sacrosante e belle. ma perché non accontentarsi di viverle in prima persona, nei modi e nei limiti della contingenza della propria esistenza? perché astrarle e idealizzarle e proporle come forme di comportamento e moduli di riconoscimento? vedo in questo un pericolo. sarà che per me la mano destranon deve sapere cosa fa la sinistra. e allora, anche quando tu scrivi –
    contraddicendo quanto ho detto poco fa – che la tua forma di azione politica è l’insegnamento, io penso: “ottimo!” ma poi non posso fare a meno di trovare qualcosa di dubbio nell’intenzione delle tue parole. ti chiedo: perché non lo fai e basta? perché hai bisogno di raccontarcelo attraverso una via di comunicazione che è tutt’altro che intima? non puoi essere tu a trasformare te stesso e le tue azioni in esempio. perché se fai così, tra le tue azioni c’è anche quella che esprime il tuo desiderio di trasformarti in esempio, e questa è l’azione meno esemplare che ci sia. perché i poeti di vent’anni, come quelli di trenta e di
    settanta, non dovrebbero ciascuno accontentarsi dei propri
    amori per l’arte e per gli artisti, ad essi abbandonarsi, nel solco del proprio percorso di esistenza, vissuto nel politico manifesto partecipabile segreto della propria vita individuale, trasformata in esempio sotto gli occhi di tutti? quando sento questi discorsi mi viene da pensare: forse questo entusiasmo non è poi così grande, se si cerca di amplificarlo artificialmente. forse poi chi scrive non è così riempito e stupefatto dalla bellezza delle cose che gli è concesso di leggere e vedere, dalla profondità delle cose che gli è dato di capire. non finirete così per desiderare di voler calpestare l’oblio davanti a tutti, magari in televisione? perché volete il correntone, e non vi cullate invece nelle dolcissime correnti su cui la mano di dio ha avuto la grazia di appoggiarvi? alcune sono piene di solitudine altre sono piene di incontri, ma sono tutte belle e buone finché vi si resta fedeli. sia chiaro domenico: il mio non è un invito alla rinuncia e all’inazione. è un invito all’azione attraverso le opere e le azioni.

    ciao,
    lorenzo

  30. Riprendo le parole di Francesco.

    Sanguineti è un monumento intellettuale già sepolto, e da anni, nonostante la sua intensa presenza nella scena letteraria, e credo che sarà ricordato per Laborintus e per le sue capacità ludico-linguistiche, crepuscolari, non tragiche.
    Sono d’accordo che non esista una “maniera” sanguinetiana che abbia prodotto scritture poetiche importanti. Ma rimane il suo “lavoro critico.

    Antonio Porta è da rileggere e rivisitare SEMPRE per la passione immediata di un linguaggio poetico che pretende futuro, ed è lirico-tragico. Così come Amelia Rosselli. Meno mi convince amare troppo Caproni, che è un altissimo epigono ma non aggiunge nulla al futuro.

    Sì, la poesia è un “corpo plurale” fatto di metamorfosi e di forma ma vuole essere un canone di conoscenze continuamente sovvertite, non un facile paradiso. Magari rileggendo Dupin o Du Bouchet o Char, e non Bonnefoy, si potrebbe pensare qualcosa di meno “armonioso” e “consolatorio”, che apra e non chiuda.

    “I veri “idoli” da abbattere sono altri. A cominciare dal primo, che più che un idolo è un vero e proprio buco nero da (cercare di) colmare al più presto: la mancanza *assoluta* (quattro o cinque degnissime eccezioni non fanno che confermare la regola) di una critica letteraria, in particolare sul versante poetico, degna del nome, id est: LIBERA di essere INSORTA.”

    Grazie.

    m

  31. Caro Francesco, caro Lorenzo,
    perdonatemi se vi rispondo nel corpo della stessa replica, ma le vostre osservazioni si toccano in molti punti.
    Riprendo integralmente due passi dal commento molto acuto di Francesco (sul resto devo ragionarci ancora, ma dai da riflettere, e molto)

    “= La poesia, in quanto esperienza artistica, è sostanzialmente “forma”: l’unico abito che può rivestire un contenuto, quale che sia, e dargli respiro di esperienza artistica (in termini di comunicazione “altra”, di conoscenza, di apertura, di ri-pensamento del reale, di oltranza, di ridefinizione delle categorie “normate” e ritualizzate). E questo, oltretutto, mi sembra un nodo cruciale anche del tuo discorso, delle sue ragioni e dei suoi fini. Ridurre il “fare” poetico a pura fenomenologia ricorsiva, fosse pure in termini “negativi”, dell’esistente, equivale, per quello che è il mio pensiero, a scrivere delle pagine più o meno riuscite di antropologia o di sociologia del quotidiano, ma, appunto: siamo ben lontani dalle “regioni” dell’arte.”

    “= A mio modo di vedere, in base alle mie esperienze di cultore e studioso, “in proprio”, della poesia italiana dell’ultimo mezzo secolo, i veri “idoli” da abbattere sono altri. A cominciare dal primo, che più che un idolo è un vero e proprio buco nero da (cercare di) colmare al più presto: la mancanza *assoluta* (quattro o cinque degnissime eccezioni non fanno che confermare la regola) di una critica letteraria, in particolare sul versante poetico, degna del nome, id est: libera.”

    Non mi trovi molto d’accordo con la tua definizione di poesia come “forma” portatrice di contenuto e contrapposta, in quanto “regione dell’arte”, a una “fenomenologia ricorsiva dell’esistente”. Credo, prima di tutto, che buona parte della poca (o cattiva) critica letteraria degna di nota si basi soprattutto sul persistere della categoria strutturalista di una forma contrapposta a un contenuto. Purtroppo, siamo tutti ancora figli della sincronia saussuriana (io stesso, con pessimi risultati, faccio fatica a liberarmene) e peccato invece che la geniale contrapposizione di Hjelmslev tra forma/sostanza del contenuto e forma/sostanza dell’espressione, che storicizzando e contestualizzando culturalmente il rapporto tra parole e segni del mondo apre una finestra sull’indistinzione ontologica tra forma e contenuto in grado di accogliere splendidamente la proiezione metafisica del fenomeno, non sia stata accolta nel verso giusto e abbia riportato questa intuizione alla sua piatta matrice strutturalista. Denunci una mancanza di critica letteraria in Italia (con le dovute eccezioni, spero non includano Segre) e allo stesso tempo proponi una divaricazione tra la fenomenologia ricorsiva dell’esistente e le regioni dell’arte. In ambito arabo-persiano classico “critica letteraria” si dice “naqd” che deriva da un verbo che significa “mordere una moneta e riconoscere l’oro vero da quello falso”. Definizione che mi è molto cara (e che non è molto lontana dal senso etimologico di “kritike”) e sulla quale, forse, potremmo ragionare chiamando in causa il senso di una critica letteraria come fenomeno di valutazione ed esplorazione delle opere d’arte in base a un discrimine (appunto, l’oro vero vs. quello falso) definito un canone condiviso. Come è possibile, oggi, denunciare l’assenza di critica letteraria quando produciamo e fruiamo poesia in un contesto contraddistinto da 1) convergenza, contra- e sovra-pposizone di estetiche che tendono a ridursi all’orizzonte del gusto personale e 2) assoluta mancanza di un canone poetico condiviso, tanto che non riusciamo ad accordarci nemmeno sulla definizione di poesia? Io credo che potremo cominciare a parlare di possibilità o impossibilità di una critica solo quando si creeranno di nuovo le condizioni per la riemersione di un discorso teorico forte non solo sulla poesia come essenza analitica, ma anche sulla poesia come luogo di accordo comunicativo fondato su una condivisione di valori etici ed estetici di fondo nei confronti dei quali è comunque possibile un’istanza di contrapposizione. Senza la presenza di questo supporto credo sia assolutamente impossibile anche solo pensare la possibilità di critica letteraria. E, di fatto, oggi viviamo di pura fruizione, senza possibilità di costruzione di un discorso coerente.
    Qui mi chiedo, fino a che punto la presenza di un discorso teorico coeso sulla poesia (sia analitico che formale, in grado di far emergere un discrimine critico) può darsi senza la presenza di una narrazione (brutta traduzione di “narrative”) in cui riconoscerci nella condivisione di una percezione di natura antropologica? Qui il fenomeno offerto dal quotidiano entra con forza nel nostro discorso: come possiamo pensare di continuare a riflettere sulla poesia senza cercare i suoi punti di contatto con la fenomenologia immanente e trascendente da cui non solo essa emerge ma sulla quale essa esercita anche il suo intervento trasformazionale? Spesso faccio fatica a spiegare ai miei studenti il valore estetico dei panegirici composti nell’anno mille, apparentemente tutti intrisi di ipocrita quanto leziosa ruffianaggine (ma questo è un altro discorso). Per quale motivo, però, dobbiamo pensare alla poesia come appartenente a un campo distaccato dal mondo dei fenomeni e sul quale essa non dovrebbe avere alcuna forma di intervento se non le ragioni della pura contemplazione estetica? E se fossero anche solo le ragioni della contemplazione estetica ad avere valore, quale contemplazione può darsi senza la presenza di quella massima tensione verso il simbolo e l’immagine che è lo slancio trascendentale? Funzione, quella trascendentale, che oggi mascheriamo dietro il discorso psicanalitico, forma artificiale e “controllata” per parlare dell’invisibile pur tenendo a bada un piano metafisico che tendiamo a non accettare più.

    Lorenzo, qui mi ricollego a quello che tu, giustamente, osservavi. First of all, ho studiato economia politica, un solo esame, voto mediocre. Ma quanto bastava per convincermi a transitare sul persiano. Mi dispiace molto essermi fatto fraintendere in più occasioni. Parlavo della mia passione per l’insegnamento non per pormi come modello, ma soltanto per suggerire che quando parlo di politica intendo un’accezione molto più estesa del termine “politico”. Se considerata l’accezione ristretta di politica, ebbene, mi considero un inetto visto che, banalmente, di governo e ancor meno di buon governo ne capisco davvero poco. Se parlo di politica tirando in ballo la mia esperienza personale lo faccio come ragionamento sulle possibilità dell’agire sociale che, commisurato a una tensione verso la trascendenza (che può, ormai, essere vissuta in forma personalissima oppure condivisa) forma il tutto antropologico dell’essere umano teso tra necessità biologica e Grazia. Credo che la poesia non possa essere pensata senza prendere atto della sua presenza proprio al centro di questa tensione tra biologia e Grazia (immanente contingente e trascendente assoluto) all’interno del quale il vivere sociale occupa una posizione di primo piano. L’intimismo sputtanato del quale bonariamente mi accusi non è altro, secondo me, un modo per esplicitare i termini di un terreno comune sul quale si può cominciare a riflettere sul ritmo della poesia come punto di contatto tra i due ordini dell’essere. Qui non si tratta di fondare correnti o di prepararsi per le poltrone televisive. Basta dire: ragazzi, ci siamo, ci siete? In cosa credete? Cosa stiamo facendo? Quanta parte delle nostre vite può sfiorarsi (pur mantenendo e difendendo le differenze) per uscire dal personalismo, dall’ateismo, dalla mancanza di valori di fondo condivisi, dalla dispersione, dalla mancanza di accordi su senso, funzione e struttura della poesia e, quindi, dal mutismo o da un vago autismo autoreferenziale?
    Per quanto poi riguarda i tuoi accenni alla frustrazione e allo scollamento tra parole e opere/azioni, ecco, converrai con me che è il nodo gordiano dell’essere umano di ogni luogo e tempo. A questo proposito vi propongo la lettura di questo breve racconto del mistico persiano ‘Attar, tratto da “Il Verbo degli Uccelli”:

    “Ermafrodita è la mia più intima natura – disse un uccello
    ad ogni istante sono uccello d’altra, mutevole fronda:

    Ora sono asceta, ora dissoluto libertino, ora inebriato
    ora sono, ora non sono, ora esistente, ora inesistente.

    La carne prima mi trascina al vino e ai bordelli
    poi l’anima mi innalza al pentimento e alla preghiera.

    I sensi spingono il demonio a tentarmi sul cammino
    ma poi d’improvviso l’angelo mi riporta alla sua via.

    Vivo sospeso e sconvolto tra il bene e il male,
    come posso sfuggire a questo smarrimento che mi è prigione?

    Un giorno un mistico scomparve da Baghdad
    dall’angoscia furon presi i suoi discepoli

    lo cercarono poi per ogni strada e quartiere
    e con stupore lo trovarono nel bordello degli ermafroditi.

    In mezzo a quel gruppo di scellerati invertiti
    lui sedeva con gli occhi umidi e le labbra secche.

    – O gran maestro che ai segreti aneli – disse un adepto
    cosa fai in un luogo come questo che al tuo rango non si addice?

    Rispose: queste persone sono senz’altro profondamente lascive
    non sono uomini né donne per immagine e per spirito

    ma io sono come loro nel sentiero della fede
    non sono né uomo né donna in questa vita

    Mi son smarrito nella mia viltà volgare,
    ho profonda vergogna della mia falsa virilità.”

    Buona notte!

    D.

  32. Caro Domenico, non c’è assolutamente niente di male a “non essere d’accordo” con le tesi di qualcuno, fa parte della dialettica “sostanziale” inerente al confronto – soprattutto in un campo, come quello della poesia, dove ci si interroga dal almeno ventotto secoli non solo su che cosa sia, ma sulle ragioni stesse che ne determinano necessità ed esistenza. *Confronto* – dicevo: che per sua natura esclude a priori il fatto che qualcuno sia portatore della *verità* intorno all’oggetto che si discute: se esiste una posizione ritenuta indiscutibile da chi la propone e da chi la supporta (lasciamo perdere, nel nostro caso, nel qui e ora, gli argomenti addotti a sostegno…), non vedo nessuna necessità, di nessun tipo, a che il confronto si dia – mancano esattamente i termini e le coordinate ineludibili entro cui una discussione comune dovrebbe darsi, cioè in “forma interrogante”. Altra conditio sine qua è non attribuire agli interlocutori posizioni che non hanno mai espresso. Mi spiego. Io non ho mai detto che la poesia si riduce a forma: il mio “sostanzialmente” non ha niente di aristotelico, significa solo che, per quel che mi riguarda, nessuna operazione sul “linguaggio poetico” può mai esimersi dalla *riflessione* sul linguaggio stesso, sulle forme, sui modi dicendi di dantesca memoria. Allo stesso modo, quando parlo di “ricorsività del quotidiano” (banalmente: i contenuti) premetto il termine “riduzione”: cioè, sto dicendo che quando il fare poetico si *riduce* a pura e semplice esplicitazione e rappresentazione di contenuti, siamo già fuori dal “poetico” (che per me, sia ben chiaro, non è una categoria dello spirito, magari di crociana memoria). Il che significa, e mi sembra ben chiaro, attestare l’assoluta necessità di quella “fenomenologia”, non certo negarla. Dovrei essere ben pazzo, in entrambi i casi, perché a quel punto direi, né più né meno, che un blocco di marmo messo in una sala museale è già di per sé la “Pietà”; e, di conseguenza, che la “Pietà” è un blocco di marmo.

    Tra l’altro, il mio richiamo alla necessità del *lavoro sulla lingua* (che non è mai uni-direzionale, ma si risolve, nella prassi quotidiana di chi scrive, in una polifonia di *modalità* di esplorazione del medium) è parente strettissimo del discorso che tu fai su Rumi e delle considerazioni che ne trai. Ma qui sta il problema, esattamente nei termini posti da Carlucci: che quel nucleo teorico e tematico (in sé apprezzabilissimo, e non certo per il fatto che io lo condivida), fa letteralmente a cazzotti tanto con le premesse quanto, soprattutto, con le conclusioni del tuo saggio.
    Ho riflettuto a lungo sulle ragioni di questa discrepanza e sono arrivato, magari sbagliando, a questa conclusione: che l’intero lavoro serviva da “lancio” per una antologia della quale ho scoperto l’esistenza solo grazie al link che hai postato. Avessi saputo questo fin dall’inizio, non mi sarei nemmeno messo a discutere, perché sono abituato a farlo solo sulle cose che conosco, e il libro suddetto non l’ho ancora letto.

    Questo post sarebbe stato molto più credibile, nei fatti, se questo particolare fosse stato chiaro per tutti.

    fm

  33. Caro Francesco,
    al di là delle considerazioni teoriche che stiamo facendo sulla natura della poesia e dell’arte (di cui apprezzo molto la finezza argomentativa che ci stai offrendo), con tutto il rispetto, considero offensiva la conclusione cui tu sei giunto e il modo con cui la stai esprimendo. In sostanza:

    1. Non mi sebra di aver menzionato quell’antologia più di una volta e, tra l’altro, en passant, semplicemente segnalando la presenza di un libro del genere la cui lettura (posteriore alla stesura delle mie note) mi ha stimolato non poco visto che mi ha fatto scoprire degli autori molto bravi.

    2. Giuliano Ladolfi è l’editore che ha pubblicato quell’antologia, curata da Matteo Fantuzzi. Spetta a loro il lancio del libro (è il loro lavoro), non a me, che sono solo uno dei quindici autori antologizzati. Senza aver letto il libro non credo tu possa considerare il mio scritto legato al “lancio” dell’antologia curata da Fantuzzi, visto che in quel caso ti risulterebbe chiaro quanto il discorso che faccio io si discosti in moltissimi punti dalla prefazione e dalla postfazione di Fantuzzi e Ladolfi.

    3. Non ho mai chiamato “saggio” questo mio scritto. Si tratta di riflessioni emerse su un taccuino dopo un convegno tenuto in Polonia. Mi sono interrogato sulle cose che più hanno valore nella mia vita e ho cercato di dare libero sfogo all’espressione per descrivere le regioni in cui cose diverse possono toccarsi e influenzarsi reciprocamente.

    4. Dato che si tratta di appunti su un taccuino, riflessioni sparse raggruppate intorno a problemi diversi che, dal mio punto di vista, vanno interrogati in sincronia, è normale che la scrittura risulti nervosa e poco bilanciata tra le sue parti. Mi dispiace che tu te ne accorga così tardi, avresti potuto semplicemente rifiutare la pubblicazione di un testo in cui la parte centrale fa “a cazzotti” con premesse e conclusione. (Ma ti ringrazio comunque per averlo fatto, perché ho ricevuto moltissimi stimoli da questi nostri scambi, sebbene adesso tu ti penta di aver intrapreso la discussione).

    5. La credibilità del post (la sua onestà?) resta qualcosa di indipendente dalle ragioni che animano la scrittura. In tutta sincerità ti confesso che, inizialmente, avevo cominciato a scrivere questi appunti riflettendo su un’esposizione, in un caffè di Cracovia, di quadri disegnati da persone con problemi mentali. Ho scoperto solo dopo quale fosse il progetto, e le rappresentazioni mi avevano catturato moltissimo prima ancora di scoprire l’identità degli autori e il loro stato di turbamento psichico.
    Di nuovo, nulla a che vedere con un’antologia la cui unica cosa in comune con i miei appunti è la presenza di poeti della mia età e che, grosso modo, si pongono i miei stessi problemi (per di più sostanzialmente diversi da quelli del curatore e, soprattutto, dell’editore).
    Che il contenuto o la sua credibilità siano giudicabili solo in base alle intenzioni intrinseche dell’autore che presenta il testo (in questo caso, secondo te, il “lancio” di un’antologia), ebbene credo sia, scusami se la penso così, un argomento leggermente semplicistico, che tiene conto delle intenzioni dell’autore (invisibili al lettore, e spesso all’autore stesso) e non del testo. E le intenzioni del testo parlano per quello che nel testo è scritto, in buona o cattiva forma. Niente più di questo. Considero i “dietrismi” qualcosa di particolarmente irritante, soprattutto dopo una settimana in cui ognuno ha speso parte del propio tempo nel tentativo di comunicare con gli altri.

    6. Continui a parlare della debolezza dell’introduzione e delle conclusioni dei miei appunti, ma non mi sembra tu ti sia già direttamente confrontato con le cose che ho provato ad esprimere. Mi pare tu abbia snobbato i miei argomenti con un tono vagamente sprezzante “(lasciamo perdere, nel nostro caso, nel qui e ora, gli argomenti addotti a sostegno…)” e con un discorso sulla relatività della verità che, ovviamente, non è in mano a nessuno. Ti chiedo scusa se ho dato l’impressione di difendermi quale detentore della verità ma, rileggento quello che ho scritto, credo di aver puntellato il mio discorso con una costellazione di “forse”, “credo”, “secondo me”, “mi chiedo”, etc. , quindi non vedo per quale motivo tu debba lapalissianamente sottolineare che nessuno detiene la verità.

    7. Assodato il fatto che nessuno è detentore della verità assoluta sugli argomenti che stiamo affrontando (in cui è necessario l’esercizio stimolante dell’opinione), per quale motivo invece di confrontarti con quello che provavo a dirti su quello che penso intorno alla critica letteraria ripieghi sull’accusa poco gentile secondo la quale io avrei architettato gli appunti per lanciare un’antologia?

    8. Non credi che sia cosa poco gentile (in senso dantesco) scambiare per marketing e merchandising i propositi di chi prova a dare voce a una serie di disagi dello spirito che (sembrano) condivisi anche da altre persone?

    Grazie.

    Domenico

  34. domenico, forse francesco si è espresso un tantino duramente. posso dirti però che lui conosce abbastanza bene le “dinamiche sociali” della poesia attuale. probabilmente meglio di me e della “generazione entrante” di cui tu fai parte. in base a questo ti posso dire che la mera “concomitanza” tra la diffusione del tuo scritto e l’uscita dell’antologia per ladolfi può destare sospetti e dar luogo a pensieri negativi (seppur giustificabili esclusivamente in una prospettiva empirista.. :) …).

    ciao,
    lorenzo

  35. Caro Domenico, non ho mai offeso nessuno, tanto meno sono stato offensivo nei tuoi confronti.
    Se ho pubblicato il tuo testo, così come ho fatto in passato, è perché stimo le tue qualità di studioso e ritengo le cose che mi hai fatto avere *degne* di attenzione – così come ho scritto a più riprese qua sopra.

    Io non trovo niente di male a presentare (“lanciare”, ho scritto: di marketing e merchandising stai parlando tu) un libro: questo blog non ha mai detto “no” a nessuno, un post su due è incentrato sull’illustrazione di un’opera attraverso una selezione di testi – e tutto ciò, proprio in virtù di quella apertura e di quel rispetto a cui ho fatto cenno: se io credo che la poesia sia un “corpo plurale”, di quella pluralità io devo dar conto – che è esattamente quello che faccio da quando sono in rete. Infatti, qui puoi trovare Fantuzzi e la Vicinelli, Voce e Sannelli – per dire. Qualcosa dovrà pur significare, non trovi?

    Il fatto che io trovi una “discrepanza” tra la tesi centrale dell’articolo (che apprezzo moltissimo) e il resto, e che ne parli, non è una notitia criminis, semmai la denuncia di una mia (eventuale) incapacità a riannodare i fili del tuo discorso, qualora quella discrepanza, per te e altri, non sussista. Cosa c’è di male, di “offensivo” in tutto questo?

    “Credibilità”, poi, in quel contesto, non aveva nessuna valenza etica (“onestà”? ma stai scherzando? perché mai avrei dovuto pubblicarti se non avessi ritenuto oneste le tue “intenzioni”?): se noi discutiamo, qui, dei “rovelli” intorno ai quali rifletti e dei quali dai conto col tuo scritto, noi stiamo facendo una certa operazione, e ne viene fuori un certo tipo di discussione; se quelle tematiche (i rovelli) sono poi da collegare ad una serie precisa di testualità di cui sei autore in quanto partecipe di un progetto antologico, ammetterai che il risultato è ben diverso – e io potrei benissimo astenermi dal dire la mia e dal dare giudizi, per evitare, non avendo letto i testi e non sapendo niente dell’opera, di incorrere in banali approssimazioni. E un ragionamento del genere ti sembra “offensivo”?

    Non ritieni piuttosto, tanto per entrare nel concreto, che confrontarsi sui risultati della tua bella analisi della poetica di Rumi metta capo a un certo tipo di discorso, mentre fare la stessa operazione sapendo che Rumi serve a giustificare teoricamente una mia opzione di poetica che investe *anche* una pluralità di scriventi (raccolti in una antologia di cui ignoro le ragioni generali e le scelte individuali) ne determini un altro? Qui i piani sono confusi (e il termine non vuole indicare nessun *malessere*, è solo una constatazione), tanto che non sono ancora riuscito a capire (ma è un limite mio) in quale dei due devo ascrivere alcuni interventi. Ti è più chiaro, adesso?

    Un’ultima cosa, caro Domenico: non ho *snobbato* nessuna tua argomentazione, né l’ho fatto in modo sprezzante. Se io rilevo, dal mio punto di vista di “storico”, che la critica alle dinamiche della neo-avanguardia è troppo generica e sbrigativa, non sto snobbando proprio un bel niente. A maggior ragione quando aggiungi che, a tempo debito e con altri studi prodotti, hai intenzione di affrontare in modo più esaustivo l’argomento: appunto: “(lasciamo perdere, nel nostro caso, nel qui e ora, gli argomenti addotti a sostegno…)”. A fronte di tutto ciò, a che pro continuare a dire, da parte mia, sull’argomento? Il mio ritegno è solo una forma di rispetto nei confronti della tua apprezzabilissima ammissione, non un’offesa di qual si voglia genere.

    Ciao, buona serata.

    fm

    p.s.

    Inutile dirti che qui sei sempre il benvenuto, come e quando vuoi, con i testi e i saggi che vuoi. Magari “in prima battuta”, senza passare per altri “lidi”: qui nessuno ti negherà mai (*mai*) l’accesso e la pubblicazione, non hai da essere aderente a *nessuna* linea per comparire su queste pagine. E sapendo che, come già ti dicevo qualche giorno fa, qui non trovi “lettori” e “commentatori”meno preparati e competenti che “altrove”.

  36. Sono solo rattristato. Penso che l’umiltà e l’ascolto siano categorie critiche (e non cristiane). Francesco le esercita da anni, ma intorno a lui c’è il deserto, se poi il tono delle risposte è spesso polemico, da parte di persone intelligenti ma perfettamente sicure della loro ragione.
    Viene solo voglia di tacere, in ogni circostanza.

    Un solo appunto: non esiste, oggi, nella critica poetica, una critica solo strutturalista. Basta informarsi su quali libri di critica poetica esistano.

    m

  37. Ho letto il commento di Michele Ortore riguardo la scienza e la poesia e alcune delle successive risposte al suo intervento.
    Forse sarò banale ma a me pare che il problema sia sempre lo stesso da secoli: quanto la poesia sia sociale, quanto sia attuale.
    Se cercare di comunicare il vuoto o l’orgogliosa narcisistica (quante volte è apparso questo aggettivo negli interventi!) consapevolezza di esso ha avuto un obbiettivo polemico, ora è solo l’ esasperazione di un puro vittimismo. Per di più irriverente (come si diceva sopra): e l’irriverente non porta crescita o frutto, ma semplicemente altro vuoto. Alcuni poeti, di fronte a dei riceventi passivi e incapaci di comprendere i messaggi loro destinati, si sono rinchiusi nelle loro ermetiche parole anziché studiare una strategia comunicativa nuova: hanno preferito comunicare poco o non comunicare del tutto. Si sono considerati ancora una volta un’elite in un’ età in cui le parole “democrazia” e “popolarità” (per non parlare di “consenso popolare”) vanno per la maggiore. Se la poesia diventa autoreferenziale è ovvio che non sarà più in grado di essere contemporanea, perché perde la coscienza della contemporaneità. Si potranno creare moltissime nuove Arcadie, con tanti pastorelli; ma questi rimaranno sempre all’interno dei loro boschi e (come è successo) finiranno con il non credere nemmeno più alla loro freschezza e purezza o alla loro carnalità (che sembrano rifiutare quale micidiale peccato per l’animo).
    La scienza, le culture ancora poco conosciute, i confini (si diceva in un intervento)…Appunto! Cercare di guardare al di là del conosciuto e rimescolarlo insieme al noto. La letteratura (sia essa in prosa o in poesia) non è forse frutto dei ragionamenti e dei sentimenti individuali nelle comunità? E se la comunità è quella globale di oggi, piuttosto che ficcarsi nei boschi e nelle selve, non sarebbe più divertente divergere (perdonate il gioco di parole) e cambiare i percorsi nel tentativo di costruirne uno nuovo? Inedito? Collaborativo?
    E’ certo che se gli stessi poeti non credono ad una poesia, ad una sua capacità d’azione, ad una sua vivacità, ad una sua socialità, non si può pretendere che essa sia viva e contemporanea. Sarà sempre (in queste condizioni) qualcosa di marginale e inutile, tale che, non producendo frutti, non risulterà conveniente coltivarla.
    Dunque, ricominciamo a credere ad una poesia fruttifera: solo allora il puzzo di morte che ultimamente gli gira attorno finirà.

    (Nota per chi ammette i commenti: se si ritiene che il commento sia inutile o non pertinente, pregherei di non pubblicarlo. Preferisco una negazione all’indifferenza. Grazie, un saluto)

  38. Cara Veronica, qui non c’è nessuno che *ammette i commenti*: tutti sono liberi di scrivere, di chiosare, di argomentare, di consentire o dissentire come meglio credono.

    Niente, mai, sarà eliminato o *restituito* al mittente.

    Niente, tranne gli insulti. Ma solo quelli rivolti agli ospiti, autori e commentatori che siano (quelli eventualmente diretti al sottoscritto, invece, rimarranno).

    Grazie per il tuo intervento.

    fm

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