La duplice unità della luce

“E’ riapparsa la meridiana marina, nel silenzio coincidente
della ramificazione, quasi un roseto stupefatto di memoria.”

 

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Lucio Saffaro, Disputa cometofantica
Cura e saggio critico di Gisella Vismara
Introduzione di Flavio Ermini
Roma, Sossella Editore, “Numerus”, 2011
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Flavio Ermini

«La duplice unità della luce»

 

     Disputa cometofantica di Lucio Saffaro è una narrazione in forma di poesia.
     Della narrazione ha tutte le caratteristiche: c’è una vicenda, c’è un paesaggio, ci sono dei personaggi.

     La vicenda si svolge nell’indistinto dell’origine. Prima del principio: quando il principio è propriamente il futuro e il presente è un «volo d’ombra» (76).
     Il paesaggio è compreso tra «l’incantamento del mare» (79) e «i partimenti del bosco» (81). Un paesaggio che mette dunque in conto il naufragio e lo smarrimento. Qui, nel venire al mondo, l’essere umano è già esposto al pericolo di non entrarvi.
     I personaggi sono i viventi che si scoprono dotati di parola, e quindi in grado di nominare e di numerare. Il loro linguaggio è uno «strumento già accordato fin dal principio» (145), pronto all’uso.
     Tanto che l’essere umano è mosso, appena nato, da una specie di pre-comprensione a nominare le stelle come tali, a «dividere in canti il desiderio» (45. 405).

    Il pensiero di Saffaro si dirige verso il mondo della dissensione originaria, fra proprio e improprio. Non vuole raggiungere il fuori del mondo, ma il mondo stesso, nel suo altro volto. Disvela la differenza originaria.
     Il presente di Saffaro è il presente della parola creatrice. Non al cielo delle stelle fisse chiede di volgersi, ma, secondo la definizione agostiniana, all’eternità: «Hodiernum tuum aeternitas»: il tuo oggi è l’eternità. L’eternità come presente della parola poetica, che permane come permane la forma del tempo in tutte le sue forme; quella forma che Mario Luzi chiama il «punto vivo, il punto pullulante dell’origine continua».

     Le creature che popolano l’opera di Saffaro (l’intendente del futuro, l’alfiere privilegiato, la vedetta, l’erede del terzo periodo…) sono figure che vogliono vivere questa vita e tutt’altra vita, ciascun passaggio tra l’una e l’altra vita; senza temere di spingersi verso «approdi sconosciuti» (19).
     Sono esseri nati per primi o forse mai nati. Sono esseri non ancora avulsi dalla totalità, ancora congiunti con il tutto.  Vivono in un mondo che ancora non ha vissuto la scissione uno-tutto.

     Proprio come nelle Upaniṣad, qui si parla di quella condizione in cui «non esistono né carri né cavalli e neppure vie, ma è l’essere stesso che crea i carri, i cavalli e le vie».
     È a quella antica sophia – anteriore alla storia della filosofia – che si rivolge Saffaro; e come quegli antichi sapienti non rinuncia alla contraddizione pre-filosofica nella ricerca del fenomeno originario, il principio generativo che rende possibile la costante trasformazione metamorfica della natura.
     Ma «come salire la scala di cui non si conosce né l’inizio né la fine?» (144. 504. 864). È questo il compito al quale siamo chiamati nella lettura di Disputa cometofantica, nell’affidarci allo stretto intreccio di nominazione e numerazione proprio dell’opera.

     Disputa cometofantica si articola in tre parti.
     La prima è composta da 1080 frasi e copre l’intero arco del libro.
     La seconda si sovrappone alla prima a iniziare dalla frase 370.

     La terza si sovrappone alle prime due rispettivamente alle frasi 721 e 361.
     Detto altrimenti: la prima parte nasce dal silenzio; la seconda parte non attende a iniziare quando la prima termina, ma a essa si congiunge; e cosí accade anche alla terza parte, dando origine a una sorta di stratificazioni, che sembrano obbedire alle leggi generali della stratigrafia geologica.
     Che cosa ci indica questa struttura? Ci segnala che la vicenda si svolge su piú piani sovrapposti. La prima parte copre l’arco temporale comprendente passato, presente e futuro; la seconda parte riguarda il presente e il futuro. La terza parte si svolge nel futuro.
     Va tuttavia precisato che ognuno di questi tre segmenti temporali non riguarda il nostro tempo storico, bensí il tempo memoriale delle nostre origini, un tempo che in ogni segmento temporale comprende tutto il tempo. Ce lo segnala la data posta alla fine dell’opera, una data (24 dicembre) che prelude a un principio, a cui il titolo – con quella parola composta, cometo-fantica – in parte fa cenno.
     Questa collocazione dei tre piani temporali nell’atemporalità caratterizza l’opera, dove il presente si intreccia al futuro e «l’esodo dei sogni riappare alla fine della memoria» (14) e dunque al passato.

     Saffaro è l’uomo della soglia – una soglia che sta tra l’oracolare e il dimostrativo – e il suo è un discorrere che segue le tracce della polivalenza e della non linearità del pensiero arcaico, pre- filosofico.
     Aristotelico è il pensare l’essenza della parola (ovvero ciò che fa sí che la parola sia vera parola) a partire all’apophansis. Per Aristotele, il logos è nel suo stesso essere logos apophanticos (ovvero un enunciato che espone il fenomeno cosí com’è, nella sua evidenza). Tale aggettivo deriva dalla preposizione apo– (che indica un movimento “via da”) e dal verbo phainesthai, che significa: faccio vedere, ho cura di mostrare.
     Per il suo titolo, Saffaro si affida a questo verbo, ma ricorrendo a una preposizione ancor piú principiale: kométes: cometa; guidandoci verso un portare alla luce la stella che annuncia un avvento, indicandoci che la funzione del parlare è una funzione innanzitutto svelante.
     Saffaro è l’uomo della soglia, una soglia dove non si dà inizio assoluto che porti dal nulla all’essere. Qui nulla viene a esistere che, in qualche forma indifferenziata, già non esistesse, seppure innominata.
     Di alcune creature si dice che «tentarono di salpare da un molo senza nome»… (66. 426. 786).
     Il tempo della successione e il tempo dell’eterno qui sono compresenti.

     La filosofia si ostina a meditare soltanto sulla «natura umana incivilita», come Vico chiama la nostra società, e si ritrae atterrita dallo spettacolo della natura umana che non sembra dotata di logos. In questa physis Saffaro non teme invece di gettare lo sguardo. Nella physis dispone le sue armate per una battaglia che «si evolse verso il passato» (286. 646).
     Attraverso «l’assedio dei permanenti» (23. 383), «la sommossa degli anticipanti» (25. 385), «il corteo degli eredi» (58. 418), «l’assalto al veliero» (273. 633) partecipiamo noi stessi a quella che, con Hegel, si potrebbe chiamare «ebbrezza del sentire», che è vis imaginativa.
     Saffaro è chiaro in proposito e precisa: «L’ellissi del pensiero è una rivincita dei sogni sul caso» (61. 421. 781), per poi avvertirci: le potenze pre-storiche, originarie, seppur vinte dal potere dell’intelligenza storica, non sono scomparse, non sono morte. Vivono ancora nel sottosuolo inconscio del presente, di ogni presente. Talora si fanno sentire minacciose, come quella volta che «divamparono i nomi occulti e distorsero le gerarchie dell’essere» (309. 669).

     L’avvento del nuovo esige la cata-strofe: in senso letterale: il volgersi al basso, al fondo, all’arcano tempo dei tempi; il non raffigurabile tempo che segna il tramonto di un mondo e il sorgere di uno nuovo.
     Ma come intendere questa “regressione” che non cerca di raggiungere nel passato – sia pure nel piú remoto passato – l’inconscio e il dimenticato, ma di risalire con ostinazione al punto in cui si è prodotta la dicotomia tra conscio e inconscio?
     Non si tratta di portare a coscienza ciò che è stato rimosso; né tanto meno si tratta di “razionalizzare” un processo a-storico. Il compito che Saffaro si assume è di progredire nel passato guardando al futuro. Procedere verso qualcosa del passato che non abbiamo ancora potuto vedere né conoscere. Quel qualcosa accade quando un futuro raggiunto nel passato e un passato colto nel futuro coincidono per un istante.
     Svela Hölderlin: «E ciò che prima accadde quasi inavvertito / solo ora è svelato». Precisa Saffaro: «Grado per grado si svela l’indicibile: e quando tutto è stato detto, l’indicibile riappare dall’inizio» (19. 379. 739).

     Saffaro è l’uomo della soglia e quella soglia è il fondamento che separa e insieme correla, mediante un gioco di opposizioni, l’umanoe il non umano. In realtà, alle spalle del linguaggio non sta un linguaggio piú originario, ma un assetto biologico da cui la sintassi è esclusa: la vita prelinguistica alla quale il fondamento, cioè la soglia, ovvero «l’atrio della luce» (55), non smette di far segno per contrasto.
     Quel fondamento Saffaro ci invita a raggiungerlo andando a ritroso nel tempo, via via «sul sigillo lunare» (57), «sulla stele di mezzo» (59), «sull’orlo del mare» (61), regredendo verso la soglia da entrambi i suoi lati, attraverso la memoria «che è come una lunga via che si dissolve a mano a mano che procede verso la fine» (62).
     Qui Saffaro si pone tra l’aperto del prima-della-parola, a partire dal quale la parola stessa parla, e il dopo-della-parola che lo nomina come un prima, suscitandolo e insieme perdendolo.

     Nello svolgimento narrativo si intrecciano i fili di innumerevoli eventi, che sono riportati a uno stadio ogni volta piú iniziale. A partire da questo processo l’azione non conosce un vero sviluppo ma trova infinite variazioni.
     L’impossibilità di narrare una storia senza che questa s’intrecci con altre storie non è dovuta al progressivo svanire dei nessi tra le cose, ma alla loro sovrabbondanza.

     Il luogo dell’evento della parola (luogo nel quale si radicano i due corpi del sentire e del pensare) fa dire a Saffaro che «forse lo spazio cela un segreto ancora piú profondo di quello del tempo, in quanto potrebbe esserne il generatore» (196. 556. 916).
     Le tre parti in cui si divide la Disputa cometofantica sono i gradi diversi di avvicinamento e di colloquio proprio con il luogo dell’evento della parola e, nello stesso tempo, sono i punti culminanti dell’abbandono di quella «duplice unità della luce» (189. 549. 909).

     Saffaro ragiona sulla nascita come un aprirsi di innumerevoli possibilità.
     Non come un semplice venire al mondo, a senso unico, verso un qualsiasi futuro, ma come un situarsi in un mondo che si apre innanzi a noi come spazio del possibile: da una parte verso l’antro da cui proveniamo e da cui ci sentiamo in ogni momento privati; dall’altro lato verso il sempre-da-venire, come l’evento a cui siamo fin dalla nascita esposti.

     Il presente di ogni nascita, ci indica Saffaro, è ogni volta diverso in relazione sia al passato sia al passato-non-vissuto: «Nessuno potrà mai ricostruire il mosaico del tempo, giacché esso ammette piú di una ricomposizione» (250. 610. 970). Ciò accade perché ogni presente contiene una parte di non-vissuto. Infatti non è solo il vissuto a dar forma e consistenza alla trama della personalità psichica e della tradizione storica, ma innanzitutto il non-vissuto: quello che Saffaro inscrive nelle vicende non numerabili.
     Si tratta di accedere, attraverso la nominazione e la numerazione, al passato che non è stato vissuto e che non può definirsi correttamente “passato”, ma rimane in qualche modo presente.

     Nel suo personale accesso al mosaico del tempo, a Saffaro il passato-non-vissuto si rivela per ciò che è: contemporaneo al presente e diventa in tal modo accessibile. Lungi dal ripristinarsi come stato arcaico precedente, esso si presenta come “fonte” per riattingere ai movimenti primi della libertà.

     È un passato plurimo quello di cui ci parla Saffaro nella sua Disputa cometofantica: non semplice passato che precede cronologicamente il presente come un’origine, bensí rivoli di storia che – annunciati da un «mormorio fluviale» (175) – rappresentano una tendenza non solo presente ma anche operante nel presente e sovrapponibile al futuro. Il passato plurimo di cui ci parla Saffaro è una sorta di arca che nessuno osa aprire perché si teme che contenga «la vertigine suprema, la coscienza della coscienza» (54. 414).
     Un po’ come accade nell’isola di Tsalal, circondata da acque minacciose, dove si conclude drammaticamente il viaggio di Gordon Pym: una terra che Poe presenta come un Eden invertito, un paradiso perduto a cui nessuno vorrebbe far ritorno.

     La narrazione di Saffaro è una forza che non retrocede fino al punto in cui la storia diventa per la prima volta accessibile, ma va oltre: verso il non-luogo e il non-tempo dell’origine: verso la pre-storia e verso il non-vissuto.
     Attraverso questi punti di insorgenza «percorriamo dunque la doppia spirale degli eventi» (352) che sembra spingerci verso il fuoco della conoscenza, verso l’inarrivabile suo fondo (45. 405). Scrive Saffaro: «L’incendio, che ogni notte sembra allontanarsi un poco di piú, forse è la parte piú misteriosa della notte stessa» (117. 477).

     Talvolta l’inconosciuto si presenta attraverso indizi lasciati cadere a caso, attraverso segni consegnati alla nostra interpretazione. Ma quanto fallace possa essere tale interpretazione ce lo conferma Saffaro alla fine dell’opera: «L’attesa si è spezzata in tre parti: due sono state calate nell’aureo sepolcreto del caso, la terza sarà innalzata sull’asta gentilizia come effimero trofeo» (343. 703. 1063).
     Ma sarà solo con l’ultima frase che Saffaro giungerà a indicare la possibilità ventura di un nuovo inizio, ulteriore rispetto al primo inizio del pensiero, destinandoci cosí a una via che porterà il pensiero dell’essere a quell’inizialità che il pensiero stesso richiede per l’altro inizio: «Nominatemi sempre» (360. 720. 1080)

 

 

Incipit

 

1.
Prima che la vela del tempo raccorci il simulacro vivente, tentiamo di salire sugli spalti del caso, dove anche un solo pensiero è ombra di Dio.

 

2.
Non si falsifica l’altura, poiché non dimentica i pegni del caso. Cosí si accresce la loro ricchezza: quasi fosse un flusso iridescente che termina ma non discerne.

 

3.
È caduto l’alloro, appena pervenuto al centro della disfatta del pensiero, e la coscienza, in attesa, si perde tra le stasi sempreverdi del passato.

 

4.
Dopo il rito della solitudine avviene la vittoria lucente dell’io.

 

5.
È riapparsa la meridiana marina, nel silenzio coincidente della ramificazione, quasi un roseto stupefatto di memoria.

 

6.
Un accordo ombroso prospiciente il pensiero, quasi fosse un atto di ritorno condiviso dalla mestizia del tempo.

 

7.
Un sentimento affiora sul muro del mistero, quando il termine oscuro, apertosi alla fine del modo, uguaglia se stesso nel nome del nulla.

 

8.
Flutti di ricordi fendono lo spazio cupo di settembre. Ripercorro i versanti della vita nello stacco lunare della memoria, cippo indelebile dell’io.

 

9.
Per non cedere alle remissioni del caso bisogna sapersi alternare al timone dei sentimenti.

***

 

10.
Se solo si sapesse reggere la gran vela della fine, si potrebbe placare l’orizzonte imperversante del futuro.

 

11.
Ostaggio della poesia, l’integrale virtuoso del pensiero. Come un mito fastoso, dove il richiamo del tempo diventa più che un’attesa.

 

12.
Segue in silenzio il compimento del futuro, un’assidua trama d’inferenze e desideri.

 

13.
La distanza fu notificata al di fuori del presente, quasi fosse un ricordo diminuito.

 

14.
L’esodo dei sogni riappare alla fine della memoria.

 

15.
Si svolge a una quota inconoscibile il misterioso recesso della tristezza.

 

16.
Le consonanze della fortuna sono un rimedio solo se riferite all’infinito.

 

17.
Il sostantivo simultaneo sarà quello di grazia e riconoscenza.

 

18.
L’esilio del pensiero dovrà concludersi presso la rocca marina, custode della profondità.

 

***

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7 pensieri riguardo “La duplice unità della luce”

  1. Ci sono fratture nella luce davvero illuminanti e profonde in questi testi. me ne “porto a casa” due, li faccio miei.
    grazie.

    12.
    Segue in silenzio il compimento del futuro, un’assidua trama d’inferenze e desideri.

    18.
    L’esilio del pensiero dovrà concludersi presso la rocca marina, custode della profondità.

  2. “Nominatemi sempre” – così recita l’ultimo “frammento” dell’opera. Ed è una profezia che si avvera: non si può fare a meno di “nominarlo”, dopo aver letto questo libro.

    fm

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