Repertorio delle voci (XVII)

Manuel Cohen
Giarmando Dimarti

Giarmando Dimarti.
L’infinitudine dei cieli
immensi e sonori.

Giarmando Dimarti, nativo di Porto San Giorgio, da molti anni presenza discreta e significativa a Grottammare, stampa la prima raccolta di versi nel 1978, Elegie dopo (La rapida editrice, Fermo) che gli valse l’anno seguente i premi ‘Città di Levanto’ e il ‘Città di Arsita’ nella cui giuria figuravano, tra gli altri, Giorgio Barberi Squarotti, Ugo Fasolo, Gaetano Salveti, Dante Marianacci, Roberto Sanesi e Ruggero Jacobbi. Nella nota introduttiva al volume, acutamente Lugano Bazzani rilevava un tratto distintivo del libro, ed anche una lettura che può valere nel suo complesso per l’ormai ultratrentennale iter dell’autore: «Il linguaggio del poeta, […] si nutre di una moderna sensibilità spaziale, quindi non provinciale, retorica o banale, ma universale e innovatrice». Il critico coglieva l’originalità di Dimarti rispetto a molta produzione degli anni ’70 contrassegnata da un sostanziale bipolarismo che vedeva confrontarsi, da una parte, un estenuato epigonismo tardoermetico, tardoneorealista, e dall’altra, la moda rhetoricienne dell’avanguardismo e dei poeti-professori; rilevando poi la fondamentale ampiezza di spettro della voce, nei motivi e nelle immagini, e i tratti di una libertà stilistica non immemore della tradizione classica.  A quella prima silloge, e dopo un lungo silenzio editoriale, hanno fatto seguito varie raccolte poetiche, con una progressiva e costante accelerazione di titoli nel primo decennio del 2000. Una linfa vitale e autorigenerantesi per endogenesi, ma anche in grado di fare proprie e di assumere istanze, problematiche e urgenze contemporanee.
     Quello che colpisce il lettore, è primariamente costituito dalla rodata e maturata capacità di dire, mossa da una dantesca volontà di dire che si esplica e realizza nelle infinite possibilità di dire. Si è davvero impressionati, a volte travolti, dalla vena versificatoria, dal suo entusiasmo senza confini: ripensando alla poesia di Giarmando Dimarti, ci viene incontro l’idea di una parola che affronta tutto e tutto contempla, con vitalità e passione mai dome o paghe.
     Recentemente, sempre per i tipi di Marte, il nostro ha pubblicato, coadiuvato dall’artista Francesco Colella, En dehors, il corpo la danza la poesia (2010) un libro di versi che interagiscono in ‘ondivaga cifra’ con ‘la meccanica e il ritmo del movimento’ della danza e con le immagini relative. Un percorso interculturale, ondivago, che abbraccia le arti della parola, della musica e della corporeità, e che riprende ora con altri versi ed esiti nel nuovo libro. Non apparirà casuale che un testo si intitoli, curiosamente, Ondare: traccia e cifra della frequentazione del rischio, un laborioso, fervido sperimentare l’avventura della parola che non si esime da soluzioni preziose, arcaiche e ardite, che dissemina frequenti neologismi ed apax: ‘smisura’, ‘marioceani’, ‘albore’, ‘aprechiude’, ‘palazzipietra’, come in certe allocuzioni: ‘fatica sognatoria’, ‘mentre arcipelaga’; ma ondare ha altresì insita in sé l’idea-immagine del movimento, e il suo suono intimo e remoto: ‘Arrotola onda / esonda / rotonde sassate le mie insonni sonate indolenti’: la recursività sonora della vocale o come pure della consonante n germina l’immagine del movimento dell’acqua e riproduce la sonorità del moto, introducendo il lettore in un corpo testuale che è nel contempo, sonoro, visivo e sensoriale, trasportandolo in un flusso, un ductus deambulatorio che si riproduce e rigenera nelle sequenze della raccolta.
     Caratteristica rilevante dell’impianto del libro, la sua quiddità di stile, è da ritrovare nella ricerca di sonorità; più che una silloge di testi poetici, si presenta infatti nella più autentica strutturazione di partitura o suite che trae linfa e suggestione dagli orizzonti musicali felicemente frequentati dall’autore. Siamo di fronte a versi che riproducono nel ritmo interno, nella cadenza e nella struttura concatenata a successione di partiture o sequenze verbali, le sonate, e una speciale sarabanda, che richiama i motivi marinareschi di Melville e dell’archetipo letterario che ha nome Moby Dick, in un turbinio visionario che avoca alla tradizione romantica occidentale: ‘il tuo equoreo eden frammentato tra misura e caos / perché io viva irrisoluto come un condannato’.
     Un impianto musicale barocco, nella ricca messe di vocaboli, richiamato già dalla prima sonata, Quasi un preludio, e per inciso, prime tracce di preludio si ritrovano in Bach, non sfugge tuttavia a travasarsi nel romanticismo musicale e poetico e nell’età moderna. Barocca la sintassi, negli avvitamenti e nella complessità, barocca la ricercatezza e l’eleganza lessicale, barocco l’impianto acustico; mentre romantiche (si pensi anche al ricorso a lemmi quali vertigine e mistero, ad esempio) e proprie della modernità le molte immagini ad alto tasso di figuralità visionaria, ma anche visiva (non apparirà casuale che molti scritti dell’autore siano ingenerate da suggestioni figurative, familiarità con opere d’arte e mostre), l’idea che più nulla si tenga se non per ‘slegate accordature’, e un nichilismo di fondo che stigmatizza anche negli addentellati di realtà e cronaca nera, il vivere oggidiano: ‘il confuso quotidiano del nostro nonvivere / il mondo è un papavero in delirio / […] col suo gambo fragile’; oppure: ‘Una frontiera rabbercia un accumulo di folla sbigottita / più densa della notte astrale del magma rappreso / in un abisso completo di durezza’.
     Che il lettore sia immesso in un mondo ad alto tasso musicale, è evidente dalla frequenza con cui ricorre in molte locuzioni l’aggettivo chiamato in causa e spesso praticato come tropo o metafora: ‘sonoro insonne’, ‘aria sonora’, sonoro d’ombre’, ‘miele sonoro’, ‘richiami sonori’, ‘rive sonore’. Che il lettore sia inoltre reso partecipe di un palinsesto di scrittura e musica, è riscontrabile in una serie di lemmi ed occorrenze di riferimento, ad esempio: pentagrammi, tastiera, diapason, dita, mani, polpastrelli, accordature, corde, pianissimi, fortissimi, scale musicali, suono, capriccio, violino, passo beethoveniano…
     Non di sola visione, né di solo suono si tratta. La parola di Dimarti sembra sorretta da pensiero, procede nella sua ratio che non si esime da echi sacroscritturali che si chiarificano nella Sonata 9, ma che rinviano altresì alla filosofia della Nascita della tragedia, Così parlò Zaratustra, ed Ecce homo di Nietzsche, uno dei due numi segreti di questa poesia. Il secondo poi, è il Leopardi dello Zibaldone, dei Canti e della Ginestra, che ritroviamo in varie sequenze testuali, variamente alluso o evocato.
     Ma la forza del libro, la sua fascinazione e la sua autentica bellezza, risiedono anche nella felicità gnomica, nella sentenza, insita in certe massime civili e aforismatiche: ‘l’incultura trascendente della morte’, ‘il confuso quotidiano del nostro nonvivere’, ‘nessuno al mattino può conoscere la propria sera’; come pure nei versi distesi e naturali, che richiamano certi incipit luziani, con cui si richiama il paesaggio marchigiano (sia esso residenza o Hortus conclusus): ‘La costa frangiata la collina ordinata / l’ampia misura di monti scavati dentro il cielo’.

 

Testi tratti da:
Giarmando Dimarti
Quattordici sonate e una sarabanda
Teramo, Marte Editrice, 2011

 

La musica è rivelazione più profonda
di ogni saggezza e filosofia.

Ludwig Van Beethoven

 

sonata n.1 (QUASI UN PRELUDIO)

abbisogno di residenza
anche un confino un lager una strada triste
un cereale abominevole un precipizio polveroso
un cencioso sogno equidistante tra la bocca e l’aria
qualcosa di poca guerriglia
anche un silenzio insepolto
che argini come una distanza in degrado
la mia desertificata identità quotidiana
cucita al cumulo appeso di ombre spudorate
al conformismo ruggine bastarda
alle nebbie adulte della stenta ragione
dentro l’aria tumescente ricacciata a forza
con sussulte voglie di vendette sostanziali
dentro i cementati fermenti dell’indoma natura
le petrolie maree al galoppo sfrenato
come fastosa eredità di secoli accumulati
che nessuno poté impedire o non volle

abbisogno di residenza
non datemi lo strazio e un conforto sventurato
vite rituali in films o in palcoscenici
che contrabbandano emozioni allegoriche
e storie invariabilmente misurate in baci non veri
in coiti alla frutta continui
in morali trangugiate come dessert
ci sono troppi scagliatori di pietre dagli ascolti profetici
digiuni anche di un versetto biblico
soffiato per sbaglio tra il rumore incessante
delle nonparole vomitate da fiati lugubri
perché si riscopra il segno anche fuggevole
d’una direzione
d’un battito infranto di silenzio allegorico

datemi un mare affogato nella sua smisura
un fiume dalla piena straripa che disarciona
il troppo costruito il moribondo abbandono del cielo
una notte piccola a bocconi sull’alba
una balbuzie rarefatta di lampi un ischemico
giorno tagliato da suoni despota
una discarica di water-closets in perdita un cemetero
di carcasse esangui con slogans svestiti
dove posso ascoltare vecchie arie disabitate
e vecchi rigurgiti di cuore compagno

datemi una ferita straziata nella sua carne oscena
una cicala col suo respiro di coltello tagliente
un tronco profugo come un informe caimano in deliquio
un mestiere perduto nella crudeltà della storia
precipitosamente
con i campanacci di un lebbroso o di una meretrice
dentro veglie sfinite di profumi e di pianto
per attendere un gregge di lumache e di stelle
dove in agonia si conserva tutto ciò che amo

in giorni sgangherati
ho inscritto una sopravvivenza tardiva
che sa di svenimento e d’ ira
ed il sapore del mio sangue ferito
rimane un fuggitivo in ginocchio
carponi nella notte
addossato al reticolato nuziale dei lampioni
al muro vano della svuota luce

e datemi un amore dimenticato
un avanzo d’amore insignificante
che nessuno vorrebbe
legato neanche ad un impercettibile battito
del seme che radica nell’astratto del sonno
un amore idiota come un peluche piluccato
lì edificherò il mio debole cuore girovago
perché nessuno lo sappia
e lo venga a cercare

 

sarabanda

        per Andrea Crostelli

il Melville dei marioceani
ho incrociato
se mai sogno è agguato
in rotte nascoste a sestanti e carte nautiche
nelle latitudini ondivaghe delle notti marine
tra radici di stelle e la febbre profetica
della lontananza
e incredulo
con voglie estenuanti di rive
ho seguito con la vela cieca del cuore
i suoi prodigi di alchimie longitudinali

il Melville dei marioceani
sgrana acque lucide di stelle
con una polena tutelare crocefissa di silenzi
il suo solco veloce non ha prode
scorre come un cilicio sanguigno e il dolore sparso
della ragione

ogni abisso con abilità natatoria segue
le sue traverse spartizioni agguerrite
al pennone i venti riconducono le rive imbizzarrite
quando con un suono bucato
la linea del bompresso semina esistenze
numerose di stagioni e casacche alamarate

il Melville dei marioceani
ha una sete d’ombre da corrompere il grano
nel cavo oscuro della terra
ed un cuore sbrigliato come un arcolaio silenzioso
che muove giorni e piogge
ed una conchiglia dentro calendari naufraghi

quando le onde suonano brillii di campane
e il sole spoglia il cielo dei suoi innumeri astri
i fiori delle acque scapigliati hanno palpiti nuovi
alle punte della sua feluca dorata
con gli spruzzi incensi delle nuvole a picco
su i suoi occhi freschi e bonari di moby dick

il suo respiro è quello grande del mare
il suo pensiero ha le ali tempestose dell’albatros
la sua fronte maschera dune inondate e nidi sboccati
di pulcinelle con un frastuono di bonacce
la sua bocca cuce parole fluttuanti su sentieri stracciati
il suo cuore, oh il suo cuore sonoro, ha il richiamo dell’anima
prima di ogni nascita

sei tu il tempo affondato che sillaba
giorni in scomposizioni segrete? sei tu
la luce fermenta che incendia il formicaio delle stelle?
sei tu il guardiano segreto dei jiburilli
angeli nuovi di zecca delle acque tumefatte? sei tu
l’atroce che scandaglia lo sprofondo per ricondurlo al sonoro della luce?]
sei tu il segno aurorale degli abissi appena socchiusi?
sei tu la misura del passaggio illimite?

mi hai colato dentro le tue cere inquiete trasparenti
il codice che accende ogni luce anche quella del dolore
le scotte tessute di canape imberbi
tese a bordare vele travagliate sulle fuggite
linee di sospesi galleggiamenti
i fervori sgroppati di uccelli marinari e pesci celieri

dammi i tuoi lampi di colore le tue tracce
minerali il vischio malefico dei tuoi occhi
spalancati al grecale che arrampica la fredda bora
le mille bocche ingoiate dal turbinio visionario
il tuo illusionismo pescecane i tuoi tentacoli di faro
razziatori di notti dopo la luna

Melville dei marioceani
esondami dentro
con la superba onda sgranata dei reef oceanici
la tua inesausta magia affondata
il tuo equoreo eden frammentato tra misura e caos
perché io viva irrisolto come un condannato

 

sonata n. 4 (ADRIATICA)

al pennone dell’orizzonte
si tende la vela bagnata del sole
il mare raccoglie i suoi fiumi confondendoli
e nella chiarità di cenere randa e fiocco lontani
giocano con la prima brezza sul fogliame dell’acqua
appena irrequieto d’autunno

vela
che sveli anonima
oltre il recinto innaturale degli scoggi
accumulati come slavate caserme attonite
senza uniformi
tronfie sui fianchi svenduti della costa
alla riffa goliardica degli chalets
bagarre continua di flaccidi cementi
insicuri sotto la voglia legittima delle mareggiate
e schiamazzi di stoffe ombrose brulicanti
sospesi su sdrai e lettini in giochi di spartizione
anche tra il niente e l’acqua naufraga
anche tra un profilo esitante di sabbia
e la riva che singhiozza il suo pantano di schiume
agli olii abbronzanti unguenti gladiatorii
inseguo il tuo ozio bindolo
tra il filo della memoria che inceppa
e il rigurgito del gabbiano
marcio di discarica e di bonacce terrestri

raccapezzo a fatica dentro appiccicati occhi dimentichi
il tuo svettante rito colorato sopra i legni
trepidare come fiamma al solo vento per il largo
al solo vento per il ritorno
e il segno che da lontano come squillo annunciava
echeggiando
il tuo nome la tua identità alla riva in attesa
tra il bofonchiare lamentoso delle donne
il gracidare povero dei bambini infreddoliti
il sordo tonfo delle unte palanche allineate
e il cordame logoro dell’argano pronto al tiro

tutto era discreto nella misura e nel gesto
anche dopo un fortunale di schianti solitari
di morte povera di irreparabili lutti
raccolti in un dolore comune senza applausi
tutto era saggio e rigoglioso nella semplicità del cuore
nell’onestà della terra debole spesso matrigna
come l’anfiteatro bocconi nei mattini chiari
intatto e desolato dei quarzi lucenti finissimi
sulle dune ancora acerbe dove la gramigna
appoggiava i suoi turgidi rizomi e dai culmi
esplodevano le lamine ventose fino alla spiga
e lo sparto pungente tratteneva il freddo del vento
e costruiva silenzioso onde di sabbia dorata
dove i piedi affondavano in dolce franare
e il ravastrello apriva alla battigia il suo bouquet
silenzioso
e l’erba medica strisciava il suo giallo solare
con un profumo forte di silenzio

giglio di mare convolvolo elicrisio euforbia
sfortunatamente
suonate come un abbecedario di Linneo
un ricordo ansimante di calma marea
di chiaro sale di bimbi ignari e campane di vento
rintocco ritmato dei pescatori al tiro della sciabica
di feste dal brusio sommesso senza arroganza
di acque cristalle sino al veloce profondo
di vele faticate per un domani sempre lontano
mentre questi nuovi cemeteri di cemento
colate di lave sottomesse
gorgogliano sogni di clientele rabberce
facile al consumo
e inutili ripascimenti seminati come letti
putridi di fiumane in attesa
dove la sabbia imbonita odora di escrementi
animali
di cicche di plastiche di keciap e di maionese
scivolati impietosi con le patatine
dai frigni dispettosi degli incontentabili boys
marmocchi chiassosi ineducati cresciuti alla svelta
approssimativamente

non era in questo futuro il nostro sogno
la nostra speranza

vela
che sveli anonima
come questa estate inutile di sacre e di sbandieratori
affannati al ciarpame tripudio
all’effimero marketing alla smensura di bocche
cerbere
voglie svoglie al cilicio di portate e bevande
e di madonne di cristi di santi barattati
con bicchiere e piatto tutto compreso
il mare che solchi sbadigliando
è in agonia
razziato non per impellente giusta necessità
ma per pelandrona inutile voracità
e c’è chi attende invano anche un solo estenuato boccone
anche un sorso risicato
per la propria inseguita inciampa sopravvivenza

 

***

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16 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XVII)”

  1. Molto accurato, minuzioso, ma estremamente coinvolgente nel condividere,
    davvero vale per la presentazione quello che viene detto per il poeta contenuto: “ci viene incontro l’idea di una parola che affronta tutto e tutto contempla, con vitalità e passione”;

    e davvero una preziosa chiave la messa in evidenza dell'”impianto musicale” con anche l’esemplificazione delle recursività sonore per un “[…] corpo testuale che è nel contempo, sonoro, visivo e sensoriale,”

    La mia qui preferita è “Sarabanda” per il suo movimento e il suo sonoro, rappresentato dal bellissimo verso (per me capobanda o primo suono) “ogni abisso con abilità natatoria segue …”

    Grazie dunque per questa fascinazione

  2. Grazie a Francesco per la consueta cura del post: prezioso e affidabile…. e poi, non saprei come fare a metterli in rete.
    Dimarti è una bella sorpresa: e la penisola è ricca di esperienze; la poesia è vivissima, checchè se ne dica.
    E un bravo all’editore, Lucilio Santoni, per la bella veste graficafica e la passione.

  3. L’opera mi è piaciuta molto, Manuel. A tal punto che stavo già predisponendomi a “inquadernarla”, senza accorgermi che i testi che avevo sotto mano erano già stati editi in un libro :)

    Concordo su Santoni, sulle sue edizioni e sulla grande passione al servizio della poesia che esprimono.

    Grazie a te per la nota e a Margherità per l’attento commento.

    fm

  4. Tre ringraziamenti.
    A Francesco Marotta per avermi ospitato nella sua interessante composita intelligente pagina web e per il lusinghiero apprezzamento sui miei testi (anche se dovrà correggere il titolo dell’opera: quello esatto è “quattordici sonate e una sarabanda”, e non dodici);
    a Manuel Cohen per aver “riscritto” la mia raccolta con una mirabile interpretazione prefativa;
    a Margherita Ealla che ha aperto la kermesse responsoriale con un intervento preciso e personale.

  5. Grazie a te, Giarmando, e perdona la pochezza delle mie conoscenze matematiche :)

    Hai presente quelle pagine che puoi leggere anche cento volte senza mai accorgerti di un refuso o di un errore macroscopico? Siamo più o meno nei paraggi…

    La “moderazione” del tuo commento, invece, è opera di wordpress, che si comporta così con tutti gli IP che legge per la prima volta.

    Ciao, e benvenuto su queste pagine.

    fm

  6. Vi assolvo con il manzoniano “Omnia munda mundis”.
    Invierò a Francesco quanto prima la mia raccolta perché la possa leggere nella sua completezza.
    Un saluto ad entrabi.

  7. Ringrazio Francesco Marotta per queste splendide pagine di poesia…
    Giarmando Dimarti non è certo una novità o una sorpresa, la sua dinamite in versi è già esplosa in altre sedi. Un saluto a tutti
    Andrea Crostelli

  8. nella sarabanda dedicata al mio Andrea ci ritrovo molti lati del suo
    essere poeta-artista e uomo. Un grazie a tutti per queste pagine letterarie. PINA

  9. Mi permetto di inserirmi in queste pagine per ringraziare il Signor Giarmando non tanto per aver dedicato una Sarabanda ad Andrea Crostelli, Artista e Persona che stimo e verso il quale nutro sincera Amicizia, ma per aver compiuto un autentico capolavoro.
    Parole che fanno emergere e conducono al “sentire” più profondo sono alchimie irripetibili che solo una sensibilità magica può sviluppare.
    Grazie

    Paolo Piergiovanni

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