Controfigure 4 / Scheda-padre

Antonio Scavone

     Mio padre ha avuto un ictus, gli si è girata mezza faccia, parla a stento. La paralisi lo ha colpito sul lato destro del corpo e lo ha dimezzato, diviso in due parti vistosamente distinte, ma lui proprio non se la sente di passare per disabile e così si dà da fare, si industria, un po’ si illude.
     È tornato al lavoro – l’hanno sistemato a confezionare pacchi nel reparto “Magazzino” – e si è messo in testa di poter riprendere l’altra metà delle funzioni vitali, quelle che gli sono venute meno per quella metà del corpo, come si dice, “offesa”. Nei momenti di riposo non riposa mai: fa delle lunghe passeggiate per il quartiere, si ferma a parlare con tutti quelli che incontra, si rade tutti i giorni, si prende cura della sua persona e persino mia madre ci fa capire – a me e a mia sorella – che anche a letto vuole dimostrare di essere quello di una volta. Continua a leggere Controfigure 4 / Scheda-padre

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Scuola di poesia

Massimo Sannelli

Le intemperanze saranno lette bene da chi ha orecchio: si tratta di cambi di intonazione, cioè di umore. Non c’è molto rigore, nemmeno nell’ortografia, e il lettore dovrà creare il suo ordine, liberamente, spezzando – si può fare – la serie dei frammenti. Dopo le parole in Rete, c’è stata una prima edizione sulla carta (Wizarts, 2010): qui è stata stravolta (tagliata e allungata), abbattendo – soprattutto – i suoi limiti interni. La scuola ha un corpo nuovo, forse più adulto ora.
     La coesione della docenza e della decenza ha portato alla nascita e alla chiusura della scuola nella Rete: per una violenta carità la scuola è apparsa, per una violenta carità ha abbandonato Internet. Per questa scuola ho perso il primo dei miei amici e il secondo dei miei maestri: il primo ha chiesto di non essere nominato nel «sottobosco», il secondo ha rinnegato il «capofila», perché non è più «oscuro». Continua a leggere Scuola di poesia

Repertorio delle voci (XVIII)

Manuel Cohen
Ivan Fedeli

[…] Virus è una narrazione complessa e lineare, un grande affresco, accorato e cordiale, corale e discorde, di epicità negativa e popolare, di epica epocale di derelitti e di dannati; si potrebbe anche dirla un’opera-mondo, per l’ampiezza di spettro o prospettiva, per l’ospitalità delle tante microstorie feriali, quotidiane e marginali.
Storie dell’abiezione, per l’accoglimento di una lingua che spalma i suoi registri attraverso le nuove parole della ‘voce telecratica’, attraverso un nuovo idioma o alfabeto globale. Sin dalla titolazione dei vari paragrafi, che spesso si costituiscono nell’autonomia di vere e proprie suite, siamo immessi in uno scenario in cui cose e uomini, vite e oggetti hanno a che fare con la realtà delle merci, o con la destinazione in ‘terre desolate’ (Eliot) o ‘terreni di risulta’ (Buffoni): si pensi allora a titoli come ‘Raccolta differenziata’, dove non a caso, ad esempio, l’endecasillabo si apre, anzi si raddoppia, come raramente accade nella nostra poesia (come nel Pagliarani de La ragazza Carla) perché evidentemente non basta più, ad arginare, a sconfinare, a registrare il presente, oppure ‘Macerie’, e ‘Dopo Ellis Island’. Continua a leggere Repertorio delle voci (XVIII)

Note di lettura (IV) – Bruno Schulz

Antonio Scavone

Le botteghe geniali

     Vi è mai capitato, di notte, di prendere una strada diversa da quella che fate abitualmente per tornare a casa? Può succedere, non vi accuseranno di essere il solito sbadato con la testa fra le nuvole né vi sentirete responsabile e quindi in colpa per la semplice ragione che, di notte, le strade e le nuvole sono tutte uguali, possono trarre in inganno e riservare magari delle sorprese.
     È quello che càpita al protagonista del racconto di Bruno Schulz “Le botteghe color cannella” del 1934.
     Chi narra questa storia è un adolescente animato da una curiosità volatile come un fiocco di neve che plana senza rumore su ogni cosa. È un ragazzo giudizioso, attento, pieno di vitalità e di fantasia. Ha accompagnato i genitori a teatro in una fredda serata d’inverno ma, poco prima che la recita abbia inizio, il padre – inquieto, bizzoso – comunica alla famigliola di aver dimenticato a casa il portafogli e altri documenti importanti che potrebbero servirgli anche in quel momento, in quella circostanza. Continua a leggere Note di lettura (IV) – Bruno Schulz

Mantra del sollevarsi (15 Ottobre e dintorni)

Franco Berardi Bifo

“Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina sistematica”.

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Loro

Sergio Rotino

[…] Rotino, in queste pagine, non abbandona i sentimenti al fascino dell’usura, si oppone alla loro consunzione con la fermezza di una scrittura che si sottrae alla lacrimazione ma lascia che si confrontino negli ambienti in cui possono via via lacerarsi in un silenzio determinato, oppure in un frastuono allucinante…
Quelli che si muovono dentro a questi testi in un lacerante frastuono o sibilo di parole sono sussulti di pensiero (di pensieri), rotoli spinati con riflessioni congiunte, trascrizioni rabbiose, rimandi esplicativi e ferocemente suggestivi, in successione o cancellazione concatenate e vincolate.
Un breviario forsennato e medievale di riflessioni poetiche vincolate, dilatate impietosamente, fino a una rigida esasperazione. Inseguite, sembrerebbe, mentre cercano di sottrarsi a inquietudini atroci. Continua a leggere Loro

Nuove nomenclature

Anna Maria Curci

Può la filologia salvare il mondo? Con tutta probabilità, no, neanche se si arrischia a muovere qualche passo di danza con il calembour o a tuffarsi nel senso letterale di espressioni di (perverso o sciatto, o perversamente sciatto, o sciattamente perverso) uso comune. La sua ragion d’essere è, semplicemente, quella di permettere, allo sguardo, di oltrepassare la cortina di fumo rancido delle parole-paravento, e, forse, alla coscienza, di districarsi tra cartapesta, spigoli e muri di gomma. (a.m.c.)

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Il filo del racconto

Walter Nardon

Di cosa parla una storia che si conclude con un fallimento? Potremmo dire: della forma concreta di un’illusione. Di ciò che l’illusione è diventata, in mano ai personaggi, nello spazio e nel tempo: della sostanza di cui è fatta la loro vita. In altre parole, appunto, del loro “cimento”.

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Andrea Zanzotto – Tutte le poesie

ANDREA ZANZOTTO
(Pieve di Soligo, 10 ott. 1921 – Conegliano, 18 ott. 2011)

Giorgio Linguaglossa
Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto
Tutte le poesie
Prefazione di
Stefano Dal Bianco
Milano, Mondadori, 2011

«Quando uscì La Beltà (1968), Eugenio Montale ne trovò l’autore “indubbiamente aumentato” rispetto al “posto di rilievo” da Andrea Zanzotto già tenuto “in quella”, soggiungeva ironicamente Montale, “che vien definita generazione di mezzo (non so quando cominci e quando stia per finire)”. Ciò che tradotto in chiaro, e aggiunta tutta la grossezza inerente a siffatte graduatorie, significa: il più importante poeta italiano dopo Montale», così iniziava la storica prefazione di Gianfranco Contini a Il Galateo in bosco (1978), come ci riferisce il prefatore Stefano Dal Bianco nella esaustiva introduzione al volume.

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Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (II)

Roberto Sanesi

“E così gli occhi
presero forma di parole, insistendo
a saltellare fra una domanda e l’altra
come capita a volte anche agli angeli quando
sono costretti a procedere con un piede solo sul davanzale
del visibile, e speri sempre che qualcuno cada
per ritrovare la sublime vertigine della differenza.”

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Le nudecrude cose

Viola Amarelli

A latere

Ogni graffio d’argilla è una giara, d’olio o di grano. O un capo di bestiame.
Il cuneiforme nasce per contare, la scrittura è dall’origine un fissare, un dar conto. E nel fissare c’è l’ordine, l’elenco, il taglio sul mondo: il “così è” artistico, anche quello surreal-automatico, anche il post-dada ludico, anche il tecnoinformale, il “così è” di chi scrive e nello scrivere descrive, deambulando intorno al mondo, mai solo. Esser realmente soli non è dato, se nasci. Nasci su un palcoscenico che altri da un pezzo hanno allestito e se sposti una quinta o una frangia di sipario è già grasso che cola. Continua a leggere Le nudecrude cose

L’ultimo Artaud

Marco Ercolani
Antonin Artaud

La scrittura “interminabile” dell’ultimo Artaud è, nel secondo Novecento, un punto di frattura nel concetto stesso di “opera” letteraria. Frammentaria, lacerata da neologismi, allitterazioni, imprecazioni, invettive, preghiere, glossolalie, non classificabile in nessun genere letterario (è simultaneamente diario, lettera, poesia, monologo, schizzo), testimonia la libertà di un artista eretico, intimamente surrealista, clinicamente folle, pervaso dal pathos dei suoi soliloqui. Artaud, dal 1946 al 1948, riempie quaderni su quaderni, li infittisce di morfemi, schegge verbali, disegni, creando un palinsesto straziato che sospende qualsiasi interpretazione, critica e clinica. Siamo, da lettori, spettatori di un “resoconto minuzioso e tremendo di stati vissuti fino al limite della morte”. Lo stesso Artaud, nei Frammenti di un giornale d’inferno, ne è il consapevole profeta: «Verrà il giorno in cui potrò scrivere per intero ciò che penso / nella lingua che da sempre non smetto di perfezionare / la lingua che nasce da me attraverso il mio dolore».

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