Il libro delle somiglianze

Edmond Jabès

Edmond Jabès è uno dei più importanti scrittori di lingua francese del Novecento. Nato al Cairo nel 1912, nel 1955, in seguito alle leggi antiebraiche promulgate da Nasser, si trasferisce a Parigi dove muore nel 1991.
Universalmente riconosciuta, tradotta, ampiamente commentata tanto in Francia quanto nel mondo, l’opera di Jabès continua a stimolare le interpretazioni più contraddittorie, e resta una tra le scritture più straordinarie della letteratura e del pensiero contemporanei.
Le traduzioni più note in Italia sono di intellettuali raffinatissimi, quali Alberto Folin, Antonio Prete, Adriano Marchetti.
Il Libro delle somiglianze è uno dei più fedeli specchi del trascorso “secolo breve” e dei suoi orrori, tanto da rifiutare ogni teoria volta ad attenuare l’angoscia dell’atto di scrivere; angoscia intessuta di tutti i dubbi che Auschwitz ha irrimediabilmente sollevato intorno ai valori della nostra cultura.
Ecco perché il libro, per Jabès, è sempre qualcosa di inconcluso, un corpo enigmatico di segni. Il libro, come la realtà, è un deserto e il compito dello scrittore è di trovare la traccia di un percorso sprofondato nella sabbia, un significato a venire e mai compiuto, una voce protesa verso il senso senza che mai divenga parola compiuta e rassicurante.
Il silenzio di quel deserto è interrotto solo da un ossessivo interrogare, nella speranza di una risposta che – ben lo sappiamo – non si darà mai.
Tuttavia, proprio al fondo di questo abisso, la scrittura di Jabès “racconta” attraverso l’inesauribile interrogazione rivolta alla vita, il percorso che porta l’uomo alla solidarietà e alla speranza.
L’ospitalità nei confronti dello straniero nasce da un imperativo etico, sì, ma soprattutto dalla constatazione che noi tutti siamo stranieri a noi stessi.

 

Edmond Jabès, Il Libro delle somiglianze
(Le livre des rassemblances, Paris, Gallimard, 1976)
Traduzione e cura di Alberto Folin
Premessa di Vincenzo Vitiello
Postfazione di Flavio Ermini
Bergamo, Moretti&Vitali Editori
“Narrazioni della conoscenza”, 2011

 

Testi

 

    

Riprendo la penna solo quando sento che non posso fare diversamente. Fino a quel momento, evito di cedere ai vocaboli, alle sollecitazioni della pagina bianca, con ogni genere di astuzie.
     So che un giorno non scriverò più. E questa certezza mi rende, a un tempo, felice come sul punto di una liberazione e tremante di paura.
     Non voglio sapere cosa potrei diventare senza scrivere, so che, quando non scriverò più, morirò.
     Come è possibile essere morti e vivere fino alla morte? Il corpo è un enigma: un universo e una tomba; l’universo di una tomba e la tomba di u universo. La pelle non limita il corpo.
     Quello che scrivo, come se riprendessi lo stesso cammino, ma a ritroso, mi conduce a ciò che non scriverò più, alla notte.
     Ti sei mai chiesto, dopo avere pubblicato un libro, se il «finito di stampare» possa anche equivalere a un certificato di morte stilato da un tipografo?
     Una morte banale. Quante volte sono morto? Ci fu un ultimo libro aspirante ad essere accolto come tale. Ho forse sempre scritto sulle sue pagine ingiallite? […]

(pag. 54)

 

    

Una nube di umani, estranei al loro stato, alla loro fatica; estranei ai loro passi, ai lastricati della città; ancora legati alla terra avvolta da nebbie: come nominarli se non con un nome globale che li inchioda a un grande “fu” luttuoso, come a uno stesso ferro?
     Le poche ceneri che porto con me – dove? perché? – prelevate da quell’alta montagna che sovrasta il mondo, sono il corpo di un amico, di un nemico? – o, chissà? sono io; io fra gli altri; una parte bruciata di me in ognuno di loro; ma furono così numerosi che non rimane, oggi in me, quasi più niente di me.
     Folla divoratrice, divorata dalle fiamme; folla in polvere. Scrivere, ormai, sarebbe per me sottrarre le ceneri del mio nome da quelle del loro?
     Resta sempre, in qualche posto discreto, una fiamma alla ricerca del più piccolo fuscello di paglia, e che rifiuta ostinatamente di spegnersi, ebbra d’incendio.
     I morti di domani sono legioni. Ne sono testimonianza i libri che, con la regolarità delle cose mortali, si succedono. Da sempre il futuro non è che una parola in sospeso. […]

(pg. 68)

 

L’immobilità del tempo è fuga del tempo davanti al tempo; la fuga, anche davanti a ogni fuga. Io sono altrove. Permetto all’altrove di essere qui. Il tempo di qui e dell’altrove sono lo stesso tempo che fugge nella stessa fuga. Il tempo dell’altrove fu l’altrove per raggiungere il tempo di qui. Il tempo di qui fu il suo luogo per divenire il tempo di un oltre-luogo. Così il tempo è rinvio perpetuo del tempo a un altro tempo. Il rinvio abolisce il tempo. Il tempo abolito è, perciò, il tempo immobile. Il vuoto, la morte, il nulla sono fuori dal tempo; ma questo fuori-tempo non sarebbe che un tempo spinto fuori; un tempo del fuori-tempo che è quello della scrittura. Niente, in apparenza, si muove una volta scritto. Immobilità della lettera, del vocabolo. Il libro porta il peso dell’immobilità dei suoi caratteri, della loro fuga dalla fuga, mobile fissità, il peso schiacciante di tutto lo spazio contenuto nelle lettere. […]

(pag. 104)

 

______________________________

    

La parola si muove sinuosa e instabile nell’opera di Edmond Jabès. Il libro delle somiglianze ne dà una prova, mettendo in scena una poetica dell’altrove che spinge a distogliere lo sguardo dalla dritta via.
     Nello smarrimento che si produce il lettore scopre vie interrotte, evitate fino a un attimo prima; scopre che ad ogni interruzione nuovi percorsi invitano al cammino; viene indotto ad assecondare i tracciati di una logica consequenziale messa continuamente sottosopra da sussulti altalenanti. In questo camminoaccidentato e incerto si muovono i nostri passi.
     Molteplici sono i sentieri verbali sui quali possiamo avanzare tra quelli seguiti da Jabès. Le loro intonazioni sono diverse: filosofiche, teologiche o profetiche. Le dinamiche sono di volta in volta narrative, poetiche o teatrali. Proviamo qui a seguire le dinamiche poetiche del testo. Facciamolo passo per passo.

    

La scrittura misura il cammino; la penna dice quale storia narrare. a volte basta deviare di poco perché muti il paesaggio e la storia abbia un seguito imprevisto.
     Le vie della narrazione rappresentano una geografia senza carte. La via che segue Jabès non dà vita nemmeno a quella geografia. Lascia irrappresentate alle sue spalle le terre sconosciute che attraversa. Il suo racconto non esclude che altri possano rifare il suo stesso viaggio come fossero i primi. La vita è ogni volta nuova. E più è nuova più è somigliante alla precedente.
     E il punto di arrivo? Affinché la direzione si riveli come la direzione corretta da seguire, non deve avere approdo; deve costituire un viaggio interminabile. Se fosse anche solo prevista, la fine del viaggio coinciderebbe con la fine del nostro fare, con la fine della ricerca.
     Ciò vale anche per la verità. E’ per renderla pronunciabile che Jabès rinuncia a possederla. Ben sapendo che, solo se la verità resterà sempre a-venire, sarà possibile sopportare ciò che di tremendo in essa si cela. […]
(Flavio Ermini, dalla Postfazione)

 

***

7 pensieri su “Il libro delle somiglianze”

  1. Tempo a pensare –

    Se son io a pensare il tempo ?
    Nel contempo mi pensa lui
    tutto insieme nel tempo
    in un giro solenne che distilla le ore ,
    ma il tempo , se poi pensa ,
    solo così pensa
    essendo tempo da tempo .
    Pensandomi non sa quando
    cadrò dal tempo per tempo .
    S’io provassi a pensarlo ,
    come ardisco nel farlo ,
    lo penserei eterno rinviandomi
    nell’infinito tempo
    dove però , perbacco , non v’è tempo

    Vito Riviello – Potenza 1933 / Roma 2009
    da ” Apparizioni” , Rossi & Spera Editori , 1989
    ————————————————————————————-

    A corredo della pag.104 che precede , mi sono ricordato di questo testo di Vito dove il gioco verbale si innesta in una “verità” che credo possa trovarci tutti d’accordo .

    leopoldo

  2. Una traduzione mirabile, quella di Folin – delle cui ragioni l’autore dà conto in una splendida nota. E due saggi – quello di Vitiello e quello di Ermini – che si iscrivono a pieno titolo tra i contributi critici migliori prodotti in Italia sull’opera di Jabès. Un libro veramente prezioso, come ormai se ne fanno pochissimi qui da noi.

    Buona giornata.

    fm

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