Grafemi

Giuseppe Zuccarino

«Apparizione momentanea» e «sparizione imminente», il frammento si mostra per un attimo agli occhi del lettore e, appena letto, ritorna nell’ombra. Grafemi, il secondo libro di frammenti scritto da Giuseppe Zuccarino (a più di dieci anni dalla pubblicazione del primo, Insistenze), conferma l’idea che un volume composto esclusivamente di riflessioni brevi o brevissime su letteratura, pittura e critica sia un oggetto più simile alla superficie mutevole di un deserto sabbioso che all’ordinato succedersi di un microcosmo di parole. Niente, come la serie di frammenti, sfugge all’orgoglio dell’opera compiuta, alla pienezza del senso. A chi ama praticare questa forma, lapidaria e indiretta, non resta che scavare con pazienza la sua tana nel linguaggio e vivere il gioco, ironico e malinconico, di interrogarsi incessantemente, con ostinazione, sui dilemmi dell’arte, da sempre in bilico tra mimesi e astrazione. Il frammento, pur privilegiando l’astrazione, non elude la concretezza, soffermandosi ad esempio sui diversi atti e materiali che rendono possibile, e visibile, la scrittura. Di conseguenza, non si interessa solo al linguaggio verbale ma anche alle immagini prodotte dagli artisti, dal segno spoglio di Giacometti alle impronte materiche di Tàpies. Se «grafema», nella terminologia della linguistica moderna, indica la più piccola unità distintiva di un sistema grafico, il vocabolo non è poi così lontano, nel suono e nel senso, da «grafismo».
Baudelaire, mentre definisce il suo Spleen de Paris, sembra magistralmente pronunciare le parole conclusive sull’arte del frammento: «Una piccola opera di cui non si potrebbe dire, senza ingiustizia, che non ha né capo né coda: poiché, al contrario, tutto vi è al tempo stesso capo e coda, alternativamente e reciprocamente». (Marco Ercolani)

Giuseppe Zuccarino, Grafemi
Novi Ligure (AL), Edizioni Joker
“I Libri dell’Arca”, 2007

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L’esigenza frammentaria è legata anche al fastidio che suscita, in arte, tutto ciò che mostri di voler aspirare alle grandi dimensioni. La grandezza materiale, infatti, ha cessato da tempo di apparire quale dimostrazione di potenza immaginativa, e fa sorgere piuttosto, almeno in prima istanza, il sospetto di una radicale carenza di gusto. Lo notava Edgar Allan Poe, secondo il quale però questo tipo di sensibilità era già ravvisabile nel mondo ellenico: «In Grecia, il vincitore di tre Olimpiadi poteva esigere una statua a grandezza naturale, mentre chi vinceva un’unica volta aveva diritto soltanto a un colosso».

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Racconta Grillparzer che durante un suo viaggio a Weimar, essendo stato invitato a colazione da Goethe e trovandosi a parlare, non senza emozione, coll’anziano e venerato poeta, aveva notato un piccolo fatto che gli era rimasto impresso: «Nella foga della conversazione e secondo una mia lodevole consuetudine grattavo il pezzo di pane che avevo davanti staccandone briciole tutt’altro che belle. Goethe premeva il dito su ciascuna e le deponeva in un mucchietto regolare». Questa immagine minima dell’esigenza di ricondurre il caos all’ordine appare non solo rivelatrice dell’indole goethiana ma anche emblematica della nostalgia per qualcosa che già allora non esisteva più, per l’integrità di un pane che – come insegnavano i romantici – era ormai ridotto in briciole, in frammenti.

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È noto che l’ultima e incompiuta opera di Rousseau (Les rêveries du promeneur solitaire) ha la sua cellula germinale in una serie di appunti fissati dall’autore sul retro di ventisette carte da gioco. Non si ha forse qui un implicito – e magari involontario – suggerimento del fatto che persino un libro così scisso fra i momenti di serenità e le insorgenze di una lancinante mania di persecuzione non può sfuggire alla natura ludica (benché si tratti di un gioco sempre un po’ crudele) che è propria della scrittura letteraria?

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Scriveva Luciano di Samosata che «chi assiste a una danza deve essere in grado di comprendere il muto e udire il taciturno». Ma ciò vale anche per il commentatore, il quale sa bene che non potrà esimersi dall’ascoltare e interpretare, oltre alle parole, anche i silenzi del testo.

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Il critico, se è cosciente del proprio operare, è anche (al pari di un personaggio di Calvino, il professor Uzzi-Tuzii) «combattuto tra la necessità d’intervenire coi suoi lumi interpretativi per aiutare il testo a esplicitare la molteplicità dei suoi significati, e la consapevolezza che ogni interpretazione esercita sul testo una violenza e un arbitrio».

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Quella che il critico è costretto a sperimentare è certo un’impotentia coeundi nei confronti del testo studiato, alla quale però – ed è questo il paradosso – non si accompagna necessariamente un’impotentia genitandi.

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Verrebbe da immaginare un anti-Alessandro che, dopo aver tentato invano di districare il nodo di Gordio, si appassionasse al gioco al punto da dimenticarsi del trono (e anche del sogno di conquistare l’Asia), preferendo la fedeltà ad un compito impossibile rispetto all’aspirazione ad un dominio materiale, arduo ma pur sempre accessibile.

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Quando tacere non basta più, quella di cui si avrebbe bisogno è «una parola sul modello del silenzio / recinta da cespugli di pervinca e di afflizione» (Celan).

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È vero che, come ricorda Marco Ercolani, «le pagine non sono poi così ansiose di farsi coprire dal nero delle parole», ma a volte pensare che lo siano può esserci d’aiuto.

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I frammenti, nel loro disporsi in serie, non mirano a conseguire l’unità armonica di un discorso, ma semmai la pluralità dissonante di un discordo.

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Nei sogni di chi scrive frammenti compare a volte l’immagine di un lettore ideale, capace di leggere «non moins dans les blancs divisant le texte que dans le texte lui-même» (Mallarmé).

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«Ogni vero libro di critica – ha scritto Calvino – può essere letto come uno dei testi di cui tratta». Ciò non significa però che esso si configuri «come un tessuto di metafore poetiche», né che chi lo scrive debba sforzarsi di imitare lo stile delle opere commentate o di riformularne la tematica. Il testo critico dovrebbe mostrare ogni volta, senza evadere dal proprio ambito specifico, di saper porsi con risolutezza problemi simili a quelli impliciti nell’opera che esamina: solo così finirà davvero col somigliarle.

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A volte i margini irregolari del frammento possono far sorgere il sospetto che altrove esista la parte mancante, quella che, affiancata, combacerebbe in ogni punto, reintegrando l’unità. Ma in effetti non è così: neppure in questo senso il frammento si lascia ridurre a simbolo.

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Uno dei Proverbi già attribuiti a Jacopone ammonisce: «Dov’è plana la lectera non fare scura closa». E in effetti una delle tentazioni più costanti, per il critico, è proprio quella di ipotizzare per il testo studiato significati ardui e tortuosi, a ben vedere altamente improbabili. Ma questo difetto non è che il rovescio di un altro, forse ancor più frequente, che consiste nell’appiattire e banalizzare l’effettiva complessità del testo.

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La serenità, in letteratura, è quasi sempre inquietante. Così, dietro la prosa di Stifter – con le sue storie narrate da persone sagge ed equilibrate, le sue mirabili descrizioni di paesaggi e fenomeni naturali, le sue modeste ma sentite osservazioni morali – sembra a volte di veder balenare, sia pure solo per un attimo, la lama di quel rasoio che porrà fine drammaticamente ai giorni dello scrittore.

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Ci sono dei frammenti letteralmente insopprimibili: chi li scrive può esserne insoddisfatto e gettar via il foglio su cui li ha annotati, ma qualche tempo dopo sarà costretto, suo malgrado, a riscriverli (magari con le stesse parole), e dovrà dunque rassegnarsi alla loro conservazione.

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Un quadro di Bacon (Personaggio che scrive riflesso in uno specchio, 1976) mostra un uomo nudo – che ha però un colletto inamidato, come quello degli scolari di una volta – seduto su una seggiola e intento a scrivere. Alla sua destra si trova uno specchio che ne riflette, sia pure secondo un’angolazione improbabile, l’immagine. Sul pavimento giacciono due fogli sgualciti di giornale, ricoperti di segni tipografici rossi e neri: si tratta perlopiù di lettere incomplete e frammentate, e comunque tali da non dar luogo a parole leggibili. Questo particolare – ricorrente nei dipinti di Bacon – è il frutto dell’impiego di set di caratteri trasferibili, quali si possono acquistare in qualsiasi cartoleria. Parrebbe logico concludere che, da parte del pittore, «il giornale è percepito, tanto più brutalmente in quanto non s’interpone lo schermo intellettuale di alcuna lettura, nella sua natura industriale di carta stampata, pagine bianche coperte di segni prodotti meccanicamente» (Leiris). Ma che dire quando si passa ad osservare il foglietto su cui il personaggio raffigurato nel quadro sta scrivendo a penna, e si scopre che anche su di esso si trovano solo lettere spezzettate e disallineate? Se ne dedurrà che è in causa un semplice stilema pittorico baconiano, non dotato di un particolare significato, o, all’opposto, che l’immagine evidenzia come neppure la manoscrittura individuale possa dirsi esente da quei rischi di meccanicità che da sempre minacciano la parola – tendenzialmente anonima e mercificata – del giornale?

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La critica, osservava Barthes, tende «non a scoprire l’opera che interroga, ma al contrario a coprirla – nel modo più completo possibile – col proprio linguaggio». L’immagine risulta probabilmente più ambigua del voluto, poiché per un verso fa intendere che il testo critico «copre» l’opera illustrandone con la massima precisione le caratteristiche, ma per l’altro suggerisce l’idea che esso la ricopre anche altrimenti, al modo in cui un mantello avvolge il corpo. Dunque, se la descrizione o l’interpretazione fossero condotte fino in fondo, l’opera sparirebbe alla vista, essendo occultata per intero dal manto di parole diligentemente apprestato dal critico.

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Secondo Valéry, alla lettura si potrebbe assegnare «come simbolo l’idea di una fiamma che si propaga, quella di un filo che brucia da cima a fondo, con piccole esplosioni e scintillii di quando in quando». Uno dei problemi che il critico si trova ad affrontare è forse quello di riprodurre (più ancora che di spiegare) all’interno del proprio testo questi due regimi di lettura: quello dello scorrere regolare e ininterrotto delle pagine lette e quello dell’improvviso e inatteso bagliore che certi passi producono ai suoi – e forse solo ai suoi – occhi.

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Nello sho, l’arte calligrafica dell’Estremo Oriente, esiste un vistoso scarto tra la lenta preparazione interiore e la rapida, quasi fulminea, esecuzione dei segni. Ma se quella che si elabora mentalmente fosse solo un’immagine, definita in ogni particolare, della scrittura che si traccerà poi col pennello, poco importerebbe la velocità dell’atto grafico. Se invece essa è manifestamente essenziale, ciò dipende dal fatto che i segni tracciati corrispondono solo in parte a quelli che si erano pensati, giacché ad essi viene ad aggiungersi quell’imprevisto che nasce dall’incontro tra un particolare stato psicofisico e un determinato istante del tempo, entrambi irripetibili.

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9 pensieri riguardo “Grafemi”

  1. “Ci sono dei frammenti letteralmente insopprimibili”
    anche negli avverbi, G.Zuccarino, non viene meno alla radice-lettera (frammento del frammento :))
    così poi che questo avverbio -in modo duplice qui- è particolarmente significativo

    anche per via del frammento ad essere- tendere ad un plurale (penso a quella “pluralità dissonante di un discorso” costituita “dai frammenti, nel loro disporsi in serie”) piuttosto che all’unità
    (“A volte i margini irregolari del frammento possono far sorgere il sospetto che altrove esista la parte mancante, quella che, affiancata, combacerebbe in ogni punto, reintegrando l’unità. Ma in effetti non è così: neppure in questo senso il frammento si lascia ridurre a simbolo.”)
    “briciole”, come particelle, non tonde, bensì scabre, piene – in potenza, di attrito, volventi negli spazi
    Dice benissimo Marco, parlando di
    “un oggetto più simile alla superficie mutevole di un deserto sabbioso”
    così che con particolare tenerezza sottolineo, sempre di Marco, questo notevole passaggio:
    “A chi ama praticare questa forma, lapidaria e indiretta, non resta che scavare con pazienza la sua tana nel linguaggio e vivere il gioco, ironico e malinconico…”

    Grazie!

  2. Il gioco, ironico e malinconico, di chi vive dentro la scrittura notte e giorno. Come scrive Ingeborg Bachmann in “Malina”:

    Qui non si tratta tanto dei libri, qui si ha a che fare soprattutto con la lettura, col nero sul bianco, con le lettere, le righe, queste inumane fissazioni, i segni, questi elementi determinati, questo delirio cristallizzato in espressione.

  3. Ieri a “Che tempo che fa” c’era Fossati. Diceva che questo che sta per iniziare sarà il suo ultimo tour; va in pensione insomma. Fazio gli ha chiesto come si immagina la vita futura e lui ha risposto qualcosa del genere:
    “Potrò godermi i miei viaggi e non sarò obbligato a cercare di cogliere e registrare tutto quello che mi succede attorno…sarò più libero!”
    Questa cosa m’ha fatto pensare molto e, in fondo, mi ci ritrovo: sempre all’erta per carpire tutto… ogni frammento appunto. Cos’è un frammento se non una relazione, un layer di quello che ci circonda? Un bit con relativi multipli e sottomultipli da ridurre in scala umana… Alla fin fine tutto è frammento, e noi siamo schiavi dei frammenti; l’unità è un concetto inimmaginabile per chi abbia coscienza dell’inesistenza di verità assolute…

  4. “Tutto è frammento”, come scrive un grande scrittore austriaco, ma Ivano Fossati, autore di ottime canzoni, non ha dedicato la sua vita alla “scrittura come frammento” ma al mondo molto remunerativo della canzone. Ora si vuole riposare. Bene. Gli auguro giorni felici.
    Ma penso anche un mondo dove non si è “schiavi dei frammenti”, magari sognando delle unità, ma si ha la sensazione che l’io stesso è atomizzato, inafferrabile, e che le armonie, le unità che troviamo, sono le nostre costruzioni, i nostri pensieri, i nostri sogni.

  5. E se il *frammento* fosse nient’altro che uno *specchio*? Uno specchio dove “l’immagine di sé” viene restituita quale immagine di “se stesso come *altro*”?

    fm

  6. i frammenti….siamo schiavi di certi frammenti, certe frasi che abbiamo memorizzato, certe espressioni secche, argute, come: festina lente (meraviglioso) …come si fa a vivere senza frammenti?
    i frammenti fanno parte di una materia che puo ricomporsi e riunificarsi…tanti frammenti possono formare un’espressione.
    e l’espressione è il cuore dell’anima.

    io trovo più potenti certe frasi spezzate piuttosto che una lirica troppo dettagliata.
    anche l’immaginazione, vuole la sua parte.

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