Una filosofia della dissoluzione

Luca Ormelli

“Mi avete chiuso la bocca con pugno di ferro,
ora mi darete ascolto:
sto solo parlando della fine del mondo.”

 

Una filosofia della dissoluzione

Tratto da:
Luca Ormelli, Dall’abisso, 2010-2011
In Quaderni delle Officine, XXII, ottobre 2011

 

Un abisso chiama un altro abisso.»
Salmi, 42:7]

 

Sempre la lezione del profeta Isaia conforta: «Perché l’anima sua dovette soffrire ma vedrà e si satollerà; colla sua dottrina* [da tradursi come conoscenza secondo il Diodati] egli, il giusto, mio servo, renderà giusti molti e porterà sopra di sé le loro iniquità»(1).
     Salvo sarà perciò colui che (ri)conoscendo la morte quale ultimo orizzonte si graverà dei peccati, si farà carico di essi?  Il solo peccatore dunque?
     E perfettamente inscritto è il circolo del vizio suffragato da Spinoza: «La conoscenza del male è una conoscenza inadeguata»(2) [corsivo di chi scrive].
     Se liberarsi dal male, egli osserva, equivale a liberarsi dall’ignoranza va da sé che l’ignoranza è il male laddove la conoscenza è il bene eppure è proprio l’atto medesimo di liberarsi dal male, di acquisire cioè la conoscenza, che costituisce il Male(3), fondando per questo l’avvento e l’irruzione del male, del dolore(4) e della rovina nel mondo(5).
     Il Tempo, la Storia hanno inizio nel peccato, con il peccato cosicché mai più nessun uomo potrà dirsi «buono», puro(6).
     Nietzsche al riguardo è, come sua consuetudine, lapidario: «“L’uomo è cattivo” -così parlavano con mio conforto i più saggi. Ah fosse pur vero anche oggi! Giacché il male è la migliore energia dell’uomo»(7).
     Chiamerò dunque Uomo la Persona che aspira, senza posa, alla pienezza dell’Essere in virtù della sua incompiutezza(8).
     L’Uomo cioè non è «una passione inutile»(9) ma si gloria di Dio [dell’Essere] facendosene carico [«“Voi siete un carico e mi scaricherò di voi”, dice il Signore»(10) laddove nell’ebraico è sottesa una duplice significazione nella parola carico, che può tradursi sia come peso, sia come vaticinio, oracolo].
     L’Uomo si scopre nella sua ricerca, nell’incompiutezza dell’infinito cercare; diversamente il riduzionismo umanista, ove l’uomo è misura e sacertà di se stesso, in atto a partire dalla Riforma e dal Rinascimento ha indotto all’aspirazione dell’attingibile, alla compiutezza del/nel finito.
     Ma differentemente che per i greci per l’Uomo d’oggi che, fattosi dio ne ha annientato persino il simulacro, non avrà luogo alcuna catarsi, nessuna liberazione dalla tragedia dell’esistenza per mezzo della tragedia rappresentata ma la rappresentazione che IO sempre sono della mia personale tragedia da ultimo, divinamente, coinciderà con la mia medesima liberazione.
     Era infatti la riflessione sulla morte che sublimava la poesia, la rendeva superbamente tragica: dissolto che fu ogni barbaglio divino l’intero universo s’è perso.
     Quell’universo che, dice Emo, «può essere antropomorfo soltanto in quanto tragico. La tragedia è il nostro legame col tutto. La tragedia è la “umanità” del tutto»(11).

 

***

 

La poesia è un dolore necessario.
     L’autentico poeta è un àugure, un mistico sensuale che, novello Tiresia, ha dovuto sprofondare il proprio insostenibile sguardo negli inferni del giorno e negli abissi della notte restando così incantato e sedotto dalla visione scaturitane al punto di emergerne cieco Orfeo(12).
     Il poeta è un agonista dello spirito, proteso com’è quale arco frigio tra Logos [il Logos è un abisso senza inizio, un pozzo senza suono, un uomo. Colui che si ferma, chi sosta nel Logos è perduto alla vita] ed Eros: di quel primo è il figlio che onorando rinnega; di quest’ultimo il disperato officiante(13).
     Di se stesso lo sfacciato latore, egli è martire dell’IO, maschera impudica e orribile, grottesca.
     Il poeta è un centauro, un fauno la cui metà inferiore è d’uomo e la superiore di filosofo.

 

***

 

Leopardi, il maggiore sapiente che l’infeconda Italia degli ingegni abbia cresciuto da quando Lucrezio ha posto fine ai suoi giorni, Leopardi, questo macilento Atlante delle patrie lettere, ha gettato il suo lirico sguardo così a fondo nel mondo, nel nulla(14) da doverne emergere di necessità poeta(15).
     Il ginevrino Amiel, rapito, argomenta: «Buddha e Schopenhauer avrebbero ragione. A che giova l’essere? Dicono. Era meglio il nulla. La creazione è una beffa di Brahma, a meno che non sia un incubo, un brutto sogno di Dio stesso. Il ritorno al Nirvana, ecco l’universale aspirazione degli esseri che hanno capito la vanità dell’essere. La felicità di chi ha vissuto e la speranza di chi vive è di sfuggire al supplizio delle rinascite. E per lo stesso Brahma il sonno senza sogni è più dolce del sonno pieno di sogni. Il Niente che ha ceduto alla tentazione d’essere qualcosa ha perduto l’innocenza e la felicità; il suo castigo è l’esistenza stessa, e il suo paradiso, perduto e da ritrovare, è il Nulla, che è lo stato divino. Se fosse possibile, sarebbe meglio la Vita eterna, annunciata da Gesù; ma questa è contraddittoria, poiché vuol fare entrare l’infinito nel finito, Dio nell’Uomo, cioè la perfezione nell’imperfezione, e poiché postula l’amore senza il dolore, la volontà senza il desiderio, il desiderio senza il bisogno. La beatitudine eterna sembra una variante della quadratura del cerchio, poiché presuppone (ma non osa affermarlo) la sparizione di tutti gli infelici (l’inferno), e il progresso nella perfezione ossia la vita nell’immobilità: tre presupposti che si confutano da soli»(16) [corsivo di chi scrive].
     Dopo Baudelaire la poesia si è mostrata in rovina, guasta; splendente, in diadema da signora ancora charmant ma pur sempre in rovina.
     Ed a questa rovina scintillante quanto ogni manifestazione divina, di un divino creatore che si è contratto a tal segno e rappreso fino a lasciar campo al Marchese, a questo sfacelo una voce che è contrappunto si è aggiunta: la voce dell’ermafrodito così come designato dal Genesi, il perfetto imperfetto che alberga e traligna in ogni uomo sin dalla nascita, nella sua stagione d’inferno che è l’autunno del mondo.
     È un canto a due voci ed insieme assume tutte le voci del giorno, questo è il fiume Pison che dal Cantico dei Cantici profondando al Cocito prende nome di Paul Verlaine ed Arthur Rimbaud, del primigenio ed originario Oscar Wilde [«Iddio adunque creò l’uomo alla sua immagine; Egli lo creò all’immagine di Dio; Egli li creò maschio e femmina»(17)].
     Segnatamente Baudelaire, da par suo, insinua che: « (…) tutti i fenomeni artistici (…) denotano nell’essere umano l’esistenza di una dualità permanente, il potere di essere a un tempo sé e un altro. (…) l’artista [“l’artefice”] non è tale se non a condizione di essere duplice e di non ignorare nessun fenomeno della sua doppia natura»(18) [corsivo di chi scrive].
     Ma nessuna oscurità è abissale a tal segno da non contenere Dio.

 

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Note

(1) Isaia, 53:11.
(2) B. Spinoza, Ethica ordine geometrico demonstrata, Milano, Bompiani, 2007, Parte IV, Proposizione 64, pagina 531.
(3) Lord Byron così denuncia la condizione mortale: «[Lucifero] (…) la guerra contro tutti,/la morte a tutto, la malattia alla parte maggiore,/dolore e amarezza; furono questi i frutti/dell’albero proibito.» Non solo: «Può darsi che la morte conduca al sapere più alto;/e di tutte le cose essendo l’unica certezza,/conduce almeno alla più sicura scienza: sicché/l’albero fu veridico, sebbene letale.» E ancora: «Ma l’ignoranza del male non salva/dal male; deve continuare a svolgersi,/parte di tutte le cose.» Per concludere la sua infernale παιδεία come segue: «E dovrebbe essere la somma umana/della conoscenza, conoscere la nullità della natura mortale;/trasmetti questa sapienza ai tuoi figli, e/risparmierà loro molti tormenti» [in G. Byron, Caino, un mistero, in Opere scelte, Milano, Mondadori, 1993, Atto II, Scena II, versi 149-152, 164-167, 235-237, 421-424 – corsivo dello stesso Byron].
(4) «31.1.73 – La conoscenza del dolore non lo annulla, come crede invece il socratismo di Freud, e addirittura di Schopenhauer e di Buddha – da Buddha a Freud -. La conoscenza in genere è una semplice ripercussione del dolore: come potrebbe annullarlo? Qui Nietzsche è superiore a tutti – egli sa che non c’è salvezza dal dolore – egli grida il suo applauso al dolore per disperazione» [in G. Colli, La ragione errabonda – Quaderni postumi, Milano, Adelphi, 1982, pagina 522 – corsivo di chi scrive].
(5) Genesi, 2:16-17: «(…) e [Dio] gli [al Primo Uomo, ad Adamo] fece un comando, dicendo: “Mangia del frutto di qualunque albero del paradiso. Ma non mangiar dell’albero della conoscenza del bene e del male; perciocché nel giorno che tu ne mangerai per certo tu morrai”».
Corano, Sura CII, 5-6: «Ahi! Se sapeste di scienza certa! – Vedreste allora l’Inferno!» come pure Sura CIII, 2: «C’è la rovina per l’uomo!» [corsivo di chi scrive]
(6) Marco, 10:18: «Gesù gli [al giovane ricco] osservò: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono”».
(7) F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Milano, Adelphi, 1993 (17ª edizione), pagina 335.
(8) H. Melville, Moby Dick, Milano, BUR, 2006, Capitolo CXIX “Le candele”, pagina 610: «[Achab] (…) per adorarti secondo giustizia bisogna sfidarti. Né all’amore né alla reverenza sarai benigno, e dinanzi all’odio tu non sai che uccidere; e tutti vengono uccisi. Non è un pazzo temerario colui che ora ti affronta. Riconosco il tuo potere senza parola e senza luogo: ma fino all’ultimo respiro di questo terremoto che è la mia vita combatterò dentro di me il suo dominio incondizionato ma non totale. In mezzo all’impersonale personificato si erge qui una persona. Anche se sono un punto al massimo, da qualunque parte io venga, dovunque vada, finché avrò vita su questa terra questa personalità regale vive in me, e sente i diritti del suo rango. Ma la guerra è sofferenza, e l’odio è dolore. Vieni nella tua forma più umile d’amore, e cadrò in ginocchio a baciarti; ma nella tua forma più sublime, vieni soltanto come potenza suprema; e anche se puoi varare flotte di mondi a pieno carico, qui dentro c’è qualcosa che resta sempre indifferente»[corsivo di chi scrive].
(9) J. P. Sartre, L’essere e il nulla, Milano, Net, 2002, pagina 682.
(10) Geremia, 23:33.
(11) A. Emo, Aforismi per vivere. Tutte le parole non dette si ricordano di noi, Milano, Mimesis, 2007, pagina 47 (Quaderno 232 –1960).
(12) L’uomo è perduto, smarrito, «espresso» qual è nell’indifferenziata brutalità dell’istinto primordiale, lacerato da Dioniso e fasciato nelle pastoie della superba Ragione, dell’individuazione, legato a questo modo da Apollo. Che vada in pezzi dunque è seguirne il fato, prendere la propria divina parte (moira) di morte. Questa è la sola sapienza che spetta all’Uomo e ad essa giunge nel sacro connubio di Carne ed Anima, Maschio e Femmina, Teseo e Arianna e da questa sapienza mortale egli esce dilaniato come Orfeo, trastullo sempre nuovo agli dèi, ad essi balocco.
(13) «Perché il cuore degli uomini è cieco/se cerca senza le Muse/la via profonda della sapienza» [in Pindaro, Peani, in Tutte le opere, Milano, Bompiani, 2010, frammento 10, versi 5-7, pagina 615 – corsivo di chi scrive].
(14) G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, Milano, Garzanti, 1991, Volume I, note 1341-1342, pag. 814: «In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo ec. E tutte le cose sono possibili, cioè non v’è ragione assoluta perché una cosa qualunque, non possa essere, o essere in questo o quel modo ec. E non v’è divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, né differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili. Vale a dire che un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, né mai fu, o se esiste o esistè, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi né potendo avere il menomo dato per giudicare delle cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale» [corsivo di chi scrive].
(15) A Leopardi solo può precedersi in qualità di italico, silenico Poeta, pur con le dovute precauzioni di Fede, il Petrarca dei Trionfi; poiché null’altro che bagliori e faville di sapienza sono i seguenti versi: «O ciechi, e ‘l tanto affaticar che giova?/Tutti tornate a la gran madre antica/e ‘l vostro nome a pena si ritrova» [in F. Petrarca, Triumphus Mortis, in Rime, Trionfi e Poesie latine, Milano-Napoli, Ricciardi, 1951, Volume I, versi 88-90, pagina 520]. E ancora, nel Triumphus Temporis: «Che più d’un giorno è la vita mortale?/Nubil’ e brev’ e freddo e pien di noia,/che po bella parer ma nulla vale./Qui l’umana speranza e qui la gioia,/qui’ miseri mortali alzan la testa/e nessuno sa quanto si viva o moia./Veggio or la fuga del mio viver presta,/anzi di tutti, e nel fuggir del sole/la ruina del mondo manifesta». Proseguendo poi il Poeta: «Un dubbio inverno, instabile sereno/è vostra fama, e poca nebbia il rompe,/e ‘l gran tempo a’ gran nomi è gran veneno./Passan vostre grandezze e vostre pompe,/passan le signorie, passano i regni:/ogni cosa mortal Tempo interrompe,/(…)/Così fuggendo il mondo seco volve,/né mai si posa né s’arresta o torna,/fin che v’ à ricondotti in poca polve./(…)/Quanti son già felici morti in fasce!/Quanti miseri in ultima vecchiezza!/Alcun dice: “Beato chi non nasce!”» [in F. Petrarca, Triumphus Temporis, in Rime, Trionfi e Poesie latine, cit., versi 61-69, 109-114, 118-120, 136-138, pagine 550 e 551-552]. Un corso d’acque questo della poesia sapienziale italiana che movendo da Francesco, da Dante – e la poesia italiana ha in Dante padre tanto potente da generare solo figli bastardi – dal Petrarca dei Trionfi, dal Buonarroti, dal Bembo, lambisce il Tasso delle Rime, il già citato Recanatese, lo scapigliato Pinchetti, Rebora, l’orfico Campana, la Pozzi, Carnevali, la Campo per concludersi in David Maria Turoldo. Discorso a parte merita il Michelstaedter che fu Poeta in quanto Filosofo.
(16) H.-F. Amiel, Diario intimo, Ravenna, Angelo Longo, 2000, pagine 454-455.
(17) Genesi, 1:27.
(18) C. Baudelaire, Dell’essenza del riso, in Opere, Milano, Mondadori, 1996, pagina 1121.

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15 pensieri su “Una filosofia della dissoluzione”

  1. Triplice il mio grazie, a Carla per la condivisione, a Maurizio per l’immersione, a Francesco per l’attenzione. Il dipinto accolto da Francesco è di Tancredi: “Il peccato carnale e il rosso cardinale” (1962).

  2. Tancredi Parmeggiani è un artista rispettabile però questa mi sembra veramente l’opera peggiore fra tutte le sue che io abbia visto. Mi stupisce profondamente che venga apprezzata, a me pare l’abbozzo di un ubriaco, privo di forza e di grazia pressoché su ogni dimensione: espressiva, simbolica o coloristica che sia. E’ un po’ come se, invertendo i ruoli, trovassi un pittore che guarnisse una sua opera con strofe tratte da “vinassa vinassa e fiaschi de vin”, parole “colorite” ma assolutamente non poetiche. Eppure mi ritrovo in minoranza, segno che il lavorio annoso delle discipline nidifica dentro il corpo oscure di zone intolleranza estetica, che si può alla fine sperimentare ma non portare in giudizio.

  3. Elio, scegliere un’immagine perché la si ritiene particolarmente indicata ad esprimere il contenuto di un post – almeno a parere di chi fa questa operazione – non significa per forza far ricorso al “meglio di…”.
    A volte è proprio negli “abbozzi”, o negli “aborti”, degli ubriachi che ritroviamo il senso che cerchiamo.

    Poi non ho capito nei confronti di chi saresti “in minoranza”: qui nessuno ha proposto questo dipinto a emblema di chi sa quale forza e magnificenza dell’arte.

    Ciao.

    fm

  4. Sì, mi ero avvicinato io stesso ad una considerazione del genere dopo avere lasciato il mio commento, che naturalmente esprimeva solo una voglia di confronto, non certo di condanna (figuriamoci). Probabilmente è del periodo in cui Tancredi andava perdendosi, avverto disperazione in esso, tormento. Certamente è “un fare” autentico: in questo senso poteva certo venire prescelto. Eppure io non lo avrei comunque fatto. Credo si tratti di un riflesso del tutto corporale: non tutte le opere riescono ed in questa io colgo proprio un fallimento, una mancata coordinazione, una mancata sublimazione in qualcosa di “bello”, forse perché anche i miei abbozzi falliscono in questo modo particolare, e quando lo fanno io li distruggo, credo con quell’istinto crudele con il quale gli animali attaccano la creatura disgraziata. Solo dopo aver approfondito la biografia dell’autore il quadro ha cominciato a significarmi, drammaticamente, senza per questo diventare opera, ma soltanto (ora rispettata) testimonianza.

    1. Cara Tiziana, mi onora conoscere una poetessa che alla stregua di Chardin pittore del silenzio dipinge la voce di dentro: la più insignificata, la più pregna di umore, di intimo discorso.

      @ elio: il dipinto di Tancredi è uno dei molti dipinti che avrei potuto avallare per il mio scritto per la consonanza che avverto tra l’opera pittorica e l’illustrazione che della sua vita egli decise di mostrare. E, modestamente, per la prossimità a Tancredi che chi avrà la voglia e la pazienza di leggere le mie pagine non potrà non registrare.

  5. @luca
    per i miei denti, il tuo testo è eccezionalmente arduo. I riferimenti sono talmente numerosi e ampi, il registro linguistico talmente autoritario e intimidente, che non sono riuscito a trarne altro, di certo, che la connotazione di una profondissima cultura. Mi chiedo però quanti lettori tu abbia, e soprattutto *come* questo testo venga letto. Come una poesia forse? Oppure alla maniera artistica, alla “anything goes”?
    Avendo qualche nozione sui sistemi assiomatici sono rimasto particolarmente colpito dalla “gnoseologia del liminale”. Non sono riuscito a capire quanto l’apparato logico lì dentro sia strutturale oppure decorativo. Credo che dovrei studiare tale testo almeno una settimana per cominciare a congetturarne la natura. Per questo mi stupiscono i complimenti immediati. Evidentemente fanno parte di un gioco di cui non comprendo le regole.

  6. Elio, il “gioco di cui non si conoscono le regole” è uno dei tanti “prodotti” dell’officina virtuale. *Condannarlo*, significa farlo sempre. E *ovunque*.

    Credo che, a volte, il “complimento” possa anche rientrare a pieno titolo, e con ogni diritto di cittadinanza, nella logica della “presenza”, della vicinanza, dell’attestato di stima – tutte pratiche “comunitarie” e amicali che, in sé, possono benissimo non avere niente di decorativo. Soprattutto quando il “testo” in esame è stato comunque approcciato, letto…

    fm

  7. Niente di che, Elio, stiamo comunque chiacchierando (e non banalmente, credo – basta vedere il tenore di alcune tue osservazioni) come faremmo al bar davanti a un buon bicchiere.

    fm

  8. @ elio: non posso che accodarmi a quanto Francesco ha già così ben detto. Se ne avessi piacere possiamo parlarne anche non in sede di commento. Un caro saluto.

    @ francesco: per il buon bicchiere son qui…

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