La versione di Giuseppe. Tre voci

La versione di Giuseppe

 

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Testi tratti da:
AA. VV., La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello
Edizioni Accademia di Terra d’Otranto – Neobar, 2011
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Fernanda Ferraresso

 

Me ne sto all’ultima fila

Me ne sto all’ultima fila, poco prima dell’uscita.
Un foglio piegato in mano e ascolto.

– Ma se oggi qui da noi
le botteghe artigiane sono pressoché sparite non è solo
perché non si genera più e neppure perché non si ripara più nulla.
È perché non c’è più tempo per la carezza.-

Mi venisti incontro così
pensai. Ma non eri tu.
La tua voce si era fatta larga e vicinanza
per questo interrogavo le parole per toccare
di te il corpo di creta.
Il pellegrino l’errante aveva già spalancato il legno
la porta si era fatta cardine in un segno
miracolo d’essere qui senza salvare
il corpo già grembo nel grembo da tempo
un’alta misura dello scorrere
la sapienza dei gesti
come la prima volta
versati
la primitiva forma della linfa
che ancora ci soccorre.

 

*

 

… si violenta tutto! E non soltanto le cose. Ma anche le persone! Il corpo, degradato a merce di scambio, è divenuto spazio pubblicitario e manichino per prodotti di consumo.

Corpi
ancore sospese
tra voragini di milioni
e milioni di anni
luce e cellule mutanti
esposti corpi non ancora raggiunti che prestiamo
senza paura né coraggio alle mani del silenzio
corpo disegnato che scolpisce i suoi miraggi
resine nel ventre del giorno
e nella madre mare di vetri spessi
lungo le mura della notte corpo naufragato che navighiamo
come un viaggio mai concluso corpo
amato guardato e mai spezzato
corpo come una fossa
varcata mai ma soglia del corpo
senza casa in un segno rilucente corpo
veggente dentro i sentieri del baratro
lontano corpo mai nato e generato corpo
di un corpo sconosciuto
corpo distanza e ritorno
corpo di grazia e dell’apparenza
corpo nostra stanza flusso del tempo
corpo che fruga la fuga del vuoto
che salta che trema
corpo che ama e divora il suo
corpo che prega che ride che uccide
corpo che inventa ogni parola e ne incarna i suoi corpi
in vena la fiamma di tante passioni
svertigina la morte
come corpo dei corpi
altalena senza corda
che miete le sue mille erbe
corpo a cui piace avere una coda
corpo cometa
immagine e impronta
corpo dell’ombra che cade per terra
che affila i miei piedi e ha un profumo nel fianco
corpo trattato ritratto dal confine
corpo lungo quanto tutto l’indicibile
asse della pietra e corpo
senza più fiato
germe del corpo portato nella sacca
corpo non corpo bagnato dalla pena
corpo scrittura e lente
amato corpo misura di un niente.

 

*

 

Quando finalmente esco
dal bisogno di nutrire me stesso
trovo l’acqua che disseta

Se non prendevi per te
tutto il nero della vita
Non eri contento
Era dal nero che riuscivi a scrivere poesia
E ti cantava nella bocca l’estate
la fonte dell’acqua il coraggio che salta
tra le pietre senza rompere la corrente.
D’ombra intatta la tua mano d’erba
ancora bene dice della vita e l’ultimo suo balzo
è la misura dell’ampiezza il suo centro oltre il raggio

 

 

 

 

 

 

 

Margherita Ealla

 

Anche scolpendo

C’è legno e vivo: tutto si genera
a nudo dallo stillicidio del luogo
che svena la mano di acqua.
Ma un’ascia rompe le ossa
e tutto più in fretta e molto poi sgorga
salendo, un nodo di tempo
chiude il passaggio
un cerchio del tronco.
Fa il segno.

 

*

 

la palpebra al dado
e lo spessore del vero, che l’uno
ha bisogno di un punto di appoggio.
Da lì prende il mondo, con la forma del viaggio.
Il padre non decide lo sguardo
né il figlio che inciso va dominante
la maschera d’idolo.
Entrambi a farsi la pelle
più dura, lo stimolo
che passa gli arnesi e il viso di secoli
affilati, poi vani.

 

*

 

più mani legate ai mattoni
le frequenze di unghie che battono sillabe
sul fondo di case e di impervie
fantasie di presepi. Le dita
poi tendono agguati, anche di pochi
e gli innesti meccanici di precisione
per l’alta velocità del tremore
che riesce a colpire.
Qualcuna carezza per sempre
nella fossa comune delle somiglianze.

 

 

 

 

 

 

 

Iole Toini

 

Confido

Confido nel fiato della neve
che incede il passo semplice del monte;
il suo volto luccica millenni nella pietra cavata a valle.
La grandezza è nelle mani che hanno solchi
e calli, ossa dure di lavoro; nel legno
che ha essenza di rispetto,
per la fame, la ricchezza della pioggia,
per l’abbraccio liberato di un dolore.
Ricca è la pazienza dell’inverno, nei vecchi
che hanno secchi gli occhi; ricco il tenersi indosso
cose vecchie: care per il consunto delle rughe;
vero il coraggio della paura, il sapersi poca cosa;
pensare che sia bene stare fermi, l’ascolto, la fatica,
la confessione di un bisogno.
Dono è il corpo di un malato, il suo sguardo
che accende dentro; è l’umiltà di chi sta zitto
davanti al farsi buio.

L’oscuro che rallenta, intimidisce anche l’aria.

Restare soli fa misura di quanto è niente il corpo,
grande l’orto, il cristo che lo ara.
L’odore della terra fa spazio al cielo, al suo stare
conficcato in questo mondo dove povero è chi non osa
guardare il suo cuore scuro.

E muove il mare il volto di una madre,
il suo avanzare dritta nel perdono.
Perdono è chiedere alle mani che raccolgano
noi nel nostro grano, nel fiero della cenere, nell’ombra,
accettino un dono così misero, quello che siamo
e che non siamo.

 

*

 

I prati fanno nodo in gola oggi che è ancora inverno.
I campi aperti dalla neve stanno fermi
dove il fiato cede al fare lento delle cose.
Nel tempo immobile tutto trova posto
meno il cuore che si muove a balzi fra l’uno
e l’altro istante.
E fiero arriva il buio
come un uomo grande – spaventoso – a dire
che il pensiero è sempre troppo
svelto, corre come fa un temporale estivo
scroscia dentro i solchi cercando rese
valli aperte, nomi
dove spezzare il seme come un pane.

Fragile natura che non mi posi,
aiutami a restare salda al passo quieto degli abeti
e sopra e sotto l’orto abbandonare il peso
lasciare che l’amore mi addolori
e poi mi superi come un miracolo possibile.

 

*

 

Per aderire alla terra, stare ferma nel corpo
dell’erba, nel canto notturno dei faggi frugati dal buio,
dove il suono è un bisbiglio che dilata il perdono.
Come una mano mi apro al tocco dell’aria.
Nella casa che aro di lingua e di fianchi cerco l’ascolto
a cui mi invita il dolore. Nel luogo antico,
dove anche il vento raduna le foglie sui cumuli spenti
e la vita rivela che la sorpresa è del fiore, quando senza
pensiero di cosa, respira l’abbraccio del seme.
In nome di fame cerco il luogo sopito.
Senza possesso di lama né del suo intento
restare vibrante, in attesa, profonda di desiderio,
priva di forza ma tesa nella coscienza di essere
la metà del sentire, o meno, o niente.
Placata come la neve, sgorgare nel cielo
come un pudore nel fragore secco del sole.

 

 

***

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32 pensieri riguardo “La versione di Giuseppe. Tre voci”

  1. Concordo sul tuo giudizio su queste tre voci, Anila.
    Mi preme dire, comunque, che tutti i testi contenuti nell’opera sono dello stesso livello: c’era solo l’imbarazzo della scelta.

    fm

  2. l’uomo che scolpisce se stesso nella terra del mondo “a sua immagine e somiglianza”… Davvero pregevoli tutte ma quando leggo Margherita rimango sempre stravolto e sottosopra (un piacere ritrovarti dopo un pò)

    bel post e (ribadisco) bellissimo sito!

  3. Commosso e contento.
    Abbiamo delle grandi poetesse, “visionarie e di grande impatto mentale-psicologico”, come dice Anila, e includo anche lei. Non è un caso che la maggioranza degli autori del libro sia femminile.
    Grazie Francesco
    Abele

  4. Ma un’ascia rompe le ossa
    e tutto più in fretta e molto poi sgorga
    salendo…
    ……….
    una versione radente
    che scuote…

    belle quelle proposte e complimenti per l’intero progetto…

    un saluto

    mm

  5. Sono testi davvero intensi e pregni di ogni meraviglia si vada cercando nella lettura di una poesia. Trittico affascinante, tre voci che fanno la cifra del valore della poesia femminile contemporanea. Senza nulla togliere a Margherita e Fernanda, ho molto amato i versi di Iole Toini e per affinità personale e per canto che fa della natura il suo strumento più fine. Grazie a voi, grazie Francesco. Un saluto caro

    Federica Galetto

  6. ottima la scelta e felice di far parte di questo splendido progetto con la regia di Abele.
    abbraccio forte a francesco
    ciao
    v

  7. Tre meraviglie in assoluto, senza lasciare indietro nessuno…
    Le poete lo sanno… :-)))

    Grazie, Francesco, per l’ospitalità.
    Un caro abbraccio,

    Nina Maroccolo

  8. Grazie a tuti e grazie a Francesco che questa volta è il nostro ospite. A dire il vero ho amato anch’io i testi di Margherita e Iole, era come sentire che le mie schegge d’osso antico erano in altri avorio levigato e lucente. Le ringrazio per la bellezza e la sapienza della linfa che in sè hanno tradotto in verso. Ringrazio anche tutti gli altri compagni di quel viaggio, che pare sia ormai in mare… aperto ad altri incontri e altre reti di relazione e un grazie ad Abele che tutto questo ha reso possibili. ferni

  9. Grazie a tutti anche da parte mia.
    In particolare a Abele che mi ha permesso di dare mano a Fernanda Margherita Cristina Annamaria Nina Vincenzo Pasquale e tutti tutti gli altri.
    Grazie a Francesco sempre, e a tutti quanti offrono il loro ascolto.

    iole

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