Note di lettura (III) – Luis Martín-Santos

Antonio Scavone

Parole da negare

     Mancano i topi nel laboratorio per la ricerca contro il cancro e il biologo Pedro deve procurarseli in una Madrid difficile e ostile, pronta a ghermire e a straparlare. È questo l’oggetto e il compito del romanzo “Tempo di silenzio” scritto nel 1962 da Luis Martín-Santos e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1970 nella finissima traduzione di Enrico Cicogna.
     Dà l’idea di essere un romanzo tortuoso, spregevole per gli ambienti e le persone che evoca, scritto forse con malanimo e controvoglia, come per obbedire a un’insofferenza mai sanata, a un’indignazione mai lenita, lasciata al suo destino turpe e inconcluso per una superiore volontà distruttiva. Ma le idee o le suggestioni che un romanzo suscita per una sua apparente aridità sono poi le stesse che ci consentono di trovare il bandolo del racconto e di apprezzarne il senso della narrazione e la sua fortuna letteraria.      Scopriamo innanzi tutto una Madrid trasognata e sordida, come in quadro di Bosch ma senza colori o, per restare in ambito propriamente spagnolo, i colori si estinguono come nelle tele di El Greco, nelle arditezze simboliche di Goya o Dalí o la frantumazione della realtà in Picasso.
     Il biologo Pedro deve assolutamente trovare dei topi che facciano brillantemente da cavia ai suoi ritrovati chimici per debellare il cancro inguinale e ce n’è uno – il famoso topo dell’Illinois – che si presta proficuamente a questi esperimenti. Già, ma come e dove trovarlo?
     Non è un romanzo di ricognizione o di discesa agli inferi sebbene sia impiantato sul tema della ricerca e in ambienti che non sono né solari né rassicuranti. È un romanzo di sguardi, di perlustrazione, di ascolto: non c’è compiacimento ma rendiconto degli avvenimenti e degli individui che diventano personaggi di una tragedia astratta, di una commedia crudele e dolorosa.
     Il giovane ed esperto ricercatore deve dunque recuperare uno di questi topi cancerogeni sui quali approntare e sperimentare un vaccino per questo cancro che affligge di solito vergini impuberi o mestruate che non abbiano ancora goduto i piaceri del sesso, o della carne come si dice. E difatti questo romanzo è un dire continuo, un raccontare convulso di tutti coloro che saltano fuori dalle calles di Atocha o dalle bidonville, di tutti coloro che narrano di se stessi come se fosse l’ultimo giorno della loro esistenza, per glorificarsi più che per emendarsi.
     Accompagnato dal lunatico assistente Amador, Pedro viene a sapere che solo Lo Smorfia, un faccendiere della peggiore specie, possiede uno di quei topi, per così dire, miracolosi. Ma raggiungere Smorfia non è facile anche perché, nella pensione dove vive, Pedro è distratto da tre generazioni di donne (nonna, madre e la figlia Dora) che non smettono mai di parlare delle glorie passate – quando gli uomini erano uomini perché in divisa – o dei balli che non si ballano più, come il ciarlestòn o l’uànstep. E poi ci sono i riti, le cerimonie, le parole da proferire e da ascoltare: una cascata di memorie vere o presunte o di svelamenti raccapriccianti sugli affari che imbastisce Smorfia e le cautele o il coraggio mancato di Amador quando non impedì che Smorfia appunto sottraesse – cioè rubasse – i topi portentosi. Pedro definisce icasticamente come Don Chisciotte le creature che incontra tra racconti assurdi di cani malati che pisciano ovunque e individui-gente-cittadini che non sanno ritrovarsi nell’unico posto – la città di Madrid – che potrebbe risollevarli. Ma c’è una differenza: “Non giganti – dice Pedro – al posto di mulini ma fantasmi al posto di desideri”. Sotto il cielo livido e ingeneroso di una Madrid che assorbe e rivomita ogni cosa, le parole sono articolate, complete, esaustive e tuttavia non si esauriscono: i racconti di ognuno diventano monologhi interiori di chi li ascolta e il flusso di coscienza dell’io-narrante si spalma e si divide per ogni bocca, per ogni volto.
     Siamo proprio in un quadro, allora: un quadro che si anima da sé, che coinvolge e respinge il visitatore in ascolto, il ricercatore in silenzio. Pedro si addentra con Amador nelle baracche della bidonville e l’impatto è sconvolgente: il miasma che esala mefitico, straccioni abbandonati a se stessi, degrado elevato a normalità. Nel ciarpame disumano che vive empaticamente col disgusto, Pedro e Amador trovano finalmente Smorfia e la sua famiglia abietta – la moglie Ricarda e la figlia Florita – e vengono accolti con grande onore e cerimonie da Smorfia, padrone incontrastato di quel pezzo di mondo che sopravvive all’aberrazione. Scoprono così che, per rendere pronte alla fecondazione le tope in estro, Florita se le accuccia tra i seni in buste di garza per riscaldarle e qualche volta deve subire i piccoli morsi delle roditrici, finché accalorate le tope vengono chiuse nelle gabbie con gli stalloni-topi per generare la schiatta da laboratorio di sorci cancerogeni. È un quadro repellente, senza dubbio, dove la metafora non vuole essere riconfigurata, sopravvalutata e tradotta: quella che percepiamo nella lettura è esattamente quello che lo scrittore percepisce nel suo racconto.
     È un racconto sicuramente babelico ma non visionario: le visioni, semmai, sono di altro tipo, di altra levatura. L’io-narrante (e non è sempre detto che sia quello di Pedro) trova il tempo e lo spazio per divagarsi, per parlare ad esempio di Don Miguel e di dove viveva per l’appunto Cervantes o dei romanzi americani (per chi non avesse ancora letto Hemingway) o del grande romanzo europeo (di Joyce, soprattutto) che aveva educato e allevato tutti gli altri romanzi.
     Ma che relazione c’è tra la storia della ricerca del giovane biologo e le divagazioni che l’io-narrante (o chi per lui) va a incastonare tra gli affari luridi di Smorfia, il comportamento evasivo di Amador e l’atteggiamento estatico dello stesso Pedro? Non c’è relazione di causa-effetto, c’è una continuità tra ciò che succede e ciò che avviene, nel senso che gli eventi si susseguono piani e senza motivo in una ridda di incalzante aspettativa, come se non si attendesse altro che il grande evento, il Big Bang della fabula da perseguire.
     Questo grande evento sarà forse quello che Matías, compagno errabondo di Pedro, chiama “magma”? Può essere, tutto può essere in questo romanzo dove ci si sposta da un luogo a un altro con la velocità del pensiero, con la simultaneità dei pensieri (dalla pensione-casa di Pedro ai caffè con Matías che si ubriaca), dove le donne della pensione di Padro si aspettano che il giovane ricercatore cominci a occuparsi delle donne, di Dora per esempio, oppure nel bordello di Doña Luisa dove Matías, concludendo la sua idea del magma come fondamento di tutto ciò che esiste, prova a darsi da fare con una delle prostitute.
     Inevitabilmente, in questo universo capovolto o artefatto c’è di tutto: il cante hondo, le strofe di seguidilla, le vecchie che vendono noccioline, gli ubriachi agli angoli delle strade, i madrileni che hanno visto gli altri europei combattere la seconda guerra mondiale, i toreri che aspirano ad essere tutti come il celebre matador Manolete, il cognac spagnolo che sembra cambiare colore quando viene versato nei bicchierini.
     Le discussioni, gli incontri, i personaggi sono molto romanzeschi: Martín-Santos sembra illustrarci come si scrive un romanzo ma anche come evitare di scrivere un romanzo sul solco di altre opere scritte da altri e chissà da quanto tempo. I richiami possono essere molteplici (i “Tropici” di Henry Miller, le atmosfere di Bellow, un certo gaddismo di riporto, la monumentalità dei romanzi russi) eppure troviamo sempre sentieri diversi nella lettura: non appena azzardiamo un riferimento o un’analogia ecco che siamo spiazzati: l’autore ci sta parlando di una Madrid che, obiettivamente, non avevamo mai letta. È un romanzo che si pone al limite dell’ovvio e specula tuttavia sull’ovvio, insiste con un ritmo andante su ciò che ci appare come una realtà intoccabile e aliena, che ci attrae ansiosamente come la trama di un romanzo giallo.
     La lettura di “Tempo di silenzio” è senza dubbio faticosa: le peripezie narrative del romanzo (il “narrare senza narrare”) producono acrobazie parallele nella comprensione o nell’accettazione dei sotto-temi predisposti, che si presentano tutti sincronici in un fastoso disordine temporale.
     La storia va avanti tra dissertazioni sul rum Negrita o le strade di notte popolate da un’umanità che girovaga pensando ad altro, ai fatti degli altri giacché per i propri non c’è mai tempo a sufficienza e poi non bastano le migliaia di parole dette. Trascinato da Matías nei bar alla moda, Pedro dimentica i topi da cercare e si lascia andare ad una serie di abbandoni che gli fanno perdere lucidità e controllo.
     Si ubriaca ignominiosamente, conosce la caramellosa e svagata madre di Matías, partecipa ad una conferenza filosofica schermendosi quando gli chiedono che ci faccia lì un biologo, a meno che non sia un artista o un narratore o qualcosa di simile e stabilisce per sovrammercato che in un romanzo come si deve non ci si può abbandonare con protervo arbitrio ai gerundi.
     Sbronzo e disarticolato nei movimenti, sente odori di frittura e sente di stare in balìa delle cose che gli girano attorno, fra le quali egli stesso, sicché si domanda, con sequenze filmiche o con degli estenuanti fermo-immagine, quale sia il suo vero destino in un frangente e in una situazione dominati dall’eccesso dell’alcool e del mondo chiassoso che gli sta addosso e che non riesce a contenere, ad allontanare. Matías lo accompagna alla pensione e qui, nel suo letto, Pedro trova Dorita che lo aspetta… È solo un’offerta di sesso o è amore? E come si amano o come si amerebbero? Pedro è frastornato, indeciso ma la presenza di Dorita nel suo letto è più di un auspicio: è quel pezzo di realtà che si definisce da sé senza artifizi. Ci sarebbe da chiedersi se l’iniziativa di Dorita sia sincera e autonoma oppure sia stata il frutto di una “pensata” altrui, della nonna o della madre di Dorita o di chissà chi.
     La sbronza è micidiale, non gli consente approcci e avances, solo il ritornello forse onirico del “Ti amo! Ti amo!”.  L’indomani è dura svegliarsi, Dorita intanto è scomparsa e ritorna Matías ma prima di portarlo a casa per fargli vedere il “Gran Caprone” di Goya, deve accompagnarlo alla bidonville. Pedro è chiamato e aiutato da Amador per un intervento d’urgenza nella baracca putrida di Smorfia: Florita, incinta forse del padre, è in un lago di sangue e bisogna operare, prestare soccorso. Pedro è costretto a decidersi in fretta e, tra le richiese d’aiuto di Smorfia e le sollecitazioni frenetiche di Amador, sceglie di liberare l’utero di Florita per arrestare quel flusso alluvionale di sangue. L’emorragia viene bloccata, l’utero raschiato ma Florita muore.
     Esterreffatto, Pedro non sa come giudicarsi o assolversi: forse Florita sarebbe morta ugualmente, forse era già morta e non c’è tempo e modo per fare altro. Ricarda, la madre di Florita, piange e si dispera, le vecchie delle baracche piangono e si disperano anche perché non sanno dove seppellire Florita e non è loro abitudine dichiarare la morte di un loro simile agli organi di polizia.
     Se ne vanno ancora in giro nei bar, Pedro e Matías: bisogna nascondersi e soprattutto nascondere un biologo che è intervenuto su una donna incinta accompagnandola alla fine dei suoi giorni, omettendo peraltro di compilare il certificato di morte e darne notizia alle autorità. Il bordello di Doña Luisa è il posto ideale ma le trame sono in agguato: qualcuno sta macchinando alle spalle di Pedro e del suo destino. Amador fa la spia, rivelando alla polizia che un certo biologo che studia i topi ha fatto morire una certa donna, ma Amador fa di più: a Cartucho, fidanzato a sopresa di Dorita, lascia intendere che Dorita è incinta e che a inseminarla è stato un tale dottore… Interviene la polizia nella persona di don Similiano che arresta Pedro e lo fa rinchiudere in cella dopo averlo interrogato a lungo, ottenendo dallo stralunato biologo puntuali conferme ai fatti così come si sono svolti.
     Rinchiuso in cella, Pedro si abbandona senza speranze alle sue ossessioni: la minuziosa descrizione della cella, la minuziosa desrizione del suo modo di vivere, del suo essere incerto e infelice, forse anche della ricerca sui topi, sui quali Similiano si informa facendosi spiegare la differenza tra un virus cancerogeno aggredibile con un vaccino e un gene cancerogeno di fatto inattaccabile. Pedro perde quel che gli resta del contatto con la realtà e rimedita il paradigma e i parametri del suo essere ricercatore, madrileno, uomo, bambino, seme concepito.
     Viene persino licenziato dal laboratorio chimico dove lavora per il disonore che ha provocato il suo arresto ma la fortuna inaspettatamente gli arride: una vecchia delle baracche lo discolpa, testimoniando che Florita era già morta per la copiosa emorragia quando il dottore cominciò ad operare e che, anzi, il dottore, svuotando l’utero di Florita, aveva provato a estirpare il male alla radice, a tenerla in vita.
     Don Similiano accetta la versione della testimone, dispone l’autopsia della donna morta, appronta le prove del caso e libera Pedro, consigliandogli però di cambiare aria, di andar via da Madrid, di lasciar perdere la ricerca e di impiantare un tranquillo studio medico in provincia, lontano da pettegolezzi e veleni.
     C’è anche Matías ad aspettarlo all’uscita dalla prigione e soprattutto c’è anche Dorita: forse la trappola che gli era stata tesa non era poi così cinica e crudele, oppure dettata da rivalità o rancore o semplicemente dal gioco insulso degli uomini che non sanno inventarsi altro nella loro vita di sottoposti, di improvvisati carnefici.
     Evitato il carcere, bisogna festeggiare in qualche modo, propone Matías: fare un giro per le giostre, le fiere dei quartieri poveri dove si fa il tirassegno, dove c’è voglia di divertirsi alla buona. Ma c’è qualcosa che incombe, qualcuno che deve vendicarsi: è Cartucho, che non può sopportare che Dorita non sia incinta di lui e per punirla la pugnala, uccidendola. Il destino si è compiuto, è tutto finito senza una logica e senza una prospettiva.
     Non valgono più domande o riflessioni, racconti o descrizioni: il tumulto e il tormento dell’animo di Pedro sono frecce impazzite senza direzioni: tutto si compie come se non avesse mai avuto un inizio e tutto è cominciato per non avere una fine. Soprattutto da quello che ha visto e che non gli ha permesso di essere quello che voleva, non resta molto a Pedro se non chiedersi: “Perché io?” e perché sia stato trascinato in quest’allegoria di squittii di topi, di risate nei bar, di voci cantilenanti, di donne incinte o presunte tali, di pensieri filosofici, di teorie del romanzo, di serenos che vigilano sulle porte delle case, di uomini che parlano come se avessero un toro nelle budella, di uomini che inscenano sempre e solo il parossismo delle parole assordanti e velleitarie…
     Stremato, Pedro si dichiara disperato perché “in fondo non lo è”: c’è bisogno di invertire un processo e un’aspettativa, anche a costo di far diventare quel distacco dalle cose-che-non-sono una consapevolezza chiusa in se stessa, un’impassibile presenza.
     C’è bisogno d’altro: “è tempo di silenzio”, dice Pedro definitivamente, di tacere e tentare una riscossa, o una catarsi. E al silenzio degli uomini e di una società aberrante questo romanzo di Luis Martín-Santos (neuropsichiatra, morto nel 1964 a quarant’anni in un incidente stradale) affida un’ardua testimonianza di deliquio, una difficile eredità di coraggio.

***

11 pensieri riguardo “Note di lettura (III) – Luis Martín-Santos”

  1. Quando ci si accinge a leggere una nota di lettura,di solito ci si dispone in uno stato d’animo dubbioso sulla comprensione del testo in questione. Ma ci sono note e note soprattutto quando un testo, per mille motivi, è sfuggito alla nostra lettura.
    Questa nota di lettura di Antonio Scavone su un’opera di Luis Martìn-Santos, Tempo di silenzio, toglie ogni dubbio.
    Pur non conoscendo nè l’autore nè il romanzo, ci si può addentrare con facilità nel tessuto narrativo caotico e altalenante, nell’indagine psicologica dei personaggi che via via si introducono nelle pagine e nella vicenda o vicende narrate, si può viaggiare, assieme al coro delle voci narranti, per le vie e i sobborghi di una Madrid a noi sconosciuta,assaporarne gli odori, vedere, insomma, con la penna di chi scrive, ciò che, chiusi nel nostro guscio, non riuscivamo a vedere.
    Percorriamo tutte le tappe, geografiche e non, assisstiti da un biologo che alla fine, al caos di un agglomerato sociale e non solo, oppone un tempo di silenzio. Come se tutto ciò che è stato scritto-descritto nel romanzo, possa anche essere negato e, forse, un giorno riscritto, alla luce di altri silenzi, in altre forme e per altre situazioni.

    Questo mi è sembrato di comprendere dalla lettura di questa egregia nota che, al contrario delle faticose pagine del libro, si snoda con la semplicità e la chiarezza di chi è in grado non solo di farlo con grande passione, ma,soprattutto, di trasmettere con generosità il suo sapere.
    E, credetemi, non è poco.

    Un grande abbraccio, Antonio.
    Un grande abbraccio, Francesco.

    jolanda

  2. Grazie ad Antonio per la proposta di un autore (che io personalmente non conoscevo) che appare, da questa nitida nota, intrigante. Ne approfitto per una semplice osservazione: riattivare la memoria di libri dimenticati e non più ristampati mi sembra un atto di grande giustizia civile, che non cerca commenti estemporanei ma, al contrario, una buona lentezza di ascolto, che rimette il passato nel nostro presente e fa opera di umana condivisione.

  3. Un libro letto a venticinque anni, e riletto venticinque anni dopo. Con la medesima sensazione, netta, di trovarmi di fronte a un “classico”. Stile e linguaggio potrebbero insegnare molto, soprattutto oggi, a tanti “aspiranti” scrittori – destinati, nonostante il curricolo già ricco di titoli, a rimanere eternamente tali.

    fm

  4. @ Marco

    cosa intendi per ” commenti estemporanei? ”

    certa della tua gentile ed esauriente risposta cordialmente ti saluto assieme a Lucetta.

    jolanda

  5. @Iolanda

    per “commenti estemporanei” intendo solo questo: che molti testi “classici”, nei blog, hanno dai 3 ai 10 commenti, invece testi di poeti “al lavoro” ne hanno molto di più. Il che non è un male, ci mancherebbe. Autori e lettori possono sempre dialogare insieme. Ma mi piacerebbe che si dialogasse di più anche su testi di persone che non possono più rispondere. Ora che me lo fai notare, però, “estemporanei” non è il termine più giusto. Direi “commenti attuali, a caldo”.
    Ciao

  6. @ Jolanda, Marco e ovviamente a Francesco

    Una nota di lettura nasce senz’altro da una predilezione letteraria di parte o da una suggestione culturale di chi la compila ma non farebbe molta strada se si limitasse a essere un transfert empatico o un omaggio reverenziale di questo o quell’altro autore. Voglio dire, pagando debito alla supponenza, che una nota di lettura si collega e si combina con un’idea di estetica che trova (che ha trovato e sempre troverà) percorsi accidentati per la sua validità filologica e la sua affidabilità critica.

    Il romanzo “Tempo di silenzio” è tortuoso, a tratti impraticabile, deficitario e nello stesso tempo sovrabbondante per i temi e i sotto-temi che espone o nasconde. Martín-Santos scrisse questo romanzo nel 1962 ma lo riteneva, pur nella sua titanica complessità, addirittura incompleto: la morte prematura gli impedì di portarne a termine il seguito e difatti non arrivò al pubblico “Tempo di distruzione”, come se nel primo e unico romanzo non avesse già scritto e parlato di distruzione e di sfacelo. E’ un romanzo amaro, senza compiacimenti, dove mancano riferimenti che ci saremmo aspettati in una Spagna e in una Madrid ormai alla fine del franchismo: non c’è sesso, non c’è politica, non c’è fuoco o passione eppure, sotto traccia, c’è qualcosa che va oltre il sesso, la politica, la passione. Ci lasciò (è vero, Francesco) sconcertati quando lo leggemmo o forse addirittura imbolsiti come cavalli che, quando meno te l’aspetti, mancano il Grand Prix per un’improvvisa rinuncia, una molesta abiura.

    Proporlo o riproporlo, a distanza di anni, in questa nota di lettura non è per favorire una “beneficenza letteraria” (che pure è praticata) ma semmai per promuovere una “bonifica letteraria” (come suggerisce Francesco) e far collimare un’idea di estetica e di critica con tutto ciò che riguarda direttamente (e, aggiungo, imprescindibilmente) la creazione letteraria, l’uso cioè di un linguaggio poetico che connoti più che denotare i contenuti di un linguaggio poetico che si fa unità organica, che si fa mondo (reminiscenze sulla “Critica del gusto” di Galvano della Volpe). In questo romanzo Martín-Santos va a connotare tutto ciò che vede, sente o introietta come il mondo che gli sta attorno e il mondo che gli sta dentro e restituisce di questa duplicità percettiva un racconto sconfinato, sui generis, narrando senza narrare, illustrando e parlando d’altro, uscendo e approcciando infiniti labirinti. Le parole – tantissime, quelle scritte e quelle sentite – continueranno a imporsi ma quando ci si accorge di non aver cambiato nulla della propria esperienza o delle proprie aspettative, non si sa – come non lo sa Pedro – se si è o no disperati. Altri scrittori spagnoli suoi contemporanei (come Juan Goytisolo, Juan Garcia Hortelano) hanno rappresentato la difficoltà di vivere o di essere, Martín-Santos ha rappresentato senza speranze la futilità dell’essere quando è manchevole o chimerica la pienezza della vita (come lascia intendere Jolanda).

    In un blog come la “Dimora”, che vuole essere anche se non soprattutto divulgativo, più che lentezza dell’ascolto mi augurerei, Marco, che ci fosse assorbimento, metabolizzazione di quello che viene “letterariamente” proposto e presentato, con l’idea che i commenti suscitati o scatenati suscitino o scatenino un’adesione sic et simpliciter (lasciamo perdere l’estemporaneità o il criticismo), soprattutto in un tempo non evasivo. In quella Madrid del romanzo i serenos accompagnavano i nottambuli a ritrovare la via di casa, mi pare che la “Dimora” di Francesco assolva degnamente lo stesso compito, letterario e no.

    Un caro saluto

    Antonio

  7. “Proporlo o riproporlo, a distanza di anni, in questa nota di lettura non è per favorire una “beneficenza letteraria” (che pure è praticata) ma semmai per promuovere una “bonifica letteraria” (…) e far collimare un’idea di estetica e di critica con tutto ciò che riguarda direttamente (e, aggiungo, imprescindibilmente) la creazione letteraria, l’uso cioè di un linguaggio poetico che connoti più che denotare i contenuti, di un linguaggio poetico che si fa unità organica, che si fa mondo (…)”

    Grazie Antonio, credo tu abbia aggiunto uno spunto di riflessione particolarmente significativo, e non solo nel merito dell’intelligenza del romanzo in questione.

    fm

  8. Caro Marco,
    risponderti, ora, dopo le alte e significative-necessarie parole dei miei due “ giganti “, mi spiazza un po’.
    Ma poiché la mia proverbiale incoscienza e caparbietà mi dice di farlo, ti risponderò con molto piacere.
    Per quanto riguarda l’argomento “ commenti “ ,ed è ovvio che parlo per me, mi sembra di aver superato ormai da più di un cinquantennio la scuola dell’infanzia pur conservando dentro di me una certa qual visione di “meraviglia” che ogni tanto mi spinge a scrivere qualche verso. Dopo anni di frequenza felice all’interno di questa Dimora, fra mille altre cose, ho imparato, e Francesco lo ribadisce molto spesso, che la libertà di fare-dire-ascoltare è nutrimento continuo per tutti gli ospiti e lettori che ne attingono a piene mani. Ora, le motivazioni al perché ci siano più o meno commenti su alcuni post, credo di ascriverle a quanto detto prima. Ma non solo. Credo che bisogna tener conto del gusto e delle aspettative dei lettori che sono molteplici così come molteplici sono le implicazioni psicologiche che ci spingono ad andare verso una direzione, a volte fermarci più a lungo, altre a lasciare anche un segno. Di solito io mi fermo e lascio un mio umile segno quando un verso o una pagina di narrativa o altro, mi tira un calcio-pugno allo stomaco che, in un primo istante, mi lascia senza fiato e, successivamente, provoca dentro di me ulteriori spunti di riflessione che mi fanno uscire, per fortuna, dal mio solito “io” spingendomi verso orizzonti diversi e spesso a me sconosciuti. Per questo sarò sempre grata al padrone di casa e alle varie e notevoli proposte che ci offre.

    Per quanto concerne il discorso sulle case editrici che dovrebbero rivalutare e ristampare opere pressocchè introvabili di autori che sicuramente hanno lasciato un segno indelebile, non saprei che dirti e perché non sono un’addetta ai lavori e perché, guardandomi intorno, vedo che si sono e continuano ad aprirsi sempre più corti.
    Credo altresì che andrebbero pubblicati e pubblicizzati in grande stile autori del nostro tempo, e qui ,su questo blog, ne trovi, senza citare Francesco altrimenti mi bacchetta, non fosse altro perché, per il fatto di essere “ ancora vivi “, avrebbero diritto di replica.

    Hai detto, molto tempo fa, che dentro di noi albergano mille e più anime e i tuoi scritti che danno voce a chi non è più me ne danno conferma. Hai mai pensato di potere allargare questa tua esperienza di scrittura suggestiva ed evocativa anche ad autori viventi che, dopo, potrebbero confrontarsi con te? se lo hai già fatto e la cosa mi è sfuggita non tenere conto di questa domanda. Sai ,quasi nove mesi senza adsl ed ora una chiavetta che mi fa dannare per la connessione che va via molto spesso, mi ha indubbiamente fatto perdere molto di quanto si svolgeva su questa unica e necessaria Dimora.

    Chiedo scusa ad Antonio per aver invaso il suo post e a Francesco per la lunghezza di questo mio scritto.
    A te, Marco, sempre cordialissimi saluti.

    Jolanda

  9. Jolanda, quando avrai l’adsl e potrai navigare senza intoppi, scoprirai che Marco non manca di attenzione verso le voci della contemporaneità. Inutile fare nomi, li scoprirai da sola…

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  10. Jolanda, concordo con te. Ma io non ragiono solo con le voci dei morti: sarebbe un po’ troppo semplice e snobistico. “Fuoricanto”, del 2000, e “Vertigine e misura”, del 2008, sono due libri saggistici sui poeti contemporanei in cui parlo quasi esclusivamente dei poeti viventi che mi hanno interessato (senza contare i miei interventi su Annino, Bonacini, Ferramosca, Bernard Noel.)
    Con stima e simpatia.
    M

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.