Le spezie della terra

Leonard Cohen

A kite is a victim

A kite is a victim you are sure of.
You love it because it pulls
gentle enough to call you master,
strong enough to call you fool;
because it lives
like a desperate trained falcon
in the high sweet air,
and you can always haul it down
to tame it in your drawer.

A kite is a fish you have already caught
in a pool where no fish come,
so you play him carefully and long,
and hope he won’t give up,
or the wind die down.

A kite is the last poem you’ve written,
so you give it to the wind,
but you don’t let it go
until someone finds you
something else to do.

A kite is a contract of glory
that mut be made with the sun,
so you make friends with the field
the river and the wind,
then you pray the whole cold night before,
under the travelling cordless moon,
to make you worthy and lyric and pure.

 

Un aquilone è una vittima

Un aquilone è una vittima di cui puoi star certo.
L’ami perché tira
piano quanto basta a chiamarti padrone
forte quanto basta a chiamarti pazzo;
perché vive
disperato come un falco ammaestrato
nell’aria alta e dolce,
e puoi sempre richiamarlo
e rinchiuderlo in un cassetto.

Un aquilone è il pesce che hai già preso
nella vasca dove i pesci non vengono,
così ci giochi con attenzione, a lungo,
e speri che non si arrenda,
o che non cali il vento.

Un aquilone è l’ultima poesia che hai scritto,
così l’affidi al vento,
ma non la lasci andare
finché qualcuno non ti trova
qualcos’altro da fare.

Un aquilone è un patto di gloria
da stipulare con il sole,
così ti fai amici il campo
il fiume e il vento,
e preghi, per tutta la fredda notte precedente,
sotto la luna che vagabonda va senza una corda,
così da renderti degno e lirico e puro.

 

*

 

Gift

You tell me that silence
is nearer to peace than poems
but if for my gift
I brought you silence
(for I know silence)
yu would say
This is not silence
this is another poem

and you would hand it back to me.

 

Dono

Mi dici che il silenzio
è più vicino alla pace delle poesie
ma se in dono
ti portassi il silenzio
(perché io conosco il silenzio)
diresti allora
Questo non è silenzio
è un’altra poesia

e me lo restituiresti.

 

*

 

As the mist leaves no scar

As the mist leaves no scar
On the dark green hill,
So my body leaves no scar
On you, nor ever will.

(…)

 

Come la bruma non lascia cicatrici

Come la bruma non lascia cicatrici
Sulla collina verde scuro,
Così il mio corpo non lascia cicatrici
Su di te, e non ne lascerà in futuro.

Quando vento e falco s’incontrano
Cosa resta da impedire?
Così io e te ci incontriamo,
Poi ci voltiamo, cominciamo a dormire.

Come molte notti resistono
Senza stelle né luna,
Così noi restiamo
Quando l’altro va via e s’allontana.

 

*

 

Beneath my hands

Beneath my hands
your small breasts
are the upturned bellies
of breathing fallen sparrows.

Wherever you move
I hear the sounds of closing wings
of falling wings.

(…)

 

Sotto le mie mani

Sotto le mie mani
i tuoi piccoli seni
sono i petti rovesciati
di passeri caduti, ansimanti.

Ovunque tu vada
io sento il suono di ali che si schiudono
di ali che cadono.

Non ho parole
perché mi sei caduta accanto
perché le tue ciglia sono la spina
dorsale di animali minuscoli e fragili.

Mi spaventa il momento
in cui la tua bocca
comincerà a chiamarmi cacciatore.

Quando mi chiamerai accanto a te
per dirmi
che il tuo corpo non è bello
io voglio chiamare a testimoni
gli occhi e le bocche nascoste
di pietra e luce e acqua
contro di te.

Voglio
che consegnino ai tuoi piedi
la rima tremante del tuo volto
estratta dal profondo dei loro scrigni.

Quando mi chiamerai accanto a te
per dirmi
che il tuo corpo non è bello
voglio che il mio corpo e le mie mani
siano piccoli laghi
per il tuo sguardo e il tuo riso.

 

*

 

Song for Abraham Klein

The weary psalmist paused
His instrument beside.
Departed was the Sabbath
And the Sabbath bride.

The table was decayed,
The candless black and cold.
The bread he sang so beautifully,
That bread was mould.

(…)

 

Canzone per Abraham Klein

Accanto al suo strumento, stanco,
Il salmista si concesse il riposo.
Il Sabato era passato
E del Sabato la sposa.

La tavolta era consunta,
Le candele fredde e annerite.
Le pagnotte che cantava così soavemente,
Quelle pagnotte erano ammuffite.

Tremando nella notte
Si voltò verso il suo liuto.
Pensava di non conoscere musica
Che rendesse il mattino compiuto.

Abbandonata la Legge,
E anche il Re abbandonato.
In trance prese lo strumento,
A cantare era abituato.

Cantò e non cambiò niente
Anche se molti udirono i canti.
Ma subito si fece bello il suo volto
E subito le braccia possenti.

 

*

 

The Genius

For you
I will be a ghetto jew
and dance
and put white stockings
on my twisted limbs
and poison wells
across the town

(…)

 

Il genio

Per te sarò un ebreo del ghetto
e ballerò
e mi infilerò calze bianche
sulle gambe deformi
e avvelenerò pozzi
in tutta la città

Per te
sarò un’ebreo apostata
e dirò al prete spagnolo
del giuramento di sangue
del Talmud
e dove sono nascoste
le ossa del bambino

Per te
sarò un ebreo banchiere
e manderò in rovina
un antico e borioso re cacciatore
e metterò fine alla sua stirpe

Per te
sarò un ebreo di Brodway
e piangerò nei teatri
invocando mia madre
e venderò beni d’occasione
sottobanco

Per te
sarò un ebreo medico
e cercherò in tutti i cassonetti
prepuzi
da ricucire

Per te
sarò un ebreo di Dachau
e giacerò nella calce
con gambe deformi
e un dolore così gonfio
che nessuna mente potrà comprendere

 

__________________________
Tratto da:
Leonard Cohen, Le spezie della terra
(The Spice-Box of Earth)
Prefazione di Moni Ovadia
Traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni
Roma, Minimum Fax, “I Sotterranei”, 2010
__________________________

 

______________________________
“Lift me like an olive branch
and be my homeward dove”

______________________________

 

Massimo Bacigalupo
Cohen. Cascata di metafore radicate nella carne.

    

Notissimo e bravissimo cantautore canadese, nato a Montreal nel 1934, Leonard Cohen è anche un poeta cospicuo.  Pubblicò la prima raccolta nel 1956 col titolo Let Us Compare Mythologies, ora accuratamente edita in italiano con testo a fronte da Minimum Fax: Confrontiamo allora i nostri miti, traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni. Forse De Cataldo esagera un po’ nella prefazione dicendo che di Urlo di Ginsberg, uscito nello stesso anno, e dell’esperienza Beat, oggi “si sono pressoché perse le tracce”, laddove Cohen resta sulla breccia. Ma l’entusiasmo per questo poetico cantore privo di isterismi ginsbergiani ma in fondo appartenente alla stessa cultura ebraico-americana si può comprendere.
     I testi di Cohen sone sempre lucidi e ispirati, anche in questa prima raccolta che è più letteraria (alla Dylan Thomas) delle prove successive. Eppure si alternano ballate suggestive o impressionanti, immagini di vita urbana, fresche espressioni di sensualità, prose poetiche, storie truci di Marinelle canadesi uccise a coltellate, immagini della storia ebraica e del genocidio. Un testo è dedicato a Irving Layton, figura di padre selvaggio dei poeti canadesi: “Nessuna risposta nei tuoi deliziosi / racconti zarathustriani, / di come le strade e i vicoli del paradiso / non fossero sicuri per le ragazze sacre…”
     Il mondo creativo di Cohen è sempre in movimento e i significati si fissano solo brevemente: “Ho sentito di un uomo / che pronuncia le parole così splendidamente / che se solo ne proferisce il nome / le donne gli si concedono. // Se io sono muto accanto al tuo corpo / mentre il silenzio sboccia come tumori sulle nostre labbra / è perché sento che un uomo sale le scale / e si schiarisce la voce alla porta”. Cohen riesce a essere insieme colto, individuale e popolare. Le sue canzoni sono in fondo cantate a voce bassa, come delle riflessioni non senza malinconia ma anche sicure della loro passione vitale.
     Da un periodo trascorso sull’isola di Hydra, dove il poeta possiede una casa, nasce cinque anni dopo la raccolta Le spezie della terra, anch’essa curata egregiamente per Minimum Fax da De Cataldo e Abeni, con una nota molto pertinente di Moni Ovadia: “Leonard Cohen è uno di quegli artisti e intellettuali ebrei che riesce ancora a mantenere vivo lo spaesamento e la contraddizione che hanno caratterizzato il sentire ebraico nel corso della bimillenaria diaspora; questa capacità rischiosa è sempre più rara e malvista nel mainstream dell’ebraismo, molto tentato dalla lusinga nazionalista”.
     Ovadia cita il testo in prosa che chiude il volume, Passi dal diario di mio nonno: “Non mi emoziono alla vista dei battaglioni ebrei. Ma c’è una sola scelta tra i ghetti e i battaglioni, tra le fruste e la più frusta arroganza patriottica…”.
     Un’altra scelta forse c’è, ed è quella della ricerca di comunicazione poetico-sensuale-musicale cui Cohen (come il suo estimatore Ovadia) dedica il suo talento. Le spezie della terra è un libro ricchissimo, semplice e misterioso: “Morto, me ne stavo sdraiato / Sul mio letto d’amore inzuppato, / E gli angeli in fronte mi hanno baciato. // Ne ho afferrato forte / Una per la veste, e le ho fatto la corte / Per farne la mia donna nella città della morte…”.
     Dopo l’atto sessuale, scrive un commentatore, il poeta ha un momento di illuminazione trascendente. Lo stesso critico suggerisce che Penzola, Jocko è “un’apostrofe al fallo”: “E’un coso che penzola, Jocko, / ma noi non ci vogliamo dentro troppa carne. / Fallo come nelle preghiere del Quattrocento, / amore senza orgasmo, / amore costante, / e passione senza carne. // Tirala lunga, Jocko, / come la lunga serpe dal braccio di Mosè: / come deve aver urlato / nel vedere una serpe che usciva dal suo corpo; / non c’è da stupirsi che non si sia mai sentito santo: / è questo l’urlo che vogliamo stanotte…”
     Il processo metaforico è così libero e aereo che il testo si offre a più letture. Sono le urla di piacere delle ragazze che il poeta e il suo sesso pregustano sul fare della notte? Probabilmente. Jocko, dice una nota del traduttore, è nome consueto per una scimmia; ma jockstrap è un sospensorio, e sicuramente a questo anche si allude.
     Lo spirito di Cohen è fermamente radicato nella carne. “Fa’ del mio corpo / uno scrigno per i vermi / e della mia anima / fragranza di chiodi di garofano… Conduci il tuo sacerdote / dalla tomba al vigneto, / Deponilo / dove l’aria è soave”. Così l’ultimo testo del libro, augurale e quasi rituale.
     Ovadia, sempre spiritoso, raccomanda anche la Canzone del cornuto e il catalogo ironico e amoroso dei luoghi comuni antiebraici: “Per te / sarò un ebreo del ghetto / e ballerò… e avvelenerò pozzi / in tutta la città”. Che nell’originale suona felicemente “For you / I will be a ghetto jew…”.
     Secondo il chiosatore Harrell Thompson, quarant’anni fa un periodico canadese scrisse che i principali temi di Cohen erano “sesso, LSD, marijuana, poesia, coscienza espansa”. Aveva fama di enfant terrible. Col passare del tempo non è mutato il suo atteggiamento dissacrante, ma la sua poesia è sempre stata per buona parte celebrativa, gaudente, ancorché critica. Nella sua ultima raccolta, Il libro del desiderio, uscita nel 2007 negli Oscar, lo troviamo addirittura trasformato in monaco zen, che detta apoftegmi come: “E’ così divertente / credere in D-o / Ci dovresti provare qualche volta / Provaci adesso / e scopri se / D-o vuole / o non vuole / che tu creda in Lui”. E si firma con una decina di nomi, da “Eliazar figlio di Nissim prete di Israele”, a “Zikan l’inaffidabile, monaco zen”, a Leonard Cohen, “fondatore dell’Ordine del Cuore Unificato”.
     Il libro del desiderio è un capolavoro pop in cui testi poetici brevi e lunghi si alternano a disegni, soprattutto autoritratti e nudi femminili insieme sensuali e poetici, e a sigilli, fra cui appunto quello del Cuore Unificato, geniale e augurale variazione sulla Stella di David.
(Il manifesto-Alias, 8 maggio 2010)

 

***

7 pensieri su “Le spezie della terra”

  1. Per me questo Cohen poeta è una vera rivelazione , una sorpresa che mi emoziona molto . E’ una poesia che “chiama” letteralmente il lettore ( sicuramente anche per l’ottima traduzione ) .
    Grazie a Francesco e alla sua solita tempestività nel segnalarci queste autentiche chicche !

    leopoldo

  2. Sono tornata nelle mie silenziose retrovie , Francesco, però leggo e apprezzo e ammiro di volta in volta le tue proposte: Nevio Gambula ad esempio, che strepitosa scoperta! o direi meglio riscoperta con uno stupore nuovo, sarà il posto, i toni, la possibiltà di seguire un commentario pacato, non so, ma a volte qui riesco a soffermarmi, ascoltare.
    E ora L. Cohen che tante ore della mia giovinezza ha accompagnato, e allora volevo ringraziarti. Al libro qui presentato di recente ne è seguito un altro ,”Parassiti del Paradiso”, con la prefazione di Suzanne Vega in entrambi vi si ritrovano molti dei testi ( qui ad esempio “True Love leaves no traces”)delle sue canzoni, soprattutto dei primi album..

    grazie
    lisa

  3. Fui catturato dalla musica di Cohen da una canzone interpretata da Judy Collins: Famous blue raincoat ( ero ancora un ragazzo alla fine degli anni ’70) . Era difficile per noi in provincia reperire i suoi dischi, lo si poteva ascoltare di rado alla radio e quindi come sempre quando una cosa è difficile da trovare fa aumentare il desiderio, quindi puoi immaginare quando in un negozietto nascosto in città con i soldi guadagnati come piccola provvigione per la vendita di un quadro di un pittore bresciano che faceva la fame( Fiessi) trovai alcuni dischi dei canadesi Cohen e Joni Mitchell (che adoro!). Era una raccolta che comprendeva oltre a Famous…., Suzanne e le bellissime So long Marianne, The partisan e Sisters of Mercy. Tempo fa avevo sentito che il canadese era stato proposto per il Nobel , mi avrebbe fatto piacere anche se non sono all’altezza di giudizio per dire se un poeta e grande o meno.
    Posso dire solo che la musica e la voce mi hanno sempre coinvolto e spesso ho letto con passione le traduzione dei suoi testi.
    Ora, un fornaio come penso qualsiasi altra persona della strada o meno che legga il testo della prima poesia che hai postato non può fare altro che guardare in alto per vedere volare l’aquilone.
    Ti ringrazio Francesco per questo post, e mi scuso ancora per il modo in cui mi esprimo su questo blog dove leggo sempre commenti che mi fanno stare a bocca aperta, quindi mi sembra quasi superfluo farti i complimenti per tutto quello che di volta in volta proponi (in special modo ammiro gli abbinamenti con le immagini). Un caro saluto dal falconier Fausto Marchetti

  4. Grazie Fausto, del ricordo (che è un po’ anche il mio) e della testimonianza. Anch’io ho un debole, e non solo musicale, per il Canada. Credo aver scoperto Cohen e la Mitchell, a quei tempi, mentre ero all’inseguimento di un paio di loro compaesani di cui ero follemente innamorato: Neil Young e Bruce Cockburn.

    Non preoccuparti per i *commenti*: i tuoi, te lo assicuro, non hanno niente da invidiare a quelli che “lasciano a bocca aperta”.

    Ciao, Falconiere, grazie del passaggio.

    fm

  5. Suzanne takes you down to her place near the river
    You can hear the boats go by
    You can spend the night beside her
    And you know that she’s half crazy
    But that’s why you want to be there
    And she feeds you tea and oranges
    That come all the way from China
    And just when you mean to tell her
    That you have no love to give her
    Then she gets you on her wavelength
    And she lets the river answer
    That you’ve always been her lover
    And you want to travel with her
    And you want to travel blind
    And you know that she will trust you
    For you’ve touched her perfect body with your mind.
    And Jesus was a sailor
    When he walked upon the water
    And he spent a long time watching
    From his lonely wooden tower
    And when he knew for certain
    Only drowning men could see him
    He said “All men will be sailors then
    Until the sea shall free them”
    But he himself was broken
    Long before the sky would open
    Forsaken, almost human
    He sank beneath your wisdom like a stone
    And you want to travel with him
    And you want to travel blind
    And you think maybe you’ll trust him
    For he’s touched your perfect body with his mind.

    Now Suzanne takes your hand
    And she leads you to the river
    She is wearing rags and feathers
    From Salvation Army counters
    And the sun pours down like honey
    On our lady of the harbour
    And she shows you where to look
    Among the garbage and the flowers
    There are heroes in the seaweed
    There are children in the morning
    They are leaning out for love
    And they will lean that way forever
    While Suzanne holds the mirror
    And you want to travel with her
    And you want to travel blind
    And you know that you can trust her
    For she’s touched your perfect body with her mind.

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