L’ultimo Artaud

Marco Ercolani
Antonin Artaud

La scrittura “interminabile” dell’ultimo Artaud è, nel secondo Novecento, un punto di frattura nel concetto stesso di “opera” letteraria. Frammentaria, lacerata da neologismi, allitterazioni, imprecazioni, invettive, preghiere, glossolalie, non classificabile in nessun genere letterario (è simultaneamente diario, lettera, poesia, monologo, schizzo), testimonia la libertà di un artista eretico, intimamente surrealista, clinicamente folle, pervaso dal pathos dei suoi soliloqui. Artaud, dal 1946 al 1948, riempie quaderni su quaderni, li infittisce di morfemi, schegge verbali, disegni, creando un palinsesto straziato che sospende qualsiasi interpretazione, critica e clinica. Siamo, da lettori, spettatori di un “resoconto minuzioso e tremendo di stati vissuti fino al limite della morte”. Lo stesso Artaud, nei Frammenti di un giornale d’inferno, ne è il consapevole profeta: «Verrà il giorno in cui potrò scrivere per intero ciò che penso / nella lingua che da sempre non smetto di perfezionare / la lingua che nasce da me attraverso il mio dolore».

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