Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (II)

Roberto Sanesi

“E così gli occhi
presero forma di parole, insistendo
a saltellare fra una domanda e l’altra
come capita a volte anche agli angeli quando
sono costretti a procedere con un piede solo sul davanzale
del visibile, e speri sempre che qualcuno cada
per ritrovare la sublime vertigine della differenza.”

Roberto Sanesi

 

 

 

 

 

 

da Il feroce equilibrio (Guanda, 1957)

 

Il feroce equilibrio

Il personaggio nero che si stempera
nero di pece e di ferite, nero,
sotto un sole che è nero ed è rotondo
solo perché due vaste mani a conca
lo fecero impastato di bitume
e d’abominio e di brusio d’insetti,
è un pilone di roccia e fermo muove
a un cielo giallo frantumato d’elitre,
fermo e veloce sotto un sole nero.
E poiché ciò che muove compie il corso
dall’eterno all’eterno, e ciò che è mosso
da una ferita all’altra in turbini di luce
si dispone secondo che lo spinge
ciò che lo muove, sole che trasuda
grasse costellazioni di petrolio,
l’uno muoverà sempre e l’altro sarà mosso
nel feroce equilibrio di due neri

 

 

 

 

 

 

da Rapporto informativo (Feltrinelli, 1966)

 

Proposizione

Io ti contemplo qualche volta, Ariele,
quando percorri l’acque risonanti, e il cielo
cupo della città lungo il naviglio, e i ponti,
e dici che se il mondo non avesse – e il ferro
dei ponti irrita il fiume – altra sostanza, allora
il fatto che il tuo canto soavemente
senso volando affermi, e Duca ora mi creda
e veda Ariele sopra i tetti, è certo
solo dipenderebbe da un più vero incontro
della realtà con te. Pure ti vedo e ti contemplo.
a volte, e so dell’impossibile figura
nata da ritmi e sillabe: il tuo canto
fugge impietosamente oltre le rive e muore
vivo per altri fiumi. La città è di pietra.

 

 

 

 

 

 

da L’improvviso di Milano (Guanda, 1969)

 

Improvviso n. 3, le scale

Che il pozzo non si apra: guardare: tra le foglie
scure a forma di fiamma e lanceolate, negli angoli
liberty delle scale, ad ogni pianerottolo, aperte
tra le lampade azzurre di cristallo: guardare:
e vi vedrà nei vuoti la mascella, un calidarium
funebre quando il passo arranca sulle scale
con le suole di gomma.
                               Attendere il respiro,
che il respiro si liberi dal peso, e per un attimo
toccare i ferri a spirale, volute, organismi, una mano
poggiata al legno continuo che si perde, una foglia
nella screpolatura dei muri polverosi, e per un attimo,
                               ancora,
trattenere il respiro, una mano, attendere il respiro
prima della salita. Guardare: e si vedrà nei vuoti
quella mascella aperta.
                               Non fatemi una predica. Non ditemi
nulla.
        Lo so che arriverò fino alla porta.
                               Mi accoglieranno.

 

*

 

Tema di Beckett

A Samuele, figlio di Giacomo, impagliatore
teatrale in francese e in inglese anche quando
si trascina la fame nel cielo
di ghiaccio del suo cranio pendolare,
si dedichi un collage e lo si appenda al collo
della guglia più alta, un vecchio scapolare
che si sbricioli al suono delle cento trombe
sulle colline di Londra, e si avrà in cambio
una scimmia pelata al punto esatto, una rosa di carta
rosa e un penino con sillabe di ruggine
fino a dissotterrare l’ossa anche più giovani.

 

 

 

 

 

 

da Alterego & altre ipotesi
(Munt Press, 1974)

 

Alterego

Alterego, sberleffo, sfarfallìo docente
con una lunga marsina grigio-luccio,
                      il mio vecchio
maestro filisteo di silenzi inserisce
il suo profilo in congegni di specchi infallibili.
          ràpido
insinua piccole mani in un argento opaco
                       e ne trae
minuscole anime cave, leggèri
bastoncelli strappati al sambuco, che colano
pallidi inchiostri viola, un archivio
d’ossessionanti analogie.
                                   L’es-senza,
l’id-entità s’organizza in autòmi che vanno
a disporsi in rimandi, allusioni, fiorite
citazioni e commenti a piè di pagina,
                                                   e in suoni
e segnali scompigliano (logica
conseguenza) i capelli accademici, crollano
da organi invisibili.
                              Il vecchio
Alterego, maestro di cappella,
ghigna candidamente dentro un libro
         di nevi violentate.

 

 

 

 

 

 

da La cosa scritta (Guanda, 1977)

 

Senza titolo

probabilmente eri venuta a riferire
sulle condizioni del tempo, di come si accendeva la neve
se qualcuno tentava di uscire dall’indifferenza,
e la paura scricchiolava nelle nervature del legno
divaricando le sue giunture con un sibilo,
e gli occhi si spostavano per tutto il corpo,
aprivano e chiudevano le porte, procedevano
toccando le muraglie con un bastone bianco,
i fiori della passione si dilatavano costringendo i capelli
a strisciare con le radici a rovescio, ma non pioveva,
mentre sulle lavagne gli ultimi frammenti di gesso
rilasciavano dichiarazioni di fede
con improvvisi strangolamenti fra una parola e l’altra –
o per assicurarmi che tutte le percezioni accumulate
si stavano sciogliendo, colavano su tuo ritratto,
si raggrumavano gelide dove la corrosione degli acidi
aveva inciso più a fondo, carbonizzando ogni traccia

          la sola informazione rimasta
un latrato di cani sull’ultimo pilone del traghetto
                             dal quale non ti eri mai allontanata

 

*                            

 

Test

dove sul muro è disegnata una pioggia, un cane,
dove si alzano il bavero e prendono congedo, le gambe
e la penombra, con gli occhi sporgenti, un uomo
crede di essere, è, ma pensa di non essere
se nulla lo assicura del contrario, e le braccia,
il corpo, scattano involontari, saltellano, tastano
il muro, l’abitudine, il vestito, l’idea
di non potersi dare una fisionomia, il corpo dislocato
senza scelta, senza rifiuto, qua e là, incespica e sospetta,
il che naturalmente è snervante, come sentire
le mani piene del vuoto che sta fuori, dentro,
e si trascina uno spaventapasseri, una paura, e le braccia
allontanate dal corpo, dove sul muro la pioggia, lui, lei,
e il cane disegnato, sparsi sul marciapiede, e il freddo
gli si ritrae dietro il bavero, la voce si congeda, e ora
zoppicano tutti insieme, balbettano – che altro si può dire

 

 

 

 

 

 

da Recitazione obbligata (Guanda, 1981)

 

          ma se trascuri il congegno, la sua manutenzione,
come rendere conto dei vari passaggi, degli spostamenti
interni, delle annunciazioni
          di questo frullio di linguaggio
            da piccionaia amorevole, sempre
con l’aria dell’inchino, della simmetria, della luce
di traverso, vagamente fiesolana, perfino angelica
se ti accorgi che ti è rimasto alle spalle
          lo sguardo inquisitorio, l’indice bieco
del personaggio che scarrucola dalla finestra
come se tirasse giù una madia, il bombastico,
il fracassone mimetizzato, il triangolare monocolo,
con un paio di ali di incerato lucido, nero,
tutte rigonfie di chissà cosa, di chissà chi nel suo
tentativo patetico di emergere, a mezzo busto,
da una brodaglia di stupidi eufemismi, in verità di paura,
nella quale da tempo sta annegando, con molta pazienza,
e non riesce a nuotare, figùrati a volare, e tuttavia
insiste a dire ave nel lividume di un cielo verdastro
su cui si ingegna a dipingere fulmini, a provocare
tuoni con la sua voce sgradevole di corvo
            del malaugurio; come, insomma
          prendere le distanze se non ritrovi la forza
di metterlo fuori, non di sospingerlo ancora più a fondo,
          il che comporta come sai il rischio
            di ritrovartelo ancora a sogghignare, pieno
              di lusinghe, il misirizzi teologo

 

*

 

                   per immaginare un atto in 365 scene,
con ombre cinesi e silhouettes di carta da macellaio
che rilascino tracce di parti anatomiche nello stile
un po’ granuloso con cui si può rilasciare un’intervista
pur non avendo altro no comment da esibire che
una testa infilzata in un manico di scopa
proprio al momento dell’esplosione del riflettore
al quinto mese di repliche, con ghirlande di rose sfatte,
di mezza età, come doveva accadere anche in Aulide
con scarso rispetto per i riti lunari ortodossi, e per
non doversi attenere alla solita prassi aristotelica
dei bollettini meteorologici, e però anche per rispettare come
si deve il naturale processo peripatetico della natura perfino
nella finzione, fingendo come al solito la coerenza orizzontale
del reale, l’ingenuità dell’ora ti dico come stanno le cose
senza nemmeno prendere atto dell’esistenza dei tarli,
delle minoranze, decidendo infine di invitare al debutto
un attore di lingua swaill e Madame de Stael, un direttore
di banca, Pinocchio, per salvare le apparenze, e uno stormo
di fenicotteri abilmente depistati, e un suggeritore
esperto in play backs come uno specialista do harvard
così da consentire anche alle massaie, alle scimmie, agli ideologi
dell’agorà già iscritti al sindacato del teatro di strada
sia folk che «culto» di recitare, condotti in processione
da marionette panciute travestite da silfidi e altri
personaggi contemporanei, al regista il cui unico segno
di distinzione era una voce di basso profondo proliferata
da una cicca di sigaro spento non rimase che
rivolgersi alla teoria del vuoto, giustificando l’operazione
con una specie di epoké a rovescio, Blanchot
in veste d’aiutante permettendo, fino a scoprire poi, con
inatteso stupore, che gli sarebbe bastato leggere il giornale
esattamente per un anno intero, di preferenza uno
di questi ultimi, per ottenere un identico spettacolo: di
strepitoso, allucinato rigore rispetto all’insopportabile
sperimentalismo della lenta precipitazione del sole
dall’altro versante di quella linea del tutto ipotetica
che alcuni senza ironia definiscono ancora orizzonte

 

 

 

 

 

 

da Téchne (Scheiwiller, 1984)

 

Talpa celeste
(essendomi stato richiesto di scrivere sul tema del destino)

Pensavo alla modestia della talpa,
alla raspante, angelicata attività di scavo
in un cielo che odora di terriccio, quadrato
forzato a farsi triangolo, vuoto e confine,
   dove una frana non è mai un amen,
   e i dolmen si rigonfiano in excelsis
nella sostanza profonda dell’aria, e lo sguardo
si inazzurra in se stesso, riattiva la visione
del chamalèo – se è lecito inventare
ciò che si finge, e che di conseguenza, ricercando
la direzione del pensato, il risveglio, la sua esecuzione,
ruspa come l’arùspice e si ròsica, al centro
di un’altra verità, quasi con grazia,
in lieve zampettìo di luce e cenere. Un segno
delle sorgenti. E qualcuno si affanna a domandare
chi le abbia insegnato queste cose. E chi altri,
se non tu costringendomi a parlare
contro la mia volontà? Animale terribile, sherpa
di grigi sempre più intensi, archeologo
della salita in discesa, del suo rovescio, simmetrico
esecutore di mura a precipizio, parola vagabonda
nel trapassato futuro, parvenza d’annegato
fra le zolle dell’etere, e desiderio, congegno
di qualche daimon di vanga, sospetto
impercettibile tric d’ogni deserto concavo. La volta
si sgretola frenetica fra i denti, riflette
e si riflette, finis, lungamente. Una cupola. Se
il cielo fosse un albero, il suo nome
sarebbe àphala: e infatti il seme è sempre
nella radice.

 

*

 

Dasein

… fra ens e superflumina,
        fra l’unitario e l’univoco il dasein
come si colloca? E subito appare un oggetto
   fra le mascelle feroci della vergine: il gèmito
stana dalla sua gorgia una specie di ellissi, la sfera
si illumina, e nulla, e di nuovo, e quanti sono i frutti
   di quel fico selvatico, e quanti
        semi fra i denti e rivoli di fiele… e pensare
          che è proprio questa corda la riprova
dell’essere, il suo vocalizzo, il ritorno dell’ombra
   al centro della bocca, la smorfia, la vita…
        se io ti potessi bloccare, dal nulla,
          al limitare del nulla, supponendo
che ti sia dato tradurre quell’attimo… se
   tu non fossi legata alla parola, a quei miseri stracci
        sporchi d’inchiostro che una volta vidi
          sulle ferite, un farmaco astringente…
forse seguendo uno stile corretto sarebbe comprensibile
   anche il tuo falso argomento, il tuo funebre
        eros che cola, i flùmina, il rigurgito… ma
          si deglutisce aridità, di vento fra queste
   mura assediate, e non c’è più soggetto…

 

 

 

 

 

 

da La differenza (Garzanti, 1988)

 

Alterego sul tema del visibile

          Come spesso gli accade. Alterego
era rimasto a pensare fra l’erba.
Ma negli ultimi tempi con troppa distrazione
se non riusciva a separarsi dall’ombra, per cui
né la penna di corvo né il cogito
distinguevano più la sostanza del nero.
                                         E così si dovette decidere
a rotolare una zolla lungo il pendio del pollice, aprendo
due minuscole ali maculate
nel freddo improvviso del confessionale, come se fossero
semplicemente il coperchio, la botola
di quello che non avrebbe mai osato credere, ma
che riteneva si dovesse per lo meno discutere, data
l’ignobile condizione del tempo, e non fu sorpreso
di percepire una specie di gemito, una contrazione
più insofferente che dolorosa in quel breve
e tuttavia sensibile punto d’attacco dell’ombra
con le sue labbra, mentre a fatica
stavano tutti provando a organizzarsi: le nuvole
e le fiammelle, gli sterpi e gli stoppini, comprese
le numerose delizie della paura di vivere. lo spazio
c’era e non c’era più. E così gli occhi
presero forma di parole, insistendo
a saltellare fra una domanda e l’altra
come capita a volte anche agli angeli quando
sono costretti a procedere con un piede solo sul davanzale
del visibile, e speri sempre che qualcuno cada
per ritrovare la sublime vertigine della differenza.

 

 

 

 

 

 

da Senza titolo (Book, 1989)

 

Esercizio di stile

   Oh sì c’è tempo, e deliziosamente
lo tieni schiacciato fra i libri,
finché l’azzurro dorato si stinge, e la mano
si innervosisce, si stacca. È possibile
che lei ti osservi con inimicizia, con uno
di quei travestimenti un po’ fanée fra l’angolo
delle sue labbra e la tua solitudine. Eppure
non riesci nemmeno a sentire lo strappo se sfili
la sua cintura attraente. Una specie
di candela, di luna, un convolvolo, un gesto
che suggerisce la cenere, e ancora non sai
come uscire di scena con simile imbarazzo.
   Ah, l’astuzia del fato, avresti detto,
la vedovanza precoce in quel sorriso
mesto appoggiato a un albero in eterno,
   fra noi e la rovina
        di avere immaginato anche uno stile.

 

 

[…] In principio dunque, è il racconto, il dire e il dirsi intesi come una parola che mostra se stessa, che appare e diviene, nell’attimo, emergenza e fenomeno. La parola come corpo e il sé come parola: due concretezze che dicono l’hic et nunc, il tempo della sofferenza per la saturazione, la massificazione, la perdita dell’intervallo, la soffocazione dell’io, in un magma che ripudia i meccanismi della memoria per portare alla ribalta un’esperienza, quella del poeta, come momento esemplare. Ecco, la ribalta: la poesia di Sanesi sembra non sapere fare a meno di questo luogo, lo spazio cioè della scena, là dove l’attore si espone in maniera più scoperta e ravvicinata al suo pubblico. Si spiega così il ricorso alla metafora teatrale, persino in certi titoli (penso, per esempio, alla raccolta Recitazione obbligata e in essa a sezioni come La messinscena di Fanes e Ananke o a testi come La messinscena, o ancora in Téchne la sezione Dramatis personae), e l’insistenza con cui l’io propone il travestimento (“Oh la delizia del travestimento, la sola, insolente / felicità di non essere”, esclama in un testo di Senza titolo) come forma congeniale alla propria ambizione di apparire. Come giustamente ricordava Fabio Doplicher in una recensione, Poesie per recitare, comparsa su “Ridotto” (n. 9-10, Roma, sett.-ott. 1979), la poesia di Sanesi “incontra mostri, ricordi e parole, statue e personaggi, tutti opera della stessa mano, fra le quinte di un pensiero che si sposta di luogo in luogo, carico del proprio tempo e del proprio peso”: come dire che la vita che magmaticamente vi appare e se ne impossessa, letteralmente, dà realtà alle pulsioni più feroci e incontrollabili, a ciò che l’io sogna, teme o spera, nel teatro della pagina, l’unico spazio su cui donchisciottescamente si possa ancora sperare di poter vincere, o almeno sopravvivere, per forza di scrittura. Chiamato ad esibirsi, citando(si) e recitando(si), il soggetto affolla così completamente la scena, accampandosi nel grigio sulfureo e lunare di un verso che concresce in una smorfia irritata e imbarazzata, con le ubbie e i vezzi di una coscienza dolorosamente vigile e contemporaneamente attratta dall’enigmatico, notturno e vitale volto (o ris-volto) del quotidiano. È su questo piano intricato e stralunato che si spostano le ipotesi di recitazione e dialogo: l’io, Amleto e Pierrot, si dialoga monologando ad oltranza, interrogandosi in patetiche parodie di discorsi, con laceranti effetti di enfasi che stravolgono e congelano gli sforzi in una smorfia di biacca. sulle assi sconnesse e lubriche della scrittura. Fino a concludere nell’ammissione, drammatica e desolata, “di non essere in grado di rappresentare / il poco spazio rimasto sull’argine, il punto / dove la luce attraversa il racconto”: come dire che è impossibile per il poeta ipotizzare lo spazio di un approdo, un hic manebimus in cui trovi risoluzione e riscatto il gran buio conseguente al gran rogo delle utopie, a quella epocale catastrofe morale di cui L’incendio di Milano fin dal 1989 rappresentava il corrusco emblema. […]
(dalla Prefazione di Vincenzo Guarracino a L’incendio di Milano e altre poesie, Book, 1995 e 2002)

 

***

 

«Oh poeta (poeta: deviante, nel senso in cui in fantascienza si trovano i mutanti) carissimo idiota (sto pensando al principe), ti scrivo dalle parti della gran stupa a campana, sissignore, sono finito a Borobudur dopo aver lasciato Cid nella sua gelateria di creme al gelsomino, al vecchio indirizzo di Kyoto, e non ti meravigliare se mi è rimasta addosso la dizione delle rane (te la ricordi, eh) del vecchio Shimpei. e così dopo più di dieci anni dai tuoi “improvvisi” mi arriva una specie di cartoccio dalle mani, per caso, come sempre, ma il caso ha le sue ragioni, dalle mani del tenebroso Kateb che non vedevo dal 1960. il cartoccio di Circe. “la perduta”. “capelli tòrtili”. ecc. tu sai certamente quanto piove da queste parti quando piove e quindi oggi che piove tanto da non lasciarmi in pace né con l’anima né con l’artrite la tua ricognizione mi si è spiegata come annegamento, riemersione, battesimo (un po’ sui toni del morboso erotismo fin de siècle) e sublimazione, per vie di dolore e conoscenza. tutt’altro clima, il mio, per un recupero corretto della tua signora mediterranea immaginata con profilo semita, isola lontanissima, Circe strega maga tenerissima di mezza età che in qualche tua memoria o sogno mi sembra tu stia spingendo a metamorfosi adolescenti, e tu che procedi per sincretismi interculturali e un po’ ti irridi e un po’ ti compiangi e mi auguro che se le motivazioni, come si direbbe, sono state reali, per quanto ti riguarda tu le abbia potute ormai risolvere per la tua pace interiore e senza più vendetta, perché il tuo testo è anche una specie di vendetta, o mi sbaglio? autodenuncia ironica e buio e sorda aggressività tipica di un introverso come te. nei tuoi panni (psicologici) avrei sostituito Circe. anche tu la sostituisci ma ti ci rispecchi e la lasci tornare e in fondo la compiangi. ma queste forse sono faccende personali e per di più presunte e non ho il diritto di farmi e farti domande. non c’entra niente con il tuo poemetto circolare. mi devo essere messo dalla parte sbagliata. mi sposto sull’altro crinale. da questo punto d’osservazione comincio a intravedere un disegno, una traccia narrativa. la tua persona se ne sta distesa lungo tutto lo scritto, ma il testo ha il baricentro spostato. e poi ci sono loro, i personaggi, le epifanie, e seguiamo la sequenza. introibo. Circe il valletto le ninfe forse e subito un’indicazione di luogo e circostanze (anche il luogo corre lungo il testo, o meglio si distende costante come un elastico). arriva il servo, che per me poteva essere ancora il valletto, in quanto come inserviente lo sente degradato, in relazione a quello che dice e a come lo dice. l’annuncio, come una capriola. insomma l’angelo dell’annunciazione in veste di servo complice. arriva lo zoppo e chissà perché lo associo meglio alla caverna (tu parli di palazzo, da qualche parte), anche per il fatto che il suo discorso a balzelloni tutto ritmato sta fra l’oracolare e il martellamento di qualche semidio sotterraneo e sarebbe interessante mettere in moto insieme il segno e l’etnos, il mito e la psicopatologia. credo di ricordare certi tuoi lontani discorsi su un metodo etnopoetico che qui viene fuori. non credo voluta, ma significativa l’apparizione di quel tale non ben definito ma certo accademico che parla francese come Malraux e ha tutta l’aria di funzionare da esegeta. il giardino: c’è attorno a questo archetipo una tale massa di incrostazioni culturali che non mi dilungo, dall’eden a Laing è il desiderio di essere e il terrore di non esserci. l’immediata irruzione dell’androgino vi si lega in modo indiretto, ma non molto, anche qui desiderio di unità e partecipazione e rischio di devianza, forse metafora della poesia che tu rovesci gettando il tono sul grottesco e sullo sgradevole sfuggendo al significato più segreto che potrebbe agganciare il discorso a una tematica di impotenza, vedi erotismo sbeffeggiato, ecc. il tema del tramonto. manca Hypnos, ma lo si prevede. aveva le ali alla testa in un’antica immagine? mi pare di sì. e allora il tono alla Poe me lo associa al corvo. sbaglio? e dopo il tramonto (vecchiaia e stanchezza) ecco il recupero attraverso il sogno, la ricognizione vera e propria del sottotitolo. la non più giovane Circe ritorna giovane, e sei tu che operi la metamorfosi positiva dell’agnizione contro la temuta metamorfosi negativa di Circe. che per molti è deità lunare, e inconsciamente lo è anche per te secondo il mio modo di leggerti, una lettura che mi ha immesso in un clima da decadenza e simbolismo. non ho potuto fare a meno di vedere luoghi e personaggi in veste fra preraffaellita e secessione. Circe, per esempio: gorgonica, fatale, ha qualche tratto da Salomè per avendo l’età di Erodiade, ma sei proprio tu che una volta mi parlasti di una possibile interpretazione dei fatti (teatro) come rituale ripetizione della vicenda recitata da Erodiade. le citazioni: direi che sono più di carattere tecnico estetico che utili alla comprensione del testo, sono un’ossessionata insistenza, autodifesa, del tuo modo di procedere nello scrivere, le metterei in fondo. e nemmeno tu avevi bisogno di questa mia personale ricognizione, accettala per quel che vale. usala come vuoi. vedi, la tua mania dell’uso mi ha coinvolto. lascio Borobudur fra un paio di mesi. tenterò di riavvicinarmi. ci sentiamo fra una decina d’anni? ti abbraccio.»

Alcune indicazioni, affinché certe allusioni non restino private: Cid è il poeta americano Cid Corman, residente a Kyoto; il “vecchio Shimpei” è il poeta giapponese Shimpei Kusano (cfr, “Rane e altre cose”, Guanda, Parma, 1969); il “tenebroso Kateb” è il drammaturgo algerino Kateb Yacine, che visse in casa mia per circa un anno, nel 1957. Per Algernon Yewrolinskij si può vedere la mia nota a “Per una lettura privata degli otto improvvisi” (Bertieri, Milano, 1966). Quanto ai vari materiali di lettura che avevo pensato di allegare, mi limiterò a questa citazione: “E tuttavia ti parlerò per enigmi. Ti è mai venuta la voglia improvvisa di una zuppa di fagioli?” (Aristofane, “Le rane”).
(Lettera di Algernon Yewrolinskij a Roberto Sanesi relativa al poemetto “Il pied-à-terre di Circe”, che lo stesso Sanesi ha riportato integralmente nelle note di “Recitazione obbligata”)

 

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[“Letteratura necessaria – Voci del novecento” è una rubrica curata e realizzata da Enzo Campi. Il primo numero, dedicato a Piero Bigongiari, si può leggere qui.]

 

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21 pensieri su “Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (II)”

  1. L’unica voce del novecento che ha avuto il coraggio di elaborare un linguaggio personalissimo che coniugava la tradizione letteraria anglosassone con i più innovativi sperimentalismi delle avanguardie poetiche italiane degli anni sessanta e settanta (ivi comprese le cosiddette scritture “attive”, visuali e icastiche). Alternava l’attività di poeta a quella di traduttore (tra gli altri: D. Thomas, T.S. Eliot, W.B. Yeats, W. Blake) e di critico-saggista.

  2. Grande Sanesi. Un omaggio dovuto ad un uomo, poeta, scrittore, traduttore e molto altro, che ha saputo passare attraverso il ‘900 con l’eleganza di un uomo rinascimentale. Grazie di questo post che ho davvero molto apprezzato. Per non dimenticarlo.

    Federica Galetto

  3. Grazie a voi per gli interventi. Ad Enzo anche per lo splendido post.

    Sanesi non solo non va dimenticato (era un grande), ma andrebbe anche adeguatamente risitato e studiato – può ancora “insegnare” moltissimo.

    fm

  4. … ma che bella sorpresa davvero!
    Grazie!
    Ho ricordi bellissimi di Roberto Sanesi, di teatro, di cene in campagna, di conversazioni in case che non ci sono più, fra persone meravigliose che se ne sono andate, di luoghi che non son più quelli e altre molte varie malinconie tardo autunnali.
    Che ciò che fugge non sfugga almeno.
    Quel che per primo salta ad occhi&orecchi è la ricchezza semantica della lingua, ora così impoverita, come accade leggendo Ripellino, ad esempio, e la varietà degli inconsueti oggetti ed eclettici aggettivi e delle immagini che, come si dice di Ariel dell’impossibile figura/ nata da ritmi e sillabe, si materializzano folgoranti e imprevedibili dal verso.
    Come la scenografia verbale di Shakespeare che riempiva la spoglia O di legno del teatro elisabettiano con rapinose immagini verbali.
    Cose così.

    ,\\’

    1. Il suo stile era quello dell’ “abbondanza” e delle forzature (s’intenda l’accezione positiva del termine), dei repentini salti (scarti) tra ambientazioni e tra soggetti -(in)naturalmente ri-codificati- portatori (in)sani di cifre a metà tra il narrativo e il surreale. Un’abbondanza che, però, ricordando Nancy, non esiterei a correlare con l’ “abbandono”, sia nel senso propriamente nancyano che nella risoluzione (sospensione) di lasciare i propri personaggi in balìa degli avvenimenti. Non ho parlato a caso di “ambientazioni”, in quanto la predisposizione di costruire, decostruire, arredare, calcare e naturalmente svuotare “una” scena è caratteristica peculiare di gran parte delle sue produzioni poetiche.
      grazie Orsola!

  5. Visto che nel post, attraverso la lettera di Yewrolinskij, viene redatta una lettura, per così dire, amicale (ma è comunque un esempio lampante di come si possa fare critica letteraria anche con un tono colloquiale e senza formalismi accademici) de: “Il pied-à-terre di Circe”, lascio qui due componimenti tratti dal poemetto

    qui
    allignano licheni, vi penetra un suono
    di zolle rovesciate, la luce si sottrae, la pioggia
    come follia, allucinato ricordo di incontri rimandati,
    e allora
    si presentò un inserviente, una specie di nano, la testa
    un bulbo occhiuto nell’aria,

    «non puoi volere il passato:
    solo morendo, e ritorni, sebbene
    con incertezza – puoi solo pretendere
    qualcosa come la falsità del futuro.
    ma ad una condizione: che sia
    proprio in questo momento»

    se tu avessi mai visto edera morta,
    tenace nella sua contraddizione, confitta
    nel ventre di una vecchia acquasantiera…

    (memoria impersonale.
    linguaggio
    che inghiotte linguaggio)

    nel letto delle immagini si forma, e si allunga,
    un inverno che imita il mattino, un oggetto
    semplice, definito
    e lui insiste
    «coltiva l’ennui, assorbi il grido,
    e l’orizzonte, vedrai, si dipana
    da questa linea, oltre
    il muro, la stanza vuota – rifletti, enumera… »
    mentre
    mani sembravano lanciarsi contro il soffitto
    nel tentativo di afferrare per la coda l’arcobaleno

    se questa figura potesse
    vivere il mio passato, la ruota che ritorna
    mai nello stesso luogo

    merda e poi merda: e estrasse una stampella
    dai peli rugginosi del gilè: gli umidosi rigurgiti
    di qualche senso

    « ma non è forse questa abitudine, o questa malattia,
    di non oltrepassare la soglia del carattere, e chiedere,
    demandare, a noi, per altri, che in noi…?»

    ***

    si può intuire, più sotto, il giardino,
    l’acquario delle foglie, il pesce-sole smorto

    è una proposizione semplice: ma
    il proposito, sùbito, si nega:
    nessuna apparizione è pensabile, non è
    né immediata né qui,
    solo in un dopo di ceneri si svela, ed è altro:
    non posso
    dire non posso dire il mio grido, gridarlo
    o prevedere l’angelo, il mostro che indaga
    dentro di sé ciecamente, e nemmeno
    uno sguardo di gatto, o la sua ombra, se non
    nell’immediata sicura traiettoria
    con cui si sposta altrove, e cancella lo spazio

    il giardino: si sbriciola negli occhi, vi si inscrive
    l’assenza dolorosa del tuo viso

    dunque…

  6. Leggo questa seconda puntata e trovo oltremodo calzante il nome coraggiosamente inattuale dato alla rubrica: “Letteratura necessaria”. E se per me “Dasein” è un invito a ripercorrere “sentieri interrotti”, non posso e non voglio sottrarmi allo schiaffo sonoro e familiare di “Recitazione obbligata”.

    1. Per la tua lungimiranza e per la tua presenza (non solo critica) assidua meriteresti una carezza più che uno schiaffo.
      Grazie Anna Maria!

  7. Grazie a tutti; a Enzo anche per le chiose critiche che arricchiscono e ampliano lo spazio di osservazione di questa poetica ancora attualissima.

    fm

  8. Meriterebbe eccome di essere “riscoperto” in modo più allargato. Personalmente ricordo le sue prime traduzioni dei grandi poeti inglesi che mi folgoravano così come la sintonia tra i suoi disegni e la poesia. Un artista completo, unico per l’Italia e ancora attualissimo come osserva Francesco.E l’eleganza, verissimo, sia nei versi che nella persona. Grazie infinite a Enzo Campi

  9. Ciao Lucetta, hai fatto bene a ricordare la sua attività di traduttore: credo che i migliori attualmente in circolazione gli debbano comunque qualcosa anche in questo campo.

    fm

  10. Primultimo ringraziamento a Francesco che ha fatto di questo luogo un passaggio obbligato per chi ha veramente qualcosa da dire, oltre che l’espressione qualitativa più alta della letteratura in rete.

  11. Mi ha affascinato sempre Sanesi, che ho purtroppo incontrato una sola volta, a Belgioioso, ma quel viso nobile di uomo anziano mi è rimasto nel cuore. Non lo trovo un poeta “assoluto”, ma un poeta che ha lavorato, come Ripellino, nella materia delle sue, e di altri parole, con un’eleganza e una passione che restano, oggi, esempi straordinari.
    Onore a lui e Enzo per questa sua bellissima “attenzione”.

    m

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