Andrea Zanzotto – Tutte le poesie

ANDREA ZANZOTTO
(Pieve di Soligo, 10 ott. 1921 – Conegliano, 18 ott. 2011)

Giorgio Linguaglossa
Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto
Tutte le poesie
Prefazione di
Stefano Dal Bianco
Milano, Mondadori, 2011

«Quando uscì La Beltà (1968), Eugenio Montale ne trovò l’autore “indubbiamente aumentato” rispetto al “posto di rilievo” da Andrea Zanzotto già tenuto “in quella”, soggiungeva ironicamente Montale, “che vien definita generazione di mezzo (non so quando cominci e quando stia per finire)”. Ciò che tradotto in chiaro, e aggiunta tutta la grossezza inerente a siffatte graduatorie, significa: il più importante poeta italiano dopo Montale», così iniziava la storica prefazione di Gianfranco Contini a Il Galateo in bosco (1978), come ci riferisce il prefatore Stefano Dal Bianco nella esaustiva introduzione al volume.

Le prime opere di Zanzotto lo avevano segnalato come uno di poeti più significativi della «generazione di mezzo», quella che veniva dopo i maestri Montale, Ungaretti, Caldarelli che avevano esordito negli anni Trenta e Quaranta. Dietro il paesaggio (1951), Elegie ed altri versi (1954), Vocativo (1957) sono libri di un brillante interprete della poesia del post-ermetismo, con alcune chiaroveggenze e prestiti dalla tradizione, ma nulla di più. Già si intravedono le tematiche base che faranno da fondamento della produzione maggiore: la problematica della bellezza, quella della natura e del paesaggio e, centrale, la problematica della destrutturazione dell’«io» poetico che va di pari passo con la degradazione del paesaggio. Ma il tutto è ancora dentro la tradizione. La tradizione non è ancora implosa.

È con La Beltà che la poesia zanzottiana cessa di essere un discorso innocente per il cui godimento c’è un lettore in carne ed ossa ad attenderlo, c’è un cavalletto (che sono i fogli bianchi del poeta) posto dinanzi al paesaggio etc.; non c’è più un poeta «onesto» che officia la liturgia di una poesia «onesta», di una poesia salvifica alla Luzi per intenderci; insomma, la poesia si è improvvisamente emancipata, è questa la sconvolgente scoperta del poeta di Pieve di Soligo. Per Zanzotto la poesia non può non assumere su di sé la struttura dell’artificio che domina nel mondo delle merci: la poesia è diventata una merce linguistica che vuole sottrarsi con tutte le forze alla propria condizione di merce, di vassallaggio alla funzione dell’«utile» e del consumo. La grande novità che l’opera zanzottiana mette in evidenza è che la forma-poesia è diventata una funzione del segno e che quest’ultimo indica un significante legato da un patto, da una convenzione, con l’altra faccia del segno che si chiama il significato. Il segno ha cessato di essere innocente, è diventato ambiguo, rivela il proprio carattere di artificio, indica una connotazione e non più il denotatum. Il segno, al pari di un feticcio linguistico, ammicca ad una assenza, ad una presenza che non c’è. La poesia zanzottiana, che ha fatto ricetto della lezione lacaniana del significante, scopre il carattere di feticcio del segno linguistico, e lo carica di sottigliezze metafisiche e di arguzie teologiche, lo rende libero; parimenti, libera gli oggetti dalla loro schiavitù al significato (come avveniva nella poesia della tradizione) per ancorarli alla aerea leggerezza del significante: libera il segno linguistico dalla schiavitù dell’utile e dell’uso pratico per conferire loro il mandato di una libera leggerezza. È la forma-poesia che è diventata libera.

E con la conquistata libertà la poesia zanzottiana scopre anche la propria vulnerabilità: cessa di essere intelligibile alla tradizione, rispetto alla quale essa assume una parvenza di inafferrabilità e di inintelligibilità. Ciò significa che la poesia zanzottiana deve rinunciare alle garanzie che venivano dal suo inserimento in una tradizione, grazie alla quale la poesia si poneva come ponte e saldatura fra presente e passato, vecchio e nuovo, ma fa della propria autonegazione la sua legge di sopravvivenza, in linea di continuità con i poeti romantici, verso i quali già Hegel aveva parlato delle loro esperienze come di un «autoannientantesi nulla». Non a caso i poeti di cui ricorrono continui rimandi testuali e riferimenti impliciti ed espliciti sono Hölderlin e Leopardi. La poesia zanzottiana erige così una inespugnabile fortificazione proclamando l’autodissoluzione e la propria invulnerabilità e impenetrabilità rispetto al regno della prassi dell’utile e del pratico. È questo il prezzo che la poesia zanzottiana deve pagare alla modernità: la poesia si sottrae alla tirannia dell’economico e all’ideologia del progresso, non ha altro fine all’infuori del significante, non può essere soggetta né alla curiosità della critica turistica né a quella di matrice utilitaristica. Da un altro versante, invece, la resistenza al progresso renderà la poesia zanzottiana sempre più penetrabile alle esigenze della modernizzazione linguistica richiesta dallo sperimentalismo. È questo il nodo attorno al quale si imbriglierà la poesia zanzottiana a venire, l’essere la modernizzazione linguistica della forma-poesia un riflesso e un aspetto della modernizzazione del Moderno.

Con La Beltà la poesia zanzottiana attinge un altissimo grado di astrazione e di de-letteralizzazione, si ipersemantizza, si carica di segni che manovra con una stupefacente versatilità ed abilità. Lo sperimentalismo giunge così, d’un colpo, al vertice delle sue possibilità espressive. Il 1968 è una data spartiacque, e non solo per la poesia italiana ma per la società tutta: il boom economico è ormai una realtà, e con esso anche la poesia italiana inizia quel complesso percorso che la porterà a ragionare in termini di modernizzazione del linguaggio poetico e di rapporto con il Moderno.

L’intangibile e l’inafferrabile per la poesia di Zanzotto è il segno linguistico, il significante. Che cos’è che si sottrae al regno del significante? L’immobilità della natura costituisce l’hypokeimenon, il sostrato immutabile che giace al di sotto della mutevolezza dei significanti, ciò che resta intangibile e inalterabile se non sottoposto allo sfruttamento intensivo della macchina del Moderno.

Con Il Galateo in Bosco (1978) la lingua di Zanzotto si è stabilizzata, la rivoluzione linguistica è già alle spalle, non sarà più possibile andare avanti per la via tracciata da La Beltà. Scrive il prefatore: «dal punto di vista dell’autore l’Ipersonetto è anche una fase di felice ripiegamento nel borbottio rassicurante del canone. Esso nasce da quella stessa pulsione liberatoria che genera l’esplosione comunicativa di Filò (1976): un bisogno di riposo dopo gli eccessi di agonismo linguistico della trascorsa stagione poetica».

Le opere che seguiranno: Fosfeni (1983), Idioma (1986) e, ancor più, Meteo (1996), segnano le tappe di un progressivo smottamento del soggetto che è costretto ad accusare il colpo dello scacco dell’utopia di una ecologia della natura e di una ecologia della mente. Lo sperimentalismo zanzottiano perde carburante mentre perde il soggetto che doveva guidare il processo della scrittura poetica; ma è la scrittura poetica che subisce un processo di mutismo indotto dalla violenza dello sfruttamento intensivo della natura. Il paesaggio è diventato una utopia. La minaccia al paesaggio si è mutata nel frattempo in autentico eccidio della natura, in una «devastazione». Con le parole del poeta di Pieve di Soligo: «uso la parola devastazione perché si ha una proliferazione-metastasi di sopravvivenze distorte, di sincronie e acronie velenose, di rovesciamenti di senso pur rimanendo identico il segno, ed è stato, per altro, proprio sul finire degli anni Ottanta che si è palesata la corruzione». Le composizioni assumono la forma di diari di eventi atmosferici senza soggetto, vedute aeree, impressionismo e pointillisme dove il soggetto è visto come se fosse situato all’esterno del quadro, un estraneo rispetto agli eventi della storia della natura (che tende a sottrarsi al soggetto, a non essere più percepibile se non in una forma adulterata). Le figure umane tendono a scomparire, adesso ci sono i morti che abitano una parte del paesaggio naturale, anzi, sono una funzione del paesaggio come in Sovrimpressioni (2001); nel libro successivo Conglomerati (2009) la terza persona e la forma impersonale prendono del tutto il sopravvento sulle residue vestigia del soggetto il quale non è più in grado di raccontare granché, non ha più il punto di vista da cui osservare:

il significante ha guidato l’utente
l’ha pilotato in begli scioglilingua
sciogli niente.

È la presa d’atto di un lunghissimo percorso iniziato sessant’anni prima che si è rivelato un vicolo cieco. È forse questo il momento più doloroso della parabola di Andrea Zanzotto, l’aver toccato con mano che la rivoluzione linguistica operata sul linguaggio poetico si è risolta, ha avuto (e ha) un senso soltanto all’interno del linguaggio poetico, quel linguaggio poetico che le nuove generazioni di fine Novecento tenteranno di mettere tra parentesi per poter ricominciare a narrare in versi.

A questo punto, noi lettori posti negli anni Dieci, non possiamo non chiederci: la parabola poetica di Zanzotto che significato lascia alle nuove generazioni che sono nate nel bel mezzo della rivoluzione telematica e nella susseguente epoca della stagnazione economica e stilistica? Qual è il suo messaggio? Quale testimone ci lascia?
Domande inquietanti alle quali soltanto il futuro potrà rispondere.

***

Annunci

39 pensieri riguardo “Andrea Zanzotto – Tutte le poesie”

  1. Un’introduzione che unisce alla qualità di invito argomentato e itinerario guidato alla lettura della poesia, delle poesie, di Zanzotto,, alle quali dà il dovuto rilievo in una rete di riferimenti puntuali a richiami e con-testi, il pregio di formulare una domanda che reputo di importanza fondamentale: quella relativa a senso, contenuto e destinatari del ‘passaggio del testimone’.

  2. Letor, ma còssa vustu che te digo?
    L’opera lèser de quel de Soligo
    xé come visitar un gran museo,
    sarà anca bèo, ma ’l vìver dove xéo?

    Lettore, ma cosa vuoi che ti dica?/ L’opera leggere di quello di Soligo/ è come visitare un gran museo,/ sarà anche bello, ma la vita dov’è? Perduta in fondo alla radura sterminata del gioco linguistico! non certo per il sottobosco che costringe a tenere gli occhi bassi e non ammette spettacoli pirotecnici né illuminazioni, pena l’inciampo! O è invece il petrarchismo inveterato della nostra tradizione letteraria che, incontrando suo malgrado l’acies mentis novecentesca, ha portato la voce poetica in un deserto senza alcuna direzione d’uscita? La democrazia non è meno retorica e persuasiva dei totalitarismi, ha sostituito l’idolatria del primo Novecento con la simulacrolatria della congerie visiva (e linguistica), non meno deresponsabilizzante e totalizzante, del secondo Novecento. L’immagine da copia è diventata cosa, per quanto artefatta, non a caso proprio Heidegger definisce la modernità come quell’ “epoca in cui il mondo si riduce – o piuttosto si costituisce – ad immagini” (col fattivo contributo della lingua): da “Dietro il paesaggio” a “Conglomerati” Zanzotto ne è stato il più coerente e vigile interprete, criticamente situato dietro l’apparenza paesaggistica (e linguistica), dietro cioè la figura retorica d’un io che non si dà ragione, se non retorica appunto, dell’agonia della lirica, identificata tout court con la poesia. A tal punto ha cercato di rivelare la nudità del simulacro da rimanerne scotomizzato. A tale oltranza tanto di oltraggio, ma “nel pericolo cresce anche ciò che salva” (Hölderlin). In ciò sta la grandezza uranica, che è però anche una debolezza tellurica, nonostante il petèl e il bosco del Montello (pure esso decaduto da querceto dellacasiano ad acacieto incasinato), dell’opus maximum zanzottiano. Se così stanno le cose, solo un rinnovato dantismo (“comico”), un ricorso vichiano inteso come anticipazione a ritroso, da sempre minoritario almeno in Italia, potrebbe forse ricontrattare il rapporto lingua-cosa. La linea poetica dell’allegorismo realistico, immanente al sermo humilis della vita quotidiana, potrebbe addirittura permettersi di costeggiare senza adescamenti retorici la metapoesia (Montale? Fortini?), addentrarsi nella selva indisciplinata del reale, cosciente che il relativismo è una ricerca di senso dentro la finitudine. Visto lo Holzweg per quanto sublime in cui s’è cacciato l’analogismo, da Mallarmé/Ungaretti in avanti, a cui non sfugge la vocazione luziana, non resta che far dire ad un Dante heideggerianizzato: non v’è Lichtung senza Wald.

    1. Grazie, Pier Franco: una riflessione articolata che contiene, ben definite teoricamente, una serie di indicazioni di percorso.

      Credo che poetiche capaci di “parlare innovando” potranno dfinirsi solo a partire da un confronto serrato, netto, senza concessioni, col corpo scritturale zanzottiano: fuori da questo confronto “critico”, ineludibile, c’è ben poco da pescare e da portare a galla.

      fm

  3. Leggere AZ, al di là (o di qua) della critica accademica spesso fuorviante e di maniera ‘scolastica’ (nell’accezione medievale), permette di cogliere il tratto distintivo della seconda metà del Novecento: che sia proprio quella lingua di cenere a concimare gli alberi anonimi del terzo millennio?

  4. Perché no?
    Resta il fatto che la “qualità” (e la “utilità”) del concime la si misura anche (ma non solo) osservando la “consistenza” delle fioriture…

    fm

  5. Certo che sì: il falò zanzottiano dà buona cenere. Come il dialetto fa fatto da humus alla suo bosco, così la sua poesia farà da concime alle fleurs de la langue italienne.

  6. Ai casoeàri
    (Nel dialetto Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)

    ad Andrea Zanzotto, in memoria

    Morosi de l’erba, ‘ven vissù tea pianura
    misuràndo i passi fra un foss e ‘na scuìna,
    co’i òci spersi, là in fondo, ae montagne,
    tee rece ‘na capa che ssisa onde conpagne
    ae zhope de tèra nera te un canp ‘pena arà

    arà via anca ‘a tèra dae nostre canpagne pa’
    inpiantàr botéghe, capanóni, ‘dèss ‘i tó ossari
    caro Andrea, i ‘é tuti ‘sti caseoàri, ‘sti casoni
    coeònici che cròea a tòchi, rossi, fra ortìghe
    e ignoranza, fra Mercedes e un diaéto che no’

    vòl pì ‘ver ‘e paròe creanza, buazha, che l’à
    arà via sorìsi e vaeóri co’a fadìga, che ‘l conta
    caìo i só schèi tignùdhi sconti aa fémena
    e al fisco che, cussì zharpìo, tradìo, i ‘o voràe
    insegnà parfìn tee scùoe. Rivolgersi ai casolari

    con il più disperato rispetto. Mì, incùò, pers
    te ‘sta pianura strenta fra ‘l griso dei autlet
    e dee fabriche, fra ‘sto verdo strangoeà, fae
    el mé sòito peegrinàjo ‘torno ‘ste pière rosse
    e ‘sti tre travi in crose, me ferme a pregàr

    fra ‘e ortìghe alte come desgràzhie, ‘scolte
    ‘e vose morte de chi savéa de ver un cuòr
    passàr come sói rosa fra ‘e fòjie dee piòpe,
    preghe pa’a tèra te un diaéto che fae rima
    co’ rispèto, e spere sol che l’erba lo vòpie.

    Ai casolari

    Fidanzati dell’erba, abbiamo vissuto nella pianura / misurando i passi fra un fosso e uno scolatoio, / con sguardi sognanti, là in fondo, alle montagne, / nelle orecchie la conchiglia che mormora onde simili / alle zolle di terra scura di un campo appena arato // arata via anche la terra dalle nostre campagne per / piantare centri commerciali, industrie, ora i tuoi ossari / caro Andrea, sono tutti questi casolari, questi casoni / colonici che crollano a pezzi, rossi, fra ortiche / e ignoranza, fra Mercedes e un dialetto che non // vuole più avere le parole accoglienza, letame, che ha / arato via sorrisi e valori insieme alla fatica, che conta / avido i suoi soldi nascosti alla moglie / e al fisco che, così troncato, tradito, lo vorrebbero / persino insegnato nelle scuole. Rivolgersi ai casolari // con il più disperato rispetto. Io, oggi, vagando / per questa pianura soffocata fra il grigiore degli outlet / e delle fabbriche, fra questo verde strangolato, compio / il mio consueto pellegrinaggio intorno a questi mattoni rossastri / e queste tre travi in croce, mi soffermo a pregare // fra le ortiche alte come disgrazie, ascolto / le morte voci di chi seppe di possedere un cuore / passare come voli rosacei fra le foglie dei pioppi, / prego per la terra in un dialetto che faccia rima / con rispetto, e spero soltanto che l’erba lo accolga.

  7. Grazie Andrea, certe impronte non si cancellano mai, questo mi rassicura e mi rasserena. Grazie anche a te Fabio Franzin per le bellissime poesie che scrivi, a Gorizia ti ricordano sempre tutti. Valter Lauri

  8. Cari amici, Vi trascrivo ciò che ho scritto per Andrea Zanzotto ieri:

    Bar Mokafè – Lioni, 19 ottobre 2011, ore 12:39,
    scontrino fiscale 57-

    Omaggio ad Andrea Zanzotto – Poesia improvvisata –
    40 versi liberi –

    C’é un accapo lieto…

    1 C’è un accapo lieto
    nella quiete
    di un sonno bambino,
    nel ritorno dei fiori…
    5 C’è un dentro e un fuori
    del mondo circoscritto
    in ognuno di noi
    dove l’attesa, il volere, il poi
    sono il nodo contratto
    del paesaggio che ci accoglie,
    che ci annota i passi
    e da dove nessuno
    può sfuggire
    per geo-storia e memoria…
    15 Bisognerebbe avere
    il coraggio di morire
    nella beatitudine dei colori
    delle nuvole,
    esseri felici della sorte
    di un passero
    che esplora rami e foglie
    con l’istinto di volare
    sicuro della gioia
    nella sua ignara giornata
    25 appesa all’interrogativo
    di altre vite
    affamate di vita,
    alla mercé del vento,
    sovrastate dal cielo,
    avvolte nel velo del tempo
    che modella le stelle
    e ci permette di essere voce,
    meno mistero pensante
    armonia e pace
    35 fino all’incontro sereno
    della morte,
    fino allo stupore
    della parola coniata,
    sottesa all’innocente
    40 parlata del cuore… =FINE=

    = Memo Archivio Orig. – Redaz .9° Q, pag.15 =
    DIRITTI RISERVATI per AUTOS EDIZIONI

    Con affetto, come sempre, Gaetano Calabrese
    – poeta errante dell’Irpinia –

    = mia e- mail:gaetanocalabrese(chiocciola)tin(punto)it

  9. Grazie a te Francesco del puntuale, crepuscolare cmmiato. Mi sono permesso anche io un piccolo tributo a Zanzotto sul mio taccuino internettiano che qui vi riporto:

    – L’ombra del pioppo –

    Le calpestate brume d’ottobre
    dalla finestra aperta lieve
    dal suo occhio più che sospeso
    guardo strisciare grigie
    di campanile in pieve
    con voce antica di muschio
    di caldarrosta smarrita
    il vecio poeta vellica il gatto
    oracolo smagrito e restio
    tra le vigne vizze la terra
    spaccata dal vomere ingrato
    dell’autunno della vita.
    (20 ottobre 2011)

    Requiem…

  10. “A questo punto, noi lettori posti negli anni Dieci, non possiamo non chiederci: la parabola poetica di Zanzotto che significato lascia alle nuove generazioni che sono nate nel bel mezzo della rivoluzione telematica e nella susseguente epoca della stagnazione economica e stilistica? Qual è il suo messaggio? Quale testimone ci lascia?”

    Nell’estrema parcellizzazione della pratica poetica odierna e delle pratiche sociali ad essa collegate, forse lascia poco. Questo perche’ ad un livello pre-cosciente e’ impossibile oggi formarsi e fermarsi, e’ impossibile mantenere in vita un io (in senso freudiano) che non sia super-io gia’ solo se si usano questi nostri strumenti della modernita’ tecnica corrente. Lo spirito dei tempi, poi, anche nella comunita’ poetica, mi sembra troppo attaccato alla vita come pratica sociale, maniera che in Zanzotto uomo sembrava del tutto assente. La chiave piu’ immediata di accesso alla sua poesia credo resti quella psicoanalitica e rimando ad un saggio presente nella recente tesi di dottorato del poco piu’ che trentenne Gian Maria Annovi per una circostanziata analisi:

    Gian Maria Annovi – Altri corpi

  11. Grazie della segnalazione, Giuseppe.

    Provo a ridurre il tuo link perché sul mio computer sbarella la definizione delle pagine.

    Ciao.

    fm

  12. (…)
    Un circo è un circo anche una piccolissima biglia
    e una bottiglia, o una bandiera che più leggera
    quando issata in alto sulla cupola la sera
    c’era un cielo di gelo un trin trin di giochi e carabattole
    e il cuore i passi e i colori apparivano veri
    nell’aria nuova di ogni sera
    sotto un fiotto di fiotti lontano l’azzurro
    il fumo o la linea dei monti, la notte
    che al di là del campanile tra dolcezza
    e bandiera tendeva la fune alla sera
    se partiva il circo la mattina così presto
    che l’alba furtiva e le nubi ed ero già desto
    a veder svanire il circo, la cupola del cielo
    e anche le stelle
    (…)
    v.s. gaudio
    da: http://www.ilcobold.it/events/zanzeredica-zanzeretica

  13. Strano, scopro solo adesso questo mio articolo (di cui non è stata citata neanche la fonte).
    Vorrei precisare che lo scritto è una critica radicale della poesia zanzottiana. Vedo invece che i lettori lo hanno interpretato come un magnificat della poesia di Zanzotto.

    Un critico francese, Jacqueline Risset, parla di «iperglossia» della poesia zanzottiana. Indubbiamente, in Zanzotto c’è questa «iperglossia» di origine infantile, il tentativo di riepilogare nel linguaggio poetico la balbuzie semantica e l’originarietà del linguaggio infantile ma, a mio avviso, questa operazione porterà il poeta di Pieve di Soligo al progressivo inaridimento del proprio linguaggio poetico, alla perdita del senso fisico dei nomi, alla moltiplicazione nomenclatoria e, infine, nelle ultime raccolte poetiche, alla compiuta afasia.

    La aspirata «rottura» del linguaggio poetico italiano si rivelerà, alla lunga, in un vicolo cieco, una nobile petizione, con quel nodo irrisolto della preferenza istintiva per la poesia del Petrarca su cui si dovrebbe indagare con mente sgombra. La petizione di una poesia del «principio», la ricerca del principiale, si rivelerà una nobile utopia.

    L’influsso di Zanzotto nella poesia italiana, durato due decenni, si verificato per lo più all’interno dei circoli accademici, nell’ambito di una cultura del fare poesia che si risolveva nello sperimentalismo tardo novecentesco, così la poesia italiana di questi ultimi decenni sembra aver attraversato gli esperimenti iperglossici di Zanzotto senza riceverne alcun beneficio, e senza pagare alcun dazio alla poesia zanzottiana.

    1. ma che sorpresa leggere tanto proprio oggi, nella stessa data in cui compare un articolo a mio nome (premetto che io non credo alle coincidenze, ma confido nell’orario, sono certa che hai scritto prima che il sito pubblicasse i miei versi)…Complimenti Giorgio per questa tua splendida capacità di veicolare sempre l’attenzione sulla tua bella persona… E viva dio che qui, almeno ti posso salutare :)) anzi, già che ci sei sarei felice di sapere che ne pensi dei mie inediti… Un caro saluto eheheh

  14. Buon giorno, Linguaglossa.

    Un paio di precisazioni in merito a quanto lei dice nel primo capoverso del suo intervento.

    A proposito della “mancanza” della fonte, ho chiesto a Marotta, che pubblicò il suo articolo (13 ottobre 2011): non fu citata, a quanto mi dice, perché il testo era contenuto in una mail privata che arrivò al suo indirizzo; aggiunge che la scelta di postarlo fu dettata proprio dal fatto che conteneva degli spunti critici che si discostavano dall’unanimismo celebrativo in atto dopo l’uscita del volume mondadoriano.

    Per il resto: è chiaro che i lettori sono liberi di scrivere quello che vogliono nei loro commenti (anche travisando il senso del testo in oggetto), di cui sono gli unici responsabili; però, se osserva con più attenzione, noterà che la maggioranza degli interventi data a partire dal 18 ottobre, il giorno della morte di Zanzotto: a quel punto l’articolo c’entra poco o niente, visto che chi scrive da quel momento in poi cerca solo di lasciare un ricordo del poeta scomparso.

    La saluto.

    d.m. (Dora Maria Marchesini)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.