Loro

Sergio Rotino

[…] Rotino, in queste pagine, non abbandona i sentimenti al fascino dell’usura, si oppone alla loro consunzione con la fermezza di una scrittura che si sottrae alla lacrimazione ma lascia che si confrontino negli ambienti in cui possono via via lacerarsi in un silenzio determinato, oppure in un frastuono allucinante…
Quelli che si muovono dentro a questi testi in un lacerante frastuono o sibilo di parole sono sussulti di pensiero (di pensieri), rotoli spinati con riflessioni congiunte, trascrizioni rabbiose, rimandi esplicativi e ferocemente suggestivi, in successione o cancellazione concatenate e vincolate.
Un breviario forsennato e medievale di riflessioni poetiche vincolate, dilatate impietosamente, fino a una rigida esasperazione. Inseguite, sembrerebbe, mentre cercano di sottrarsi a inquietudini atroci.
C’è un impianto costante in queste lasse che percepisco come forza sempre all’erta e oppressiva a coordinare il marasma delle nostre incerte giornate. La grande fabbrica della vita, coi suoi opprimenti rumori, le sue non procrastinabili scadenze, le sue prepotenze, le sue infuriate speranze, le sue folli presunzioni, le sue laceranti delusioni.
Un libro non lo tace ma dice. La fine del mondo (di un mondo) è avvenuta, l’autore scrive e ci avverte (noi superstiti) il giorno dopo, i giorni seguenti. Traccia la mappa delle distruzioni, indica con ferocia le residue sostanze. Fra il fumo e il fuoco residui ci conferma, noi pochi, che siamo ancora vivi.

(Roberto Roversi, dalla Postfazione)

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Sergio Rotino, Loro
Prefazione di Enzo Mansueto
Postfazione di Roberto Roversi
Milano, Edizioni Dot.com Press
Collana “PoEtica”, 2011
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Testi

prima

lo seguono nel chiarore del retrobottega
sicuri del fatto loro gli fanno persino discorsi pratici
su quanto potrebbe restare in piedi del suo futuro
cosa che pare a lui non frega
vuoi per l’eventualità di certi strascichi
sia per l’onesto lavorare al pozzo dei pensieri
oltre l’estremo limite di ogni costanza
per questo sembra li guardi con indifferenza
quasi non li senta parlare del come o dei perché
solo contempla in funzione di se stesso
la consistenza del cosa era davanti al cosa è
mentre nuovamente la parola perde di significato e nesso

*

intermedia

ammirano lo strato secondario della luce
quella piega meridiana che strappa forme dal paesaggio
riducendole a fondale necessario
qui andrebbe fatto lo sforzo si dicono
qui non poco oltre
fermando il tempo nell’istante imposto alla natura
e l’uno capisce la parolina la formuletta magica
composta dalla metà a se stesso identica
allora con gli occhi immagina il boato avvenire
prendere forma prima dell’orizzonte
senz’altro bisogno di sapere

*

terza

soppesano i campi
il modo in cui si sformano e reagiscono alla polvere che li preme
verso il sottile scroscio di benzina
con la freddezza di chi sopravanza il tempo
le sue regole decise altrove
l’attimo dopo bruciano la terra
il seme su cui cammina questa loro stessa vita
raccolta attorno a parvenze di idee ma ripulita
così da essere coltivata palmo a palmo con parole cretine
fin dove è lecito immaginare ci sia spazio
fin dove credono continui il pensiero non comune
per fare quanto va fatto e distruggere la grazia

*

quarta

si sfalda sotto le scarpe l’osso dell’animale
grigio scuro il suo apparato digerente appare come
polvere irta di schegge sconosciute
che a fatica altri potrebbero interpretare
con quel futuro immediato da ora inadempiente
bruciato completamente il cranio
riposa poco distante dal resto del mondo
e ride coi suoi canini messi davanti
retorico pensano prima di addentrarsi
a controllare sul terreno la bontà
del lavoro compiuto da bravi artigiani

alla sua metà l’uno indica
la via già vista nelle rughe delle mani

attratti dal solco

passano di qua

*

azione terza

distinguono rapidi il da farsi dal già fatto
così che l’immagine del dopo possa incidere
nel cervello lo standard delle procedure necessarie
con la necessaria precisione telemetrica
quindi vanno in automatico ma senza fretta
disegnando così il destino degli altri con gesti lievemente irrigiditi
dentro le giacche da sartoria le belle giacche
l’ottusa regalia

*

altra constatazione

come fosse certo che riprodursi lontano dalla prima radice
conceda un margine ampio di salvezza al personale ricordo
delle fatiche attraversate e allontani i torti da chi li vede subire e
ancora li sostituisca di lì a poco con luminose giornate colme di
una dolcezza vuota quanto senza fondo procurata arditamente
attraverso la presunzione di un diritto

forse è per il loro baricentro attuale questa forza cui si abbeverano

quasi sovrannaturale

*

sociologica

nascono che l’opulenza ha già iniziato il suo declino
inoculando nel percorso la sicurezza fuorviante
del divenire quanto a lungo desiderato

poiché nulla ne contrasta la certezza
basta un morso
i denti ben piantati dentro l’osso
come da profilo collegato

perciò non sanno reinventarsi l’esistenza
buttarla fuori dal miraggio
là dove il gioco è creazione personale

invece si ostinano vanno al fondo
nel buco nero aperto dalla specie

*

sesta: intorno a prima 1

l’uomo che dorme il suo destino
gli dicono suadenti non ha futuro
perciò sul da farsi lo consiglieranno proprio loro
che come lui padri di famiglia già sono
e restano integri padroni del governare
sulla vastità del campo famigliare
anche dopo il raccolto avvenuto per fede
anche se lui nel racconto non crede
né cede alle precedenti lusinghe poiché si avvede
il seme è del tutto incoltivabile
agli occhi appare completamente marcio
ma loro vedere non possono
trasformano solo se stessi in elementi abili
a cancellargli le parole a trapassarle
in suoni flebili

*

sesta: intorno a prima 3

ogni parola un dente in meno
ogni diniego un fiotto leggero ma rosso scuro
coacervo di lagrime e umor nero
che sempre più li allontana dalla comprensione del problema
cosa vuoi dire cosa esclamano quasi a soffocare
lo spazio vuoto risorto da quella gola
quel bisbigliare ancora l’ennesimo rifiuto ancora
il ritirarsi altrove dove sicura è la dimora
se la vita dev’essere solo un piegarsi amaro
un travasarsi indebito nelle loro certezze avite
prolungamento di chissà quale pensiero remoto

qui c’è confusione di intenti lui farfuglia in coda

si crea un attimo di stasi
debolezza dell’uno e della sua metà
così poco lusinghiero per quanto breve

le mani stanno inerti a valutare pesi

il miracolo cercato non si ripeterà

*

ottava

ora si sa quanto li facciano contenti quelle immagini rare
formate per sedimentazione di paure eterne

le ossa murate dietro punizione
larve di occhi impigliate sotto plastiche trasparenti
e gli odori che dopo si sono andati creando spontaneamente
sono alcuni esempi per dichiarare l’atto e la sua funzione

altrimenti chi li sente poi i diavoli dell’inferno
i comandanti pronti a comandare dai loro parlamentini osceni
capaci solo di ordire trame in luogo riparato
quando già si sa il dramma per tutti è cosa indifferente

*

da qualche parte

si poggiano grati a pensare la magnificenza del grano
catturata a sera per un attimo che resta unico e solo
protetto nell’urna della scatola cranica
stringendo fra le mani la sicurezza telematica
di cui c’è bisogno per sopravvivere a qualcosa
come a qualcuno

allora con leggere pressioni muovono le dita meravigliosi
alla ricerca di un inesausto comunicare
di un incombusto parlare col silicio il litio i nuovi apparati
fronteggiando il muro verde dove giacciono le forme dei significati

così l’occhio non guarda ma ragiona per loro
capisce lo stretto cunicolo di cielo
sa bene cos’è male

quella crepa sempre più chiara dei figli dal genitore

*

penultima

si guardano torvi il sangue partorire dai volti
e quei grumi già neri che rigano ai lati la bocca
che cementano dentro le lingue
sentono lo schiocco di frusta più netto di slancio di ogni serpente
sentono quello è il loro lavoro portarli alla fonte
senza capire se nella realtà lui mente
poi la clavicola lussata i cervelli mossi in avanti
per tornare immediati allo stato di quiete
le sinapsi da appena confuse alla certezza assoluta
con l’aria attorno a vibrare di quei movimenti

finiscono lenti quando il sole è calato
di già spento il calore l’abbraccio
lasciando per terra scomposte le impronte del loro passaggio

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Enzo Mansueto, La dissimulazione del Loro

Cinque lettere soltanto: paura. Non una paura. Ma, la paura: quella atavica, la sostanza traumatica del mondo, la Paura, «quella cromosomica dell’uomo». È studio in versi attorno alla paura, sin dal prologo, questo testo. E il verso, quasi atterrito, reso sospettoso e paranoide, a tratti si nasconde, in abiti di prosa oppur di cronaca, sporcati al cinematografo. O al giornalaio. O nella bruma di un’alba operaista, o nei vapori di benzina che incensano la fine dell’«omarino in tuta blu». Ma non c’è: fine.
Non vuole andare a capo, se non puoi metterci un punto sulle cose, la mano del poeta: sfonda la misura contratta(ta) del metro. Forse narra. Prende le distanze, così, o le misure, dell’informe. Ipermetrope. Non canta. Scantona. E non resta infine che una tentazione endecasillaba o per lo più parisillaba, ritornellante e fagocitata, cicatrizzante, del bel verso che sana e ringhia: «i denti ben piantati dentro l’osso».
Sì. Quasi si nasconde questa voce (l’io poetico?), dissimulata nelle mentite spoglie (cadaveriche?) di una terza persona plurale, nel Loro della netta, ma quanto ambigua, intitolazione. Ambigua, perché mai perfetta alterità, mai perfetta pluralità. Chi è, verrebbe da dire, quel “loro”? Chi sono (io-loro)? Sono due, sembrerebbe: un doppio criminale. Falsa coppia, falsaria. Agente (agenti?) doppio del terrore, della doppiezza.
O, schematicamente, due in uno, in un altro io, ma quanto indistinguibile dal sé: nella paura che si fa paranoia, terrore specchiantesi nel ghiaccio del poema. Paranoia del verbo, quando il deserto del reale ricusa ogni residua significazione: «solo contempla in funzione di se stesso / la consistenza del cosa era davanti al cosa è / mentre nuovamente la parola perde di significato e nesso».
Il mondo è fuor di sesto, quando la fobia dilata la pupilla, e ogni indistinto loro è l’ombra di un’endogena minaccia terminale: «il pericolo, l’allarme». La sensazione, prima di ciò che è, che ciò che è, è solo in funzione dell’orizzonte del non essere, comment c’est: «quel nero vuoto quel non sapere mai perché / si muore». E questo allarma, allarma. E chiama all’arma. Chiama, nel retrobottega sadomaso della coscienza, l’arma, coltello o pistola o parola, che sia: reclama, come ogni arte del discorso, l’esecuzione.
L’arma che sigilla e che minaccia lungo tutto il non-racconto di questa musicata narrazione. Parola ritmata da una musica scomoda, chiassata e schizoide. Il verso che s’allunga e si contrae, spasmodico. Il ritmo che rallenta, e già è schizzato via. Esplosioni di rumore, poi silenzi minacciosi, con allusioni noir (ma giusto un’aroma de-genere, per carità, per sapor di cronaca): a legare il tutto, il corpo disarticolato dalla tortura oscena di uno scrutare oscuro, rimandi interni, clausole ripetute, e quell’effetto “anaforico”, esteso al testo tutto, dei verbi in terza persona plurale in posizione chiave, incipitaria: muovono, lo seguono, credono, stanno addosso, ammirano, si mostrano, soppesano, aspettano, sentono addosso, sanno, distinguono, producono, spostano, se ne vanno, nascono, ricordano, perciò sanno, si rincorrono, tornano, si dicono, controllano, continuano, pensano, si sfottono, si poggiano, tengono, lasciano, leggono, si chiedono, guardano, si guardano, discendono, restano… è parola che ritma la “loro” azione, sotto la soglia della sintassi lineare. Verbi che richiamano il soggetto dell’azione, che reclamano all’azione il soggetto. Che stanano, impotenti però, l’identità del loro. Dissimulata. Sono le tracce di una caccia, quei verbi. Ma tracce che confondono, la preda e il cacciatore, soggetti-oggetti di un’inquisizione che sfuma: «lasciando per terra scomposte le impronte del loro passaggio».
La banda criminale è imprendibile, il crimine è indicibile, quand’anche catturato, verbalizzato. Non bastano i crudi rimandi alla realtà fattuale, non basta un’implacabile data – 19 giugno 1991 – per dar senso alle cose: il benzinaio, sappiamo essere Graziano Mirri, a Cesena, cadde sotto i colpi di quelli, loro, della Uno Bianca. Tentativo di rapina: così le gazzette liquidarono l’infinito viluppo esponenziale delle circostanze. Ma il senso dov’è? E perché invece non leggervi il sigillo di una necessità, di un disegno, dello sprogetto della mano sinistra di Dio, che cala scongiurando, «debellando così quanto l’omarino in tuta blu voleva per suo materialistico tornaconto».
L’omarino in tuta blu: la preda dall’occhio dilatato che si vede vista in tutto questo testo. Che si fa lettore. Del “loro” dissimulato.
E nel marchingegno del verso, riposiziona tutta l’esperienza.
Perché è così che funziona il poetare migliore. E qui funziona bene.
Ti entra dentro, con malìa scassinatrice. E scassa. E allarma, allarma.
Invita a ravvivare il filo dello stilo: Sergio Rotino, lo sappiamo da tempo, è fabbro finissimo.

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Nota biobibliografica

Sergio Rotino è nato a Lecce, vive a Bologna. Laureato in Storia del cinema con una tesi sulla figura femminile nel cinema italiano del Secondo dopoguerra, lavora in campo editoriale e giornalistico oltre che come docente di corsi di scrittura creativa e ricreativa. Ha fatto parte della cooperativa culturale “Dispacci” presieduta da Roberto Roversi ed è stato fra i fondatori delle riviste “Versodove” e “Carmilla”.
Ha pubblicato il romanzo Un modo per uscirne (Abramo editore, 2009) e curato varie antologie di narrativa fra cui RZZZZZ! Scritture Sotterranee e 6000 raudi e 2mila paranoie (1993, 1996, Transeuropa), Resistenza60 (Fernandel, 2005), Quello che c’è fra di noi (Manni, 2008).
Suoi testi sono apparsi su quotidiani italiani e su varie riviste italiane e straniere. Poesie e prose sono inoltre antologizzate in diversi volumi fra cui Giallo, nero & mistero (Stampa Alternativa), a cura di Marcello Fois; Kaori non sei unica (Tempi Stretti), a cura di Matteo Bianchi; Fantastorie dal terzo pianeta (L’altritalia), a cura di Valerio Evangelisti; Indagine sulla poesia (Pendragon), a cura di Gilberto Centi; Akusma. Forme della poesia contemporanea (Metauro Edizioni); Le poesie del Navile 2000 (Mobydick editore); Cinque anni dopo il duemila (Giraldi), a cura di Bruno Brunini e Carla Castelli; Corale (Le Voci della Luna), a cura di Fabiano Alborghetti.
Questo è il suo primo libro di poesia.
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***

13 pensieri riguardo “Loro”

  1. era finalmente ora di vedere pubblicato il primo libro di poesie di Sergio Rotino, un libro scabro, duro, essenziale, intagliato nel freddo della roccia, con quell’idea di poesia che sergio ha fatto sua e insegnato negli anni anche a tanti di noi come una religione: tagliare, sfrondare, togliere, seccare, arrivare al poco, al nulla, al cuore di ciò che si vuole dire, inseguire un’idea di scrittura come vita, secca, essenziale, quasi indicibile. e lì trovare il cuore e il calore, nel freddo, lui che ha dedicato tutta la sua vita alla scrittura e alla scrittura degli altri ha dato forma, vigore, sostanza, calore a tutti noi. e fedeltà. e presenza. grazie Sergio!

  2. è un libro straodinariamente bello ed interessante. L’ho ancora in lettura (avendolo ricevuto solo 2 gg or sono) ma non direi che è un’opera prima: la voce è matura, piena, focalizzata, così controllata eppure libera, E’ -poi- un libro dal senso ferocemente attuale e vivido. Mi rimetto però ad una fine lettura per un comemnto più coeso. Così ho solo i “dati parziali”

  3. Ho conosciuto Sergio lo scorso anno, e dai testi ascoltati allora credo che, pur essendo un’opera prima, denoti un linguaggio molto consapevole e maturo. Presto spero di leggere tutto; per ora un caro saluto a Sergio e fm.

    Francesco t.

  4. Carissimi cinque,
    grazie per quanto dite sul mio lavoro, che io considero un punto di arrivo rispetto a quanto ho scritto fino a oggi. Non la considero invece un’opera matura perché non sono mai riuscito a capire cosa fosse maturo e cosa no in poesia. Scusate se vi sembra una battuta, ma è così. Considero invece Loro un testo estremamente focalizzato, che non vuole sfuggire al tema che si è dato e che Enzo Mansueto stigmatizza perfettamente. Vorrei aggiungere che l’estensione del verso e la ricerca (non sempre) della rottura metrica è un richiamo e un omaggio a Luigi Di Ruscio, al desiderio di sfondare la pagina, la gabbia della pagina, senza con questo far diventare narrativa i testi. Al loro interno, oltre alla paura, c’è anche quella che chiamo “rabbia”. Alcuni dei miei testi vorrebbero mordere, solo quello, fisicamente; mordere avendo però coscienza dell’atto. Inoltre al loro interno, come scrivo nelle note, c’è un guardare a esperienze musicali che fanno questo. Oppure giocano con l’errore, inglobandolo nel testo. Fennesz da una parte, Killing Joke dall’altra.
    Scusate la lunghezza del ringraziamento.

    Sergio

  5. Grazie a te, Sergio.

    Per me l’intera opera, non solo alcuni testi, “morde” – e alla grande. Anche l’intento “dirusciano” – e sempre per quel che mi riguarda – lo trovo pienamente realizzato.

    E’ un gran bel libro, dove la ricerca sulla parola va di pari passo con la capacità di creare un “ordine”, una “sintassi” altra rispetto all’esistente – un universo a rovescio del “loro” sguardo; un paesaggio che non rechi “le impronte del loro passaggio”.

    fm

  6. soppesano i campi
    il modo in cui si sformano e reagiscono alla polvere che li preme
    ……
    c’è una pressione continua…che ti fa sollevare
    contropremere per cercare di vedere e
    capire e vedere in volto
    l’oppressione.

    Complimenti a Sergio Rotino

    Un saluto

    mm

  7. Anch’io ho ricevuto il libro di Rotino solo stamani. Ma per quel poco che sono riuscito a leggiucchiare sinora mi sembra un’opera davvero importante, sia per ciò che descive, sia per il linguaggio che Sergio usa.
    Davvero tanti tanti complimenti. Con affetto. FF

  8. Grazie ancora per le parole spese sul mio lavoro. Grazie a Maurizio e Fabio e a Francesco per questi ultimi interventi. Mi piace l’immagine espressa da Maurizio, guardare in faccia l’oppressione potrebbe essere un buon modo per iniziare a prendere atto della sua esistenza.
    Ho cercato però, fin dal titolo, non di marcare una distanza con l’oggetto nominato, ma di presentare quello che per me è invece un legame impossibile da sciogliere: quella vischiosità che oramai tutto copre e confonde. Perciò le impronte sono “scomposte”: loro, e chi sta dietro loro, sono con noi e dentro noi; possiamo dire che si differenziano da noi in modo impalpabile, quasi invisibile all’occhio (se non per le azioni compiute). Si sono fatti inscindibili da quanto siamo. Voglio dire, non esiste più una divisione (manichea) fra Bene e Male.
    La cosa crea uno scenario in cui tutto convive e dove prolifera non solo la violenza, ma l’impossibilità a esserne estranei, a esserne nemmeno spettatori ottusi.
    Per questo si sa bene di cosa si va in cerca, si sa che è “un buco un vuoto”, si sa che vive con noi e non si può, non si riesce a rifiutare.

    Sergio

  9. Grazie, Sergio.

    L’ordine e la “sintassi altra” non li intendo come una contrapposizione “a monte”, studiata, un voler marcare la linea di confine tra noi e “loro”: piuttosto, laddove, come nel tuo caso, chi scrive sa assurmersi nel “testo” tutta intera la responsabilità (etico-politica) della “contraddizione” che ci abita, la poesia opera il *miracolo” di rendere palese, per contrasto, “quanto” tra i versi è taciuto, il non-detto che dà senso alla rappresentazione: in questo caso, la natura più profonda di un *noi* restituito alla sua “identità-verità” senza maschera e senza finzione.

    E’ esattamente quanto io “leggo” in questo tuo libro – e la lettura mi è facilitata dal disegno generale – chiarissimo – dell’opera, dalla tua padronanza della materia e dalla capacità di saperla restituire in una “lingua” che, stilisticamente (e strutturalmente) non potrebbe essere altro che “quella”.

    fm

  10. Francesco,
    tutto quel che scrivi è vero. Ti ringrazio ancora una volta per quanto dici. Lo sento mio, ne faccio tesoro.

    Sergio

  11. ricordavo, di Rotino, i testi usciti ormai un decennio fa su Akusma – e sono molto felice di incappare ora in un’opera sua estesa, potente (a quel che vedo), organica. i miei complimenti all’autore – in attesa di poter leggere “Loro” (titolo dal sapore, se vogliamo, vagamente mesiano: e di un grande Mesa) per intero.

    come/dove è possibile procurarsi questo libro?

    un caro saluto a tutti gli intervenuti e un abbraccio a Francesco

    f.t.

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