Note di lettura (IV) – Bruno Schulz

Antonio Scavone

Le botteghe geniali

     Vi è mai capitato, di notte, di prendere una strada diversa da quella che fate abitualmente per tornare a casa? Può succedere, non vi accuseranno di essere il solito sbadato con la testa fra le nuvole né vi sentirete responsabile e quindi in colpa per la semplice ragione che, di notte, le strade e le nuvole sono tutte uguali, possono trarre in inganno e riservare magari delle sorprese.
     È quello che càpita al protagonista del racconto di Bruno Schulz “Le botteghe color cannella” del 1934.
     Chi narra questa storia è un adolescente animato da una curiosità volatile come un fiocco di neve che plana senza rumore su ogni cosa. È un ragazzo giudizioso, attento, pieno di vitalità e di fantasia. Ha accompagnato i genitori a teatro in una fredda serata d’inverno ma, poco prima che la recita abbia inizio, il padre – inquieto, bizzoso – comunica alla famigliola di aver dimenticato a casa il portafogli e altri documenti importanti che potrebbero servirgli anche in quel momento, in quella circostanza. La madre allora chiede al ragazzo di fare una corsa a casa per recuperare portafogli e documenti e il giovanotto abbandona la sala e il palcoscenico dove un bel sipario azzurro con grandi maschere lasciava presagire uno spettacolo di sogno, affascinante e irripetibile.
    Il protagonista affronta così un percorso che si dimostrerà alternativo e forse più seducente della recita che è cominciata senza di lui. L’innominato protagonista di questa storia (che non è difficile individuare in uno specimen autobiografico di Schulz) sbaglia “accidentalmente” la strada di casa e si avventura, nella notte di neve con nuvole che assumono forme cangianti, in un itinerario che sicuramente aveva in animo di attraversare chissà da quanto tempo.
     Le descrizioni degli oggetti, delle case, dei ciottoli della strada, dei palazzi che gli spianano il cammino come facendosi da parte sono indubbiamente suggestive, accurate, illuminanti e insolite ma quel che preme al narratore Schulz è di compiere un “viaggio sentimentale”, come quello che nel ’700 aveva immaginato di fare Laurence Sterne. Ma non ci troviamo in Inghilterra e il viaggio non è nell’ambito concluso dell’io che interroga se stesso: ci troviamo invece in Polonia negli anni ’30 e Bruno Schulz girovaga col suo alter ego tra i palazzi monumentali, la nebbia che appanna i fanali, le ombre lunghe e stilizzate della notte che svela l’incanto silenzioso presumibilmente della sua città, di una Drohobycz che non ha nulla da invidiare al paesaggio fin troppo visitato e fin troppo letterario delle metropoli occidentali.
     Siamo in Galizia, nella Mitteleuropa del Regno austro-ungarico, tra impiegati dello stato imperiale e commercianti ebrei che presto subiranno la discriminazione imposta dal nazismo. E tuttavia, pur con tutto il rispetto, questo è solo un dettaglio: il triste epilogo che gli ebrei polacchi cominceranno a soffrire a partire dal 1938 qui, in questo racconto, è solo un’avvisaglia di pericolo generico.
     Schulz racconta la dolce peripezia del suo io-narrante quando, allontanatosi dalla strada di casa, va a rendere omaggio a quelle botteghe che vendono di tutto, che hanno le vetrine riparate da pannelli di legno color cannella. Quelle boiserie gli ispirano scoperte, ritrovamenti, ricordi e quelle botteghe sono i magnifici empori di oggetti utili e futili, di smalti e di lacche, di materiali nobili e di scarto. L’attenzione narrativa di Schulz è molto più pregnante della minutaglia esposta in quelle botteghe: lo scrittore ne scandaglia la complessità fortuita (decalcomanie cinesi con aromi di terre lontane, giocattoli meccanici di Norimberga con uova di insetti esotici, libri rari e storie straordinarie), ne promuove con delicatezza di tratto l’allusività e ne indaga comunque con estasi la bellezza magica e mutevole.
     Ma ecco che le botteghe color cannella spariscono, si perdono anch’esse come la strada per tornare a casa: altre strade si aprono ai suoi passi, che diventano sempre più veloci, dandogli l’impressione di volare. Si appalesano ai suoi occhi desiderosi di vedere e di conoscere altri angoli della città, altre case che non hanno porte d’ingresso ma solo finestre e l’io-narrante vive e descrive una ricognizione diversa degli oggetti che incontra, delle ombre che percepisce, dei colori che si fanno ora tenui ora cupi sotto i fiocchi di neve che punteggiano come fiammelle di candela il velo della notte che “nereggia” questo paesaggio da esplorare.
     Per entrare in queste case senza porta d’ingresso bisogna scalare gli edifici ma ci sarà pure una strada, un’altra strada da percorre o da inseguire per arrivare chissà dove… È come entrare in una scatola cinese che contiene al suo interno tante piccole vie d’uscita o come scoperchiare una scatola magica e rendersi conto che la magìa è tutt’intorno a quello che vediamo e cerchiamo.
     Non sta facendo altro che ritrovarsi, l’adolescente protagonista di questo racconto: ritrovarsi nella notte sotto una luna che “sparge scaglie d’argento” e riconoscere il proprio io, la propria coscienza, in una realtà che si manifesta all’improvviso senza clamori, per dare di se stessa una più convincente fluidità di significato. L’io si riversa nel reale e viceversa, lasciarsi sedurre dal mondo insolito che si sta esplorando è, nello stesso senso, lasciarsi riconoscere dalle figure o dalle fantasie che accompagnano la frenesia dell’io-narrante.
     Bruno Schulz non ricorre a metafore ardite ed enigmatiche, non fa uso di cesure nel tessuto magmatico della sua narrazione: tutto scorre come in una partitura musicale priva di accordi in maggiore o in minore ma piena zeppa di bemolli e diesis, dove il tema portante non costituisce il leit-motiv della suite. È una scrittura musicale quella di Schulz: nei chiaroscuri e nelle ombreggiature – che pure passano per luminescenze persuasive – il ritmo è dato dal moltiplicarsi delle sorprese, degli eventi imprevedibili che costellano questo viaggio alla ricerca del viaggio stesso, giostra e spettacolo delle fascinazioni di un ragazzo, di un uomo.
     Si riscoprono così la scuola, i saloni, i banchi, i compagni di classe, il professor Arendt: tutti riuniti e ritrovati d’emblée perché non possono stare altrove se non lì, dove l’io-narrante li ha visti e li ha voluti in questo rutilante mondo dell’adolescenza e della maturità, di un’età passata come fosse quella del divenire, del futuro e di una stagione della vita che non fa altro che perpetuarsi dolcemente, come le nocciole mangiate sulla neve molle, nella nera densità del parco, sfuggendo alle lezioni “esoteriche” del professor Arendt, osservando animali silenziosi del sottobosco.
     Il fascino segreto continua: dalla scuola ad altri edifici e il tempo svolge e riavvolge la sua ciclica captazione: il protagonista è adesso nell’appartamento privato del direttore della scuola, tra stanze sontuose, poltrone di peluche morbide e accoglienti e addirittura la figlia del direttore che distoglie gli occhi dal libro che sta leggendo per guardare quell’imprevisto visitatore. Deve fuggire, il nostro protagonista, per non dare di sé scandalo ma la fuga, in questa visita infinita tra le emozioni di una notte di neve, è possibile. Dalla stanza del direttore si passa, con qualche scalino, ad una terrazza che si apre su una piazza cittadina, senz’altri confini se non quelli di uno spazio che si allarga a dismisura per ogni sguardo che il protagonista accorda e accentra sul suo mondo, come dire?, elastico.
     C’è una carrozza e poi un cocchiere che lo invita a salire per fare un giro, un ennesimo giro in questa notte esplorativa.  Non si può rifiutare una cortesia del genere e, a un certo punto, il cocchiere scende dalla carrozza e istruisce il cavallo che, come un compagno fedele, continua il suo trotto docile fino a fermarsi esausto: ha una piccola ferita. Il ragazzo, piangendo, chiede al cavallo perché non gli abbia detto nulla di quella ferita che sanguina e il cavallo risponde che l’aveva fatto per lui, per accontentarlo in questa breve promenade e diventare poi piccolo come un cavallo di legno.
     Il ragazzo torna a casa, incontra degli amici che si sono svegliati troppo presto e con loro se ne va a spasso, ad assaporare questa notte magica prima che sorga l’alba.
     Il racconto è finito ma l’esperienza del protagonista non si è conclusa, non c’è sgomento o delusione in quest’epilogo, tutt’altro. L’esplorazione notturna di un momento è diventata la proiezione di una vita intera: l’adolescente non è tornato bambino, come il Ferdydurke dal racconto omonimo di Witold Gombrowicz, è rimasto quello che era: un testimone sagace e coraggioso di quello che può nascondere ad occhi distratti l’opulenza fantastica di certe botteghe, di certe botteghe che parlano alla vita perché espongono tutto ciò che serve al fabbisogno conoscitivo e fantastico dell’esistenza, perché sono semplicemente geniali.
     Se vi capiterà di smarrire la strada di casa, questo racconto di Bruno Schulz risolleverà ansie e timori e vi farà comprendere che la strada di casa bisogna solo cercarla perché non c’è.

***

11 pensieri riguardo “Note di lettura (IV) – Bruno Schulz”

  1. Antonio, Marco, Francesco,
    perdonate l’intrusione all’interno di questo vostro “circolo “, ma, dopo aver letto questa nota di lettura su un autore che non conoscevo ( e quando mai? ) mi sono sentita proiettata dentro la magia e il fascino che il racconto in questione suscita.
    Pur non avendo letto il testo, credo che Antonio, con questa sua pagina, sia riuscito a riportare fedelmente la stessa atmosfera che le pagine di Shulz attraversano in un percorso che sa quasi di sogno, la notte, la neve, le nuvole, un viaggio per intraprenderne un altro, il lasciarsi andare verso strade sconosciute per poi ritrovare oggetti e memorie dentro le vetrine di quelle botteghe che Antonio definisce ” geniali “.
    E se la strada di casa non c’è e bisogna cercarla, forse l’incanto di una notte innevata può essere in grado di farcela intravedere e di accettarla e percorrerla per quello che è, tra la futilità, a volte, della vita e un ritrovato senso del nostro essere sempre in fuga ( dalla vita, da noi stessi?…)

    E’ pur vero, comunque,che ” quando si torna a casa non si muore più “.

    forse questa massima è la completezza di tutto il discorso precedente?

    Se sono stata illogica, pronta a fare penitenza.

    intanto vi abbraccio tutti e tre con la stima che meritare, sempre.

    jolanda

  2. Cara Jolanda, il “Circolo Schulziano” non è privato ma aperto a tutti – sempre. Non ha porte, non ha finestre, non richiede iscrizioni o tessere: solo la lettura delle opere del “nostro”.

    Per il resto, nessuna “penitenza”: hai colto esattamente quello che c’era da cogliere, con estrema “finesse”.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  3. Il “Circolo Schulziano”, mi piace e mi piace che ne faccia parte (anche) il dott. A. Scavone: B.S., a cui ho dedicato un mio omaggio Ex Libris, è Autore tra i fondanti novecenteschi e che rileggo sempre con passione e amarezza; Dott. Scavone faccio mia la Sua conclusione “Se vi capiterà di smarrire la strada di casa, questo racconto di Bruno Schulz risolleverà ansie e timori e vi farà comprendere che la strada di casa bisogna solo cercarla perché non c’è.” ringraziandoLa infinitamente come, del resto, ringrazio il Nostro anfitrione , F. Marotta, e un pensiero a chi ama considerarsi parte di questo circolo denso di umanesimo cosmopolita..
    r.m.

  4. Il “nostro essere sempre in fuga (dalla vita, da noi stessi?…)” come nota Jolanda è uno dei temi essenziali del romanzo del ’900, sia nelle accezioni meta-testuali (Joyce, Musil) che in quelle intime o intimistiche (Proust, Svevo) ma, accanto ai temi, ci sono poi le atmosfere, i luoghi, la natura, i profumi, i colori. Per i luoghi dobbiamo necessariamente tener presenti le origini di certi scrittori (la lingua, la loro storia personale) ma soprattutto, ritengo, gli ambienti geografici e storici della loro iniziazione letteraria. Per cui, mentre sappiamo bene dove collocare gli scrittori inglesi o francesi o spagnoli, abbiamo qualche difficoltà a interpretare scrittori ungheresi (Petofi) o genericamente di origini slave.

    Oltre la “grande madre Russia”, siamo portati a considerare tutti gli altri come succedanei di tedeschi o boemi, anche perché, per esempio, Kafka scriveva in tedesco. Tra questi cosiddetti succedanei troviamo gli scrittori polacchi che, dal padre nobile Joseph Conrad [Józef Konrad Korzeniowski], hanno espresso nelle loro opere un’atmosfera “mitteleuropea”, cioè uno stile brillante e caustico, attingendo alla caricatura, all’iper-realtà immaginifica. Elementi, questi, che si ritrovano e si ripetono nel grottesco Witkiewicz, nel cerebrale Gombrowicz, nel fascinoso intimista Schulz, come pure, in epoche più recenti, in Slavomir Mrozek o nell’infelice Jerzy Kosinski, emigrato in America, che scrisse in inglese (“Being There”) e finì suicida.

    Questo che fu chiamato “sperimentalismo polacco” ebbe la sua fioritura tra le due guerre mondiali e ha trasmesso grandi lasciti alla letteratura dell’ultra-realtà, presagendo in anticipo la dissoluzione della società europea e quindi di quella che poteva essere un’età dell’oro. Ma tra devastazioni e decimazioni, la letteratura che produssero fu davvero un’età dell’oro. In Bruno Schulz l’attenzione è sarcastica e liberatoria, critica e positiva, leggera e indagatrice. È uno scrittore che si potrebbe definire “umanista” ma che potremmo e forse dovremmo definire “lirico”, “metafisico” e nello stesso tempo “oggettivo”. Il Circolo Schulz, come ricorda Francesco, non ha porte e finestre perché era il mondo magico di Schulz a non averne, né sono previste penitenze, Jolanda, né colpe né divagazioni illogiche. Schulz concerta le sue illogiche affabulazioni per tirarne fuori uno spirito di modernità. Se è vero che “quando si torna a casa non si muore più” (una citazione cara a Jolanda), è altrettanto vero che Schulz la sua casa l’aveva trovata o sognata attorno a sé, agli odori e ai colori, alla natura e alle favole della sua ispirazione esistenziale.

    Anche il Circolo Schulz è iper-reale ma forse proprio per questo è suadente e familiare.

    Mi scuso per il pedantesco sermone. Un caro saluto a tutti e grazie.

    Antonio

  5. Ciao a tutti! Qualcuno di voi mi sa dire esattamente il numero di racconti contenuti ne “le botteghe color cannella” (ristampa einaudi 2008)??? Vi ringrazio in anticipo,

    Francesca

  6. Ci sono scrittori che ammiriamo per i loro capolavori (cosa aggiungere al disegno compiuto dei libri di Proust e di Joyce?). Ci sono scrittori imperfetti, barbari, forse infantili, che generano amori ostinati e straordinari nel lettore, altre scritture, molte interpretazioni. Schulz è uno di questi. Gombrowicz, che lo rispettava, non poteva capirlo. Il trionfale e sperimentale io maschile di Witold G. non era l’io disseminato, imprendibile, femminile, di Schulz. Ma devo confessarlo: io leggo e rileggo soltanto Bruno.

    m

  7. Provo a soddisfare con ritardo la richiesta di Francesca: il racconto “Le botteghe color cannella” è inserito in una ristampa Einaudi del 2009 dal titolo “Bruno Schulz – L’epoca geniale e altri racconti”. Questo volume comprende 10 racconti di Schulz e un saggio di David Grossman.

    Buona lettura!

    Antonio

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