Contatti

AA.VV., Contatti
(Sergio Pasquandrea, Parole agli assenti; Patrizia Dughero, Canto di sonno in tre tempi; Enea Roversi, Asfissia)
Prefazioni di Daniele Barbieri, Loredana Magazzeni,
Natàlia Castaldi
Postfazione di Enzo Campi
Barcellona P.d.G. (ME), Edizioni Smasher
Collana Ulteriora Mirari – Sezione Tripodi

[Per richiedere il libro
cliccare sull’immagine di copertina
]

I tre autori qui riuniti non scrivono delle cartoline, ma sono comunque orientati verso la descrizione e il racconto, verso una narrazione, per così dire, pulita, orizzontale, privata – forse volutamente – di picchi repentini e libere cadute. In tutte e tre le opere si respira un’aria di discrezione, forse perché le narrazioni di sé e dell’altro da sé pretendono una sorta di intimità. Ma – come sarebbe sempre auspicabile in poesia – la coagulazione del sé e dell’altro rinvia a un qualcosa di più complesso e articolato che, semplificando, definiremo semplicemente noi, un noi declinato tra giustapposizioni di presenze e mancanze, di strade maestre e inversioni di rotta, di rifrazioni e diffrazioni, di appropriazioni e disappropriazioni (come giustamente fa notare Natàlia Castaldi nella sua nota introduttiva alla poetica roversiana). In questo noi – che non si limita solo al soggetto, ai suoi simulacri e alle sue proiezioni – si rischia l’incontro (e lo scontro) con la cosa. La cosa non è solo ciò che ci circonda e ci racchiude nei suoi margini, la cosa – per i praticanti della poesia – coincide spesso con «il pensiero della cosa», il pensiero che essa possa detenere un cuore, che possa animarsi e condizionare il corso degli eventi, che possa fomentare una protesi o un supplemento. E sono proprio i supplementi che permettono l’esposizione e determinano le posizioni attraverso le quali, per esempio, si può tentare il differimento dal detto poetico al diktat (del resto la componente orale in poesia è sempre primaria e determinante). I nostri tre autori, quindi, dicono di sé esponendosi, ma ciò che è decisivo è che l’esposizione coincide con una sorta di ritirata. Il vero dono qui è il ritrarsi mentre si dice e ci si dice. Non a caso Roversi nel suo secolo ventuno ci parla di una “corsa a ritroso” che è sì involontaria, dettata dalla foga e dall’incoscienza di essere-nel-proprio-tempo, ma che filtrata e raccontata dalle parole del poeta diventa un gesto volontario: esponendo ciò che si ritira (che procede a ritroso) si afferma una negazione, ci si espone “nudi” (liberarsi dai vestiti è già un ritrarsi dalla maschera e una rinuncia alla mimesi) per conclamare la nudità e la crudeltà di quello che lo stesso Roversi definisce “un gioco assai più grande di noi”. Questa pratica porta come diretta conseguenza alla messa in opera di uno scarto che, nelle sue molteplici accezioni, è anche ciò che sopravvive al gesto dell’autore, ovvero: la scrittura, per così dire, pura, ma sarebbe meglio dire depurata. In tal senso la scrittura, una volta messa su carta, è il residuo di un qualcosa originariamente più complesso e articolato. Ma lo scarto è anche offerta (officio, sacrificio) del proprio disconoscimento, della propria estromissione. Così la Dughero mettendo su carta i suoi luoghi si libera di essi delocandoli verso un altrove di cui non fa più parte se non marginalmente (anzi: potrà solo frequentarne i margini). Allo stesso modo, in Pasquandrea, ma sarebbe più preciso dire: nelle stanze di Pasquandrea, non è l’ego dell’autore a dettare le regole, ma una concatenazione di pensieri, situazioni e quelle che si potrebbero definire «ambientazioni». Pasquandrea pratica lo scarto cercando di toccare o quantomeno di avvicinarsi ai limiti delle sue stanze. Ma quei limiti (margini, bordature) provengono dal suo stesso gesto originario che, a sua volta, è un gesto di ritirata e non di avanzamento. Talvolta sembra quasi che ogni stanza possa sdoppiarsi in due ambienti di cui uno potrebbe rimanere una sorta di proprietà privata dell’autore (ma anche questo è un margine) e l’altro invece potrebbe aprirsi all’eventualità di un supplemento e/o alla venuta (intrusione, effrazione) di un ospite. Ma è lo stesso Pasquandrea a disertare di giorno, per sua stessa affermazione, le stanze che abita di notte. Le stanze sono situazioni, accadimenti del nulla e del tutto. Un tutto che si fa cosa sensibile solo se si consegna al nulla, al vuoto che impera. Pensavo al vuoto della Dughero, così luminoso (magari declinato per serie infinite di “barlumi”), e configurato spesso nel bianco, il bianco della cosa volta a recuperare una sorta di purezza originaria (quella della natività), il bianco che le madri consegnano alle figlie, quel bianco estirpato dal nero dei silenzi protratti, dal nero degli sguardi che rinviano sempre ad altro. Un vuoto “egotico”, quasi dispotico e in un certo senso masochista nel suo procedere, dritto per dritto, verso il canto, un anomalo “canto di sonno”, che si vorrebbe far passare come catartico e salvifico. Ma purificazione e salvazione avvengono solo a posteriori, non nel racconto del dato di fatto, bensì nella restituzione del dato di fatto verso la sua prosecuzione, verso cioè un esterno. Il dato di fatto, nella poetica dugheriana, nasce sempre come ricordo e attraverso un lento e metodico processo di riconfigurazione semantica trova il suo senso nel consegnarsi a quello che prima abbiamo definito l’ospite, a quello straniero che dovrà frequentare i territori della sua scrittura.
Nella scrittura della Dughero i singoli pezzi si aprono a un movimento, o meglio ancora a una stratificazione del movimento, mentre in Roversi ogni componimento è una sorta di sincope che deflagra solo chiudendosi in se stessa. I componimenti di Roversi sono come fulminati e volutamente abbandonati a se stessi e al loro destino. Ma il destino è anche destinazione. E la destinazione è qui l’impossibilità di raggiungere il punto d’arrivo. Non a caso la sola presenza rilevata nella sua poetica è l’assenza, o meglio: la disfatta. Altro è il discorso che riguarda invece Pasquandrea. Come giustamente ci fa notare Barbieri nell’introduzione a Parole agli assenti è anche una questione di ascolto, o meglio: di porsi all’ascolto. Nancy, già da tempo, ci ha resi edotti su questo fenomeno o, se preferite, sulla fenomenologia del fenomeno.
Una citazione fra le tante:

«Ascoltare significa entrare in quella spazialità dalla quale, nello stesso tempo, sono penetrato: perché essa si apre in me tanto quanto attorno a me, e a partire da me tanto quanto verso di me: si apre in me così come fuori di me. Ed è per una tale doppia, quadrupla o sestupla apertura che un “sé” può aver luogo. Essere in ascolto è essere allo stesso tempo fuori e dentro, essere aperti dal di fuori e dal di dentro: dall’uno all’altro, dunque, e dall’uno nell’altro. L’ascolto produrrebbe così quella singolarità sensibile o sensitiva (aisthética) come tale alla modalità più ostensiva: la spartizione di un dentro/fuori, divisione e partecipazione, sconnessione e contagio. “Qui il tempo si fa spazio” fa cantare Wagner nel Parsifal”».

(Jean-Luc Nancy, All’ascolto, Trad. E.L. Petrini, Raffaello Cortina, Milano, 2004, p. 23)

Allora il tempo che si fa spazio è un tempo della simultaneità tra due azioni o due predisposizioni. Il tempo è quello poetico (o quello del ricordo filtrato dal mezzo poetico) e lo spazio (spazialità e spaziamenti, partizioni e spartizioni) è la capacità che quel tempo ha di farsi sonoro. Le stanze di Pasquandrea sembrano difatti tendere al suono (anche e soprattutto per via delle “ambientazioni” cui abbiamo già accennato). In poesia non bisogna mai mettere in secondo piano l’aspetto orale. Ecco allora che il “canto di sonno” e il gracidare delle rane (Dughero), il canto della disfida e della resa (Roversi), il canto dell’«autopercezione interiore» (Pasquandrea) si rincorrono l’uno con l’altro come per costruire idealmente delle stanze sonore ove porsi all’ascolto di un qualcosa che non è esattamente definibile e che è e rimane sempre da ri-definire (Enzo Campi).

Testi

Patrizia Dughero

Narant, lis rosis son râris, vivint
tal gratars fûr di la verande.
La Braide de’ Frârs jè un lûc sigûr
no l’arbul di armelins diaûr mi scuindisivi.
No ai plui mangiât armelins. La mê
tiere è fresce lizêre odeôse, ma cence colôrs.

(Arancio, le rose son rare, vivono /dentro il graticcio fuori la veranda. / Braida dei Frati è un luogo sicuro / non l’albero d’albicocche in cui mi nascondevo. / Non ho più mangiato albicocche. La mia / terra è lieve, profuma senza colori.)

*

Ha lasciato alle spalle l’Europa
e con le sue amare nozze
è giunta alle soglie obscure.

La chiama nel sogno e sono alle Ghiaie
spiaggia che conserva lacrime.
Dal bastione dice che la sua pelle
s’è riempita di squame.
Lei dice che è soltanto abbronzata
e lui piano risponde di guardar meglio.
Lei pensa che come sua madre
non distingue più il volto
che affonda i contorni che mette il
velo col mondo scabro e inconsistente.
Non sembra arrabbiato ma la sua pasta
la sua voce cola ferrigna
il canto ispido corrompe la luce.
Sui sassi bianchi le lacrime greche
si confondono stampate sul volto
colmo di turbamento mentre l’aria
dirada e il respiro dell’Asia è al di là.

*

La madre vestita di bianco
accende un lume e lo porta.
Rivestita, la figlia
apre la bocca ma non può parlare.
Il turgore d’ira si disfa in mare
– ora c’è un lago in mare –
Sta nella barca, dal fondo risale.
La lingua dei dogi la chiama.
Una pinna di piccola verdesca
sembra un dente, s’aggira insidiosa.
Torna sul fondo a deriva sospesa
a timone bloccato.
Le gira in tondo la piccola pinna
lei giace nel fondo e aspetta.
La lingua dei dogi la chiama
la madre vestita di bianco
ora accende un lume e lo dona.

Enea Roversi

il conto

domino senza effetto
le carte giocate
con rovello
la scelta prima o poi
si dice che è dovuta
ed ecco qualcuno arriva
prima o poi si sa
maitre dai modi freddi
a presentarti il conto
a dirti mi dispiace
soltanto un poco invero
e tocca a te pagare
per le lacrime versate
le discese schivate
gli specchi concavi
dove muore lo sguardo
tacere di quell’obolo
così mal sopportato
infine accorgerti
che quel conto è sbagliato
il dessert tu non l’avevi
neppure ordinato.

*

impoetica

tra polvere e pietra
riflessi di neon
la bocca schiusa
non trattenne
umori né rumori
per la gioia smossa
di insaziabili linguisti
pronti a divorare
ossa di vocali
e mute consonanti
senza deglutire
per attendere albe
odorose di schiuma
sotto cieli di nero seppia.

*

Asfissia

con l’ansia di spargere sale
sulle ferite di questa strada bagnata
mi fermo riluttante all’incrocio
ignorando le voci dietro i muri
sono in balìa di ricordi furiosi
questo senso di torpore
mi prende le mani e le stringe
questa vita oziosa e pagana
mi soffoca con guanti di velluto
questa asfissia rarefatta e molle
mi fa perdere i sensi per sempre.

Sergio Pasquandrea

Prima del volo

È il suo ultimo minuto di gioia
il suo ultimo verde
l’ultimo gesto aperto nella luce.
È il suo ultimo dolore la sua ultima vocale
l’ultimo freddo sotto i canini.
Tra poco sarà amico il giorno – l’aria
farà strada al sangue

ma adesso è il suo respiro migliore
vuole trattenerlo ancora – prima
di abbandonare il peso.

*

Camminando

ti raggiunge come un urto la misura
degli spazi. Solo dopo che hai emesso il tuo ultimo
verso lo sai. Remissione è la distanza
la retta tesa dagli occhi al vuoto
finalmente
l’aria sul rovescio dei pensieri.
Possiamo cancellare – per il momento –
i margini lasciare che tutto accada
nel ritmo dei passi nella flessione
di tarso e metatarso. Tutto
verrà scritto – ma non ora.
Ora fa freddo il respiro si condensa
ed è quella l’unica traccia che voglio lasciare.

*

Su ciò che non è mai stato

Io lo so qual è l’inizio l’argomento
dove si inerpicavano le voci – tutte
tranne una che piegò la traiettoria
rasente al tuo profilo. La prossima
dovrò attenderla a lungo perché sveli
l’onda più scura sulla guancia il gioco
preciso delle clavicole e ancora
perché si incontrino a mezza strada il mio sangue
e l’odore del tuo seno. Ma lo so
lo so a bruciapelo – quanto è stato strano
fin dall’inizio saperti dire
le ultime parole.

***

Annunci

4 pensieri riguardo “Contatti”

  1. Il libro contiene i testi dei 3 autori vincitori della sezione “tripodi” della prima edizione del Premio Letterario “Ulteriora Mirari”.
    Gli autori saranno presenti, insieme ai vincitori delle sezioni “monografie” e “mosaici”, al reading performativo di premiazione che avrà luogo a Bologna (“Bravo Caffè” – Via Mascarella 1) sabato 29 Ottobre alle ore 18.00.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...