Repertorio delle voci (XVIII)

Manuel Cohen
Ivan Fedeli

[…] Virus è una narrazione complessa e lineare, un grande affresco, accorato e cordiale, corale e discorde, di epicità negativa e popolare, di epica epocale di derelitti e di dannati; si potrebbe anche dirla un’opera-mondo, per l’ampiezza di spettro o prospettiva, per l’ospitalità delle tante microstorie feriali, quotidiane e marginali.
Storie dell’abiezione, per l’accoglimento di una lingua che spalma i suoi registri attraverso le nuove parole della ‘voce telecratica’, attraverso un nuovo idioma o alfabeto globale. Sin dalla titolazione dei vari paragrafi, che spesso si costituiscono nell’autonomia di vere e proprie suite, siamo immessi in uno scenario in cui cose e uomini, vite e oggetti hanno a che fare con la realtà delle merci, o con la destinazione in ‘terre desolate’ (Eliot) o ‘terreni di risulta’ (Buffoni): si pensi allora a titoli come ‘Raccolta differenziata’, dove non a caso, ad esempio, l’endecasillabo si apre, anzi si raddoppia, come raramente accade nella nostra poesia (come nel Pagliarani de La ragazza Carla) perché evidentemente non basta più, ad arginare, a sconfinare, a registrare il presente, oppure ‘Macerie’, e ‘Dopo Ellis Island’.
L’opera è strutturata e ripartita in varie sezioni, come le stazioni di una contemporanea via crucis, che rappresentano a vario grado l’attraversamento delle stanze e degli stadi di una ‘rivoluzione-mutazione silenziosa’, in cui è dato di cogliere gli stigmi e la Stimmung dell’epoca presente. Sono gli stadi e le stazioni dell’universo orrendo (Pasolini), del quotidiano degrado, fisico, paesaggistico, urbano, antropologico e morale, che trovano un collante, una coordinata fondamentale, nell’emblema della peste, come malattia e come metafora, tra primato della violenza e ‘videocrazia’. […]
Accade così che accanto alla evocazione memoriale dei carri merci e dei carri bestiame, echi ed incubi di passate deportazioni, di esodi, di foibe e di ghetti, faccia il suo ingresso la cronaca presente articolatamente trasfigurata: gli sbarchi, i terremoti, le violenze sessuali, i delitti, le incerte imbarcazioni di migranti e i perseguitati, accanto alle vittime di ronde e ai carnefici dei più deboli, nei rigurgiti di razzismo occidentale non più solo strisciante; ecco che accanto agli appestati o appenati (e sono diversi in tutto il libro, a partire dalle ‘ronde’, i richiami alla poesia di Eugenio De Signoribus, una delle massime voci della poesia, civile e non solo, di questi anni, per l’allegoria cantabile e in rima, per l’ontologia e per l’inermità di sguardo di chi scrive o registra l’esistente; Fedeli attinge all’opera del poeta di Cupra, la cittadina adriatica da cui, tra l’altro, la sua famiglia materna proviene), accanto alla peste e agli untori, si fa avanti il nuovo quadro sociale del cinismo e dell’inautentico, delle mode fittizie, di Facebook e dei social network, le vite occidentali pilotate nei gusti e nelle scelte dal Grande Fratello onnipresente.
I forti accenti di indignatio, e più, una sobria mitezza di sguardo, richiamano quel particolare cattolicesimo manzoniano, e meneghino nel suo complesso, contrassegnato da elementi di compartecipazione al destino delle risacche di umanità nell’uomo, o quella che un tempo avremmo indicato come la pietas del poeta, e attingono dunque naturalmente a un contesto di linea o di cultura lombarda, mentre qua e là sovrastante o evocata, o altrove richiamata a terra, la giustizia di un Dio, medioevale e sterminatore, che sembra essere da Fedeli attesa come una liberazione dal morbo e dal contagio, dal male e dalla mattanza: una giustizia che trova il suo emblema nell’acqua, chiarificatrice e lustrale, portatrice di morte e nuova vita. […]

(Manuel Cohen, dalla Prefazione
L’intero saggio è leggibile qui:
Ivan Fedeli, dall’abisso degli umani e dei monatti)

 

______________________________
Ivan Fedeli, Virus (e altri scempi)
Prefazione di Manuel Cohen
Milano, Edizioni Dot.comPress
Collana “PoEtica”, 2011
______________________________

 

Testi

 

(Occidente)

li hai visti mai negli occhi quando il vento
li sfregia in mezzo al mare la paura
deve essere questo fuggire senza
sapere dove ritornare là
senza sapere quando perché come

 

I giorni della pandemia
(anno del Signore 1918)

 

Dopo il ritrovamento a Breving di fosse comuni

(Come nel diciotto dimenticati
i nomi dei bambini delle donne.
I morticini buoni senza colpa
se non di stare lì per altrui scelta)

 

*

 

erano i giorni della pandemia
un’influenza strana un po’ barocca
il virus nei polmoni nella testa
la pelle con le pustole poi gli occhi
appesi contro il video nei tg
vederli contagiati deperiti
finché non ci si accorge che è già qui
il male sotto casa quando bussa

(la faccia i lineamenti di quegli altri
lo sguardo scuro e dopo tutto il resto
invasi da una schiera silenziosa
un morbo pestilente mai a riposo)

 

*

 

è il tempo delle ronde della scure
tu vigila che l’ora non si sa
la forma del contatto se c’è rischio
a prenderli per mano dirne i nomi
chiamarli come il cane con un fischio

 

*

 

ci si ammalava dunque senza sosta
nessun vaccino precauzione prece
penetrava a fondo il canino e dopo
la voce telecratica il lavaggio
dei neuroni in massa si sbavava
urlando a più non posso democratica
illusione che tutto si parifica
si annulla come nel diciotto a Breving
le fosse piene sotto il permafrost
di madri senza nome donne pregne
lasciate lì incubate per vergogna

(il virus tutto addosso e non dà scampo
seziona svuota l’occhio annulla il tempo)

 

*

 

di corsa nelle piazze la paura
di incrociarli respirare la stessa
aria scura mischiando le salive
in attesa di un dopo che non c’è
e si priva la morte della vita
ripensando a chi muore come fosse
altrove eppure avevano avvisato
prima del contagio adesso contavi
il numero dei passi la distanza
che separa il tuo respiro e la casa
il grumo delle pelli rattrappite
e lo sguardo in alto di un dio pietoso

 

*

 

che morbo bulimico si attaccava
ai bulbi delle cellule alla voce
tutto aveva avuto inizio per caso
coi topi i ratti il puzzo dei maiali
parole seminate quotidiane
l’effetto un male oscuro quell’idea
di impuro e dopo il resto la mattanza
delle carni la marea a riflusso
di chi entrava nella stanza di chi
usciva con il marchio dell’infamia
e l’avvenire duro programmato

(il tempo del macello del peccato)

 

*

 

veniva dalla carne forse quella
che si mangiava insieme dopo il vino
prendeva dentro un fuoco sacro e il ballo
osceno come la mantide all’atto

fecondare dunque il vicino al tatto
esistere per gemmazione pronti
a tutto ma sottrarli alla vita
al pezzo di cielo con un sorriso?

 

*

 

(è così il contagio azzerare tutta
la memoria e l’abiura del passato
niente storia solo un lieve collasso
dei giorni un passo senza direzione

basta poco quattro parole in croce
verbi all’indicativo impersonali
e poi lo sguardo bieco la deriva
del bene non sapendo quale il male)

 

*

 

hanno vinto cambiato il dna
con quegli strani incroci tra canzoni
di natale e pubblicità progresso
i bimbi tutti biondi immacolati
il popolo al sicuro e fuori il freddo
capire chi davvero è poi se stesso
chi si adombra con gli zigomi viola
e il vomito indotto non si sa come
colpirà il nemico certo nessuno
lo riconosce la paura è questo
dividere il puro e il malato il resto
che sprofonda da ciò che stando a galla
balla pensando ci sarò domani

 

*

 

(Coro)

Padre un sorriso al giorno mosso sui tanti
omini senza gloria nome sesso
mammiferi anche loro in mezzo a noi
contati con quel senso di disagio

perdona almeno questo se lo puoi
la dipendenza prima del contagio

 

Dopo Ellis Island
(contrappasso)

 

(sbarco)

adesso sei carne, schiena, potenza,
bassa manovalanza, per te un visto
firmato con parole d’altri. Solo
capire lo sguardo, il riso di scherno
allorché segnano i dati col timbro.
Sei mesi di tempo e dopo finire
nella terra infeconda del non essere

la tessera ti salva, dà la vita
scordati il nome il sesso l’età, bastano
poche parole d’allineamento
sei uno degli altri puoi bere pisciare
dormire al momento, un pezzo di cosa
che lascia escrementi, sudore in piazza
il giorno del ringraziamento a dio

quando ti vedono svoltano altrove
nessuna moneta per te in stazione
sputano a volte e tu chiedi pietà
tirando i bambini: cos’è il contagio
se non trasmissione infetta di germi
e i primi colpiti gli inermi i loro
vagiti intenti a capire imitare

ridono dei tuoi errori ortografici
della sintassi scomposta di frasi
incise nel cartone con la penna
nera, non sanno che hai fame davvero
forse il modo per dirlo è ciò che manca
forse la pietà è figlia del linguaggio?

 

*

 

(accoglienza)

la profilassi, la tara del peso,
la tenuta dell’arco dentale: è
tutto qui il giorno natale, azzerato
il conto c’è un nuovo male nel mondo,
la tua presenza in atto nello spazio
fisico mentre incubato resisti
al dazio di un respiro tisico, al vizio
di cercare cosa c’è sotto il sole

l’elemosina di un sorriso, questo
ti manca nelle lunghe file a caccia
di un pasto usando i gomiti. Morire
ancora mentre il vicino ti pressa
non è concesso a chi è morto da sempre,
solo il limite della compassione
salva, capire che soli o in due è poi
lo stesso passo, la stessa tensione
d’aria a schiacciare peso sulla terra

forse il problema è il sistema dei segni,
il codice con cui chiedono, strappano
sogni senza ripetere. Bisogna
fare alla svelta, sgombrare l’asfalto
se passano in macchina o a piedi e gettano
cicche brioches consumate, vorresti
addentarne i resti, fumare come
mai prima i due tiri di nicotina
lasciati tu rifiuto tra i rifiuti

come spiegarlo ai tuoi figli dispersi
altrove, in quale lingua straniera
parlerai di te nelle lunghe lettere
scritte a mano dentro quelle baracche
umide dove la sera è rinuncia
volontà di non essere domani?

 

*

 

(smistamento)

impossibile starci in venti e più
accalcati come sogliole in frigo,
tutta una marea che balla, il vago
ricordo di un’intimità violata
castrandoti al buio per la pipì
nell’angolo osceno dove la fossa
accoglie e tu non sai cosa sarà
dopo né chi spintonerà per primo
in cerca di spazio, cielo sereno

chiamarla letto quella paccottiglia
di escrementi e paglia dove ti stendi
e non ha senso capire che giorno
è stato oggi. Morire un po’ alla volta
per amnesia di cose, l’inferno
deve essere così: l’eutanasia
leggera della mente, cancellare
il mondo perdendo il conto del tempo

almeno comprendere le istruzioni,
i divieti, leggere dentro le pieghe
delle loro bocche che cosa è giusto,
se c’è peccato a guardare le donne,
desiderare cose d’altri. Amare
la vita prima che sia troppo tardi
e gli occhi perdano luce, calore
il corpo: nessuna croce per te,
giustizia per cui reclamare un nome

 

*

 

Commiato

zattere valigie treni piombati carri di appestati untori c’è un giorno
nero di nomi strappati bonifiche di terre dal male impuro chi domina
è domato la paura il peccato così oggi ieri da sempre un carnefice
per tutti che affila la lama e aspetta

(è l’occidente la pietra angolare
del mondo dove i monatti raccolgono
l’antica pietà sui carri e la peste
avanza corrompendo nei sorrisi
i resti di una specie senza volto)

 

***

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6 pensieri riguardo “Repertorio delle voci (XVIII)”

  1. Un gran bel libro e non lo dico per sentimento amicale, un libro attuale e intenso, carico di pietas , che somiglia molto all’autore.
    Un libro “incivile” se si considera l’attuale civiltà. Mi pare perfetta l’introduzione di Cohen.
    E pure che la buona poesia ormai si legga da piccoli , ma qualificati editori.
    Ciao
    Liliana

  2. Io sono legato per molti motivi a Fabrizio Bianchi, che credo stia portando avanti un grande lavoro all’interno della poesia italiana, come scrittore e – rinunciando alle luci della ribalta – come editore. Credo che questa nuova collana, con i libri di Sergio Rotino e Ivan Fedeli, confermi l’importanza della sua opera.
    Non ho ancora letto i libri, ma lo farò molto presto; intanto saluto Ivan, che ho avuto la fortuna di conoscere recentemente, ricavandone un’ottima impressione a livello umano e anche poetico.
    E un abbraccio a fm, a cui siamo riconoscenti e vogliamo bene (ma senza per questo temerlo, come qualcuno insinuava in un altro post).

    Francesco t.

  3. Mi sento insonante nella problematica di Ivan Fedeli e nel suo dire caustico e profondamente poietico, mentre intorno c’è un quietismo abissale, una logorroica ansia di protagonismo protervo e anonimo che glissa ogni profondo turbamento esistenziale e storico.
    Manuel, nel suo saggio puntuale, scritto dall’interno con chiavi di lettura sostanziali e con riferimenti inferenti, fa bene a puntare il dito contro le Case Editrici così dette importanti, che ormai, come cani famelici per lungo digiuno, si contendono i rimasugli della cultura “ufficiale” caduti da banchetti ciurmatori imbanditi da logiche puramente commerciali.
    Giarmando

  4. “è il tempo delle ronde della scure
    tu vigila che l’ora non si sa
    la forma del contatto se c’è rischio
    a prenderli per mano dirne i nomi
    chiamarli come il cane con un fischio”

    di questa poesia, oltre il tema e il dettato molto curato, anche nel lessico, mi colpisce molto il ritmo, perfetto per il morbo che infetta e si propaga. Un ritmo appunto non duro, per intenderci non un ritmo che taglia i ponti, piuttosto un ritmo colmo di echi, che lascia strascichi:

    “è così il contagio azzerare tutta
    la memoria e l’abiura del passato”

    Davvero curata e bella anche la prefazione (adesso scarico dal link consigliato per il tutto).

    grazie e
    un caro saluto a tutti!

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