Lettere a Seneca

Lucilio Santoni

“Le donne, lo so, non dovrebbero scrivere / ma io scrivo”, inizia così Una lettera di donna di Marceline Desbordes-Valmore. È forse l’incipit più bello e più forte che poesia possa avere.
Così, con un’amorevole parodia, dico che lo so, non si dovrebbe fare un libro mescolando testi in prosa, testi poetici, lettere, pensieri, citazioni, ricette di cucina, commentari calcistici, stravaganze, provocazioni, gatti. Ma io ho voluto farlo.
E dentro ci sono tutti. Anche se non nominati, ci sono tutti. I poeti e gli scrittori amati, a partire da Seneca, col cui amico e discepolo mi sono sempre misurato, ma anche l’altro Lucilio, quello da cui prendo il nome; e poi gli amici, i conoscenti, la mia città, il mio quartiere, ma anche le città oltre confine, i luoghi belli e anche quelli brutti, dove ho lasciato la memoria e dove l’oblio ha lasciato dentro di me un segno che non si cancella. In questo libro ci sono tutte le cose che non ho più e che mi mancano, al pari di quelle che non ho mai avuto. I desideri rimasti tali. Gli sguardi di chi ho visto un attimo in uno scompartimento affollato oppure in riva al mare a settembre. Gli anarchici e la ragazze dai capelli rossi.
Tutto questo non può essere detto in un unico genere letterario. Anzi, non bastano neppure le infinite parole dell’uomo, articolate in infiniti stili e forme, per dirlo. È un fiume di detriti e pepite, che può solo disperdersi in mille rivoli, prima di versarsi nel mare che tutto sommerge nel suo rollare, come rollava cinquemila anni fa. (L. S.)

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Testi tratti da:
Lucilio Santoni
Lettere a Seneca
Teramo, Marte Editrice
Collana “ApertaMente”, 2011

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Lettere a Seneca

Io non canto per cantare
né perché ho una buona voce,
canto perché la chitarra
ha un significato e una ragione.

(Victor Jara)

       LA CULTURA

     “Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’Umanità. […] Studia di buona lena come hai fatto finora per crearti un avvenire. Un giorno sarai sposa e mamma, allora ricordati delle raccomandazioni di tuo papà e soprattutto dell’esempio di tua mamma. Studia non solo per il tuo avvenire ma per essere anche più utile nella società, se un giorno i mezzi non permetteranno di continuare gli studi e dovrai cercarti un lavoro, ricordati che si può studiare ancora ed arrivare ai sommi gradi della cultura pur lavorando.”

     Questo scrive nell’aprile del ’44 un partigiano condannato a morte alla propria figlioletta, poche ore prima che venga eseguita la sentenza. Parole che fanno piangere e tremare le vene nei polsi.

     Ecco, queste parole, di una lucidità sconcertante, contengono esattamente quella che è l’essenza della cultura.  Innanzitutto viene lo studio, perché è inutile che si dica che ci si può fare una cultura con altri mezzi, sottintendendo la televisione e altre sciocchezze mediatiche.

     Lo studio è necessario, invece, sui libri e sugli altri strumenti che l’uomo ha sempre utilizzato per esprimere il proprio pensiero e la propria arte. Dopo, e solo dopo aver studiato, si possono attingere informazioni e spunti di riflessione anche da altre fonti quali sono quelle dello “spettacolo”. Inoltre, lo studio, come dice quel padre, deve essere volto a formare se stessi in mezzo agli altri, in modo da essere utili alla società e all’umanità.

     In quelle poche righe, scritte guardando in faccia la morte, c’è tutto l’universo della vera umanità: lo studio, attraverso il quale raggiungere una maggiore sensibilità sociale e amore per il prossimo. Mi sembra che quelle parole contengano il concetto più popolare, nel senso migliore del termine, e più profondo della cultura. Minoritaria magari, ma non elitaria. Rivoluzionaria rispettando la memoria.

     Assumere la cultura come principio vitale per la propria esistenza vuol dire non cadere nel groviglio infernale che incontriamo a ogni piè sospinto, in ogni angolo di strada. Vendita dei corpi, svendita delle anime, violenza, stupidità, depressione. Bisogna, invece, restare fuori da quel groviglio e mantenere l’apertura verso il mondo. Che, si badi, non è isola felice, mai. Bensì collegamento costante fra le persone; apertura di porte, senza troppi calcoli; mescolamento continuo con chi vuole resistere. In sostanza, è necessario accettare di essere nomadi, anche senza spostarsi dalla propria città, non importa, ma essere nomadi nella mente e nell’anima, in uno scambio senza fine di idee ed esperienze.

     Il poeta Elio Pecora scrive: «Io compio l’avventura di restare».

     La vera avventura, aggiungo, è costruire un’illimitata, debole e forte allo stesso tempo, tela di connessioni, di pensieri, di scambi amorosi, di sguardi, di solidarietà. E questo si può fare anche senza muoversi troppo. Non parlo naturalmente di chi vive chiuso nel proprio loculo domestico, con la porta chiusa a tre mandate e la tv accesa come rumore di fondo.  Parlo di chi non ha biglietti low o high cost in tasca, per esempio, di chi non fa viaggi in luoghi più o meno esotici, compiendo il rito di un turismo che è semplicemente un passaggio aereo da una non-vita verso un’altra non-vita, fatto solo per riportare racconti e foto che danno a se stessi e agli altri l’illusione di aver vissuto. Il vero viaggio, invece, è un’impresa umana, fatta da chi ha un biglietto di sola andata. Anzi, spesso, è senza biglietto; penso ai clandestini che abbandonano il proprio paese per una speranza, o per una chimera. E fanno più strada di quanta abbiano voluto. Ma penso anche a quelli dei paesi più ricchi che decidono di andarsene, verso il sud del mondo, dove l’amore e la poesia siano possibili. In definitiva, direi che l’avventura più vera, che produce cultura, è data da un misto di allegria, inquietudine spirituale, sensibilità verso l’altro e anche di ribellione.

       CONTRADDIZIONI

     Chi si pone a paladino della giustizia è chi ha, o vorrebbe avere, il monopolio dell’ingiustizia. Chi sbandiera ai quattro venti la democrazia è il peggior tiranno. La donna che sbraita più forte contro gli stupratori è colei che desidererebbe essere presa con la forza. L’uomo che usa più spesso la parola “puttana” come insulto è colui che spende tutti i suoi soldi con quel tipo di donna. Chi ironizza e si schifa degli omosessuali e transessuali è colui che se ne sente irresistibilmente attratto. Chi sostiene il valore della famiglia e la sua sacralità è il primo a desiderare amanti e prostitute. Chi afferma che la vita è sacra, un dono divino che nessuno può togliere è colui che sente una irrefrenabile pulsione nel dare la morte a se stesso o agli altri e, prima o poi, con qualche mezzo magari indiretto riuscirà nell’intento di darsela o di darla. Chi parla troppo spesso di amore e buoni sentimenti è colui che coltiva un odio viscerale. Chi ha troppe attenzioni per una persona cara è colui che, nel profondo, ne desidera la morte.

       UNA CHE VOLEVA ANDARSENE

la millenaria lotta per il possesso dell’anima e del corpo

     Dopo sedici anni di arbitraria e, soprattutto, non voluta tortura, una ragazza che chiameremo E. E. è stata libera di andarsene da questa valle di lacrime.

     Ma allora perché tanto accanimento nel tenerla in vita da parte della Chiesa ufficiale e della destra (che, come sappiamo, sono particolarmente alleate durante i regimi autoritari)?

     La logica e il buon senso comune vorrebbero che si usassero parole, se non proprio fatti, contro le quotidiane stragi di mafia o sulle strade o sul lavoro e così via. Invece niente, c’è stato solo un terrificante accanimento contro una sentenza della Suprema Corte che concede ad un corpo martoriato di morire in pace e contro un padre che non tollerava più torture nei confronti della figlia.

     Credo che molti si siano fatti tale domanda: perché accade tutto ciò?

     La risposta è piuttosto semplice, ma forse vale la pena di ricordarla; e si può riassumere in una frase lapidaria: chi amministra la morte, in fondo, amministra il potere.

     Questo la Chiesa lo sa benissimo. Lo sa da duemila anni. E lo sanno coloro che alla Chiesa si alleano per amministrare il potere. Così come lo sanno tutte le Chiese di tutte le religioni, siano esse rivelate che terrene.

     Chi gestisce la morte, cioè chi toglie la morte, la cancella, in vista di una salvezza ultraterrena, come nel caso del cristianesimo o dell’islamismo, oppure in vista di un mondo migliore, come era nel caso del comunismo; chi gestisce la morte, dicevamo, governa le anime, sottomette i corpi in una illusoria promessa di speranza infinita, che però è più forte di qualsiasi ragione e di qualsiasi filosofia.

     Nella battaglia intorno alla morte di E. E. non sono in discussione questioni semplicemente etiche, bensì è in gioco il selvaggio e brutale governo delle anime, strettamente imparentato con la spietata amministrazione, attraverso il controllo dei corpi, del potere politico, economico e sociale.

Luoghi naturali

“in questa minuscola sala d’attesa
senza più un’anima viva”
(Antonio Alleva)

       LUOGO PIENO

     Il volto, il volto del mondo. Tra niente e tutto. Tra tutto e niente. Qualcosa in superficie, nei secoli. Da un enigma all’altro. Da una politica alla sua messa in scena. Galoppare in orbite d’angoscia. Continuano le imboscate. Per paura di non essere. Continuano i progetti di unificazione. Oh se potessi tenerti incollata a me, mentre ti perdo! Il caos nel petto. Lungo piacere, breve disperazione. Cerco la lingua, il rivelarsi di nuovo, tra la folla, di chi ho visto tanto tempo fa. La distanza che c’è tra un corpo e l’altro è così sconfinata come quella che c’è tra un’anima e l’altra. Ho bisogno di ricchezza per l’amore. E di povertà per amare. La doppia verità degli opposti sentimenti. Cioè la protesta, l’insulto e lo sputo di dolore. Perché, mi dicono, la natura dell’orgasmo vaginale mantiene inviolate le sue tenebre. E allora eliminare quel nome dalla lista d’attesa. Curarsi dai giorni dell’ira. Nostalgia.

       LUOGO DELL’ALTRO

     Se non fosse per te sarei morto di fame. Per questo pago i debiti che fai durante la notte. Se non fosse per me moriresti di volgarità. E non ne ho mai abbastanza. Se non ci sei è la tortura per l’anima. Quando non ci sono implori il mondo per trovare le parole, per dire quanto amore. Io non sarei quello che sono, senza di te. Anche se non mi entri nella pelle. Anche se tiri fuori l’animale torturato; lo getti lontano dalla mia scacchiera, con la quale tento di controllare i dubbi. E non è mai sufficiente. Niente è sufficiente per affrontare il buon senso di ogni giorno. La casa, il comune, l’amministrazione degli specchi. Sei il mio nemico intimo. E quando non ci sei i miei amici m’abbandonano. Le mie donne non mi amano. Niente di me vive in nessuno. Sei la mia notte di piacere e il mio castigo. Sei l’avventura che salva la mia dignità. E io sono per te quel nome che mai, fuori da questo corpo, pronuncerai.

       LUOGO DELLA LUCE

     Splendore del buio. Che mi batte nelle tempie e negli occhi. Prima di andare perso nelle volte senza senso, illumina i pensieri. Divora la testa che soffre e geme. Oh quale pace… e quale orizzonte! In cerca di un altro chiarore, scruta verso l’interno. Verso le profondità insondate dell’anima. Ma se ne sta già andando. Come la vita. E non è possibile recuperarla. Emozioni violente; malinconia. Tutto sta nella retina. Restituiscimi, per favore, l’istante fuggito. Non lasciarmi nell’ansia di non rivedere mai più quel volto, quell’immagine e quel paesaggio. Piove senza sosta sulla mia città. Ma prima di andartene dentro il velo d’acqua, con uno sguardo indimenticabile, lascia che la bellezza e la paura mi trascinino verso il limite. Ostacolo degli ostacoli e possibilità infinita. Oltre la turbolenza della visione. Dove le tensioni si smorzano. Le scintille e il piombo. La percezione del sangue. Tutto si compone nel traguardo pittorico. Come lampo in cui è concesso di nascere, di conoscere.

       LUOGO DELLA VOCE

     Istanti perduti. Con pillole di significato. Eppure il ricordo è presente. Quei due o tre secondi, non di più, avvolti dalla lontananza. Realtà cancellata; e confermata nel suo vuoto sembiante. M’intratteneva la grazia dei suoni. Parole forse, come aromi diffusi. Nel tempo, proprio dentro il tempo, mi trascinarono. Visitai così le anime di quelli che avevano giocato dentro e fuori la metafora. Un manto come di scrittura copre la mancanza della forma. Terribile esilio, disorientamento. Se solo la mia, di istanza, osasse fino al suo volto, fino al suo giudizio. Ma è già persa. E se lei mi porta con sé, è per abbandonarmi in luoghi che non esistono. Mi dice: sei assente, dietro il tuo nome non c’è che tempesta. Io rispondo che accompagnandomi a lei potrò iniziare di nuovo. Potrò ritrovare la serenità. Ma il danno è compiuto. Due, tre secondi non bastano alla memoria. Non c’è calligrafia leggibile nella pagina nera. Chi parla ascolta e racconta le ombre della propria esistenza. Chi ascolta parla e tace come un’ombra.

       LUOGO DEL SOGNO

     Una stanza eterna cresce nel sonno. Fa parte di una casa chiusa, nella quale si accumulano le macerie dei discorsi, delle preghiere, delle bestemmie. Forse non è questa la vita. Ma è certamente il luogo profondo e murato. Un al di là di ciò che si vede. Mentre a te non rimane nulla. Un silenzio che non è tuo e neppure mio. Che non sa cosa farsene dei passi insistiti di un uomo e una donna che si cercano. Che sbagliano sempre nel trovarsi, eppure s’incontrano, ostinatamente si danno appuntamento in luoghi che non sono di questo mondo. Colossale impegno quello di rappresentare i moti dell’animo. La profondità e la superficie. I capelli sciolti. Capisci che il lavoro non è terminato. Una terra stanca davanti alla nostra porta. Esausta di provare dolore. Un oltremisura che ci riunisce e non ha vie d’uscita. Deserto di animali. L’uccello che conta i giorni. Il topo nell’armadio. Ma cosa importa alla morte la nostra piccola inquietudine? Parola su parola e pietra su pietra. Cos’è quella forza occulta, dietro le cose, che ci governa quando siamo svegli?

***

4 pensieri riguardo “Lettere a Seneca”

  1. L’incipit è già tutto un programma…

    La forza che ci governa – quando siamo svegli – è quella che lotta per l’esistenza, altrimenti
    che scopo avrebbe vivere?

    Accetto qualsiasi *miscellanea* della parola purchè sia legata dalle sottili connessioni della ragione.

    il paragrafo: Contraddizioni
    dovrebbe far parte dei ‘luoghi naturali’.

    (almeno per quanto mi riguarda).

  2. E’ un libro scritto dai margini e sui margini – dove le cose, gli uomini, i volti, le memorie, gli ideali, risplendono, nel loro “mistero” elementare, senza presunzione alcuna di verità, lasciando allo sguardo la certezza di poter raccogliere, ad ogni pagina, quanto serve a conservarne il “profumo”, il “senso migrante”, una traccia anche minima del loro indefinibile e interminato trascorrere.

    Vi si respira un’aria di autentica, fraterna condivisione: di libertà.

    fm

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