Volti dell’acqua

 

Anila Resuli

Volti dell’acqua

 

con una sola bocca, pelle resa
morbida d’acqua, bambina, una piega
singola: dietro, misto ai corpi gravidi,
occhi, tolta aria dentro la pupilla
breve – mi parli nel colore flesso
a schiuma chiara, dove reca nascita
la tua parola, detta solo prima
di partire. non resti più mio padre:
togli la parte che ti riconosco,
tingi l’albume di scuro e non vedo
più trascinare l’acqua, più non vedo
un corpo denso dov’era aggrapparsi
un gioco a mosca cieca, un rendere alto,
chiodo su chiodo, parete caduta
come memoria. devi ricordare
perché ti dimentichi i volti, pianti
che nego ai sogni, quand’è poi mattina.

 

 

Vlorë (Valona, Albania), 1997, 15 marzo, ore 13:30.
Verso il porto.

 

        questa terra marcisce i nomi vecchi
        dei padri, accoglie figli morti e sorti
        nei lividi; si presta alla tua guerra,
        alla mia, già alle vene dove scorre
        denso nel sangue il male. si riversa
        nella radice, come linfa scura
        che attesta come il buio sa tornare.

 

in fila i pini marittimi, vedi
gonfi, ricolmi, sorti alti ed interi:
li guardi rasi in corpo, verdi, stretti,
ti chiedi come vederli bambina
sorta nel limbo, sveglia appena a dire
qui la parola sta muta, bisbiglia.

via resa strada, la corsa alla gola,
fretta che s’apre – respira poi dentro:
profonda attecchisce aria nel polmone.
non scorgi volti, bocche, denti bianchi,
orge di voci. non prendi più fiato.
nel vomito d’odori e terra rossa:
piccole mani, non chiedi, ma vedi
soltanto, ch’è abbastanza per poi dire
se essere, affranta lingua, resa bianca,
pallida sorte. vai, senza perdono,
sali nel tonfo della preda, braccio
piegato alla caduta, ché mai cadi
prima di ripiegarti e ripartire.

arrivi. scorgi l’orgia delle femmine,
degli uomini storpiati nelle bocche,
le fasce di bambini uniti ai corpi
piccoli delle madri. il tarlo al legno
che presta voce all’onda ti richiama,
ti inghiotte un buco per volta, trasuda
nel silenzio lo sparo e giù giù a picco
nel profondo dimena i pesci sordi
pronti a fuggire. ma resti ché devi
restare, impianti i piedi e non cadere
col braccio che sostiene il corpo, tieni
la nuca e guardi giù, come nel mare
sprofondi nello scoglio che rispecchia
il volto senza segni, come nuova,
sordità che ti toglie la catena
allo sguardo, che lasci ripercorrere
nuovamente, ma tremi; e non fiatare.

 

 

Ore 20:00

 

come silenzio fatto, voce calma
il mare, l’onda sottile attanaglia
le gole, tutte avvolte. ferma in acqua
e l’acqua sempre più scura che resta:
attendi, torna. la forza che prendi
tutta qui al grembo, umidi stretti, avvolti
nella sutura di corpi, compressi.
reso il perdono – padre in questo pianto
che ti reco – lavàti i piedi, l’acqua,
nuvola nata dalla schiena, ancora
apprendi fame, ch’è tutta qui insieme
nei polsi, con le vene scure e dense,
ch’è parte il sangue, fluito sottile
nel corpo. il tempo ammaestri, poi guardi
fissi distanti, coi volti dell’acqua,
la terra tace ormai lontana, prendi
fiato leggero, mischi l’aria all’aria,
non riconosci fiato, ai fiati resti,
presti la bocca per ridere. e sai
come attendere ancora, ma farfugli
innesti agli occhi, con i pianti muti
dei figli; e guardi poi pensi a come essere
all’odore di terra, vedi i piedi
altrove, senza camminare. chiudi
gli occhi di volta in volta, a prua stringe
il mare, a tonfi stretti, con cerniere
di bocche unite per poi galleggiare:
atterri nel respiro, guardi teste
dentro seni di madri, i grembi pieni,
ventri raccolti da piccoli fiori
per ricordare. dimmi che finisce
poi l’acqua, padre che m’accogli figlia,
nel sorriso tracciato dalla fame,
m’accogli all’occhio scuro fatto solo
per guardar gli occhi piccoli dei figli
nelle tue mani, quelle con cui togli
acqua, che bevi per intero, gola
a gola, a braccia unite; e continuare.

l’ora è tarda: portato il mare a pelle,
sorti i colli, alte braccia a fare scendere
l’acqua, le scale strette, i bordi fermi,
contano, sotto i piedi, fronti stese,
a frammenti di pelle, ammorbidite
dita sul legno scuro che si stringono
per non cadere: sei dentro, ma credi
il rumore una parte fissa al timpano,
le voci ferme che vedono l’acqua
bucare il legno; terra sotto i palmi.
prendi le nervature scure all’unghia,
non lasci, stretto tieni, come fossi,
della prua, una parte, fiato scisso
nell’assenza di luce, persa via
nel guardare col buio. attendi e ruoti,
piccola girandola a vento, forza
mare, distanza visibile ai volti:
nulla fiata nell’urlo, muti tutti.

 

 

16 marzo, ore 01:00.
Avvistamento elicottero della Guardia Costiera Italiana.
Barca priva di luce e timone.

 

qui resta l’occhio; ma la lancia piega
la prua, gira l’asse, gira tutta
ancora, ammasso di corpi e di lingue,
piega la volta del cielo, con l’ombra
assottiglia nel buio. senti il peso
che prendono le bocche, ma urli a stento
come non fosse più voce nel corpo,
fibra legata alla catena al braccio.
tieni stretta, ché cadi, l’acqua stira
i polsi, annega nell’urlo che presta,
polvere fatta il fiato, gola secca
nel sale. bevi e stai muta, non dire
che perdi, la parola qui poi nasce
per rimanere parte integra al tronco
fatto barca breve otto metri e tre,
cinquantanove animi tutti fermi.
“che cos’ho fatto ai miei figli” a pregare,
padre che tieni la voce nel petto
non neghi del tremore, stringi i piedi
piccoli al figlio, tieni ferma l’aria
dentro al polmone, anneghi nella stessa,
senza cadere.

 

 

Porto d’Otranto, ore 6:30.

 

non guardi gli occhi, le femmine, gli uomini,
col respiro che sfiora terra, un bacio
nella polvere dato, come tronchi
di pelle sospirando il buio. e il buio
che marcia accanto, sfiora nel tremore
distacco; e il sangue nell’atrio del cuore
che snerva, toglie radici di vene
strette lì, per tenere in piedi braccia,
gole affamate d’aria, poi silenzi
e solchi, occhi migranti, bocche fatte
squarci di voci, annerite col sole.

così cedi lo sguardo dentro il corpo,
coi muri dilatati della pelle
stirata, dorso a dorso, fiato a fiato:
porti con te il rumore, la risacca,
la forma d’onda fissa nel tuo grembo,
porti l’odore, la fiamma, l’assenza
della luce, l’orrore qui nel cuore.
fermo a terra il dolore. nel tremore
l’armonia alle ginocchia umide strette
nelle lenzuola, con i volti rasi
degli occhi, finti sorrisi, da brevi
spettri che camminando nella polvere
si sentono stranieri.

 

______________________________
Nota biobibliografica

Anila Resuli, nata in Albania nel 1981, trasferitasi in Italia nel ‘97, vive nella provincia di Cremona. In ambito poetico ha collaborato con diversi poeti quali Roberto Ceccarini sul progetto lettura di Oboe Sommerso; con Federico Federici sempre in ambito di audio-poesia; con Stefano Guglielmin su Blanc de ta nuque con la rubrica e le traduzioni di poesia albanese contemporanea. Citata da Maurizio Cucchi sulla rivista “Specchio” inserto de “La stampa”. Presente sulla rivista “Le voci della Luna” marzo 2007, sulla rivista “Historica – Il foglio letterario” febbraio/marzo 2009. E’ presente nell’antologia “Nella borsa del viandante. Poesia che (r)esiste” a cura di Chiara De Luca, 2009. Nel 2009 fonda Clepsydra Edizioni, un progetto di pubblicazioni su Ebook. E’ presente nell’antologia di poesia ceca e poesia italiana “Dammi la mano, gioia mia. Podej mi ruku, radosti moje” Praha, Vicenza 2010. E’ stata tradotta in portoghese per la rivista di San Paolo Celuzlose N°5, dalla poetessa Prisca Agustoni. Collabora al progetto Poesia2.0. Attualmente tende a collaborare con altri autori per possibili raccolte a quattro mani e lavora ad ebook di autori contemporanei.
______________________________

 

***

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31 pensieri riguardo “Volti dell’acqua”

    1. Davvero! È stato un privilegio poter ascoltare questi versi dalla viva voce di Anila e sono felice di poterli ritrovare ancora: “qui resta l’occhio”. Su questi “Volti (che) dell’acqua” non nega.

  1. E’ da tempo che aspetto questi versi, da quando Anila mi aveva parlato di un interminabile viaggio in barca. Sentivo, leggendo “Petali vorticanti”, con gli intarsi dell’anima modellati sui tanka, che sarebbero arrivati, con tutta la loro luce.
    Abele

  2. L’aggettivo, anchesì al plurale, “piccoli” (occhi, piedi, fiori, corpi delle madri) che connota gli esseri affioranti, essi stessi volti -anonimi-., in balia di quei “volti dell’acqua” che nella loro incessante mutevolezza, ora inghiottono, ora risputano, ora portano, ora sospendono…., a partire da una terra che “marcisce i nomi vecchi /dei padri” verso un’altra, promessa (chissà), cmq al di là, della traversata dichiarata qui ora.

    Esseri ed essere piccoli, perché qui è semmai la famiglia umana che l’acqua (madre-matrigna) traghetta, a partire dalla nascita, verso la rinascita (o possibile rinascita) di un toccare terra (di nuovo madre, femmina), dentro la femminilità esplicita di questi versi (femminili a partire anche da una modalità femminile di nominazione quasi ossessiva delle parti del corpo, qui, a ben guardare, non arbitraria ma capace di fare emergere-galleggiare, dall’indistinto affollato, per un istante, il piede, la bocca, il dente, …, un particolare – “qui resta l’occhio” – “ch’è abbastanza per poi dire /se essere, affranta lingua, resa bianca,/pallida sorte ”, insomma ”per continuare”, “per non cadere”..).

    Mi sembra questa una navigazione più ampia e oltre rispetto “Petali vorticanti”, più densa e corale, oltre che, ma questo vale per tutto quello che ho letto di te, musicale.

    Ciao Anila!
    e grazie a te e a Francesco. Un saluto a tutti

  3. Sono giunto sino a Montichiari, ieri sera, guadando quel lacerto di nebbia che sempre – o sovente – in sé assembra – suggella – la peculiarità di quel piccolo borgo bresciano. Giunto lì, mi sono reso conto di aver smarrito il portafogli… obliato ad un distributore di benzina (che fesso…)… il resto lo fate voi… il ritorno… la denuncia ai carabinieri… il rammarico di non aver sentito la voce di Anila farsi carne, verbo…

    leggo “Volti dell’acqua” ora, qui, e il corpo stride, per l’emozione, l’incisività di queste poesie…
    Che dire, se non grazie, Anila, grazie…
    per la poesia che in te vive…

    Gabriele Gabbia

    1. mi dispiace tanto per il disagio avuto ieri. sono cose che non solo annoiano, ma che possono creare anche problemi e danni.

      ti ringrazio immensamente per le parole che mi riservi in ultima frase….. non so che dire, sono commossa…

      Anila

  4. una dolente narrazione, con la figura paerna che domina nell’assenza, un abbandono lungo e ritrovato in un irrisolto presente; dà l’impressione di una catarsi , di un’epica al femminile, senza enfasi, in chiaroscuro e proprio per questo autentica. Un abbraccio ad Anila, Viola

  5. Ringrazio di cuore tutti per la lettura e le impronte lasciate.

    Le parti pubblicate qui non sono l’intero poemetto, ma inizio fine e giusto un tratto del mezzo e ringrazio Francesco per la pazienza che ha avuto per questo post.

    Oltre alla figura paterna, non manca la figura materna e ci sono dettagli che magari si ripetono all’infinito perchè quando l’ho scritto in questi due mesi che mi hanno impegnato tra modifiche continue e revisioni di parti, ho voluto creare lo sfinimento della parola, ho voluto ripetere delle cose fino a non sopportarle. Perché rendere in poesia 16 ore di mare, che in fondo paiono statiche perché il luogo ed i volti non cambiano, è stato veramente difficile.

    Come dice giustamente Margherita la ricerca in questo scritto cambia da Petali vorticanti perché quello infatti s’incentra su una ricerca totalmente diversa: i tanka come appunto spiega Abele. (contenta che siete attenti lettori della mia poesia, mi lusinga molto la cosa!!grazie!)
    La scelta della metrica italiana in questo è stata quasi obbligatoria perché all’interno del poemetto dovevano esserci più viaggi, il viaggio di per sé tra un paese e l’altro, il viaggio di crescita, quindi interiore di una bambina ed altri 58 persone, ed il viaggio linguistico. L’approdare nella nuova terra quindi comporta più cose. Volutamente ho lasciato come ultima del poemetto la parola “stranieri”, perché nella sua connotazione di crescita, doveva essere verità quanto antitesi.

    Io in questo scritto non ci credevo sinceramente. Sono felice però di non aver smesso di scriverlo e di aver avuto queste parole.

    Grazie a tutti, davvero!

    Anila

  6. squarci di voce, annerite nell sole…
    ……
    porti con te il rumore, la risacca,
    la forma d’onda fissa nel tuo grembo
    …….

    si sente il tonfo dell’acqua
    sulla dritta del barcone
    come una bocca che cerca l’aria
    e inizia il canto.

    A parte l’endecasillabo, personalmente cerco di evitare,…che però giustamente colleghi alla conquista della lingua…per il resto Complimenti Anila!…
    un saluto a Francesco, che non si lascia sfuggire niente.

    1. pure io ho sempre mal sopportato l’endecasillabo, ma qui è diventato una sfida…un paio ancora nel poemetto credo siano da cambiare, sui sdruccioli poi non ti dico la fatica perché inizialmente senza pensarci prendo tutti per piani :)

      grazie davvero per le parole!

      Anila

  7. Saluto e ringrazio tutti.
    Concordo con chi ha già avuto modo di dirlo (a maggior ragione con chi l’ha ascoltato dalla viva voce dell’autrice): il “poemetto” di Anila andrebbe letto integralmente – e lo ribadisco con la speranza che si possa, magari a breve, leggerlo su carta.

    fm

  8. sapo u ktheva nga nje udhetim e pate kenaqesine te lexoj Volti dell’acqua….u mallengjeva.E kush me shume se ne,shqiptaret?Te falemnderit Anila.

  9. Anila dice di essersi commossa nel leggere queste sue poesie. Accade quando si è versato sulla carta un brano di vita così carico di pathos, che la ferita ne sanguina ancora a lungo e da’ tremore ogni volta che la si rivive, ma quel che più conta in poesia è che vi sia contagio d’emozione. Io davvero ne sono stata attraversata. La cosa incredibilmente bella è la trasmutazione della bambina in una donna fortissima, che decide di fare della poesia la sua privilegiata ancora di salvezza da ogni naufragio. Così quella traversata è davvero un viaggio multiplo, denso di quel futuro che ora si sta per lei meravigliosamente realizzando.
    Concordo con Viola- ma vorrò leggere il poemetto per intero e presto anche su carta!- che qui si respira un’epica di donna, con tutto il suo immaginario di corpi e di acque, dell’essere accanto e dell’accogliere, e si delinea una scrittura dall’ impronta personalissima che di sicuro avrà densi sviluppi. E trovo che Il respiro dei versi, che sembrano accavallarsi come le onde insieme al vortice dei pensieri ( mi ricorda a tratti il ritmo indimenticabile di Pedra de sol di Octavio Paz)- sia invece ben modulato dall’uso dell’endecasillabo, che evidentemente si è imposto in spontaneità e andrebbe mantenuto. Auguri cari ad Anila e un saluto a Francesco ,
    annamaria

  10. Ho già letto due volte questo poemetto, ovvero l’incipit, e solo questo mi ha procurato forti emozioni. M’è sembrato d’esser in quella barca, dentro quelle 16 ore, fatte di pensieri, di silenzio, di mutezza d’animi, in attesa di una luce.
    Aspetto il resto, Anila. un carissimo saluto
    Gavi

  11. arrivo solo ora su questi suggestivi versi di Anila e immagino che per lei non sia stato facile e naturale ripercorrere Il Viaggio, quella dolorosa migrazione estrema che ha segnato fortunatamente la sua e di altri “rinascita”. credo che per lei l’atto di trascriverlo, ricordarlo, sia un atto necessario: “non è solo il lavacro a liberarci, ma anche la gnosi: chi siamo, che cosa siamo diventati, dove siamo, dove siamo stati precipitati, donde tendiamo, dove siamo stati purificati…( Clemente Alessandrino).
    Una scrittura franta quella di Anila e una riverenza quasi mistica che fa pensare che questi “volti dell’acqua”, vadano letti come una preghiera. E così me la immagino la sua lettura asciutta e la sua figura composta tra ascoltatori assorti. Mi unisco al pensiero di Francesco Marotta: che presto questo poemetto possa essere letto su carta.
    Un caro saluto a tutti, roberto.

    1. grazie Roby, sei sempre in ritardo tu :p ma l’importante che arrivi. :) scherzi a parte, sono contenta che ti piaccia questo scritto e che “sia arrivato”. In fondo sei uno dei miei primi maestri quindi il tuo pensiero positivo verso questi versi è forte emozione per me. Grazie!!!

  12. Ci sono poesie che escono come radici dalla terra, che la sollevano. Scuotono prima le profondità e poi si mostrano potenti, inevitabili.

    Versi commoventi, sì.
    Pregni di ascolto. Capaci di guardare attraverso.

    Ciao Anila.
    i.

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