Controfigure 4 / Scheda-padre

Antonio Scavone

     Mio padre ha avuto un ictus, gli si è girata mezza faccia, parla a stento. La paralisi lo ha colpito sul lato destro del corpo e lo ha dimezzato, diviso in due parti vistosamente distinte, ma lui proprio non se la sente di passare per disabile e così si dà da fare, si industria, un po’ si illude.
     È tornato al lavoro – l’hanno sistemato a confezionare pacchi nel reparto “Magazzino” – e si è messo in testa di poter riprendere l’altra metà delle funzioni vitali, quelle che gli sono venute meno per quella metà del corpo, come si dice, “offesa”. Nei momenti di riposo non riposa mai: fa delle lunghe passeggiate per il quartiere, si ferma a parlare con tutti quelli che incontra, si rade tutti i giorni, si prende cura della sua persona e persino mia madre ci fa capire – a me e a mia sorella – che anche a letto vuole dimostrare di essere quello di una volta.
     Si è attaccato alla vita, a tutto ciò che l’ictus gli aveva negato e oscurato in un paio di secondi e sta recuperando anche le cose che non aveva mai fatto, o mai tentato. Sta recuperando il rapporto con me, per esempio.
     Nel primo pomeriggio, quando i negozi sono ancora chiusi per la pausa-pranzo, lui viene a trovarmi, qui nel negozio di informatica dove lavoro: si siede accanto a me, segue con attenzione le operazioni che compio smontando o assemblando personal computer e non parla, non commenta, non si muove. Vuole farmi sentire la sua presenza in silenzio, con discrezione, ma ottiene il risultato opposto e contrario: quando avverto il suo respiro lento e grave, quando di sottecchi osservo la sua mezza faccia tirata, quando guardo la sua mano che resta immobile nell’aria come quella di un manichino, non riesco ad essere né paziente né comprensivo.
     “Perché te ne stai zitto?” e lui mi risponde con quella parlata da cantilena, sofferta ma ringhiosa da burattino: “Perché quando si lavora, non bisogna distrarsi”. A quel punto lascio perdere quello che sto facendo, mi accendo una sigaretta, mi guardo intorno e poi lo affronto: “Papà, io qui ci lavoro male, ci ricavo solo una specie di stipendio che il titolare del negozio generosamente mi elargisce solo perché è un tuo vecchio compagno di scuola!”, “Gianni è un amico, ma non ti darebbe nulla se tu non rendessi per quello che vali. Questo è solo l’inizio, ti servirà a pagarti le piccole spese”, “E quando le spese non saranno più piccole?!”, “Ti metterai un laboratorio per conto tuo. Devi solo capire che…”, “Sì, lo so, devo solo capire che stai male e che hai bisogno di conforto!”, “No, ho bisogno di ricostruirmi.”.
     Anche oggi è venuto a trovarmi, si è seduto accanto a me, ha messo sul tavolo un pacchetto di sigarette, ha aspettato che io riprendessi a rimontare un personal.
     Quando lavori e sei solo, non ti accorgi di essere immerso nel silenzio delle tue parole e forse dei tuoi pensieri: solo le mani, solo le dita si muovono con accortezza, delicatamente, sui meccanismi che vai ad approntare e ti sembra che tutto debba essere sordo, calmo, inespressivo. Quando invece hai qualcuno accanto a te, soprattutto se muto e immobile, quel silenzio comincia a pesarti, a far da contrasto con il lavoro che svolgi, con i piccoli rumori che inevitabilmente produci: il cicaleccio di un cacciavite, lo stridìo di un componente mentre scivola riottoso nelle scanalature che dovrebbero accoglierlo e incastrarlo e alla fine anche i pensieri si muovono, si rivelano odiosi o approssimativi, scatenano piccole ansie, ti deconcentrano perché non trovano un punto nel quale impiantarsi e funzionare. Mio padre si accorge di questa mia frenesìa e mi chiede il perché di quest’agitazione che giustamente considera sospetta e velenosa.
     “Sei tu il perché! Sei tu, papà!”.
     Non risponde, avverto solo il suo respiro da mantice che ha perso l’elasticità: i suoi occhi guardano quello che faccio, quello che sto ricominciando a fare ma che inevitabilmente faccio male, da sprovveduto, da dilettante.
     La verità è che anche il mio percorso con mio padre si è fermato a metà strada: davanti a me, sgangherato e disarticolato come un giocattolo sfasciato dalla crudeltà di un bambino, c’è un uomo che ha bisogno di affidarsi agli altri per continuare a credere in se stesso e credere in se stessi, nelle sue condizioni, significa solo credere in qualsiasi cosa, attaccarsi a qualsiasi appiglio, fosse anche un figlio. Non sono diventato disamorato all’improvviso, ho semplicemente scoperto di essere anch’io dimezzato, di aver perduto quella parte di me stesso che mi riportava a lui, anche nel disaccordo e nel conflitto: che sia lui il menomato, e non io, non risolve né il mio sgomento né la sua speranza.
     – Sono tanti i pezzi di un computer…
     – Sì, sono tanti.
     – E qual è il pezzo più importante?
     Mi fermo, lo guardo: “A che ti serve saperlo?” e il suo viso a metà mi fa capire con un brevissimo guizzo degli occhi che anche quella piccola curiosità gli serve.
     – Il processore, ovviamente, cioè l’unità centrale della macchina, il cervello insomma. Ma conta anche la scheda-madre, cioè quella piastra…
     – Quella piastra grande dove vanno inserite le altre schede.
     – Sì.
     – È bella.
     – Diciamo che è funzionale.
     – E come mai non c’è una scheda-padre?
     – Una scheda… padre?! Che vuoi dire?
     Il suo sguardo è acuto, lucido, non cerca e non chiede nulla; la mano di manichino è pendula come sempre ma le dita hanno un lievissimo sobbalzo, come un pianista che esiti a toccare un tasto, a emettere un suono. Dove l’avrà presa questa sciocchezza della scheda-padre? Vuol farmi credere di non sapere che si usa la parola “madre” per indicare tutto ciò che è sorgivo, basilare? Ma se persino di Cristo si parla sempre della madre e mai del padre!
     – In realtà, si chiama anche mainboard.
     – Ma la chiamate tutti “scheda-madre”.
     – È una questione di abitudine. Gli americani l’hanno chiamata così e noi abbiamo tradotto la parola.
     – Sembra un collage, con tanti pezzi diversi, luminosi, tutti collegati tra di loro. È davvero un incanto.
     E guardo anch’io quello che sta guardando lui: la grande piastra che giace sul fondo del case, con i suoi slot, col suo chipset, i suoi bip-switch, il suo socket… Li vedo e li manipolo ogni giorno questi componenti, li inserisco secondo gli schemi di alloggiamento, mi assicuro che non si ingolfino tra i mille fili di questa esasperata mucillagine elettronica e soltanto adesso scopro i colori, le forme, la consistenza di questi materiali.
     C’è una varietà incredibile di sfumature, di rossi cangianti, di blu marini, di neri brillanti: spiccano le tinte translucide dell’argento, del piombo, del rame che contrastano con i grigi amorfi delle plastiche, con i cavi elettrici opachi e sinuosi come anguille capaci solo di dibattersi ma non di nuotare e poi le scatole scure dell’alimentatore e delle ventole, le scatole sfinestrate di alluminio che ospitano i drive come rastrelliere per bottiglie di vino pregiato e in fondo il pezzetto sofisticato del processore che si sperde nascosto nella complessità della scheda-madre…
     Sfioro con le dita questa piccola metropoli di piccoli grattacieli e ne avverto gli spessori aguzzi e freddi, le fondamenta a incastro, le strade striminzite, gli agglomerati asfittici: è un paesaggio che mi ha preso alla sprovvista, che mi ha disorientato e come in ogni metropoli, sotto lo skyline, scorre e pulsa un’altra città, fatta di incroci e di linee sotterranee, dallo spessore minimo come un foglio di carta velina che irradia dovunque, tra impercettibili gobbe e dossi, gli spasmi elettrici dell’interfaccia dei comandi, delle azioni, degli “input” di gestione.
     Quali sono i “connettori” di mio padre, in quale condizione si trovano attualmente i suoi “circuiti integrati” e i suoi “interruttori”? E se ho compreso il senso della sua allusione, che c’entro io con la speranza di recuperare quasi totalmente le funzioni e la scioltezza della sua unità centrale paterna, del suo microprocessore maschile, della sua memoria familiare, della comunicazione virile con le altre periferiche?
     Anche stavolta ha intuìto le mie domande: il suo respiro è più calmo, rassicurato, tranquillo. “Che c’è?”, gli chiedo e lui ingoia più volte, come chi abbia mangiato un cioccolatino finito troppo presto, lasciando in bocca un gusto incompleto e incerto, da ricolmare per la pienezza che ha soltanto avviato.
     – Giulio, dovresti innamorarti di quello che fai.
     – Innamorarsi?! Per i quattro soldi che mi dànno?!
     – Non ti innamori mai dei soldi, ma di quello che fai.
     – Oggi le cose sono cambiate.
     – Le cose non cambiano mai, Giulio.
     – Ti sbagli, ora è diverso.
     – Quindi questa scheda-padre non c’è?
     – No, non c’è.
     – Torno a casa. Ci vediamo a cena.
     Si è alzato, ci siamo salutati con gli sguardi ed è scomparso oltre la porta, nel cortile del palazzo. Alle otto, come al solito, ho chiuso il laboratorio, il negozio, ho attivato l’allarme e sono uscito in questa serata fresca e frizzante, per ritrovare col freddo che si insinua sotto pelle quell’impressione di libertà che la caldaia dei pensieri inconclusi abitualmente ti complica e ti nega.
     D’accordo, una scheda-padre nel computer non c’è ma non c’è mai stata neppure nella mia vita di figlio, non c’è stata una scheda, una struttura ordinata ed efficiente di regole e percorsi ispirati da un padre generoso e sensibile, giacché non c’è stato neanche un padre. È fin troppo comodo chiedere di essere invitati e cooptati a un rapporto di confidenza, quando il primo a chiamarsi fuori è stato proprio lui: non ho dimenticato le sue assenze, le sue fughe, le sue reticenze quando avevamo bisogno di una parola, di un gesto, di uno sguardo e dovevamo farne a meno perché allora, mio padre, aveva altre esigenze e altre smanie. Non ho dimenticato le sue scorribande con gli amici di gioventù, i pranzi e le cene per festeggiare qualsiasi circostanza fosse degna di una celebrazione e mai una volta che il resto della famiglia abbia potuto parteciparvi, o saperne di più: tutto si è sempre risolto in un fagottino di prelibatezze, come le chiamava lui, un fagottino di resti, di avanzi, tanto per accontentarci e giustificare le sue uscite con gli amici.
     L’autobus per tornare a casa è già passato ma ho voglia di camminare, di stemperare il fastidio di certi pensieri, notare le insegne di negozi che hanno aperto da poco e di quelli che non apriranno più, considerare il traffico serale della città con le auto che scappano in fretta dalle strade, perché tutti tornano a casa, se ne hanno una, o tutti la cercano…
     Quando infilo la chiave nella toppa ed apro la porta, avverto un silenzio insolito: la sala d’ingresso è ordinata, la sala da pranzo è ordinata, le luci sono soffuse, il bagno è lindo: sembra che non ci sia nessuno in casa. E invece stanno tutti in cucina: mio padre, mia madre, mia sorella Livia e mio fratello Mario. Sono seduti a tavola, che è imbandita con i piatti della cena ancora fumante, ma nessuno ha toccato niente. Mi guardano come se anch’io non dovessi toccare niente perché bisogna occuparsi d’altro. Chiedo che è successo e mia madre non sa che dire, si passa una mano tra i capelli per evitare parole o emozioni. Mario giocherella con il coltello sul bicchiere ma poi smette e sospira, Livia fa per accendere una sigaretta ma poi la ripone accuratamente nel pacchetto. È mio padre a parlare, ad informarmi che siamo tutti riuniti a tavola ma che forse non avremo voglia di consumare la cena perché è intervenuto un fatto nuovo: Livia è incinta di un bambino che ha concepito con Mimmo, un suo fidanzato occasionale, uno che si arrangia con tanti lavori.
     La notizia mi ha bloccato i muscoli: non so come muovermi, che cosa pensare. Livia incinta… da dove esce fuori questa novità? Non riesco neanche a guardarla né a guardare tutto ciò che mi sta intorno, sono sorpreso e svuotato, come se soltanto adesso mi rendessi conto che mia sorella è una donna come le altre. Ecco, comincio a dirmi, ora mio padre sfilerà le perle del suo rosario di lamenti e di tristi presagi: ci mancava solo questa gravidanza inopportuna di Livia per accelerare la sua fine, per completare il funesto compimento dell’ictus, scaricando su noi tutti amarezza e delusione, colpe e rancori. È già tutto previsto, come un copione mandato a memoria, perché non è importante quello che si vuole comunicare, è importante la recita, l’assolo, la tirata del primattore che si piange addosso per far piangere gli altri, che si annulla nel suo dolore per minimizzare la sofferenza degli altri.
     Resto spiazzato di nuovo: mio padre non ha sciorinato prediche e rammarichi, non ha stabilito il comodo rapporto di causa-effetto tra doveri mancati e aspettative deluse e non ha pronunciato la frase fatidica, “Io l’avevo detto”, che spunta abitualmente come un ricatto di comodo in situazioni difficili da gestire.
     La parte ritratta del suo viso sembra dilatarsi come la foglia di un ortaggio quando viene staccata dal suo cespo: quelle grinze si schiudono, quelle rughe posticce si infossano sperdendosi nella pelle che riacquista una patina di leggerezza. I suoi occhi si illuminano ma lo sguardo è fermo, la sua voce si sforza di mantenere lo stesso tono e di essere persuasiva: non recrimina, mio padre, non accusa, non si nasconde. Chiede a Livia che intenzioni abbia sul bambino che nascerà, sulla sorte che vorrà assegnare a questo fidanzato occasionale e sul destino che vorrà assegnare a se stessa. Livia non risponde, è confusa, non sa che pensare di se stessa, del bambino, del suo futuro. Mio padre chiede anche a noi, a me e a mio fratello, che tipo di aiuto ci sentiamo di offrire e anche noi, presi alla sprovvista, ci rifuggiamo in una scontata dichiarazione di banale solidarietà che tuttavia non lo persuade e non gli fa piacere.
     “Ma cosa potremmo fare, papà?” gli chiede Mario con puntiglio da ragazzo, rivolgendosi poi a me per condividere e ottenere il mio appoggio di fratello maggiore e anch’io mi affido, con una sciocca e casuale disponibilità, all’incertezza della situazione. Mi rincresce confessare, infatti, che a nessuno di noi piace che sia stato Mimmo a modificare le aspettative e l’esistenza di una giovane donna di venticinque anni, ma non riesco a trovare niente che possa scuotermi o che possa essere davvero utile in questo momento. Come se avesse intuìto il percorso senza luce dei miei pensieri, Mario annuisce, approva il mio tardivo turbamento e assolve la mia tardiva consapevolezza.
     Mia madre è come assente: si rassegna a un ruolo secondario, che non promuove e non respinge iniziative, che rende tutto veloce e lento, statico e dinamico come i protocolli internet dei miei computer.
     – Livia, vuoi sposarlo il padre del tuo bambino?
     Ma Livia non fa un gesto, non riesce a parlare e neanche a guardare mio padre che attende una risposta sincera e convincente. Interviene Mario, allora: “Perché, se no, che succede?” e gli si siede accanto, come un vecchio amico che cerca semplicemente di ragionare, di collaborare ad una soluzione dignitosa e, come a un vecchio amico, mio padre si rivolge con un mezzo sorriso malato per lasciar intendere che la soluzione c’è già: “Se no, succede che saremo noi a essere più numerosi”. La replica di Mario è candida e raggiante: “Giusto!” e gli occhi di Livia si illuminano, facendo svanire dal suo viso quella maschera di smarrimento.
     – Ora potremmo anche cenare, papà. Sei d’accordo?
     Mio padre accetta la proposta di Mario e lascia che mamma governi la nostra cena, distribuendo le porzioni, trattenendo qualche lacrima, accarezzando fuggevolmente Livia e Mario. Quanto a me, non faccio commenti: non è un quadretto che mi piace quello che ho visto e vissuto, è una montatura, un espediente, un artificio: mio padre che si mostra così saggio e comprensivo, mio fratello che prende il mio posto censurandomi, emarginandomi di fatto nel ruolo infelice di moralista? Bene, non mi resta che sorprenderli: “Io esco.”
     “Esci?!… E dove vai, Giulio?” chiede mio padre ma non rispondo, mi sono già allontanato. Richiudo la porta dietro di me, accendo una sigaretta e resto in ascolto dei rumori per le scale, di bambini che gridano, di mamme che chiamano, di me stesso che diffondo un fumo vaporoso ma che stranamente è molto più chiaro della nebbia che circonda in questo momento il mio stato d’animo… Stato d’animo, un modo come un altro per dire che non sai cosa fare, che tutto in fondo non ti appartiene perché non ha fatto mai parte di te e quando si manifesta in quello che chiami stato d’animo, ti ritrovi addosso una lucidità che non sai come intendere, come darle una rassicurante via d’uscita.
     Che significato ha quello che ho visto e sentito? Che esiste anche una scheda-padre? Che un sistema si mantiene comunque, anche quando manca o è parziale un controllo discreto della macchina? No, troppo semplice: alla fine una macchina come un uomo regge finché può, finché è in funzione e se c’è qualcosa da formattare, da ricompensare, non sarà certo quell’uomo a metà a ricostruire un percorso valido. No, sono ben altre le cose da ricomporre, ben altre… e tuttavia non so quali possano essere. Risollevare Livia, parlare con questo Mimmo, ipotizzare un tipo di vita e un tipo di lavoro, darsi da fare, sacrificarsi: quale sarebbe la strada da scegliere?
     Quando una sigaretta arriva alla fine prima di aver trovato una direzione alle riflessioni che hai almanaccato ti rendi conto che giravi a vuoto, che quello stato d’animo ti aveva semplicemente raggelato, che una parte di te si era fermata. A questo punto dovrei essere più partecipe, più concreto: dovrei dimostrare di essere il fratello maggiore, quel tramite positivo e paritario tra le schede dei genitori e quelle dei figli ma a ventinove anni non ritengo di dover condividere una benevolenza che non ho provato neanche per me stesso. Non ci sono doveri, non vedo obblighi per comuni aspettative, tutto ristagna placidamente in un comune abbandono, con idee che restano sospese e con lusinghe troppo flebili per essere vissute.
     Senza accorgermene mi sono appoggiato al campanello, la porta si riapre, mi giro e vedo Mario che, col suo sorriso allegro, mi dice che stanno ancora a tavola e che la mia cena è ancora calda. Faccio per andare via ma lui spalanca la porta e mi invita a entrare. Non ho scuse o pretesti per andarmene davvero e dovrò sistemare qualche altra scheda nella mia vita di operatore informatico.
     Rientro in casa e Mario richiude la porta dietro di noi con un tonfo sottile e discreto.

 

***

16 pensieri riguardo “Controfigure 4 / Scheda-padre”

  1. Vorrei ricordare ciò che questo brano mi ha suscitato: un pensiero di Pamuk sulla letteratura:

    “Qual è il senso della letteratura? Come nasce un romanzo? La letteratura inizia dal gesto di chi si chiude in una stanza, si ripiega in se stesso e tra le proprie ombre costruisce un mondo nuovo con le parole. Proprio quell’isolamento nasconde in realtà un’apertura […]. Essere scrittori, infatti, significa prendere coscienza delle proprie ferite interiori e raccontarle ai lettori che le riconoscono per averle provate in prima persona, magari senza esserne consapevoli.”

  2. La domanda, se esista o meno una scheda-padre, ne porta altre con sé, in questa storia da indagine quotidiana; più di una risposta fa capolino, ma anche le aperture ad altri esiti possibili costituiscono uno dei tanti pregi di questa pagina. Grazie

  3. è un altro mondo per me che “ho perso” molto presto mio padre, avevo sei anni, poi l’ho riperso definitivamente a 30, dopo non averlo visto fino ai venti. Mio padre era Ulisse e Penelope insieme.Tesseva le sue trame e non mi parlava molto.E’ scomparso in venti minuti di abbraccio, in cui mi ha dato tutto ciò che aveva in corpo, senza dire nemmeno una parola.La vita ha le sue orditure e le articola fin dentro le nostre ossa, si fa midollo e germina in altro, rompendo l’involucro dei tessuti cardiaci, non dei ricordi soltanto.fernanda f.

  4. La questione è delicata, investe letteratura e vita, per un avvicendamento di valore continuo. Se una storia come questa di “Scheda-padre” suscita o addirittura “resuscita” emozioni, contrapposizioni o memorie come quelle proposte o rievocate da Teresa o Anna Maria o Fernanda, vuol dire semplicemente che le circostanze ancestrali o neglette della nostra esistenza trovano la loro giusta (superstite?) dimensione quando vengono raccontate e raccontarle, al di là degli scrittori che lo fanno per intento o per “mestiere”, se non risolve certamente mitiga certe crudeltà o certe mancanze della nostra coscienza. La profondità o la bellezza di un racconto è solo la cornice di un quadro, di un tema che prima o poi saremo capaci di illustrare.

    Non ho avvertito, Carla, l’ombra di Bacon alle mie spalle: incidentalmente, questo racconto era una sorta ed è diventata una sorta di premonizione per un’altra figura dei nostri tempi, per l’inventore e creatore di Apple, per lo scomparso Steve Jobs che aveva vissuto un conflitto irrimediabile col suo padre fisiologico, il siriano Jandali, che lo aveva abbandonato ai genitori adottivi Jobs.
    Una “scheda-padre” sono in molti a soffrirla, tra gli informatici.

    Un caro saluto a tutti

    Antonio

  5. Una storia per dire di padri e figli (al di là della dedica rivelata), argomento forte e delicato nello stesso tempo, ma ben sviluppato e presentato da Antonio Scavone con la sua solita naturalezza ed eleganza espositiva. Lo scrittore narra soltanto, non predica e non usa parole altisonanti per un problema che abbraccia e procura sofferenza a infinite persone. Una questione di non facile trattazione, eppure Scavone dalla prima fino all’ultima parola sa dove mettere un accento particolare, una frase che completi il senso della narrazione. Fino a un certo punto non si conoscono neanche i nomi dei protagonisti, quello del padre addirittura non c’è, perché, forse, sarà il lettore a darli o trasformarli in base alla sua esperienza o conoscenza di questo drammatico vissuto.
    Da una parte, quindi, troviamo un padre che, a causa o per fortuna di un improvviso ictus che lo devasta, tenta un recupero non solo delle sue funzioni vitali, ma anche e soprattutto un inserimento più compatto e fattivo all’interno di quel nucleo familiare così trascurato prima della malattia.
    Dall’altra, un figlio, Giulio che tenta di respingere in ogni modo i tentativi di avvicinamento del padre. Il giudizio e la condanna sembrano implacabili, paragonabili sicuramente alla sua estrema sofferenza per non averlo potuto avere vicino e viverlo quando era giusto e necessario avere un padre accanto non solo fisicamente ma anche emotivamente.
    Sembra, a questo punto, che le controfigure siano più d’una. Il padre controfigura di quel se stesso che non conosceva prima della malattia. Un figlio che, pur giudicando il padre, si rende conto che il proprio modo di pensare somigliava molto al suo.
    Come scrollarsi di dosso, dunque, quella controfigura pesante e angosciante? avvolgendo bene, in una ritrovata voglia di rinnovamento, quei fili colorati della sua mente e del suo cuore (bello il parallelismo tra circuiti del pc e funzioni cerebrali) per trovare una sua direzione perché la scheda-padre, volente o no, nel bene o nel male, nell’assenza o nella presenza, gli ha impresso, comunque, contenuti e modi di fare che lo fanno riflettere e quindi assemblare al meglio le sue emozioni, riporre nelle giuste caselle i ricordi per potere diventare, finalmente, un uomo nuovo.
    Padri presenti o assenti, o presenti a fasi alterne, buoni o cattivi, vicini o lontani in tutti i sensi, fanno comunque riflettere sulla questione: nella vita, ma non dentro un pc, una scheda-padre in effetti c’è se è vero che anche l’assenza lascia nei figli un’impronta duratura e indelebile difficile da cancellare.

    Grazie ad Antonio per aver affrontato un argomento di così, purtroppo, vasta familiarità nella società.
    Grazie a Francesco che non sbaglia mai un post.
    Un grande abbraccio a entrambi
    jolanda

    1. Molto bello, Jolanda.

      Ciao, un abbraccio a te.

      fm

      p.s.

      E’ un po’ difficile sbagliare il post quando si pubblicano i testi di uno scrittore del genere :)

  6. Ringrazio Antonio per questo coinvolgente racconto. Posso dire di aver “conosciuto” mio padre quando anch’io lo sono diventato e ho cominciato ad amarlo con la consapevolezza dell’esser figlio. Quando ho cominciato a guardare il mondo come lo guardava lui ho scoperto nuovi colori. L’errore più grande che un figlio può commettere è quello del non sentirsi amato e il voler giudicare il come è stato amato.
    Nel testo ho rilevato un errore (o forse sono io che non ho compreso bene):
    “ma se persino di Cristo si parla sempre della madre e mai del padre” ecco qui si dovrebbe rileggere il Vangelo e non per cercare la figura di Giuseppe ma quella di colui che Gesù stesso chiama Padre. Basterebbe leggere la parabola del figliol prodigo conosciuta anche come la parabola del padre buono, magari con sotto agli occhi la rappresentazione della scena raffigurata da Rembrandt.
    Ancora complimenti, questo racconto lo tengo molto stretto.

  7. Ti ringrazio, Fausto, per aver letto e apprezzato il racconto e torniamo su quello che tu ritieni un errore più o meno casuale. L’interesse o l’insofferenza di Giulio, il protagonista di “Scheda-padre”, è sorgivo, istintuale: non è mediato da convinzioni ideologiche o fede religiosa (quantunque scateni le prime e la seconda). Quello che Giulio non sopporta – o non arriva a capire – è il tentativo estremo del padre di riallacciare un rapporto incerto e inaffidabile. Giovanotto orgoglioso e supponenete (l’orgoglio e la supponenza sono forse anche un retaggio del suo lavoro di informatico) non comprende che la questione rilevata dal padre – se vi sia o no una scheda-padre nel personal o perché sia addirittura negata – è una questione “umana”, terrena, quotidiana. La sortita di Giulio, quella che hai citato, è sicuramente un paradosso, un’iperbole: con le sue conoscenze e referenze tecnologiche e con il ricordo di un’educazione cattolica, Giulio fa fatica a dover ammettere che in un personal, e non solo in un personal, manchi una sorta di patria potestà, a tutto vantaggio di una gemmazione muliebre e quindi materna. Tuttavia Giulio sente, avverte e percepisce che l’assenza di una metafora paterna, nel personal come nella sua esistenza, sia qualcosa che travalichi una nomenclatura improntata ad una filiazione puramente o prettamente femminile.

    Il tema si complica e questo racconto, nei suoi sotto-temi, stimola questioni a volte imponderabili – come hanno già rilevato i commenti precedenti – e a volte delicate e cospicue come possono esserlo le riflessioni di carattere filosofico o ermeneutico. Giulio, “semplicemente”, sbarazza il campo dalla possibilità che un personal abbia una scheda paterna e debba necessariamente affidarsi ad una scheda materna: un po’ come la sua vita, no? Suo padre è stato latitante, distratto, assente e ora si chiede perché non sia menzionato come un componente comunque nobile, tanto nel groviglio di un pc quanto in quello dell’esistenza. La risposta di Giulio sul padre di Cristo è la traccia di uno sgomento, uno scatto di rabbia: forse Giulio avrebbe voluto un padre paterno, avrebbe voluto essere un figlio dell’uomo e riconoscersi in lui ben oltre l’ictus. Ma Giulio è anche una controfigura di se stesso, è costretto a essere una controfigura di se stesso, come lo è il padre e allora il problema investe non solo il rapporto tra padri e figli ma tra figli-figli e figli-padri, come tu autobiograficamente accenni.

    Il padre di Giulio non è un padre “putativo” o punitivo, è un padre che recupera per la malattia la sua identità e Giulio gliene fa una colpa col suo ardore di uomo alle soglie della maturità. L’ardore di un figlio che non prova benevolenza per se stesso è un segno di una sofferta lucidità, per riprendere qualcosa che è sfuggito.

    Nella nota finale al libro di Roberto Osculati “Fare verità”, Enzo Paci ha scritto che “farsi da soli è il trasformare il già fatto nel mondo”. Il “già fatto nel mondo” sono coloro che ci hanno preceduti e dai quali siamo nati.

    Un caro saluto e grazie

    Antonio

    P.S. – Una risposta lunga era quasi doverosa e comunque me ne scuso.

  8. Grazie Antonio, accolgo questo tua risposta al mio commento come un dono gradito, è raro che un commento semplice come quello di un uomo di strada (come amo definirmi per la mia scarsa cultura) riceva una risposta così paziente ed esauriente
    Leggo sempre con grande interesse gli scritti che parlano di questo argomento- padri e figli-.
    Ero tornato oggi per rileggerlo anche perché stamattina mentre facevo le consegne del pane per le strade del mio paese ( anche il mio secondo figlio ha abbandonato questo lavoro che oramai non ha più futuro) guardando estasiato i colori che l’autunno dipinge in Franciacorta ripensavo alla descrizione del tuo quadro “tecnologico” alla Pollock ma con un ordine preciso, proprio come lo sono qui i filari delle viti.
    In primavera e in estate nel tempo che porta alla maturità dei grappoli, i vigneti appaiono al mio sguardo spogli e senza colore, nonostante la presenza frenetica degli addetti ai lavori per aumentare le tonnellate di prodotto appeso tra il verde e luccicante fogliame. Ora che i tralci sono vuoti sembra invece che la vita riprenda il sopravvento tingendoli di toni e sfumature ; perfino i pali di sostegno allineati e coperti come soldati in schieramento, in una variazione verde grigio e marron danno calore al colore.
    Ho riempito a piene mani il mio sguardo per trattenere il più possibile nella memoria quest’immagine perché tra poco le nebbie e il freddo la uniformeranno ai colori di morte.

    “Giulio dovresti innamorarti di quello che fai”
    Giulio ama il suo lavoro altrimenti non saprebbe dipingerlo come ha fatto.
    Leggo questa frase del padre come una richiesta, quasi una supplica a rivedere alcune posizioni prese dal figlio. La parola “innamorarti” mi dice molto, il padre è convinto che ci sia una scheda -padre e vorrebbe fosse recuperata, consapevole di non aver adempiuto ai doveri del suo stato.
    Mi viene in mente un brano di Delitto e castigo, quando il padre di Sonia incapace di liberarsi del vizio di bere che ha portato la sua famiglia nella miseria più nera, chiede pietà. Certo la risposta che Dostoevskij da è di profonda fede cristiana e assolutamente contraria al modo di pensare e giudicare dell’uomo.
    Mi piace pensare che Giulio sa qual è la via per ritrovare la scheda-padre, ma non vuole ammetterlo perché non è ancora pronto alla comprensione e al perdono, forse proprio perché gli manca l’esperienza di padre e di tutti gli errori che essa comporta, anche nella convinzione (sicuramente dettate da egoismo, distrazione o insensiblità) che le scelte e le azioni fossero giuste.
    Nel commento di ieri avevo fatto un richiamo alla parabola del padre buono proprio per sottolineare il rapporto tra il padre e i figli. Conosciamo questa parabola soprattutto per l’amore che lega il padre al figlio che scappa di casa, e spesso non consideriamo l’altro figlio mentre a ben guardare è stata scritta anche per lui.
    Il figlio buono non si sente figlio ma “servo”, non si sente amato dal padre ma sfruttato e si allontana. Certo il padre della parabola non è il padre del tuo racconto, c’è un abisso, nella prima il padre vuole insegnare al figlio a perdonare il fratello , nella seconda vuol farsi perdonare ma in tutte e due le storie c’è un padre che vuole comunicare e far comprendere l’amore.

    Mi fermo qui chiedendoti scusa per la mia esposizione “elementare” e per il tempo che ti rubo, ma ti posso assicurare che scrivere questa semplice pagina ha colmato di calore il mio cuore.
    Andrei avanti delle ore a parlarti della mia esperienza di figlio amato e di padre che ama e di tutti gli errori che inconsapevolmente questo amore ha generato.

    Un grazie a Francesco che propone nel suo spazio pagine splendide come questa.
    Fausto

  9. Per dirla tutta : la scrittura di Antonio ha il raro pregio di “chiamare” chi legge , di non farlo stancare mai .
    Per me che per colpa ( sic ! ) della poesia in vita mia avrò letto si e no trenta libri compresi i gialli di Wallace , questa e le precedenti esperienze di lettura sono state la voce della mia cattiva coscienza , sicuramente di una pigrizia intellettuale volta a contestarmi una scelta dissoluta ed egemone …. anche se ( si spera ) non completamente disastrosa . .
    Io ringrazio Antonio e le sue parole perché ha sollecitato in me una sensibilità che neanche credevo di possedere .

    Con un caro saluto da
    leopoldo –

  10. La tua sensibilità, Leopoldo, se pure trova stimoli per rendersi a te, e poi a tutti noi, manifesta o ancora più accattivante, era già identitaria ed esplicita, oltre che espressiva. Il fatto poi di aver dedicato la tua attenzione di lettore a trenta romanzi compreso i gialli di Wallace non sminuisce le note critiche che organizzi e non aumenta meno che mai un fantomatico senso di colpa. La tua scelta non è disastrosa…

    Ti ringrazio e ti saluto caramente anch’io

    Antonio

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