Sei sestine su nulla

Matteo Veronesi

“Che cosa cerca di venire a fine
alla cortina estrema del silenzio
ch’è come velo su sembianze morte:
forse l’enigma del sudario vuoto
il segno che non dice altro che nulla
e involto tace, di là d’ogni tempo?”

[…] Ermetiche, ipnotiche, di difficile caratterizzazione, stranianti fin dal titolo, queste Sei sestine su nulla si snodano in sei enigmatiche sestine (scandite dai disegni di Maria Bergami, volti a dare forma a un possibile significato), ognuna delle quali presenta, come da regola, un congedo di tre versi. Ossessivamente, lungo tutti i versi risuonano le stesse parole-rima – che per la loro ricorrenza assumono valore di parole-chiave: «nulla», «morte», «silenzio», «tempo», «fine», «vuoto» – in ordine variato secondo la retrogradatio cruciata. Ma al parallelo fonico non consegue l’istituzione del corrispettivo semantico, nel senso che intendimento dell’autore non sembrerebbe quello di voler moltiplicare la risonanza dei termini pseudo-emblema o di fissarne le diverse gradazioni attraverso una ossessiva ripetizione, come potrebbe accadere anche con un prolungatissimo calembour. Né le parole-chiave sono connotatori del testo, ma topoi niente affatto archetipali e solo graficamente mutanti di una nihilitas senza ulteriori implicazioni, denominazioni straniate, dunque svincolate tanto dall’emblematismo segnico che da ogni loro nesso referenziale.

     Quello che fa apparire inconcepibile quest’opera, benché concepita, è in primo luogo l’incongruenza tra il titolo – in particolare, tra la preposizione «su» che figura nel titolo – e il testo, un testo altamente strutturato, di duecentotrentaquattro versi che con disposizione tutt’altro che antisistemica si intrattengono esasperatamente sul labilissimo consistere del non luogo, del non tempo e del non senso. Instabile essere che l’autore sembra formalmente esaustivare e far evolvere secondo una logica strutturale, vista la rigorosa ripartizione dell’opera in versi regolarissimi, come pure il suo svolgimento nell’avvicendarsi di componimenti che esteriormente paiono tematizzare ognuno un’idea a sé (malgrado i singoli titoli figurino, emblematicamente, tra parentesi, a rimarcare la assoluta marginalità e la fallacia di ogni variante di trama), dato che è un’opera titolata, pertanto vettorizzata verso qualcosa che tuttavia alla fine si elide e non si rivela: non c’è elemento che sfugga alla unitonale Stimmung di questa verseggiatura che pare interdire ogni possibilità di focalizzazione.

     Sei sestine su nulla non traduce l’intenzione di solennizzare la bella morte, né costituisce un’ode letificante al nichilismo o una allusione a una fondazione estetica non attuabile in pieno, o il documento di un itinerario orfico privo di speranza di retrocessione. Le parole qui non parlano di nulla, ma parlano – senza categorizzarlo – del e dal nulla, dall’altezza oscura del non essere – de nihilo, de nihilitate loquuntur. E il punto di vista inevitabilmente non trattiene quasi alcunché di umano, sebbene alcuni lemmi od occasionali locuzioni, tendenzialmente sempre sul segno di smaterializzarsi e di uscire dai confini del soggettivismo verbale, rimandino alla vita e a un soggetto lirico evanescente, sofisticato, esitante sofista di facciata, abissalmente distante dall’esperienza, stuporoso in false anafore e naufragato nella pervasività uterina e oceanica di un nulla che si fa argomento. Un io lirico non egoriferentesi e carente di consistenza identitaria, ma con ciò non del tutto estromesso ed eclissato (giacché esordisce quale soggetto della volontà, si percepisce in qualche isolato possessivo e in sequenze dialogizzanti, per poi estinguersi insieme al testo), seppure scarsamente identificabile, il quale – in assenza di determinazioni ideologiche o psicologiche che lo qualifichino – attraverso il suo accortissimo oblio umanizza lievemente, già dal suo esordio, il contesto falsamente epico-cosmogonico con un argomentare di remote arcanità che perde irrevocabilmente spessore negli anticlimax dei congedi. (Elisabetta Brizio)

[Il saggio di Elisabetta Brizio (Ceci n’est rien, Ceci n’est pas rien. In margine a Sei sestine su nulla di Matteo Veronesi) è leggibile integralmente in “Quaderni di RebStein“, XXXIII]

Testi tratti da:

Sei sestine su nulla

I
(SPECCHIO DEL NULLA)

IO TI VOGLIO CANTARE, AMATO NULLA
CHE SEI LO SPECCHIO TERSO DELLA MORTE
e sei l’anima pura del silenzio:
in ogni fibra tremula del tempo
suona il tuo canto che non ha più fine
né principio, compiuto nel suo vuoto.

E un lume splende nel pensiero vuoto
che si veste di un abito di nulla –
che lieve scorre alla sua quieta fine
e non ha luce o buio, vita o morte
nell’onda una e duplice del tempo
che è carme breve e immenso del silenzio.

O fonda e ardente voce del silenzio
che rende pieno e risonante il vuoto
e di ogni pausa fa risorto tempo
puro essere che germina dal nulla:
esito che non ha nome di morte
quand’anche il filo volga alla sua fine.

E puro arido amore senza fine
canto che scema lungo nel silenzio
luce che cala alla sua quieta morte:
tremula e ferma estasi del vuoto
che brilla e ferve, astro in fondo al nulla
e dal fondo degli evi schiara il tempo.

Parca gelida e dolce, o tu del tempo
alta signora dalla veste fine
sì che pare intessuta d’oro e nulla
che chiare parli voci di silenzio:
a me discendi dal superno vuoto
e vita eterna infondi, o eterna morte.

E cali infine il segno della morte
che dell’eterno è sovrana, e del tempo:
plenitudine che si spiega in vuoto
limite estremo, curvo, senza fine:
stilli la mirra dolce del silenzio –
materno il miele tiepido del nulla.

Possente nulla, padre della morte
alto silenzio che dissuadi il tempo:
tu porrai fine al tremito del vuoto.

II
(CANTO DEL VUOTO)

ORA È TEMPO DI DARE UN CANTO AL VUOTO
ALL’ANIMA ARMONIOSA DEL MIO NULLA
che fissa chiaro e fermo la mia fine:
fine ch’è d’ogni canto estesa morte
stagliata nell’eterno, chiusa al tempo
quieta nella dimora del silenzio.

E dare voce e senso al mio silenzio
ch’è anima segreta d’ombra e vuoto
e segna il suo respiro franto al tempo:
candida pace del sacrato nulla
che ha le maschere oscure della morte
ma voce d’angelo, sospesa e fine.

E alle stagioni morte dare fine
che parlano nel pallido silenzio
sul letto falbo delle foglie morte
sul greto ormai d’ogni fluire vuoto
che ogni traccia di vita ha fatto nulla
per tutta la distesa aspra del tempo.

Ma questa musica che vano tempo
scandisce o ritmo, orfano di fine –
che vacua trama, intessuta di nulla –
frullo dell’arcolaio nel silenzio
mani logore nel sacrario vuoto
soffio d’organo a dire nuda morte.

Quale cantore di leggende morte
senza destino, vittime del tempo
ancora leva pianti vani al vuoto –
quale profeta di sognata fine
per sempre avvolta in veli di silenzio
condannata a ridire ottuso nulla?

Forse il respiro è polvere, ombra, nulla
foglie d’alloro già nel seme morte
conteste e fredde pietre di silenzio –
senza accenti d’eternità o di tempo
senza misura di principio o fine
perse nel brolo stridulo del vuoto.

Spirito vuoto di sentenza nulla
strozzata fine ch’è sospiro e morte
scandito tempo estinto nel silenzio.

IV
(IL CANTO CHE PERDURA)

EPPURE ANCORA NON PUÒ AVERE FINE
QUESTO CANTO RICURVO SUL SUO TEMPO
che sfiora e storna la sua nera morte –
tesoro d’ombra entro uno scrigno vuoto
ove la mano fruga solo il nulla
e la voce riecheggia nel silenzio.

Deve durare ancora, dal silenzio
della sua onda che non ha più fine
e come avorio adorna il proprio nulla –
come creta fermatasi nel tempo
aspro margine del suo cuore vuoto
il cui respiro ha il tempo della morte.

E il suo fluire è correre alla morte –
sogno lieve disperso nel silenzio –
tremula fuga dentro il cerchio vuoto:
remoto asilo della tela fine
simbolo adusto del corroso tempo
che ore minuti giorni spense in nulla.

Ché infine fiume canto vita è il nulla –
sì, vita viva anche la tetra morte
che inanella i suoi passi in grembo al tempo –
antro e ventre del suono sia il silenzio
che corteggia la sua inviolata fine
la sua pienezza mascherata in vuoto.

Sì, che abbia anima, respiro il vuoto
luce infinita anche l’oscuro nulla
cominciamento grato l’agra fine:
sia sirena dolcissima la morte
che schiude immenso il porto del silenzio
e d’ogni istante fa fatato tempo.

Aurea città, porto che accoglie il tempo
tutto, racchiuso in grano, e all’alto vuoto
lo dispiega, e del dire fa silenzio
e avori e glorie e specchi volge in nulla
e in illusione gaia anche la morte
in folle riso il grido della fine:

tu questa fine di scandito tempo
questa mia morte in sillabe di vuoto –
questo nulla fai aureo nel silenzio.

***

10 pensieri riguardo “Sei sestine su nulla”

  1. Il senso acuto del nulla è assai più pervasivo di quanto ci aspetteremmo, per via della nostra intera cultura spesso rivolta ad una esaltazione dell’esistenza come vitale pienezza ( una pienezza sospetta tuttavia). Se ci soffermiamo a riflettere, guidati dallo splendido ‘mantra’, ricco di versi profondi, ipnotici, che appartengono a Matteo Veronesi, scopriamo quanto la nostra distratta pienezza appaia insidiata dalla pervasiva e sconvolgente natura del nulla. La complessità del discorso è innegabile, anche solo parlare del nulla rappresenta una tentazione: quella di attribuire ad esso una qualche forma di esistenza. Come è possibile allora celebrare il “non determinato”, (si perdoni il riferimento greco)? Il poeta sa che la peculiare fibra di questa dimensione risiede nella sua sostanziale apparente assurdità, eppure mai il nulla è stato trascurabile o ininfluente. In queste splendide sestine, abbiamo l’impressione che si lasci disvelare per confondere tutte le verità, parziali e seducenti, che ha appena rivelato. La morte, sua immagine, non mostra, ad esempio, il lato più macabro: è analizzata senza basso compiacimento dal poeta che la riconosce, nel corso della sua meditazione, attendendo al compito di darle paradossalmente una sorta di anti-esistenza.
    Il nulla dunque è atteso con uno sguardo inquieto eppure ispirato. Veronesi tenta di possederne il segreto, senza riuscire a mettere la parola finale ( la fine è anch’essa figura del nulla) alla meditazione compiuta, assecondandone la bellezza vuota e sublime. Un ruolo importante è riservato alla parola, dissoltasi apparentemente nel nulla l’ingombrante soggettività umana, a cominciare da quella appartenente a qualunque scrittore. La testualità è perciò un’eco resistente del mistero che circonda il nulla, ma non un suo trascurabile residuo, deitticamente indicante qualche imprecisato livello metafisico superiore. C’è una verità concreta e indubitabile infatti nel mulla-morte di cui siamo tutti testimoni, ci piacerebbe forse discorrerne in astratto, ma non è del tutto, e umanamente, possibile. La parola è così spesso uno slancio nel vuoto, un’e-vocare, pro-vocare la finitudine che silenziosamente esprime tutta la sua eloquenza, si leggano questi versi emblematici
    :
    Parola che non dice altro che morte /
    nomi infiniti per dire il silenzio /
    suoni pieni e fastosi dentro il vuoto: /
    profezia senza fine della fine /
    istante spento, icona alta del tempo /
    essere puro che tracima in nulla.

    Senza commentarne la pura bellezza formale, mi limiterei a segnalare, non come parole chiave, ma quale reminiscenza di cultura, quei “nomi infiniti” che sarebbero, dal punto di vista del sacro, propri del divino. Un accostamento che, se mediato attraverso la ricchezza delle esperienze mistiche, appartenenti alle varie culture, potrebbe avere senso. Chiedendo venia per il volo pindarico, mi vengono in mente i funerali in alcuni paesi dell’estremo oriente, celebrati con banchetti, o l’affascinante nudità simbolica dei giardini zen, maniere differenti per accostarsi al mistero del nulla. Per concludere, aderirei senz’altro al giudizio, assai indovinato, espresso da Elisabetta Brizio nel suo saggio d’apertura: “Sei sestine su nulla non traduce l’intenzione di solennizzare la bella morte, né costituisce un’ode letificante al nichilismo o una allusione a una fondazione estetica non attuabile in pieno, o il documento di un itinerario orfico privo di speranza di retrocessione. Le parole qui non parlano di nulla, ma parlano – senza categorizzarlo – del e dal nulla, dall’altezza oscura del non essere – de nihilo, de nihilitate loquuntur…”
    Leggiamo dunque un’opera originale e profonda, dalla forma non improvvisata e ricca di variazioni, di un lessico raffinato, ma con quella elegante noncuranza che testimonia il possesso sicuro degli strumenti d’espressione. Marzia Alunni

    1. Grazie Marzia, sono rimasto incantato dalla tua lettura delle “sestine”. Non è una novità questa, per quanto ti riguarda, così come non lo è il fatto che imparo sempre qualcosa di nuovo da quello che scrivi.

      fm

  2. Concordo con teq e sono felice di avere qui quest’opera di grande rigore e maestria, non solo formale.
    Ringrazio Elisabetta Brizio per aver concesso di pubblicare il suo notevolissimo saggio e Maria Bergami per i disegni.

    fm

  3. La sestina mette già di per sé a dura prova il lettore dei nostri tempi, sempre meno disposto alla concentrazione e insofferente nei confronti delle forme chiuse. Sei sestine costruite su di un unico gruppo di parole diventano una vera e propria sfida, un esigere un lettore attento, che manca sempre di più alla poesia. Operetta sontuosa.
    Grazie!
    abele

  4. Ringrazio tutti voi per i vostri commenti.

    Le sestine sono nate da una scommessa formale, se si vuole da un pàighnion, da un ludus: rivitalizzare la forma chiusa per eccellenza accentuando ulteriormente, fino al parossismo, il suo carattere artificioso.

    Prima ho avuto nella mente la forma chiusa e vuota, poi l’ho riempita di parole che ridicono indefinitamente e infinitamente (o in un modo e in una forma che suggeriscono ed accennano, strutturalmente, il “limite”, la “tendenza” all’infinito, proprio in senso fisico-matematico) l’infinito e l’indefinito del Nulla.
    In fondo, pur usando una forma medievale rivisitata da D’Annunzio e da pochi altri, ho fatto qualcosa di simile agli esperimenti di poesia cibernetica ed automatica che si facevano negli Anni Settanta – usando però come calcolatore il mio povero cervello (il numero tre, fondamentalmente, moltiplicato come in una serie, in una sequenza, in una progressione alfanumerica: dagli accenti del verso ai versi della strofa alle strofe e ai versi di ogni componimento e ancora, ricorsivamente, alle singole sillabe, fino a chiudere il cerchio o l’esagono – forse l’esagono che s’incurva e si smussa indefinitamente cercando di aderire alla circonferenza – del disegno complessivo).

    666 è il numero della Bestia. E la Bestia, come ben sanno i lettori di Caproni, è il Nulla, che si cela nelle pieghe del reale, e insidia e addenta l’esistente. «La bestia / che mentre la mente dirupa / frantumata, volante / o strisciante sguscia / e in sé s’intana». E Bestia è anche il linguaggio stesso – la fascinosa lucente Pantera di cui parla Dante nel De vulgari, che dopo ogni pasto vorace e feroce dorme per tre giorni, e della quale si avverte il profumo, ma che non si lascia ghermire, in una caccia protesa, appunto, sino all’infinito, e all’inafferrabile, come di chi cercasse di varcare l’orizzonte – nec pantheram quam sequimur adinvenimus, … redolentem ubique et necubi apparentem.

    I disegni colgono alcuni nuclei di significato – essenzialmente, parole-chiave, spie semantiche traducibili in suggestioni visive e figurative. Era l’unico modo per illustrare questi testi – a meno di ricorrere a vortici nubi nebule gorghi di fumo nero, di untuosa caligine – ma di quel sudiciume sono già pieni, senza che possiamo vederlo ad occhio nudo, i nostri cieli in apparenza tersi.

    Io, a partire dalla mia esperienza di composizione, vedo certo in queste illustrazioni quello che non c’è, o che c’è, o può esserci, visivamente, illusivamente (tutta l’arte è sempre illusione ottica, in fondo), ma che certo non era nelle intenzioni della squisita disegnatrice: una sorta di delicatissima, finissima blasfemia – la colomba stordita che spunta dalla nube nera per tornarvi, senza avere nulla da annunciare, o avendo dimenticato l’annuncio; l’angelo che si addormenta perché nessuno risorge – o forse, appunto, Nessuno, in persona, risorgerà, o è già risorto, ma nessuno sarà o è stato presente per testimoniarne -; la pia madonnina il cui panneggio sembra una corolla avvizzita, o una vulva putrefatta – la “vulva adulterata, orrida e vana” di Simone Serdini, tremendo e dimenticato poeta del Quattrocento: “Perché non ti serrasti in su ‘l dolore / sì che con teco insieme io fusse morto?” – ferita in cui si insinua il seme e da cui si sorge alla luce, ma anche faglia della Magna Tellus, della Madre Terra che ci inghiotte, e attraverso cui torniamo all’indistinto.
    Il che non implica, da parte mia, ateismo. L’annichilimento, l’esperienza del nulla, della lontananza, della gettatezza, può essere – forse fatalmente, necessariamente è – un momento nella “storia della salvezza”. Il momento che forse, anche storicamente, stiamo vivendo.

    E Dio stesso, ritiratosi, forse da sempre, fin dal principio (per la mistica ebraica, è ritirandosi in se stesso fino a svanire che Dio crea l’universo), fra le coltri della sua inconoscibilità e della sua reticenza e della sua latitanza, è Nihil Aeternum.

  5. Trovo assai utile e affascinante leggere questi interventi, in particolare quello coltissimo dell’autore, Matteo Veronesi. Mi rendo conto tuttavia che mi sono interessata del testo e non ho menzionato il contributo artistico dell’ immagini. Pur non essendo un’esperta, anch’io sono stata catturata, per esempio, dal “volto teso nel grido”, sembra quasi che raggiunga gli ultasuoni e spezzi in note cristalline la silenziosa aridità del mondo. Una convinta nota di merito perciò a Maria Bergami e un ringraziamento poi a Francesco per la sua affettuosa e immeritata lode alla sottoscritta. Marzia Alunni

  6. Grazie per la pregevole chiosa, Matteo, che oltretutto si integra alla perfezione con lo spirito e la lettera di questa “operetta sontuosa” (disegni compresi).

    fm

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