Francesco Tomada, nell’ordine dei nomi

Nadia Agustoni

“E oggi qualsiasi cosa mi passi accanto, può suscitare un verso dei poeti che ho letto: è la mia biologia che li porta, il mio ritmo cardiaco, essi vivono nelle mie fibre, talvolta parlano con la mia voce, della rete misconosciuta di strade che li conduce dentro il futuro, io non sono che una remota stazione, finché il Tempo non estinguerà il mio tempo di uomo.”

(Pierluigi Cappello, La mela di Newton)

    

I due libri che, fino ad oggi, compongono l’opera di Francesco Tomada sono radicati nella sua terra (il Friuli) e leggendoli si avvertono due cose: la precarietà dei confini (interiori e geografici) e la fragilità della vita, sia nel paesaggio, dove ci appare spogliata di orpelli e difese, sia nel quotidiano degli affetti. Tomada è poeta di linguaggio piano, essenziale, ma forte in quello che porta con sé; usa parole che vanno al cuore delle cose, nomina perché, nell’ordine dei nomi, il mondo è ricondotto alla voce, all’umano, al volto, o di più ancora a un crocevia dove si intersecano le varie complessità che danno forma al nostro stare nel mondo e al nostro stare insieme. Si avverte in molti dei suoi testi l’urgenza, o meglio, la necessità di ri-conoscere. Questo avviene su un doppio piano, privato e comunitario. Francesco Tomada sa parlare da una dimensione intima e affettiva, ma tenendo i fili di un sentire, che toccando nodi del passato sempre brucianti, ci unisce. Leggendolo si avverte un senso di giustizia, come se con la poesia si impegnasse a ridare significato non solo agli eventi, ma alla vita stessa delle persone, anche in quella marginalità del quotidiano dove l’eroismo non è mai assente, ma lo si scorge poco, perché appartiene ai senza voce, ai realmente esclusi (dimenticati anche dagli anticonformisti di professione) e che tali rimangono anche nella memoria storica.

    

L’infanzia vista da qui”, Edizioni Sottomondo 2005, raccolta di esordio di Tomada, si apre con un lungo componimento (pag.13 -14), un raccontarsi che è il segno di questa poesia, dove però non è mai dimenticato l’afflato a un cambiamento profondo. Il testo, nei versi finali, richiama una caduta, come se il volo non bastasse da solo e la terra, sempre presente, ristabilisse un suo equilibrio. La terra è l’ovunque e il mancare di “Double face, pensiero all’uscita del turno di notte” (pag. 20) poesia tra le più belle di questo autore: “Guarda le gru di Marghera altissime / e bianche nel buio come radici / di alberi piantati a rovescio / nella terra / dunque questo non è cielo / ma un cielo capovolto questa non è / vita / ma quello che alla vita viene tolto.” Cielo e terra sembrano cambiarsi di posto, ma poi ci accorgiamo che probabilmente è il confine tra le due polarità che salta e ci lascia col dubbio sul luogo dove stiamo e su come lo pensiamo. In altre poesie Tomada scava verso dopo verso fino ad aprire un varco tra il proprio presente, felice e imperfetto e un desiderio gentile e imperfetto di comunione tra tutti. Questa comunione è teatro di un ricordare che giunge al poeta da cose minime, come un verso di un altro poeta o un’immagine di sentieri sul confine con la Yugoslavia, dove il confine: “io lo vedo ancora / è una traccia senza erba fra le spine / sono i cippi conficcati nella terra…”(pag. 24), o come nel ricordo di una visita ad Auschwitz di cui dice: “volevo capire quel poco che posso / della colpa e del dolore”. In testi come questi, c’è un fare poesia che ci fa pensare a Umberto Saba, alla sua idea di una poesia onesta, e con questo facciamo i conti, innanzitutto misurando lo scarto tra la fedeltà a noi stessi e a un’idea di bene condiviso e tra ciò che è mancato e continua a mancare perché si realizzi non l’utopia di un “uomo nuovo”, che ha portato solo terrore e stragi, ma l’utopia di essere finalmente umani, senza vergogna e colpa per la nostra imperfezione e per quel non trovare un significato che ci basti.

    

La bellezza, nella poesia di Francesco Tomada, è una bellezza difficile, non perché i testi creino difficoltà, ma perché apre brecce dove non è innocuo passare. Fermarsi alle tracce più evidenti è una tentazione, ma la testimonianza della sua voce quando passa dal collettivo al privato non solo non perde forza, ma ci costringe a trascrivere a nostra volta quelle parole nella nostra vita, come quando racconta della vecchiaia della madre e quando ci parla del terremoto o dei suoi figli o di quell’amore per la moglie in cui il confine dell’affetto si apre e sembra volerla raggiungere bambina, o più in là, in una pre-vita.

    

Tra gli autori del nord est è uno scrittore, Mario Rigoni Stern, quello che avvicino idealmente a Tomada. I racconti e i romanzi dello scrittore di Asiago lo hanno reso eccezionale testimone di un mondo scomparso o in gran parte sommerso, proprio perché la gente è cambiata e la trasformazione di quel territorio è stata profonda, ma di questo egli ha saputo, voluto, tracciare una mappa che tutto ci restituisce fino a costituirlo come memoria. C’è una poesia di Tomada, sempre dalla prima raccolta (pag.31), che sento molto affine alla capacità di osservazione dei luoghi di Rigoni Stern: “Hanno arato i campi stamattina / e nel freddo sole dell’inverno / il dorso delle zolle brilla lucido /come un diamante estratto dal profondo / io credevo che il dentro della terra fosse buio: / non capivo dove i semi prendessero coraggio / e i crochi / il colore della loro fioritura.

    

Con “A ogni cosa il suo nome”, Le voci della luna 2008, la scrittura di Tomada si conferma una delle più autentiche tra i contemporanei. Le quattro sezioni del libro (Altri luoghi, Io vivo qui, In suo nome, Tre diviso due) rendono chiaro il percorso, evidenziato sopra, del poeta. Coscienza civile e diario di eventi intimi si collocano nel presente cogliendone la complessità: il dentro e il fuori sono sempre partecipi di uno sguardo riflessivo che diviene testimonianza sincera e non rinuncia – anche se espressa pacatamente – a un mondo più giusto e a ideali che non si fanno mai ideologia, ma vicinanza agli altri. L’epoca e i luoghi sono questi posti di confine, dove le guerre del passato recente diventano tutt’uno con le guerre più lontane, ma mai dimenticate, perché le ferite inferte sono così profonde che le sentiamo tutti nel corpo del paese.
     Dalle valli del Natisone, con il ricordo dei partigiani uccisi, alla Bosnia rimossa dalle viscere dell’Europa, fino ai luoghi in cui Tomada è nato ed è stanziale, i versi seguono la loro rotta tenendosi vicini al parlato, toccando quasi la prosa nella sezione “In suo nome” dove è ricordata la storia della madre. Ed è nel ricordo di questa figura femminile che Francesco Tomada ci fa giungere un significato possibile della sua poesia: la capacità e volontà di calarsi nei panni di chi, esiliato da tutto, sopporta una sofferenza inestirpabile. Questa capacità è un valore, perché segna anche il confine del politico, rovesciando il falso slogan “il privato è politico”; il privato va salvato dal politico e Tomada scrive una sua mappa di affetti antipolitica e perciò a noi più cara; viceversa rischiamo di soccombere ai totalitarismi che pretendono di plasmare “l’uomo”, ma non tengono conto degli uomini. Si sente sempre più il bisogno di distinguere tra ideologie e civiltà, dove la seconda comporta complessità e affetti, l’altra un mondo simile a quello descritto da Nabokov in “Invito a una decapitazione” dove si viene uccisi non per ciò che si fa, ma per ciò che si è.
     E’ una poesia di questa raccolta, dal titolo un po’ misterioso: “sono queste le righe che cercavo per Rose”, che diventa emblema di quanto leggo in Tomada. L’inizio è quasi didascalico: “Cosa c’è nel museo di Auschwitz / ci sono scarpe da calzare i piedi / di un’intera generazione / occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa / valigie per milioni di possibili ritorni a casa […]; è quel “milioni di possibili ritorni a casa” a coinvolgerci, a prendere la nostra attenzione, poiché sappiamo che per milioni il ritorno a casa non fu. Subito dopo si apre come una digressione, con versi in cui la vita degli oggetti supera in durata la vita delle persone, condensandosi quasi nella polvere; questo il poeta non lo dice, ma noi lo sentiamo: “tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima / il nome sulle etichette il fango secco sulle suole / solo una cosa è andata avanti / – non posso proprio chiamarlo vivere –. Infine vi è quel movimento che finiamo per leggere come a rovescio, perché è ciò che non è avvenuto, e per questo manca, non si lascia più scrivere. Basta un accenno a Tomada per arrivarci: “c’è una stanza piena di capelli / sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora / che nella vecchiaia / non li hanno mai raggiunti.

    

Aggiungo a queste brevi considerazioni sull’opera di Francesco Tomada, che “poesia civile” deve avere un senso più ampio della mera denuncia (per cui è quasi sempre più efficace un articolo di giornale) e come altri lettori mi accorgo di trarre più significato e forza “civile” dai poeti e dagli scrittori che parlano stando in mezzo alle cose, e vivono interamente la loro esperienza senza porsi limitazioni su cosa devono scrivere. Da lì ci aiutano a capire, a volte chi siamo, a volte come continuare a immaginare le possibilità della nostra vita. Nella fragilità della farfalla osservata da Brodskij in carcere (“Tu non arrivi a vivere / fino a provare la paura”) e nei suoi paesi sul Baltico che sempre mi ricordano le pianure (“In questi piatti paesi quello che difende / dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede / più lontano”), c’è la redenzione possibile; e così la poesia di Tomada, per chi lo ha letto e ne ama la voce, è capace di portarci vicino, non solo a quello che siamo, ma a quello che speriamo di essere.

 

______________________________

 

Francesco Tomada
Sette polaroid da Campoformido
(Inediti, 2011)

 

I.

Ai gatti non ci si poteva affezionare
(nemmeno se entravano nel letto per scaldarci
quando avevamo l’influenza)
perché poi morivano d’improvviso
per colpa della statale davanti a casa

e tutti a dire che non dovevamo piangere
perché loro avevano sette otto nove vite
non ricordo nemmeno quante
                ma le auto erano sempre
                                                  una di più

 

II.

Eravamo questo:
le partite a calcio nel pomeriggio
borc di sore contro borc di sot
nel campetto dietro l’Osteria al Trattato

io giocavo in porta
ero proprio bravo a tuffarmi ma soltanto verso destra
sarei potuto diventare davvero un buon giocatore
però a metà, senza simmetria

non ho rimpianti, questo no
l’unico segno rimasto
è che sorrido senza un motivo apparente
se capita che in mano mi resti
un calzino spaiato

 

III.

Eravamo questo:
passare tutti i giorni dopo la scuola dal signor Mario
che mi insegnava a lavorare il legno
fino a quando tu non mi hai detto
non puoi andare sempre, non sta bene
e io Mario sta bene, non è malato
e tu hai capito cosa intendevo
e invece no davvero, madre
io capisco tutto così tardi
anche il motivo per cui Lia
veniva a trovare papà sempre di mattina
quando in casa noi non c’eravamo mai

 

IV.

Ho visto:
il corpo di una talpa morta sull’asfalto
sui resti quasi decomposti delle orecchie
due farfalle azzurre che battevano le ali
sembrava volessero sollevarla
una bellezza assoluta ma triste

ho pensato:
allora gli angeli esistono davvero
però non riescono a portarci in cielo

 

V.

Per entrare nel Club dei Ragazzi del ‘66
serviva almeno una cicatrice fresca
che invece a me mancava

poi sono caduto con la bici
mi sono rovinato la faccia le mani le ginocchia

sono tornato da mio padre
mostrando le ferite come una conquista
e ridevo e piangevo insieme

mi capiva – credo – ma in famiglia
avevamo modi strani per esprimere la gioia
forse per questo prima di disinfettarmi
                  me ne ha date tante

 

VI.

Eravamo questo:
pomeriggi a giocare con mio cugino Michele
a calcio ai soldatini o con la sua pistola
che sparava freccette sul bersaglio
         ma quella mi divertiva meno
         perché lui era più bravo di me
infatti a vent’anni quando ha preso
un fucile e se lo è puntato sul cuore
ha fatto centro al primo colpo

 

VII. Lietofine

Le cose che ho imparato allora
e poi non mi sono servite a niente
io le tengo comunque che non si sa mai

sapere che ciò che per l’acqua
è morire di freddo sull’erba
per noi è la brina

l’idea di una prigione per rondini:
con uno spago legato attorno alla zampa
le avrei tenute ferme a terra

         la più inutile di tutte
         mi fa ancora sorridere
scoprire che se pedali forte in bicicletta
ti nasce intorno un vento
che per gli altri non soffia

 

***

45 pensieri riguardo “Francesco Tomada, nell’ordine dei nomi”

  1. Quando leggo le poesie di Tomada mi prendono sempre alcuni, costanti, sentimenti: la sensazione che egli ponga dinanzi a me una realtà conosciuta, ma che non avevo voluto vedere; la consapevolezza della solitudine di chi fa poesia, in grado di scorgere il significato delle cose; il dolore per il contrasto tra la bellezza estrema di un dettato “semplice”, grazia a cui il mondo diventa fatato, e la realtà brutale della vita, sempre presete al fondo dei versi.
    Credo si sia capito che apprezzo molto questo poeta.
    Grazie a Francesco per questo spazio.

  2. per prima cosa un grazie a Nadia che con questa sua perfetta lettura contribuisce a far luce su quella che reputo una poetica fondamentale per la comprensione della poesia contemporanea, dacché per me – e credo proprio di non essere la sola a pensarlo – Francesco Tomada può considerarsi a pieno titolo un “fondamentale”, anello di congiunzione tra la naturale evoluzione della poetica nostrana e quanto di più fresco, nuovo, e autentico della poesia europea, e transbalcanica in particolare, sia – fortunosamente – arrivato a contaminarci le lettere.
    In questo lo associo spesso ad un altro contemporaneo, seppure con le dovute e doverose differenze, che è Carmine Vitale, per il lavoro minuzioso sulla parola e la sua possibilità narrativa ed evocativa tra phoné e memoria, che entrambi – con i rispettivi e personalissimi stili – riescono straordinariamente a raggiungere.

    Un rinovato abbraccio a Francesco t, Nadia, e ovviamente ad fm.
    n.

  3. Concordo con Natàlia sulla bella lettura di Nadia e complimenti a Francesco Tomada per la “leggerezza” profonda dei suoi versi…
    per quel “calzino spaiato” che spalanca oltre a tanto, il ricordo di un grande senso di fratellanza per chi ha passato i pomeriggi tra sfide e ginocchia scorticate…
    Grazie
    Un saluto

    mm

  4. E’ commovente come queste poesie cariche dalla pesantezza di certe situazioni, ci comunichino una freschezza, una vitalità e speranza. Le frasi si snodano semplicemente come tirando su, con estrema agilità, da un pozzo una verità molto pesante. La fusione di questa dicotomia tra tragico (contesto) e leggerezza quasi giovane (contesto linguistico) è, per me, il risultato più affascinante e sorprrendente.
    Puntuale e penetrante come sempre la bella recensione di Nadia Agustoni.

    cristina annino

  5. Saper coniugare chiarezza e profondità, saper toccare, insieme, le corde di passato e presente, sapere estendersi nella doppia dimensione – in ampiezza e in verticalità – non è impresa comune. In questo la poesia di Francesco Tomada, come mette in evidenza la lettura di Nadia Agustoni, riesce compiutamente. Oltre all’accostamento a Rigoni Stern, mi ha colpito, nella lettura di Nadia, un’affermazione che è anche una sollecitazione: “la poesia civile deve avere un senso più ampio della mera denuncia”: ecco, anche in questo scorgo il merito di Francesco Tomada. Grazie a tutti coloro che hanno fatto arrivare a noi questo contributo.

  6. “La bellezza, nella poesia di Francesco Tomada, è una bellezza difficile, non perché i testi creino difficoltà, ma perché apre brecce dove non è innocuo passare”.
    Nadia Agustoni ha saputo cogliere molto bene con la sua lettura il senso della poesia di Francesco Tomada. I versi di Francesco hanno la capacità di “accompagnare”, di condurre il lettore in una serie di attraversamenti, indicando e nominando luoghi, persone, vite e stati d’animo. Partecipando, parlando in prima persona, riscattando con le parole chi non ha voce. Sono attraversamenti dolorosi ma necessari, alla fine, per pensare – come scrive Nadia Agustoni – ad una “redenzione possibile”, partendo da ciò che siamo stati e dalle nostre imperfette radici, da sette splendide e vivissime polaroid.

    Un caro saluto a Francesco T. e un ringraziamento a Nadia Agustoni per questa nota davvero preziosa, e a Francesco M. per il suo generoso e incessante lavoro, altrettanto bello e prezioso.

    Stefania C.

  7. Ho entrambe le raccolte edite di Francesco ed è un vero piacere leggere queste poesie inedite che confermano la bravura di questo poeta. Complimenti davvero. Dovevamo fare una presentazione insieme ma è saltata. Spero un giorno si possa fare perchè mi piacerebbe, oltre che conoscerlo di persona, ascoltarlo dal vivo…

    Un caro saluto

  8. “Eravamo questo”, “Ho visto”
    leggere le polaroid di un essere stati, di un tempo al passato, che non è concluso, ma che ci guarda dietro, come un pungolo, o un angelo, o senso di peso che radica.
    Solo così ogni fotogramma continua e, assieme all’imperfetto, svela “senza colpa o vergogna” quella “nostra imperfezione” della quale dice Nadia Augustoni in questo passaggio molto bello, centrato e particolarmente rivelatore della poetica di Tomada:

    “In testi come questi, c’è un fare poesia che ci fa pensare a Umberto Saba e alla sua idea di una poesia onesta, e con questo facciamo i conti, innanzitutto misurando lo scarto tra la fedeltà a noi stessi e a un’idea di bene condiviso e tra ciò che è mancato e continua a mancare perché si realizzi non l’utopia di un “uomo nuovo”, che ha portato solo terrore e stragi, ma l’utopia di essere finalmente umani, senza vergogna e colpa per la nostra imperfezione e per quel non trovare un significato che ci basti.”

    ah mi piace particolarmente “Lietofine”

    un caro saluto e un grazie.

  9. Che dire?
    Non posso fermarmi al solito commento telegrafico.

    La prima cosa è che sono molto felice di questa splendida sorpresa, ed al tempo stesso imbarazzato. Ho una grande stima di Nadia come poeta e come capacità critica, ed il fatto che abbia voluto leggere il mio lavoro (tutto il mio lavoro… due libri) mi onora prima di tutto. Credo che un autore debba fermarsi davanti al modo in cui lo leggono gli altri, ed ascoltare; però ci tengo a sottolineare che mi riconosco in tutto e per tutto nelle sue osservazioni così acute, e che anzi anche per me questo commento porta a galla alcuni aspetti che probabilmente non mi erano così evidenti. Adesso ci penserò su con calma, per metabolizzare, ma sono molto felice.

    Voglio ringraziare poi uno ad uno tutti coloro che hanno lasciato un messaggio per averlo fatto e per quello che hanno scritto. I complimenti fanno un grande piacere, è ovvio, e come dicevo prima mi imbarazzano. Spero che mi servano da stimolo per riuscire ad andare avanti e così a giustificarli. Sono stupito, e vi ringrazio, di questo affetto che sento, da parte di molti che conosco, di altri che non conosco ma che stimo molto e spero anche io di avere l’occasione di incontrare (salvo imprevisti dell’ultimo momento come capitato con Luca, ma è solo un rinvio).
    Non esageriamo con l’apprezzamento, perchè sono in grado di scrivere con facilità anche cazzate mostruose. Me lo direte?
    Grazie a tutti.

    E infine ci tengo a ribadire tutta la mia riconoscenza a fm, che ho incontrato solo due volte di persona, ma per me è una specie di fratello maggiore, come credo per diversi altri qui. Per affetto, e non per timore come scriveva qualcuno tempo fa. A te, Francesco, auguro di avere indietro almeno una piccola parte di ciò che hai dato agli altri.

    Francesco t.

  10. Poesie come trafitture biografiche che nascono dal dolore. Improvvisi squarci di semplicità ma una semplicità apparente, che coglie il bersaglio come una freccia. Molto giusto il paragone con Saba. Una lettura tonificante, secca. Grazie a Francesco (T.). Credo che Francesco (M.) non avrà mai indietro ciò che ha dato agli altri, ma così ha deciso, con coraggio: per esistere oggi VERAMENTE occorre prestare ascolto alle voci altrui, e così lui ha fatto. Per la gioia di chi trascorre del tempo in questa dimora non solo per commentare se stesso ma per vedersi rispecchiato.

  11. Francesco, lo ho già detto altrove, oltre che essere un amico fraterno, è il mio poeta preferito. Secondo me uno che resterà nel tempo. Ottima e precisa, come sempre, la lettura di Nadia.
    Un caro abbraccio a entrambi. FF

  12. Condivido quanto è stato detto da Nadia e da chi ha commentato, nonché il riferimento a Saba: come Saba Francesco Tomada ci dà il dolore della vita e l’amore della vita, per questo, qui, sentiamo il bisogno di esprimere l’emozione che proviamo leggendo queste poesie.

  13. Un saluto e un grazie a tutti, anche da parte di Nadia che, purtroppo, per problemi tecnici, non ha possibilità di collegarsi.

    fm

  14. Un poeta fondamentale, davvero. Tra i miei preferiti., insieme a Cappello. Son proprio bravi questi friulani! E umanissimi. Un’altra voce che apprezzo é Federico Tavan.
    Splendido anche l’intervento di Nadia, altra tra i preferiti.
    Ciao
    Liliana

    ps avrò anch’io Franceso nel blog con un’altro splendido inedito, già pubblicato in rete..

  15. Una considerazione “in itinere” (invero “francescana” anch’essa).

    Le “Sette polaroid da Camporformido” sono parte di un più ampio lavoro in fieri che ha già (a mio modo di vedere) la consistenza di un’opera compiuta.
    La “riservatezza” dell’autore, la sua “humilitas”, la sua ferrea volontà di sottrarsi il più possibile al teatrino quotidiano della sovraesposizione “en poète” (tutte “merci” sempre più rare, in rete e fuori) la dicono lunga sulla sua statura umana e morale.

    I testi, poi, parlano da soli – così come parleranno quelli a venire… Io posso solo dire questo: quando ho letto “L’infanzia vista da qui”, ho scritto che era una delle più belle opere degli ultimi anni; quando mi sono trovato in mano “A ogni cosa il suo nome”, ho fatto capire che (“per me”) si trattava di un piccolo capolavoro: ebbene: considerando tutti gli inediti, posso assicurare che siamo un passo oltre, molto oltre – e che passo!: la “dicibilità” si fa “trasparenza assoluta”, un velo sempre più impalpabile, impossibilitato, com’è, a reggere le profondità abissali (di memoria, di pensiero e di sentire) da cui questo laicissimo *cantico delle creature* scaturisce.

    fm

  16. scoprire che se pedali forte in bicicletta
    ti nasce intorno un vento
    che per gli altri non soffia

    C’è qualcosa di zen in questi testi asciutti, spesso, crudi, in cui l’amaro si ricompone in un equilibrio più grande in cui la parola assume un valore liberatorio. Non è la realtà dei fatti che può inibire un poeta, semmai lo sollecita nella scrittura. Sono le piccole cose che ci accendono di gioia: il pedalare più forte, il calzino spaiato.

    Grazie!

    Rosaria Di Donato

  17. Ringrazio di nuovo uno ad uno tutti quelli che hanno lasciato un pensiero, e ripeto che mi fa un grande piacere, anche se i nomi richiamati mi mettono in imbarazzo. Fra i molti aspetti che ho apprezzato del lavoro di Nadia c’è anche la citazione di Cappello: è un poeta che conosco e apprezzo molto, ma Nadia è riuscita ugualmente a trovare un passo che non ricordavo.
    Due parole in più per quello che scrive fm: io credo di avere una mia coerenza, questo sì, ma non sono certo un santo, dunque se mi offrissero la possibilità di una diffusione ampia la accetterei, a meno che non richieda compromessi assurdi. Però nessuno mi insegue per pubblicare e non ho scadenze, dunque cerco di fare in modo che ogni lavoro abbia il suo motivo di essere. Come ci siamo già detti in privato, c’è bisogno di tempo per sedimentare un percorso o almeno è così per me. In questo le parole di Nadia, e le tue del commento precedente, mi sono di grandissimo aiuto e da stimolo per riuscire a meritarle.

    Francesco t.

    1. Caro ft, non ti attribuivo nessuna particolare “santità”: a prescindere dall’amicizia e dalla stima personale, il tuo “stare” in rete (leggi: diffusione e circolazione dei tuoi testi ridotta all’indispensabile, mai invasiva e ridondante) lo vedo molto vicino, moralmente soprattutto, a quello che secondo me *dovrebbe essere* (e assolutamente non è) il comportamento di tutti, soprattutto dei poeti – quasi tutti compresi nella smania di apparire a tutti i costi e, soprattutto, di apparire contemporaneamente in più posti. Le eccezioni, per quel che mi riguarda, vanno tenute in gran conto e preservate: fosse solo per il fatto che rappresentano un vero antidoto a fronte dei veleni prodotti dal comportamento di chi, pur servito e riverito alla bisogna, ti toglie poi il saluto quando non gli servi più o ti rifiuti di pubblicargli l’ennesimo *capolavoro* o l’annuncio della sua partecipazione al tale festival (sic!) o alla tal’altra sagra strapaesana dei verseggiatori in calore.

      Non è questione di poco conto, secondo me: perché noi siamo, in rete, ci piaccia o non ci piaccia, esattamente quello che siamo fuori: sono i particolari minimi e apparentemente insignificanti a distinguere un uomo da un quaquaraquà: e i quaquaraquà sono una categoria in crescita esponenziale – anche tra i poeti.

      fm

  18. è veramente un incanto leggere la prefazione di Nadia con i rimandi a Rigoni Stern e a Pierluigi Cappello..
    ha saputo denotare l’importanza di certi temi, difficili da affrontare, e leggendo le poesie di Francesco si sente una testimonianza verso ciò che dobbiamo conservare, verso ciò che è indispensabile difendere se vogliamo mantenere la bellezza del mondo, renderla preziosa, oserei dire: sacra.
    molto apprezzato.

  19. questa è un *piccolo capolavoro*:-)

    IV.

    Ho visto:
    il corpo di una talpa morta sull’asfalto
    sui resti quasi decomposti delle orecchie
    due farfalle azzurre che battevano le ali
    sembrava volessero sollevarla
    una bellezza assoluta ma triste

    ho pensato:
    allora gli angeli esistono davvero
    però non riescono a portarci in cielo

  20. Pur ammettendo di avere un rapporto alquanto strano (fm sembra vederlo addirittura come una “crociata contro”) con la poesia (che in particolare mi impedisce di leggerne più di tre o quattro al giorno) penso non sia sbagliato dire la mia, anche se devo ancora abituarmi per bene alle risposte isteriche, l’ultima delle quali ho appena finito di digerirla (e rispetto alla quale l’esplicitazione dell’intuzione [=insinuazione? boh..] inerente al timore [reverenziale, ma sempre timore] rappresentava evidentemente una vendetta, che però preferirei mi venisse attribuita con fair-play, persino per Marotta sono Elio Copetti, non “qualcuno”).
    Ebbene le poesie qui presentate mi sembrano davvero pregevoli. Un po’ perché condividendo qualcosa dei contesti ai quali sono evidentemente legate, riesco a sentire bene il tocco di genio che c’è voluto a trarle fuori da essi, ma anche per una qualità che personalmente tengo in grandissimo pregio: la rinuncia all’artificio, a quella particolare “oscurità” congegnata appositamente per ottenere un “effetto di profondità”, espediente molto umano e quasi irrinunciabile (che io stesso ho sperimentato per conto mio) e che soltanto chi ha trovato, o almeno pre-sente come vicino, qualcosa di più vero ed importante sembra disposto a riporre nella borsa degli attrezzi. Dunque un sentito “bravo” a Francesco Tomada. Riguardo alla presentazione di Nadia Augustoni, devo dire che non capisco tutto questo rincorrere l’appellativo di “civile”. Non c’è nulla di incivile e neppure di militare nella poesia di Tomada, eppure non vedo perché debba venire tirata fuori per i capelli dalla sua dimensione così intimamente “umana” (e dunque potenziale “farmaco” con indicazioni, controindicazioni e posologie che ciascuno dovrà stabilirsi per conto suo) per proiettarla (quale panacea universale) sopra ampie dinamiche sociali e storiche. Si tratta di un espediente per ridare alla poesia quella leva sociale che sembra avere perso, o disastrosamente ceduto alle ideologie? Beh, il discorso sarebbe lungo, mi limito ad affermare il mio no: secondo me la poesia di Tomada non ha una valenza spiccatamente “civile”, così come mi appare posticcia quella attribuita a Zanzotto. E dove non è posticcia? In Pasolini, secondo me, ed in altri ancora impastati da una fede ideologica che forse oggi è razionalmente insostenibile, e va quindi “protetta” sotto coltri di complessità teorica, specialmente francese. Un saluto.

    1. Caro Elio,
      non c’era nessuna isteria nel mio “qualcuno”, e se ne hai ravvisata me ne scuso. Solo un sottolineare una frase che io ho trovato fuori luogo, tutto qui. Si tratta poi di ben piccole cose che parlandosi faccia a faccia vengono risolte in pochi secondi, mentre qui ne manca la possibilità (è uno dei limiti della rete, enorme) e si trascinano come se fossero fondamentali. A te va dato il merito di esserti accostato a queste mie cose senza il fastidio, e ti ringrazio di questo prima ancora che del giudizio positivo o negativo che ne dai, perchè depone a favore della tua onestà intellettuale.
      Sulla dimensione civile della poesia io sono un po’ in difficoltà. Mi spiego: mi piacerebbe riuscire a scrivere poesia esplicitamente civile, e invidio chi riesce a farlo. A me sembra di scadere nel banale, dunque preferisco altre strade che sento pìù mie. Mi resta l’idea che la scrittura debba essere una forma di resistenza umana, per quel (poco) che può fare, e che dunque possa assumere anche connotazioni indirettamente civili, nel senso che uomini degni si comportano in un modo piuttosto che in un altro. “Revolution starts at home”, cantava Billy Bragg, in questo senso sono d’accordo con quanto scritto da Nadia non sul mio lavoro, ma sulla poesia in generale, e fino a qui non vedo forzature. Che ciò debba diventare un espediente per giustificare la “leva sociale” è un altro discorso, e come te credo che la scrittura valida – in generale, non la mia, ci mancherebbe – non abbia bisogno di questo tipo di protezioni per stare in piedi da sola.

      Francesco t.

      1. Grazie, mi sembra molto chiara la tua risposta. Preciso solo che l’isteria non era riferita alle tue parole, ma son d’accordo che con un minimo di conoscenza faccia a faccia certi tipi di incomprensioni poi non possono più instaurarsi. Però in esse credo vi sia anche un pizzico di fecondità, legata appunto al carattere ancora astratto della relazione, che è forse un peccato perdere: ho come l’impressione che dopo non si riesca più ad essere dei veri “sparring partner”, che è un poco il modo nel quale io intendo l’interazione su Internet, tant’è vero che “attacco” (solo sul piano astratto dei discorsi, spero) soltanto coloro che avverto dotati di robuste personalità. Ciao

  21. arrivo tardissimo e spero che Francesco t. non sia stanco di leggere. due parole solo sulla struttura dei testi (chiedo conferma): descrizione di una situazione ordinaria, domestica, ma vista con gli occhi del “fanciullino” (cosa difficilissima e che F. fa benissimo); precipitare nell’universale degli ultimi versi, che tolgono la patina personale alla scena d’avvio e ne danno una lettura educativa (ma con leggerezza, com’è nel carattere dell’uomo Francesco), valida per tutti. il miracolo è che ci riesce con altre, brevissime, immagini, senza dunque teorizzare o ammonire. La mia osservazione critica è: fa’ in modo che l’operazione non diventi troppo frequente, con il rischio che sia prevedibile. non tanto l’immagine, ma lo schema. Osservazione che vale per tutti i poeti, perché tutti abbiamo un modo di chiudere il discorso, che ci tiene legati, che prende la parola anche quando potremmo deviare rivendicando una libertà non ancora sperimentata.
    un caro saluto anche a Nadia, della quale ho apprezzato, fra l’altro, l’accostamento a Rigoni Stern.

  22. No, non sono stanco, e ringrazio ancora chi è passato di qui per Nadia e per me, lasciando apprezzamenti, riflessioni e consigli.
    Rispondo volentieri all’osservazione di Stefano “Gugl”, che apprezzo – fra molte altre cose – anche per la sincerità nel porre le sue domande e le sue critiche.
    Quello che noti è vero, ed anche io temo che sia il mio limite attuale. Credo che ognuno di noi sia quello che è, e dunque non può pretendere di cambiare volutamente prospettiva perchè suonerebbe artificioso, ma anche io avverto il pericolo di cui parli. Da qui a sapere come uscirne il passo è enorme; se però non ho in previsione nessun lavoro che assomigli a una raccolta organica è anche per questo, perchè magari alcuni testi sono “belli”, ma non avverto adesso uno scarto che ne giustifichi la pubblicazione, un senso globale che li renda diversi dai precedenti. Dunque quello che scrivi mi serve nel bene e (non direi nel male ma…) in quello che resta da cercare.

    Francesco t.

  23. caro Francesco, quello che dici è sacrosanto: non è un difetto avere la propria voce. E nemmeno è l’unica via quella di scrivere un libro ogni volta differente. io penso, tuttavia, che la voce sia indominabile, per questo diventa ‘le voci’ che mi parlano quando scrivo. Ladifficoltà è nel lasciarle essere liberamente prigioniere dell’arte che ti appartiene. Lasciare a ciascuna uno spazio sonoro e/o semantico e/o sintattico, in un dialogo che fa essere “la poesia” quella cosa che non è cosa, quell’uno a cui l’uno sta stretto. Ciò vale per tutti i poeti, ro ribadisco.E confermo con Carmine Vitale che tu sei un poeta (poi le classifiche meglio lasciarle a Pordenone :-)

    1. Caro Gugl,
      tutto vero. Credo anche che in questo traballante equilibrio tra sicurezza e scoperta cresca il concetto stesso di poesia.

      Francesco t.

  24. Ringrazio gli intervenuti, scrivo fuori casa da postazione gentilmente prestata da un amico. Non posso quindi dilungarmi. solo alcuni chiarimenti. Non paragono Tomada ad alcuno, lo avvicino per la capacità di osservazione (nel contesto del nord est ) a uno scrittore Rigoni Stern. E sul fare poesia onesta specifico meglio, nel caso non si sia capito, che non c’è paragone con Saba, ma un con un’idea del fare poesia su cui Saba ha detto qualcosa di importante, e a cui Tomada, come altri, mi fa pensare. Sulla questione della poesia civile rimando Elio a questo passo:

    ” Aggiungo a queste brevi considerazioni sull’opera di Francesco Tomada, che “poesia civile” deve avere un senso più ampio della mera denuncia (per cui è quasi sempre più efficace un articolo di giornale) e come altri lettori mi accorgo di trarre più significato e forza “civile” dai poeti e dagli scrittori che parlano stando in mezzo alle cose, e vivono interamente la loro esperienza senza porsi limitazioni su cosa devono scrivere.”
    Mi pare di avere letto Tomada proprio nella dimensione indicata da Elio: Umana e per questo universale (Guglielmin).

    Sugli inediti che leggo ora, faccio i complimenti a Francesco. E’ per me una sopresa che appaiano insieme alla mia lettura dei suoi due libri. Aggiungo e mi ripeto, due dei libri più belli degli ultimi anni.
    Ringrazio Francesco Marotta dell’ospitalità.
    Non sapendo quando potrò ricollegarmi, mi scuso se ad altre eventuali osservazioni non potrò rispondere in tempo. Un saluto.

    1. Grazie Nadia. Sono soddisfatto delle risposte che ho ricevuto in questo scambio. Un’annotazione collaterale: penso che in quella citazione di Cappello sia rappresentata una straordinaria professione di fede nel campo poetico – mi ricorda, su di un qualche piano di proiezione, certe espressioni di Sant’Ignazio di Loyola. Come quelle, essa mi ispira anche una sensazione di patetico, e di sinistro, certamente dovuta alla mancanza della corrispondente fede, ed in questa sensazione ora intravedo le spine di una “irrapportabilità” fondamentale, continuamente risorgente, che probabilmente sta alla base delle mie ignoranti forzature in questo ambito di attività.

  25. Un grazie a Alfio e Carmine,
    e uno enorme che rinnovo a Nadia per la sua lettura del mio lavoro. Gli autori che hai richiamato nel tuo brano mi hanno onorato, sia per il modo in cui hai fatto riferimento a loro, sia perchè nel mio piccolo li sento affini. Non è soltanto una questione geografica, ma in effetti di intenti, o per me almeno di tentativi.
    Sul discorso della poesia civile ho già detto nel dialogo con Elio, e non ho visto nessuna forzatura da parte tua, anzi.
    Gli inediti sono stati un regalo di fm, uno fra i tanti regali che mi ha fatto nel tempo.

    Francesco t.

  26. Una vera scoperta Francesco T. con queste sue bellissime poesie, tanto limpide,asciutte e tenere.
    Sempre difficile fare della vera poesia con elementi autobiografici e quando accade ha per me del miracoloso.
    Complimenti a Francesco T e a Nadia,brava come sempre.
    lucetta F.

  27. Grazie Francesco per questi bellissimi e nuovi versi. Hai un modo tutto tuo di raccontare e cogliere il mistero della vita: lo fai in modo arioso, che non significa semplicità, ma naturalezza. Un abbraccio, sperando di rivederti presto. Filippo

  28. abbiamo letto le tue poesie con piacere, sempre molto intelligenti e sentite. gianna + ernesto paulin. contattateci per un incontro.Viviamo in uno stavolo in montagna vicino Moggio Udinese. Sarebbe bello! Ciao.

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