Il cibo senza nome

Pasquale Vitagliano

La chiave di lettura della poesia di Pasquale Vitagliano è il percorso di una voce che insegue, mentre la vive con intensità, una definizione del caos tutt’altro che calmo della vita con le sue ricadute continue nell’ossessivo (“Non è riuscita ad agglutinarla neppure / il tempo…”). Quella vita che in mille rivoli e frammenti continuamente scivola via, scorre inafferrabile eppure è tenuta, provata, goduta per qualche attimo, anche se “Hai voglia tu a sperare che / domani la storia potrà essere riscritta. / Tutto quello che hai detto, e fatto / si riverserà dentro senza farsi domande”.
La storia di quegli attimi, riconsiderati a metà tra la memoria e la loro consistenza di realtà: ecco la caratteristica delle poesie di questa raccolta. Qualcosa di molto particolare e originale: l’oggetto che, nel flusso mentale, vive anche per una sua interna consistenza, per una sua fisicità che vince il tempo e il moto (che sono, poi, la stessa cosa). Di ingresso del fisiologico, si potrebbe parlare. Quel “fisiologico” che si fa ossatura del filo onirico, riconquistando giustamente il simbolo alla sua consistenza fisica, materica (nella considerazione appunto fisica che “quando sparisce il freddo, / si scioglie il dolore”). Ci muoviamo, afferrati e coinvolti, in una poesia che gonfia e palpita di un’ansia della vita, a cui inutilmente tentano di opporre margini di distacco e di presa di distanza i vuoti e le sospensioni perseguiti dall’autore. Nelle sequenze di Il cibo senza nome, un’ansia avvolge ogni cosa per quanto – si direbbe – un tempo appariva ancora come segno di speranza e di vita e ora resta scoperto come incerto e incompiuto, in una consistenza inconsistente (“Attendo al terremoto / buono, buono, / immobile ed esausto, / in lista d’attesa”) che è il dramma della vita e, nel contempo, il fascino della poesia.

(Paolo Ruffilli, dalla Prefazione)

 

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Pasquale Vitagliano, Il cibo senza nome
Prefazione di Paolo Ruffilli
Nota di Francesco Forlani
Faloppio (CO), LietoColle, 2011
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Testi

 

                                                                      FUORI

 

Gli ultimi giorni

Credi proprio che gli ultimi istanti
della giornata siano proprio uguali
agli ultimi giorni dell’umanità
perché non li puoi mettere in scena.

Ti lasciano appiccicata addosso
l’etichetta della lavanderia,
che nessuno ha il coraggio di
toglierti dalla piega della giacca.

Hai voglia tu a sperare che domani
la storia potrà essere riscritta.
Tutto quello che hai detto, e fatto
si riverserà dentro senza farsi domande.

Quante volte ti sei convinto che
tutto fosse finito, così per ricominciare.
È bene che ti rassegni a ciò che vedi:
non c’è giornata che termini senza umanità.

Non c’è umanità senza le tue giornate.

 

Sosta

Sul treno immobile all’illimite sosta
nel luogo dell’ingiusto albergo,
all’ombra trema la mite resa
all’ultima ora dell’inatteso arrivo.

Non ha più spettatore questo naufragio,
perché lo sguardo affoga in pieno centro.

Sull’alba è passato lo spasimo teso
ad arco nelle trame delle vertebre spogliate
senza ritegno dalle giornate perse
ad interrogare l’oracolo verticale degli orari.

Non ferma al rimpianto il viaggio inerte che
guarisce il mistico saluto del passeggero.

 

Rock around the clock

C’è ancora di questi tempi
chi aggiusta gli orologi
benché neppure questi
battono lo stesso tempo.

I rintocchi dei secondi non
risuonano mai all’unisono ma
piovono ognuno per sé
sulle ore che passano zitte.

Dritti si deve restare ad ascoltare,
se non vuoi perdere il posto
nello spazio che ti è stato dato
fuori del regno nudo del tuo assolo.

Ed invece vorresti essere tu
ad aggiustare con gli occhi il tempo
che non suona assieme a quello
che senti dentro questo punto angusto,
senza un’ora che sia giusta.

 

*

 

Prova a vedere da sopra
il gesso bianco del tuo profilo
riverso sull’asfalto nero di specchio;
sei caduto nell’incubo pesante, hai messo lo sguardo
su te stesso, dentro un contorno svuotato di massa;
sei stato colpito in volo sullo skyline spezzato
di un brutto finale, senza titoli di coda, nel buio
di una vacanza uccisa dalla rivendicazione
di una lingua morta contro ogni alfabeto.
Non è questo tracciato sulla strada,
più vuoto del viso urbano che hai sempre
di fronte a te, grezzo d’ocra e di ghisa.

 

*

 

Dicono che sono piovuti pesci,
che l’atrazina ha confuso
i generi delle rane sotto una piaga
caduta su un campo digitale
di magnolie.
Insomma, ci toccherà capovolgere
le lenze per farne
tende di raffia
e invece di pescare
dovremo intrecciare le storie
tra i capelli che altri vuole tagliare.
Ed io comunque mi troverò sotto,
sotto qualunque pioggia,
di spilli, di scritti o dicerie,
esposto al ventaccio guasto
          della maldicenza.

Resto senza fiato, fatale ignoto alle malizie,
senza sapere più a che genere appartengo.

 

*

 

Ne ho sentiti di silenzi,
scialbe assenze di volume,
o loquaci più di un corpo autoptico.

Ne ho sentiti di silenzi,
uno spazio bieco, lasciato fuori
dall’altro lato dei volumi.

Non ne ho più trovato uno uguale
a questo risvolto oltre l’intero,
dentro questo insediamento di parole.

Nell’immagine negativa del pieno,
la scia tracciata dopo l’onda
ritratta dalla riva,
via da lettere e da particelle.

Ne misuro il peso col ghiaccio in bocca.

 

Attendo al terremoto

Mi vedo senza più fiato
nelle parole, vedo
l’addome che vibra, la vena
nel collo risuona di cose

non dette e tenute a morire
nel ristagno dei saluti che
ti devo giorno dopo giorno.
Mi hanno portato via dei bambini,

neanche fossi un pazzo,
e mi hanno lasciato sull’asfalto:
la lucertola persa di terrore,
perché scoppi sotto le ruote.

Attendo al terremoto
buono, buono,
immobile ed esausto,
in lista d’attesa.

 

Perle ai porci

Sì che sono una chimera,
ma non il sogno infranto,
io sono il mostro genetico
che ti potrebbe anche schifare.

Che dirti di questo disprezzo,
se non che non c’è niente
d’innaturale nel mio canone segreto
se non che è indicibile quanto il tuo.

Ho osservato a lungo

le forme abiette del tuo amore,
precipitate nel mondo cavo di un geode,

nell’ametista di lacrime uguali alla mie,
che dentro la crosta d’angoscia,
si portano appresso la più semplice delle grazie.

Sono fatti di perle i miei incubi,
preziosi più che ai porci.

 

Ad un passo

Mi sono fermato ad un passo
dalla santità grazie al peccato,
l’unico che ho ingoiato, è stato
l’acqua sul fuoco, la legna bagnata,
il fumo nero della mancata elezione.

Insopportabile a credersi che
si potesse fare quello che
si dice per crescere sani,
parola dopo parola,
dalla bocca alle unghie.

E invece no, dovevo fermarmi prima,
per poter essere come tutti gli altri,
mezz’ora di ritardo, senza parola data,
eppure accettabile perché così comune.

Questo resta comunque, a fare la differenza,
che proprio ad un passo mi sono fermato.

 

***

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10 pensieri riguardo “Il cibo senza nome”

  1. ……..
    Insomma, ci toccherà capovolgere
    le lenze per farne
    tende di raffia
    e invece di pescare
    dovremo intrecciare le storie
    tra i capelli che altri vuole tagliare.
    Ed io comunque mi troverò sotto,
    ……..
    sotto è lo stato delle cose…

    Complimenti a Pasquale Vitagliano

    Un saluto

    mm

  2. Un saluto e un grazie a tutti.

    Pasquale, se vieni a presentare il libro dalle mie parti, mi sa che è la volta buona che ci si incontra.

    fm

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