Le parole che vennero dopo

Natàlia Castaldi

Frammenti di un lavoro in divenire:
Le parole che vennero dopo

Il progetto parte da Le architetture dell’orrore, che può considerarsi prologo dell’intero libro, e proseguirà con la vita di due donne che a specchio canteranno la loro percezione del mondo e degli eventi, i piccoli frangenti, le vicessitudini, gli incontri, le ansie, le paure, le passioni, i ricordi.
Il libro si apre dall’epilogo che le coinvolge entrambe e fonderà tecniche di scrittura diverse in un unico percorso narrativo. (N. C.)

a Vittorio Arrigoni  e Rachel Corrie]

Le parole che vennero dopo
(racconti di_versi – parti della prima parte)

[stride
è necessario rientrare. (è questo il bisogno di raccontare?)
le voci, quelle voci, ancora tra i capelli,
numeri e polsi [ e la mia pelle è una stella,
un asterisco per rimandare una cantilena a memoria,
o solo una ninnananna che addormenti la storia.]

Hannah: “

(rewind me)

il boato ha lacerato le pupille
immediato
il sentire non ha lasciato tempo
alla vista
un frammento di coscienza
permane |un istante |oltre
poi niente
_____________ brandelli sul selciato

*

Guardavo il mio corpo lacerato
le scommesse delle mosche
la corsa alle lenzuola bianche
Non si può guardare a lungo l’orrore
– rimuovere ] rimuovere in fretta i resti
Serve la calce

*

Si accalcavano con scarponi grigi
Le facce spente
Qualcuno piangeva, un altro vomitava
Quante grida la tragedia che viene dopo

*

Hanno ricomposto il braccio destro
il vestito bianco quello delle nozze di Yehosheva
avevo una foto e sorridevo
Zeev danzava ubriaco

*

Avrei dovuto consegnare le scarpe al calzolaio
In tutto questo frastuono non trovo più il mio pacco
Edna avrà il saggio tra una settimana
Come farà Zeev senza le scarpe per il vestito buono

*

Quando ci riunivamo al sabato sera
c’era sempre un gran guardare tra noi donne
la moda occidentale s’imponeva
a quel senso di ritrosia nel mostrare |del tutto |le mie forme
A volte un incrocio di sguardi sulla scollatura
svelava un sorriso di approvazione.
Dopo cena si andava a danzare,
portavo uno scialle con me, con pudore

*

Quando la fisarmonica partiva
era tutto un coro di voci che avvolgeva
__________________Hevenu shalom aleichem
i ricordi da bambina in fondo alla sala
la fila di sedie poggiate alla parete.
Mamma volteggiava, Dio sa com’era bella.
Nel suo vestitofelice |aveva ricamato
l’orlo |con l’azzurro |della vittoria

“ho conquistato [cantava –
la pace e una promessa
Anche il mare,
qui, tramonta d’arance”

*

Gli occhi avevano l’azzurro delle terre alte di suo padre
i capelli crespi delle traversie nomadi della madre
c’erano tracce di popoli in ogni difetto
che aveva imparto a evidenziare:
caratteristica e pregio – diceva,
marcando il profilo delle labbra
sottile].
Il naso dicevano avesse la curvatura
della bisnonna per metà italiana e in parte greca,
l’incarnato, invece, tradiva la trasparenza
delle vene nel suo accento tedesco

*

barchuni l’shalom
malachei ashalom
malachei elyon

*

[le foto di Ari e Rav Salanter
in bella mostra | lì sulla credenza
mi sgomentano
come fossi in parte derubata
della mia identità
puramente umana e familiare]

*

Yehosheva aveva la luna sul Collo
sospesa tra la Notte e due Orbite
di stelle, Sogni Proiezioni o Solo
Desideri apparentemente Reali:
una Pace che sapesse di Pane
e Terra da calpestare, un Braciere
acceso d’inverno Quando l’Albero
si Spoglia e le rondini Non Aiutano
a sperare Primavere e raccolti
Propizi per le Labbra.

*

Una ciocca di capelli e nastro color sangue
era quanto di macabro restasse
sottovetro alla parete dei cimeli
di un tempo da non nominare

*

Senza nome non si può pronunciare
il corso dell’orrore La solitudine
dei vuoti recintati Tra le Ossa
di una Grancassa di presenze
all_armanti
come la dilagante assenza
di coscienza.

*

Supine le stelle osservano il corpo
sospeso tra l’inutile e il rancore
della corsa ad ostacoli del male
mentre il bene si asciuga al sole di uno
sguardo la pietà senza rimorso
né memoria.

*

Edna [primo parallelo – intermezzo chap 3]

[Non era solo una questione di geometria necessaria al corpo, ma una ragionata febbre di vita. L’unica strada per andare lontano. Liberarsi dalle ossa, dalla storia della casa, dagli affetti, dai fantasmi, forse. Edna lo sapeva, aveva sepolto il nostro dio quello stesso aprile senza le cerimonie dedicate alle mie spoglie. Un giorno stringendo le scarpette annodò le dita al mio pensiero. Strinse e strinse così forte che mi sembrò di soffocare. La sua voglia era sangue che pulsava con tutta la rabbia necessaria per sognare.
Le passò in bocca un intenso sapore di sangue, l’interno delle labbra morsicchiato nervosamente.
La sala d’attesa per l’audizione era un inferno di ansia, risa, chiacchierii isterici e lunghe prove sulle punte. Edna a piedi scalzi stringeva le scarpette, non ho mai capito se le stesse maledicendo, pregando o uccidendo tra le dita, un po’ tutt’e tre le cose, mi sono sempre detta, sì, un po’ tutte e tre le cose, forse. Ha atteso l’ultimo istante per indossarle rendendomi complice della sua rabbia. Partirà il mese prossimo, questa terra promessa non è più nostra. La terra non è nostra, la terra non ci appartiene.
Siamo l’illusione di una parentesi di passaggio in un tempo che comprendiamo per possesso e definizione.]

il nemico invisibile – dialoghi dell’illogico –

il punto è cominciare da qualcosa
la stasi segna l’abnegazione
dell’arto all’azione La misura
corretta della forma che si adagia
fai conto che una sedia al centro della
stanza poi due occhi che spartiscono
lo sguardo tra lo scarto e la domanda
la curvatura è già attesa arco
tensione quadratura che si piega
ragione pressoché intatta sospesa
che dal corpo pre tende risposta

perché del corpo si son dette mille
cose ma non è certa la ragione
del silenzio la stasi vegetativa
prima del consenso la miriade
di blocchi neuro irrazionali
che invadono le pareti ornamentali

dunque si è cantata la carne la passione
la posizione ideale lo scarico
la forma mai la paura del passo
la paralisi il cinema muto
quando galvanizza l’attenzione
su un arto che ripete la neurogenesi
dell’azione senza averne coscienza
né comando

allora
si dovrebbe cominciare sempre
da qualcosa dal punto di rottura
tra pensiero e conduzione quando
l’ordine si spezza nella leva
che àncora l’azione alle ginocchia

un’involuzione ordinaria della
volontà al comando l’esimia prostrazione
dell’essere al peso del suo corpo

– “cerco una freddezza lucida che lacera”

mi spiego nelle pieghe dietro le ginocchia
che tendono i polpacci sollevo le punte:

-“ somiglierò lontanamente a una ballerina?”

[leggera – come se fosse, si potesse
dispiegare alluci come ali]

– “bentornato” – nel frattempo diceva
del suo volo mentre da dietro
la finestra si levava l’imbrunire

-“ forse l’inizio non è altro che la fine
quella volontà di premere
fino a uccidersi di luce”

“- hai mai pensato alla volontà del cielo?”

non si ferma, si rispecchia eterna
nell’ellisse come volta si allarga
movimento senza tregua:

non cerca, non chiede,
si ripete

[maledettamente ricopro i centimetri
di pelle al sudore ometto la concessione
dell’odore rinchiudo il ciclo in ali
di cotone metto il punto ad ogni
giro naturale del mio pelo
: decoloro]

Dove si incunea, dunque, l’osceno?
saranno le cosce l’umido il desiderio?
o quel malato puntellare

– “così non si può, così non si deve”

come se bene o male non fosse vera
ogni cosa ci appartenga nel buio
di pensieri immacolati

***

– seconda parte – incipit)

L’altra sera Fadwa mi diceva
quanto fosse feroce la memoria
(a ritroso)

Fadwa: “

Si dice che nel nome risieda
il senso dell’esistenza, in effetti
la parola la spiega, le dà senso,
l’organizza, ne mette in relazione
cause, conseguenze, eventi: Restituisce
memoria alla storia

Ho sempre ripensato a quei limoni
La staccionata La scala a pioli
Il padre arrampicato che chiamava
i nostri nomi Mentre la veste
di bambina | aperta | Raccoglieva
il salto Il volo del frutto nel Grembo
e una risata

Era bello pronunziarne la parola
darle dimensione e colore [: in arrivo
Limoni, gialli e grossi Limoni]
e osservare sul viso di Fa’ez
la smorfia Gli occhi stretti La lingua
serrata contro i denti | Percepire
l’anticipazione del senso e dell’azione
[una mano, il coltello, poi le labbra,
Un sorriso Il capriccio L’attesa]
legandone il gusto a un altro sapore
alla liquidità della sete,
all’asprezza del sale

Credo che questo sia da leggersi
come una magia, forse un dono,
una capacità propria dell’uomo
che si costruisce la vita
come i versi di un poema
come la pagina più bella del Corano
con la libertà incondizionata
di fantasia e pensiero

Ecco perché non ho mai accettato
questo nome che nel sacrificio
ha preteso una condanna Senza
margine di scarto per l’arbitrio
della mia libera scelta

[…% continua]

________

i brani musicali sono tutti di Max Richter, in ordine: “infra 2” – “Impardonnables – doubt” – “Elegy – Horizon Variations”.

***

51 pensieri su “Le parole che vennero dopo”

  1. Bellissime.
    Delicate, dolenti.
    Sofferte parole – offerte poiché sofferte – offerte in dono a noi.
    Vicinissime oltretutto al mio sentire. Intense e brevi. Spudorate e piene di pudore. Sensuali e umanissime. Una voce bellissima, quella di Natàlia. Commossa e commovente.
    Mi ha emozionato tanto.
    Mi unisco a Enrico De Lea: meraviglia… meraviglia che lascia la bocca spalancata… fa dire… Oh…
    Grazie di cuore.

    Gabriele Gabbia

  2. Grazie per queste poesie, acuminate e forti.

    Con la gioia di leggerti (spero presto) sulle pagine del tuo ultimo libro.

    Un abbraccio, m

  3. Vengono da lontano, queste parole, hanno braccia ampie e occhi dallo sguardo profondo e dalla vista acuta, serbano melodie di storie, che sanno la dolcezza della pace e lo strazio dell’orrore.

  4. nemmeno se lo avessi saputo….
    ieri sera al Cerizza ho letto in apertura della serata proprio alcuni pezzi de “le architetture dell’orrore”.

  5. Lingua indignata, una piacevole frustata la tua poesia Natàlia, in particolare “Senza nome”. Così respirano gli incendi del Tempo diceva qualcuno…un saluto, Luca

  6. ehm… grazie a tutti di vero cuore.

    a Marco: sono immobilizzata con arto ingessato… ma non appena mi rimetto in piedi, chiedo il tuo indirizzo a Francesco e ti invio il libro con vero piacere. Abbraccia Lucetta per me.

    nc

  7. tema intenso, ma notevole il lavoro sulla scrittura, o meglio della scrittura. mi pare davvero alto il tono, la padronanza della parola, del verso. credo che a quello si debba la creazione dell’emozione poetica, del suo riuscire a confondere e a fondere il tema con il lettore, il dire con ciò che mai saprò.
    mi permetto una piccola annotazione, spero non dispiaccia /troppo/; nei primi due testi, “il boato…” e “Guardavo…” avrei ‘sacrificato’ l’ultimo verso, cioè quel verso esplicativo, che mi dice, e che -almeno per me- aggiunge. così, solo per fare un po’ il noioso (lo siento!)
    complimenti davvero!

    un abbraccio

    1. Alucina maripili! adoro i noisi, non lo sapevi? :) (è il mio status vivendi la noia)
      annotazione che annoto, anche perché è un lavoro tutto in progress (come dicono quelli fighi), dunque ci rifletterò sul tuo consiglio e non è detto che alla fine non decida di apportare una bella cesura.
      Poi, già solo trovarti qui è una cosa bellissima.
      abbaccio a te.

  8. Interlocutorio e dolente, questo lavoro di Natalia Castaldi colpisce per la ricerca di un punto di vista soggettivo, ovvero centrato sulla narrazione di un contesto umano, singolo e particolare. La rappresentazione è tuttavia sdoppiata, da un parte il monologare inquieto e dolente, dall’altra il corpo che, legato all’io narrante, è costretto a vivere l’orrore della separazione violenta. Esso è anche testimone offeso dell’angoscia e, super partes nel disfacimento subìto, dei sentimenti più profondi. Lacerato, il corpo resiste, indica l’orrore e la parola è canto che non assolve dalle responsabilità. Attraverso la scrittura è in atto una denuncia, mediata attraverso la fuga di metafore sempre più alte, nei riferimenti e nello stile adottato. Sebbene il contesto sia, a tratti, quotidiano e dettagliatamente preciso nei riferimenti e nei flash della narrazione, fa la sua comparsa un’attitudine onirica, come a ricordare che siamo sogno e non solo razionalità. Passato e presente vengono poi mischiati dall’evento traumatico. Costituiscono un’unica sequenza dolorosa della quale fanno parte a pieno titolo le aspirazioni, i desideri, i ricordi più cari, in una continua associazione d’idee, caratterizzata da procedimenti ellittici e flash back. La visione è dichiaratamente personale, tuttavia si avverte un sapore quasi epico e collettivo su un piano superiore: Uno sguardo gettato sul mondo che l’io narrante sorvola senza la pretesa di tutto comprendere, ma solo di fornire uno spaccato esistenziale intenso e fondante. Gli sviluppi di questa scrittura sono da seguire perciò con attenta partecipazione critica. Marzia Alunni

    1. Marzia, ti leggo con ammirazione, neanche io avrei saputo o potuto spiegare così bene ciò che nella mia mente è la regia di questi episodi sparsi, ma tu l’hai fatto e non solo, mi hai anche indicato un percorso, che intendo seguire.
      grazie di cuore per tutto questo.
      n.

  9. SAMO©…o del pudore spudorato evi_tranciato…
    “sputato e tagliato fuori con violenza!”…:)

    Brava Natàlia

    Un saluto

    Maurizio

    ps
    ti immagino seduta davanti alla “finestra sul cortile” a fotografare sul foglio un “mondo!”…
    Auguri per l’arto…:)

  10. Supine le stelle osservano il corpo
    sospeso tra l’inutile e il rancore
    della corsa ad ostacoli del male
    mentre il bene si asciuga al sole di uno
    sguardo la pietà senza rimorso
    né memoria.

    Splendida scrittura.

  11. Infinitamente grazie a tutti voi.
    Mi capita spesso di chiedermi cosa io stia facendo, quanto del mio tempo sia inutilmente speso tra le parole, nella ricerca estetica e fonetica che restituisca senso a quanto i miei pensieri inseguono riportando alla luce ossessioni, paure, domande; e non è semplice rispondermi, non sempre riesco a rispondermi. Quancuno dice che la poesia sia salvezza, io non l’ho mai pensato questo, al contrario credo che sia essa stessa espressione patologica della necessità di esorcizzare le nostre ombre, spesso invano.

    A Francesco tutta la mia gratitudine per avermi permesso di crescere quando nessuno avrebbe mai scommesso su me.

  12. ciao natalia
    sempre bello leggerti in progress come dicono i buoni

    però la poesia é salvezza

    c.m.

    Cos’è la poesia che non salva
    I popoli né le persone?
    Una complicità di menzogne ufficiali,
    Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
    Una lettura per signorinette.

    Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
    Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,

    Questo, e solo questo è salvezza.

    1. Caro Carmine, su certi termini mi piace soffermarmi e riflettere. Ci sono ab-usi, a mio parere, sempliciotto forse, sindacabile anche, ma ti dico: non salva, non salva nessuno, o per lo meno, non salva me.
      Salvifica.
      perché? perché ti porta a tagliare sempre più in fondo? perché ti consente ti scinderti in più voci, di guardarti prima da dentro e poi da fuori? perché, salva?
      non salva, accompagna, diventa il tuo modo di esprimerti, il tuo modo di collegare le cose, di osservarle, di metterle in relazione per vederne poi delle altre e ancora altre e ancora te stesso, e ancora di più il vuoto e il silenzio, forse, e la tua stessa eco, o ego, che dir si voglia.
      “la poesia è una forma di resistenza”: quante volte l’ho sentito? troppe volte, troppe.
      non è resistenza, non nell’accezione che troppo spesso forzatamente le si vuole far entrare dentro. è esistenza, maledetta meravigliosa esistenza, non più e non meno di quella di un contadino, di un artigioano, di un pittore, di un medico, di un architetto, di un netturbino che facciano con coscienza il proprio mestiere.

      La poesia salva, chissà, magari un giorno mi ricredo, oggi dico no, che non salva, ma che non ne posso fare a meno.
      E penso che a salvarci siamo solo noi stessi, quando sappiamo essere uomini, dismettendo gli abiti dei poeti.

      belli i versi che lasci e la loro speranza d’artigiano.

      un abbraccio,
      n.

  13. Natàlia,
    ti dico che, lette nuovamente, di notte, queste tue composizioni mi arrivano con una loro forza tutta particolare, capace di farmi respirare le atmosfere create dalla tua mano, che percepisco come una copiosa conca, capace delle lacrime (vedi “le architetture dell’orrore”) così come di nettari, pozioni, ad esorcizzare con ” le parole che vennero dopo” tutto il dolore, ma avendo la cura di creare il passaggio davvero in maniera “Ideale” per conseguire un’unità di sentimenti, sensazioni, atmosfere e moti dell’animo umano che trasmigrasse da poema a poema in maniera naturale eppure incisiva. Molto deve essere stato lo studio dietro questo lavoro importante, che culmina nella ricostruzione dei nomi dei tuoi “attori”, per non parlare delle espressioni in lingua…
    L’eco della strage si sfrangia in queste tue nuove “voci”, che cantano la più bella delle preghiere o inno alla speranza:

    “ho conquistato [cantava –
    la pace e una promessa
    Anche il mare,
    qui, tramonta d’arance”

    Grazie a Natàlia, incommensurabile.

    E a Francesco che tanto fa per la poesia e che saluto tanto.

    Francesca

  14. innanzitutto…buon risveglio nella nuova italia (o quel che sarà)..

    poi il mio apprezzamento a n.c. … per questo suggestivo tentativo di descrivere il mondo da altri corpi (il che può accadere propriamente solo nella poesia che potremmo dire drammatica… non nel romanzi e le narrazioni oggettive…)

    infine, scusate se approfitto per un messaggio personale a francesco m. – se mi stai leggendo , mi puoi scrivere? mi hanno sequestrato il computer e ho perso tutto l’indirizzario

  15. La padronanza del verso e dell’immagine ( anche se dirlo può apparire retorico ) dà la sensazione a chi legge di aver ricevuto in regalo una vettura cui non manca nulla di godibile : sterzo , tenuta di strada , prestazioni , accelerazione . E soprattutto isonorizzazione : il silenzio interlocutorio ma anche il rombo del sorpasso ( siamo italiani … ) .

    leopoldo –
    .

    1. Un tempo ero spericolata alla guida, poi mi sono resa conto di quanto fosse stupido il sorpasso, sarà che son madre adesso, ma vivo sempre più di angoscie e paure, anche prudenze estreme. Quando scrivo forse emerge la mancanza di pudore, necessaria per potersi declinare, consapevole di essere sempre a rischio di un bel testacoda. La scrittura è il solo pericolo che mi concedo, in somma.
      Grazie di cuore, Leopoldo.

      nc

  16. arrivo per ultima.
    forse avevo solo bisogni di, assorbirti, qui così.
    non sono brava a dire ciò che penso, sono sempre una gran confusionaria, ma mi hanno lasciato senza fiato.

    belle nat.
    dolorosamente belle.

  17. Natàlia c’è qualcosa di diverso in questo tuo nuovo “work in progress”, ed è un qualcosa che non so bene definire, in mio aiuto potrebbe venirmi incontro una cosa che mi sono sentita ripetere spesso e cioè che in ciò che scrivo a volte “non vado fino in fondo”. Mi chiedo spesso cosa questo possa significare realmente, ma leggendoti mi sembra che tu ci stia riuscendo. È come se il tuo verso avesse un atteggiamento diverso verso se stesso ( scusa la ripetizione…) e avesse una consapevolezza della sua “impurezza” che la parola non lava, e così deve essere.
    grazie
    lisa

  18. Non conoscevo questo lavoro. Leggo e mi conferma tutta la grande stima che nutro per la tua capacità di produrre poesia civile che sa parlare al cuore e all’intelligenza rappresentando, senza retorica declamatoria. Encantado…..

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