Sequenze di vento

Marco Ercolani
Giorgio Bonacini

Cosa avrò detto del vento? – che fa brillare il vuoto,
liscia il pelo dell’acqua, arruffa i rami e tramuta in oceano i prati…
In realtà non avrò detto che la prima di queste cose.

(Franc Ducros)

Una luminosa oscurità

1.

Giorgio Bonacini finalmente, dopo sei anni di silenzio, torna a proporci un nuovo libro, questo splendido Sequenze di vento, vincitore del Premio Giorgi 2011. E ritorna visibile agli occhi del lettore una poesia tanto necessaria quanto misteriosa.
Il libro si compone della lunga sezione eponima, Sequenze di vento, composta da trenta poesie dai dieci ai tredici versi ordinate con numeri romani, e poi da due sezioni finali, la prima si chiama …corpi sospesi, la seconda svaniti… La sensazione è quella di un poema unitario e compatto seguito da una “coda” musicale frammentaria, un epilogo aperto.
La prima domanda che il lettore si sente bisbigliare da questi versi è: a chi appartiene la voce che parla? Sembra la voce neutra di nessuno, insieme «grammatica storta» e «evidenza nel vivente». Bonacini contagia il lettore con un suo intimo De rerum natura: lo costringe a muoversi, tra parole apparentemente pacate e munite di senso, e a diventare spettatore di un universo non definibile da un unico senso, con il progetto di «Strappare uno sguardo alla luce / all’impasto di un’ombra che scioglie».
L’avventura, l’experimentum di questa poesia, è mostrare che le parole sono sempre degli enigmi ed è dentro il loro non rivelarsi che combattono l’ultima, silenziosa battaglia: «una mente precoce che sa / di alfabeti e saluti, di numeri antichi / per forma e distacco, nella testa che indugia / allo scempio di noi, allo sconquasso».
Bonacini si sottrae al rischio di molti poeti della neoavanguardia, zelanti costruttori di un neorazionalismo della parola. La parola di Bonacini, pur utilizzando un lessico antilirico e astratto, non rimuove i tumulti interiori. All’interno di un lucido antibiografismo, crea un clima di assilli e paradisi, dolcezze e violenze, attento ai minimi movimenti della natura reale e immaginata: «Tu pensi che sia una farfalla / di gocce di pioggia impossibile, pesa // là dove non smette e deposita ancora / un’immagine stanca, una pelle incurante / che spinge e nasconde, e ricade // un millimetro in più fuori tempo / alla fine di ciò che si muove e si attende». Insorge, nel poeta, la tentazione di non sapere e di non capire, di ritirarsi nell’ombra. Bonacini non vuole soffocare dentro «la smania di rendere tutto sgargiante». Preferisce «svanire modesto e imperfetto». L’esercizio zen della sua poesia lo dimostra con particolare, cristallina evidenza.

2.

Il poeta francese che Bonacini cita in epigrafe al suo libro, Franc Ducros, scrive: «Cosa avrò detto del vento? – che fa brillare il vuoto, / liscia il pelo dell’acqua, arruffa i rami e tramuta in oceano i prati… / In realtà non avrò detto che la prima di queste cose». La «prima di queste cose» è far brillare il vuoto. Bonacini lavora a questo minimo e fluttuante splendore, mantenendo una sua pensosa leggerezza nell’usare la materia delle parole. Sa «il paesaggio che l’aria si prende / e sottrae all’incoscienza di un volo». Vengono in mente le parole di un celebre poeta francese, misconosciuto in Italia, André du Bouchet: «non c’è sempre / nulla // il vento». In questa frase che afferma e che nega la presenza del vento c’è il senso di una sospensione che continua a durare.

3.

Ma Bonacini spinge la sua ricerca oltre la costruzione linguistica, evidenzia metafore che sono segnali improvvisi, analogie fulminee, brividi metafisici, scintillanti oscurità. «Difficile allora sognare una pietra / che appare e svanisce e affida il suo peso / a un errore del tempo».
Scrive il poeta, in una pagina teorica: «Il tema o problema della presunta “oscurità” della poesia è un argomento antico. Per alcuni la poesia si deve “capire” per altri si deve “sentire”, per altri ancora
qualcosa d’altro, e ognuno è fermo a quella propria parzialissima “verità”. Ma il senso della poesia non sta, credo, nella sua facilità o difficoltà di lettura, ma nella capacità della parola (la materia della poesia è la parola, così come il colore è materia della pittura, i materiali plasmabili della scultura, il suono della musica, ecc.) di uscire dal pensiero e dalle sue manifestazioni (felicità, dolore, conoscenza, emozioni, sentimento, sogno…) con una voce che sia il suono fondante e vitale, con forma e sostanza, di una scrittura vera, di intrattenibile sforzo e leggerezza, che spacchi il reale per reinterpretarne i segni e le fatiche. Alla fine per vivere e non far morire. Perché (è stato detto, e ogni poeta lo sa, anche inconsciamente) la poesia non ha il compito di svelare o di nascondere, ma di indicare… Poi tutto dipende dal nostro sguardo, che non è uno, ma molteplice, indefinito…». È difficile definire in modo più limpido la propria poetica. Ci sarebbe da aggiungere un solo dettaglio: Bonacini usa consapevolmente una lingua semplice, mai eccessiva, proprio perché una lingua simile è più pronta ad essere usata come materia trasparente e plasmabile nel flusso delle analogie.

4.
«Si tenta allora di correggere / il silenzio». Un tema di Bonacini è la dispersione, l’“evaporazione dell’io” di baudelairiana memoria, attuata con strategie che mettono in evidenza una posizione neutra, impersonale dell’autore, che mette l’io tra parentesi e si limita a correggere il silenzio che lo circonda con lievi parole. «È il sospetto di non vivere nell’aria / che ci aiuta». Ma la levità è solo apparente, perché cela una densità sostanziale.
«È una grinza di suono la vita», una piega contratta, un deleuziano “vedere” la ferita. La «scienza in un mare di segni», «il vento instancabile», sono gli strumenti del poeta: lasciare che la parola scorra piana e neutra, così da apparire comprensibile nel senso immediato, ma misteriosa nel senso segreto, inviolata in quel silenzio che le parole “correggono” ma senza alterare il pudore profondo del tacere originale. Secondo Blanchot, la letteratura è «cieca vigilanza che, vedendo sfuggire se stessa, s’immerge sempre di più nella propria ossessione, è la sola traduzione dell’ossessione dell’esistenza». Per Bonacini tradurre in parole la sua ossessione è un atto magico e superfluo, come scolpire la polvere o ritrarre un fiume. Quando, parlando del libro di un amico poeta, scrive «carsica o in piena luce, la poesia, come un fiume, è scorrere continuo e nascita costante», ribadisce una personale idea di poesia in continua metamorfosi di sensi e di suoni. Questo dettaglio ci rimanda alle molte prefazioni e note critiche che Bonacini ha scritto per poeti importanti, ma anche giovani o al loro primo libro, trovando per ognuno di loro frasi calibrate ed esatte, attente ad evidenziare il nucleo migliore della loro ricerca, sempre pronto a percepire il futuro di un poeta.

5.

La poesia di Bonacini, fatta di assilli, sospensioni, disastri, paradisi, non si appaga della quiete della sua bellezza. Il suo concetto di bellezza è più vicino alla natura del fulmine, come ci illustra Perniola in alcune pagine saggistiche: fulmine come fulmen (arma, freccia), fulgor (lampo), fulgus (baleno, fiamma veloce). Arma, lampo, fiamma, la poesia di Bonacini cela/svela tutte le sue nature. Il poeta cerca «qualcosa che sembri la forma / sincera del vento, per fare di tutto / nel sogno sbagliato e trovare una tana, / una pancia, una buca inchiostrata di luce».
Le immagini del poeta diventano pittoriche, come graffiti su una roccia. Le sue parole sono questi «inchiostri di luce» nella tana. Lì il vento trova le sue «sequenze», si ferma, inventa un ordine, ma un ordine che viene dal caos: «portano in sé un movimento / le foglie staccate, slegate, cadute». Sarebbe tempo di considerare Bonacini, poeta protagonista di una trentennale storia poetica, legato al laboratorio della rivista «Anterem», il traghettatore di una precisa originalità etico-stilistica che sa condurre un gioco lieve e tragico con la lingua, pur non rifiutando l’impasto sperimentale della sua materia. «Ma è tutto un altrove ribelle, una linea / che storce, che sfiata, che sfuma // in un verso ogni nostra clausura / una semplice forma, un tormento, una linea / di freddo sbagliata che inganna // le foglie, e a distanza di luce le sillabe / mute di colpo e di colpo concluse». Il pathos di Giorgio è evidente, cifrato dal pudore, in quelle sillabe «mute» e «concluse». Di quel pathos misurato è lui il protagonista, fin dall’inizio. Come dei luoghi che descrive.

6.

«I miei luoghi – scrive Bonacini – sono “fughe” e “rifugi”, ma non nel senso di scappare o di nascondermi, ma perché credo che la voce della poesia (la mia in particolare) abbia bisogno e crei essa stessa nel suo andamento in avanti (fughe) e nelle sue pause (rifugi) la vita ulteriore che percorre una doppia esistenza: quella della scrittura poetica e quella di chi scrive. Ci sarebbe anche quella del lettore (che può anche essere il poeta stesso), ma il discorso sarebbe molto lungo: bello ma complesso».
Diversi lettori sono stati intrigati e coinvolti dai “luoghi” della poesia di Bonacini. Marco Furia scrive: «Le usuali coordinate perdono valore, ci si muove nella vivida dimensione dell’esistere, nel magma ricco di energia dal quale il linguaggio può sempre rinascere in forme inedite. Soltanto per via di un’acuta percezione della natura dell’umano idioma si possono porre in essere proposte poetiche consistenti, come quelle in parola, in una naturalezza frutto d’impegnativo riflettere e profondo sentire, ossia, si conceda l’ossimoro, nel vigile abbandono alla sensazione.
Come a dire: sono un poeta e so-saprò (la fiducia è d’obbligo) quali sono i componenti della mia poesia. Ne derivano esiti sinceri, non artefatti, più nulla essendovi di oscuro attorno a un enigma che, semplicemente presentato nei suoi molteplici aspetti, smette, in virtù di consapevoli accettazioni, di provocare drammatica angoscia. Con eleganti pronunce, articolate e piane nel contempo, offerte con premuroso garbo, sicuro, mai retorico, del tutto privo di qualsivoglia autocompiacimento, Bonacini approda a una spontaneità scaturente dalla definitiva rinuncia ad angusti schemi: la sua (alta) istanza estetica, così, si fonde con l’etico invito a condividere un atteggiamento, a fare altrettanto. Una “buona insensatezza”, anzi ottima, davvero».
Stefano Guglielmin scrive: «dallo sperimentalismo degli anni Sessanta e Settanta, egli riprende infine l’incompiutezza sintattica, la reticenza, la paronomasia e quant’altro evidenzi la “trama impossibile” della poesia contemporanea (…); dal primo Montale, egli assorbe il timbro, l’impasto dei suoni e quel sentimento di decorosa pudicizia nei confronti dei propri simili, ai quali preferisce tacere l’orrido vero, malgrado sia chiaro il nulla a cui siamo tutti consegnati». E cita le parole teoriche di Bonacini, sempre molto lucide: «La poesia esiste qui, ma ancora non sappiamo se qui sia effettivamente il suo luogo, vero e reale, di scorribanda o di meditazione. Qui c’è la nostra visione, il nostro sguardo finito che, proprio in virtù di questa sua limitatezza, riceve e avvalora».

7.

Avvicinando lo sguardo alle ultime due sezioni, leggiamo, da …corpi sospesi: «sospendi il tuo sguardo a un’altezza / severa che dica di più / su quell’aria che basta a formare / una vita o un contorno invidiato di luce / e spavento, un ronzio di formica»; oppure «il calore che sale indovina / in silenzio la forza di un nome / esalta le cose e incendia di sé / una grammatica storta / la grandine forte fra i lampi / caduta – e da un ragno assorbita». Protagoniste delle poesie successive saranno la mosca e la lucciola, sempre evidenziate in corsivo nell’ultimo verso. Ma vorrei segnalare anche questo splendido inizio: «Ma è falso che tutto si tinga / di buio e di nero – io vedo / sul bianco pudore di un muro / poesie di animali tardivi che provano / crepe, equilibrio e dintorni – / il colore di fondo macchiato / a invasione di immagini e scarti / sostanze di desolazioni». La tentazione del lettore che legge Bonacini e del critico che lo commenta è la tentazione di non aggiungere nulla al silenzio che scaturisce da queste parole. Si sente, all’improvviso, un sussulto, che traversa la pelle e la mente. E basta. Si diventa sismografi di quella percezione sospesa, e si vorrebbe godere di questa pausa durante la quale scaturiscono parole che non hanno nessun desiderio di confessare, definire, concludere, possedere, ma solo di vibrare. Parole libere dall’io che le dispone. Parole come maschere lievi che appena sopportano gli urti del vento, «il circolo di un nome ventosissimo / che accoglie, tra i dispersi e gli spettrali // i dati in forme inesistenti, la materia in volo / grave e le sostanze inedite ma chiare». Verrebbe la voglia di definire Bonacini un pittore o un musicista della parola, ma andremmo al di là delle intenzioni del poeta. Che ha provato, tra i pochi della sua generazione, a togliere peso alla parola. A volte è accaduto. Potrei citare l’ultimo Giorgio Caproni, alcune sequenze di Lorenzo Calogero, l’opera di Cesare Greppi. E gli esempi potrebbero continuare.
Ma la via tracciata da Bonacini è forse già racchiusa in una poesia del Periodo T’Ang, opera di Tu Mu, Il Giardino della Valle Dorata: «Il pieno fiorire delle cose è dissolto, / e insieme il profumo e la polvere. / I flutti scorrono senza nulla sentire, / l’erba da sola ha primavera. / Il sole tramonta al vento d’oriente, / mesti gli uccelli cantano. / I fiori cadono, / come lei che dall’alto palazzo cadeva». Bonacini può, e deve, da poeta contemporaneo, essere consapevole di questo non-io che parla, in un non-tempo che è sempre nostro, e dire cose d’amore e di dolore come se fosse sempre l’ombra di un poeta forse mai esistito, il suo fecondo, fedele simulacro. «Tra un albero e l’altro c’è un varco / una perdita pura, essenziale – un distacco / di foglie ad un‘altezza discreta». (M. E.)

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Giorgio Bonacini, Sequenze di vento
Prefazione di Mara Cini
Postfazione di Marco Ercolani
Sasso Marconi (BO), Le Voci della Luna
Collana “Cantiere”, 2011
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Testi

I.

E’ questo il vento ruvido, l’abbraccio
il corpo a squame che arroventa
e brucia l’aria che in un timido

fulgore abbatte il tempo
e in un frastuono lo combatte?

Allora è un soffio crudo e indecoroso
un fischio stupido, indeciso
appesantito da un attrito che ripete

senza nuvole di caldo o di fragore
il suo dilemma sgretolarsi tra le cose.

II.

Verrà una distrazione, un grido sparso
un fuggi via dopo l’incredulo avverarsi

di un principio scritto al termine
di un fulmine che gratta e ne disossa
ogni ricordo della fine e del principio.

L’aria sventola, ritrova sabbia e stracci
e porta a smuovere una brace che confina

le parole tra le unghie, nel vapore, sotto
il circolo di un nome ventosissimo
che accoglie, tra i dispersi e gli spettrali

i dati in forme inesistenti, la materia in volo
grave e le sostanze inedite ma chiare.

III.

E’ per questa follia che osserviamo
le voci, i rumori, le nebbie indelebili

e false, ingiallite da un vento costretto
a un disastro che riempie di sé il suo
riparo e confonde la lingua, la terra.

Strappiamo uno sguardo alla luce
all’impasto di un’ombra che scioglie

e dilaga, non dà perfezione ma allarga
scatena sul volto un’idea, tra la scena disfatta
e la prova che inciampa, che abbatte.

IV.

Un ritmo fumogeno, sfuso, disciolto
nel vanto di un’arte che guarda
attraverso il riverbero estivo

e impone sugli occhi ciò che una pietra
conferma e disegna ai confini di te
solo spazio di senso e silenzio.

Ma è tutto un altrove ribelle, una linea
che storce, che sfiata, che sfuma

in un verso ogni nostra clausura
una semplice forma, un tormento, una linea
di freddo sbagliata che inganna

le foglie, e a distanza di luce le sillabe
mute di colpo e di colpo concluse.

V.

L’aria, quasi fosse forte e vera
con un fischio ha tolto al vento i gesti

rapidi, in un cielo di condensa
quasi livido, un colore solo illumine
e svogliato, relegato troppo in alto.

E allora veramente pensi a rompere
parole, spezzettare i ritmi, rigettare sibili
e lasciarti desolato e incomprensibile

per chi tanto ti svuota e ruba il passo
inerme, come un battito fra i denti.

corpi sospesi…

*

Si è arreso a mezz’aria
l’abbraccio del suono – un groviglio
insensato nel limite esteso
che chiude e dischiude con te
implacabile arbusto
tormento che bruci e contempli
l’idea che non sia ancora nata
un’idea sul tramonto –
sospendi il tuo sguardo a un’altezza
severa che dica di più
su quell’aria che basta a formare
una vita o un contorno invidiato di luce
e spavento, un ronzio di formica.

*

E’ così che si vede
una nebbia – a partire dal fiume
che passa e riparte da qui
dal fantasma descritto in un vortice
a trama disfatta, sfinita
in attesa di ciò che sospetti
sia l’eco di giugno –
il calore che sale indovina
in silenzio la forza di un nome
esalta le cose e incendia di sé
una grammatica storta
la grandine forte tra i lampi
caduta – e da un ragno assorbita

*

Non sai se guardare o ascoltare
se ciò che attraversa
la mente è un disegno più umano
che muove le foglie
o una voce che graffia
che sbianca con l’acqua un profilo
stampato su un foglio di pelle
sperduto tra i lividi
e andato a cadere insensato
tra il libro e le dita – ma il soffio
ci porta a un controllo inatteso
a un sonno più semplice ancora di ciò
che a una mosca fa attrito.

*

Ma è falso che tutto si tinga
di buio e di nero – io vedo
sul bianco pudore di un muro
animali tardivi che provano
crepe, equilibrio e dintorni –
il colore di fondo macchiato
a invasione di immagini e scarti
sostanze di desolazioni
per gocce velate ma solide
già destinate a un ardore di sillabe
al tempo che toglie dal cuore
le cose segnate da un volo
finale di lucciola – sola e isolata.

…svaniti

Perché non scorribandano fra loro
nel prodigio di novembre, gli insensati
avvertimenti delle immagini? Se penso
a un modello per la nebbia o a traiettorie
inavvertite e senza cuore, vedo solo esitazioni
cieli sporchi, foglie in atto di difendere
se stesse o quasi morte. Forse accendono
parole irrisolvibili per noi – o forse temono
un approccio stravagante nel difendere
l’inizio della pioggia. Ma c’è un caldo
moribondo in questo gesto – c’è l’esempio
di chi pensa a un fallimento, a un’illusione
di calore esuberante per respingere la notte.
Te l’immagini la gloria accartocciata
che si porta? Se non fosse una rugiada
senza storia, cosa scrivere, a chi importa?

Tra un albero e l’altro c’è un varco
una perdita pura, essenziale – un distacco
di foglie a un’altezza discreta. E’ così
il denutrirsi del corpo – il colore che piega
nei minimi oggetti è un ricordo possibile
raro, dovunque sottratto. E’ probabile
allora che sia la dolcezza e in assenza di vento
la voce. Da un albero all’altro è il supporto
dell’aria, la prontezza dei rami o il disporsi.
Un aspetto fra i tanti d’intelligenza e candore.

Un dolore sconosciuto vieta la tristezza
e l’infelicità si apparta. Sarebbe
una tristezza immotivata, un’infelicità
insicura, l’illusione di un dolore sconosciuto –
una tristezza irragionevole nell’infelicità
mancante. Si tenta allora di correggere
il silenzio – di condurne l’evidenza
dentro l’alveo disseccato del dolore.
E si è convinti di conoscerlo ugualmente.

***

11 pensieri riguardo “Sequenze di vento”

  1. Felice di aver partecipato a questo nuovo libro di Giorgio Bonacini, convincente per il rigore musicale della sua poetica.

    m

  2. “Tra un albero e l’altro…”: chapeau! E’ un’autentica poesia in forma d’albero dove fillotassi e sintassi stanno in un irrequieto equilibrio aereo davvero ‘sorprendente’.

  3. un altro mistero della poesia italiana. come, (almeno a me pare) la poesia di Bonacini sia conosciuta da una ristretta cerchia di lettori, e quanto poco pesi nelle patrie lettere (spero di sbagliarmi). quando poi siamo circondati, per non dire assaliti, da immensità di versi morti, parole vuote e biografie pseduoilluminanti.
    complimenti a Giorgio per i suoi versi, che come sempre “indicano”, e a Marco per la sua /ennesima!/ ottima lettura dei contemporanei.

    un abbraccio

  4. Marco, grazie per queste tue note esplicative sulla poesia di Bonacini, poeta che ho avuto modo di conoscere solo su questa ricca Dimora.
    Una poesia che ho subito amato, sentito come un fluido sotto pelle, visto come acqua di un fiume cristallino che fa intravere sotto le calme pieghe dei suoi flussi, un mondo poetico dentro-fuori dove la bellezza o il dolore sono abbarbicate a una natura fatta di sillabe e note che ancora mi risuonano come un canto difficile da scordare.

    un abbraccio a tutti voi che vi siete adoperati per l’uscita di questa perla e a fm per averci reso partecipi.

    jolanda

  5. “E’ probabile/allora che sia la dolcezza e in assenza di vento/la voce. Da un albero all’altro è il supporto/dell’aria, la prontezza dei rami o il disporsi./Un aspetto fra i tanti d’intelligenza e candore.”
    Versi che sfiorano la sostanza dell’etere e del fuoco, a mezz’aria sospesi penetrano la coltre fumosa del giorno, oltre la nebbia del non-detto, del non-pensato si avvicinano aurorali alla pausa del silenzio e del vuoto, alla pienezza di sempre.
    Complimenti a Giorgio!!
    saluti a tutti
    stefania

  6. Ringrazio tutti per le belle parole di apprezzamento, ed è una gioia essere ospiti di questa dimora. Grazie Francesco per la tua sempre generosa disponibilità.
    Ciò che ho da dire con queste poesie lo dice benissimo Marco, più di quanto io stesso non fossi convapevole. Sembra paradossale: il lettore ne sa di più dell’autore. Ma così è. Dentro i sentieri della poesia le scoperte si fanno insieme, e per fortuna quelle dei lettori
    non sono le stesse degli autori. E così la poesia si fa, continuamente, ad ogni lettura.

    Ciao. Giorgio Bonacini

  7. Devo ringraziare Francesco per aver conosciuto Giorgio per la prima volta proprio nelle pagine della Dimnora. Prima di allora, alla sua poesia non avevo dato la giusta attenzione. Conoscere i suoi libri, dopo, apprezzarli, diventare amico del poeta, è stata la naturale conseguenza. Non se veramente ho capito i suoi versi, come lui benevolmente osserva, non credo, so di essermi affidato alla loro musica rigorosa e mai del tutto afferrabile. Come sempre mi convincono quelle peosie che mostrano al lettore un nuovo modo di vedere il mondo. Quelle, sono la cutura vera, che può produrre futuro o reilluminare il passato.

    Un abbraccio a tutti.

    m

  8. “Un nuovo modo di vedere il mondo”: una scrittura che apre squarci inaspettati nel fluire e nel rincorrersi armonico di pensiero e canto. L’increspatura “ventosa” della superficie non detta un nuovo ordine, ma si trascina verso l’alto parola e sguardo, costringendoli a ridefinirsi a misura di un orizzonte che slarga e si allontana ad ogni avvicinamento – sostanziandoli della natura erratica e inafferabile del respiro, dell’interminata cadenza di note e forme in-decifrabili.

    fm

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