Dipinto come un lapis

Carla Saracino

“Dipinto come un lapis”
La Poesia di Lorenzo Calogero.

Tu non fai che amarmi, esordiva Lorenzo Calogero in una delle sue poesie più conosciute e contenuta nella raccolta “Quaderni di Villa Nuccia”, (1959-60). Colpisce di questo verso l’ostinazione dell’atto, la ripetizione di un piacere che è l’amore, indubbiamente, quando diventa conseguenza di un’azione e quindi moltiplicazione della stessa, seppure attraverso forme impreviste e tenacemente prolungate.
L’ostinazione di un atto fa presagire il sovra-presente, una categoria a sé, diremmo, un presente superiore perché chiamato a raccolta dalla dimensione della profondità. Presagisce su quella soglia che, un attimo prima d’essere varcata, è il limine del tempo raccolto, il tempo talmente raccolto da non aver più l’urgenza di descriversi in un passato, in un “adesso”, in un futuro. Tu non fai che amarmi, scrive Calogero. La tensione della forza ripetuta. Lo sforzo, senza il compromesso.
Ecco, il presente di Calogero dovette essere questo affondamento e questa risalita ad interim, questo ascendere e discendere nel sovra presente. Immaginiamolo, il sovra presente: un interstizio, anzi il Regno degli Interstizi di Pessoa, il fiume che scorre, sì, ma dentro la luce, l’incalcolabile ansia di mettere fine al tempo e dare inizio allo spazio (tu sapevi il ritorno sul desiderato/ spazio […]).

Lorenzo Calogero nacque il 28 Maggio del 1910 a Melicuccà, in Calabria. A esattamente un secolo dall’anno del suo genetliaco, oggi se ne rievoca la nascita attraverso un progetto di studio documentabile all’indirizzo on-line www.lorenzocalogero.it e portato avanti “veramente”, con una fatica che trova giustificazione solo nella passione, da Nino Cannatà e dal Gruppo Sperimentale Villanuccia. Il Gruppo, che agisce fattivamente a Firenze, da dieci anni si preoccupa di rafforzare la memoria del Poeta attraverso operazioni artistiche ispirate ai suoi lavori e non solo a quelli editi. Calogero, com’è provato, dal 1934 e per tutto il resto della sua vita cercò, non ascoltato, di inviare i suoi testi a scrittori e intellettuali del panorama culturale nazionale. Soltanto Leonardo Sinisgalli lo accolse, lo lesse e accettò, per apprezzamento autentico, di sostenerlo in un ambiente in cui il Poeta stentava ad affermarsi a causa probabilmente delle sue origini geografiche periferiche e di una scarsa disposizione al fare strategico di molti interessi pseudo – letterari.

Oggi Calogero insiste. Insiste, pur nel buio che per anni l’ha celato all’editoria di consumo, quella delle affermazioni titolate, sperimentate dal gusto, dalla moda (ma la moda e il gusto sono isole della frammentazione, isole che non vogliamo visitare, perché tanto malmesse nelle sabbie mobili dell’effimero); insiste in una produzione (divisa tra poesie e prosa, epistole, addirittura disegni a margine dei fogli, bozzetti di facce alate, case, figure femminili) vastissima, che conta circa ottocento quaderni manoscritti per gran parte inediti e tutti attraversati da quell’inconfondibile sua grafia minuta, un ricamo della pagina, una piroetta del lapis. Una produzione che ha l’ingegno di sorprendere chi si accosta, il lettore amico-non amico. Il verso di Calogero è un ‘tu’ domestico che a sua volta si riferisce a un tu non precisato: lo si ritrova, puntuale, in molti testi: Tu le interne strutture sapevi/ e questa piccola agile danza. […]; e tu dai vascelli cadevi nel letargo/ nel suono di quelli che sanno essere […]; Tu forse questa sagoma/ alata sapevi inquieta. […].

Chi è il tu? Un tu che trascende l’identità, che è spezzata nota di uno spartito musicale altissimo, un tu sempre deviato, un tu che vive in verbi spesso scritti all’imperfetto (un tempo vinto dal sospetto di un tempo più perfetto, sovraesposto, non più ascrivibile a quello, casuale, delle cose umane). E, forse, per definire la perfezione di un tempo altro, per scardinare la giuntura di uno scrigno e farne traboccare l’oro, ossia il miracolo dell’esatto krónos, è morfologicamente necessario il verbo all’imperfetto. C’è qualcosa che frantuma i versi di Calogero senza per questo renderli alienanti o dissipatori nel senso del tema (assolutamente accertabile in una sua fisionomia); c’è qualcosa che si esclude e si include convulsamente, come un battito cardiaco regolato da frequenze inesatte e tuttavia non deleterie al punto da provocare la fine del respiro, quel respiro che nel Poeta invece esiste e che arriva ad eliminare il rischio d’una poesia sleale, autoreferenziale, chiusa in sé sola. Poesia, al contrario, generosa, poesia stranamente abbarbicata su un verso distratto, scivolante, sintatticamente sperso ma infine sempre prossimo al riavvicinamento. Poesia che fluttua sul suono per infrangersi. Il suono c’è e proviene, più che dalla combinazione dei fonemi, dall’apertura delle immagini, dalla loro resa a una volontà creatrice concentrata a usarle il più possibile: queste immagini dialetticamente entrano in contatto con fenomeni atmosferici, più in generale elementi della natura, creature vegetali e animali (Forse l’ape sgorgata dalla comune tua e mia memoria/ geme. […];Tu eri congiunto con un ramoscello/ solo per ricordo, per amore/ e sul’erba stretta si abbeverò un cavallo/ all’aria che guazza […]; Come acqua cruda/ colava il solstizio ed implacabile/ era il capelvenere: così nel sole/ o nella tua memoria/ imparai molte cose a metà vere. Così mi rapiva infine il sonno.), vasi simbolici – a tratti misterici – d’una interiorità che spicca nello spazio, forse anche il luogo calabro, la linea dell’orizzonte che ogni conchiglia natale circoscrive sul nostro occhio e nel nostro orecchio condizionandone le attitudini emozionali ed espressive. E d’altronde Calogero non abbandonò mai definitivamente Melicuccà. Laureatosi in Medicina a Napoli nel 1937, finì coll’esercitare la professione nel suo paese e nel circondario, si spostò poco, una foto più nota d’altre lo ritrae forse a disagio in una città, Milano (in cui si recò nel ’54 per cercare un qualche contatto editoriale), che potrebbe essere un posto qualunque, il posto improprio, la anormalità geografica nell’equilibrio fragile di un Poeta a cui non è ancora stata restituita completamente la luce (dei due tomi delle Opere poetiche, entrambi pubblicati postumi presso l’editore Lerici, il primo fu edito nel 1962 a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi, il secondo nel 1966 a cura del solo Lerici).

Ma nella cella di un sognatore gli oggetti familiari diventano miti dell’universo, scriveva Gaston Bachelard ne “La fiamma di una candela”. Leggere le poesie di Calogero è un’esperienza per sognatori. Non per quelli che una lettura comune vuole abbacinati dal non senso della visione statica, ma per quelli sovranamente in grado di partecipare del sogno indossandolo come modello estremo per una “passeggiata” nel Cosmo, quale esso sia, dal Cosmo superficiale delle intuizioni a quello particolare delle rivelazioni. Sembra che il tu, già sopracitato, a cui è impressionante come Calogero non smetta di rivolgersi, altro non sia che un cercare, tra le fronde delle immagini, nella teoria delle immagini, quella estrema, quella trionfale: la suprema. Di qui la ripetizione ossessiva: tu sapevi, tu la neve folta potevi, tu eri lungo i sentieri, ma tu sapevi questa vicenda, e tu attendevi.
Parlerei, per Calogero, di un’adesione a un doppio, inteso come interlocutore alternativo, che funge da unico cronometro ammissibile per esercitare il salto verso l’altra regione, quella incline alla celebrazione dello spazio. Un cronometro fantastico, il tu, una zattera da cui partire e però da abbandonare, una volta varcata la terra umida di un’altra sponda.

Sapevo quanto un attimo
era distante al largo e ripartendomi
dentro un enigma chiuso, non chiesi,
non desidererei scendere avantieri
sulle rive del fiume. Forse queste voragini
vuotati candelieri erano, un ritmo
che più non ti persegue o vuoti i sentieri
erano. Dal cammino all’indietro
sarei disceso volentieri dal letargo
sul largo ove, seminando, si odono
i ritmi di ieri, ma simulando,
secondo te era vero uno sguardo.

Non si poteva avere prossimità di questi rimedi.
(CCLI).

I versi di Calogero scendono, pur entrando in biforcazioni e viottoli e gallerie e strettoie della immaginazione, in una calma paradossale, minuta e sottile, in una scena apparentata sempre con una precisa comunicazione “morale”. Morale è la natura che si spettina sul corpo; morale è Marzo, così bigio in fondo al pozzo; morale è ogni fenomeno che mette in dialettica gli esseri animati e non animati, fino a conferire, per il loro tramite, la verità dei fatti. “Tu sei due volte splendente/ sotto il giro del sole… e questo più volte/ avvenne a settembre […]. Epifanie in corsa, lungimiranti sorpassi del pensiero, ascese della lingua verso lande di minuscolo incanto.
C’è una parte di muro, nella casa natale di Melicuccà, rovinata in un angolo dai segni dei fiammiferi che Calogero sfregava per accendersi le sigarette. Forse, annientare il tempo tramite la poesia è un movimento affine a quell’attrito sulla parete, attrito da cui è naturale insorga una fiamma. Forse, è sempre una reazione il principio da cui ha inizio la verità.

[I versi sopracitati sono estratti da “Lorenzo Calogero – Dai quaderni del 1957”, a cura di Lucia Calogero, Comune di Firenze, Assessorato alla Cultura, 2006. Tra gli altri testi che di seguito compariranno, alcuni sono tratti da copie di quaderni manoscritti inediti risalenti al 1936, consegnate al Gruppo Sperimentale Villanuccia dal fratello del poeta, Avv. Francesco Calogero, e trascritti da Arianna Lamanna in occasione della tesi di laurea in Estetica sul poeta Calogero, presso l’Università di Firenze. Le poesie tratte dalla raccolta Quaderni di Villa Nuccia sono state edite nel 1962 nel primo dei due volumi di Opere poetiche apparsi presso l’editore Lerici.
Si ringrazia il Gruppo Sperimentale Villanuccia per la possibilità offerta alla sottoscritta di accedere al materiale, compreso l’inedito da Avaro nel tuo pensiero del 1955, già visibile al sito www.lorenzocalogero.it]

Testi

Dai quaderni del 1936 – inediti –

***

La migliore cosa proprio per giudicare dell’essenzialità di una certa poesia, delle sue immagini, è di studiarla nelle righe della sua continuità di pensiero. Ciò che non concorre a rendere più chiaro l’unico pensiero del cui suono deve vibrare il suono e la metrica della poesia, deve essere giudicato inessenziale. Così ci sembra che la maggior parte della poesia pura, in cui alcuna continuità non è visibile essendo per lo più una serie ingiustificata di interrompimenti senza una linea ed una direttiva che possa essere giustificata ed appoggiata dalla logica, deve essere giudicata inessenziale e perciò stesso arbitraria e quindi non poesia. Tutto al più per essa si potrebbe dire, che solo le immagini distaccate, di cui si compone ogni singola poesia, prese singolarmente sono poetiche, rappresentanti di uno stato poetico molto indeterminato persino nella coscienza del poeta, il quale non avendo visto bene nella sua stessa coscienza le ha abbandonate così, rappresentanti esclusive di un mondo frammentario.

***

20-Marzo 1936

Bellezza sovrumana alza in te i fianchi
e d’ardere desidera tutto il giorno

Noi nel nostro lavoro di poesia non facciamo altro che cercare di riattivare la scintilla del pensiero che in noi non par spenta perché ci dia riposo nel suo splendore sovrumano

molte parti
di me sono nel dolore infeconde alla poesia

***

Bisogna ritornare ai più piccoli valori morali ed edificare su di essi – se si vuole ricostruire secondo un modello di salvezza il mondo e far sì che esso adesso sia uno specchio di salvezza. […]

Del pari la poesia se vuole essere veramente poesia, e non fare cioè il suo tempo come tutte le altre cose umane che dopo un periodo più o meno lungo si estingua decadono e muoiono –
Si deve guardare dal fare il benché minimo torto alle cose che la precedono ed in un certo senso la generano, se non vuole esporsi a sicuro rischio di morte. E quali cose precedono il mondo poetico se non gli effettivi valori umani, quelli cioè che hanno una solida ed indissolubile esistenza da per sé stessi cioè autoctonamente, essendo essi niente altro che raggio di Dio?
[…] Perché tutte le nostre cose siano durature ed abbiano un carattere di eternità come noi aspiriamo. […] Ma in quale coraggio in quale forza noi recideremo e butteremo lontano da noi, quello la cui esistenza dà a noi un miraggio di cosa eternamente e non peritura che noi potremo raggiungere?
Come mai dunque rinneghiamo la nostra fede anche se la nostra debolezza ci consiglia di non metterla in pratica.

Da “Avaro nel tuo pensiero”, 1955 – inedito –

Erano rose d’inverno

Erano rose d’inverno
per te messe in disparte
che per un piccolo uragano
abbellirò stasera.
Quanto puoi,
se le nuvole sono folli,
non metterò a soqquadro.
Un piccolo quadro triste era di fiori,
quanto io sono per un silenzio puro
felice che naufraga verso di te
ora nel buio.

Da “Quaderni di Villa Nuccia” (1959-60)

III

Sceglievo poche cose
e questa vita dall’arsura del ponte
era cosí proclive; ma non volevo
allontanarmi dai luoghi amati.
Sceglievo fra due rose rosse
e tu, primula, forse mi sai dire
come soavemente avvennero
le contese, prima che si presentasse
in luogo di un luogo amato
la faccia lungimirante
cortese di Dio ….

XVI

… Ma passeggiando di nottetempo
odo questo cinguettio
e un’allodola è come una fronda,
una luce calata dal desiderio del cielo.
Ma, vedi, sono costretto anch’io
e ai piedi, umile, è una tomba
e quando spira vento autunnale
sono vento anch’io.

XXVI

Tu non fai che amarmi.
Potevi socchiudere, socchiudermi gli occhi.
Ma in sì rossa del color di un quadro
era una sera.

Molte volte ho visto
non veduta, cambiata in due la tua sera.
Non domandare del lento discendere
tuo a settembre. Questa stella avvizziva
in fondo al pozzo, e la tua lugubre
contesa era distesa.

Ma non dirmi più che hai
e se marzo è così bigio in fondo al pozzo.

Pure erano rose
e rose e cose e colori da morire
quando era lento marzo
e dietro un cipresso era un nastro
mutilato alla campagna.

Così presso a una nube
era così prossimo il suo vero
e il suo lento discendere
era un numero a settembre.

Ora potevi scegliere salire
e con gioiosa giovane fronte
alla fronte tua morire. Ora riposa,
riposa al largo. Hai stanche le iridi….

Porta l’impronta odorosa del sole
l’aurora alla campagna….

CLIX

ho rubato un filo di capelvenere
e il suo gambo è dolcissimo,
ho sentito quel che mi trattiene.

Da “Lorenzo Calogero – Dai quaderni del 1957”,
a cura di Lucia Calogero.

XCIII

Forse dirimpetto all’essere
non erano di passaggio le favole

e tu dai vascelli cadevi nel letargo
nel suono di quelli che sanno essere.
Ma una sera era vista come un suono nel largo
dove io non potevo essere e una novella crescita
o una nascita si trastulla. Ma un ramo smosso!
Tu sapevi le pietre dove io, non visto,
non ero che nulla. E basta parlare
per persuaderti. Un’allodola o una novella
o un’antica donzella era sorta dal fango,
dal nulla dove non è più possibile
persuadere. Tu eri triste come prima.

CXVII

Ma sapevo i morti: erano atoni
ardui colori. Ma poi un golfo
era dentro un plenilunio
o un’ala. Atomi brevi erano, era pure
il volo di una colomba; ma sapevi
del dissidio di questo cimitero
antico. Ma non oscillare;
gracile nel segno era un che di antico
o bisbiglia quando qualcuno
era immoto si muove o sbaglia.
Su un peduncolo una gemma era
immota nei suoi colori;
ma poi fu il vero; fu esattamente il vero.

CCXXXVIII

Ma ora è ombra e acuminato il canto.
Io sapevo di quella parte di te
che chiamava un’onda sognante
non vera.
Ma poi ritornarono i segni

CLIII

Oggi fra i faggi
tu avanzi attonito

Un silenzio è svelto
o dipinto come un lapis
o meno come l’inchiostro.

Sapevo la tua sagoma a matita.
Si stringe in silenzio
la sagoma rettilinea
della vita.
Dubitavo di essere
quando per nera seta o gialla
il dubbio era poco.

______________________________


Il saggio di Carla Saracino e i testi di Lorenzo Calogero sono tratti da Le voci della luna, n. 47, 2010. Ringrazio l’autrice e il direttore della rivista, Fabrizio Bianchi, per averne gentilmente concesso la pubblicazione.

______________________________

***

9 pensieri riguardo “Dipinto come un lapis”

  1. Sì, leggere Calogero è un’esperienza per sognatori. Complimenti a Carla Saracino per le sue ispirate parole sul poeta. Ricordo, a lei e all’associazione che cura con passione i suoi manoscritti, l’esistenza di due miei saggi su Calogero in “Fuoricanto” (2000, Campanotto) e “Vertigine e misura” (La Vita felice, 2008). Sarei lieto di spedire i miei due libri alla vostra attenzione, perché diventino anche materiale d’archivio, e quindi vi chiedo un indirizzo postale. Su Calogero ho anche scritto un racconto apocrifo, edito negli anni 90 dalla rivista genovese “Nuova corrente”. Leggo, con gioia, in questi giorni, il suo libro edito da Donzelli di poesie giovanili.
    Sono molto lieto che l’attenzione per lui finalmente ritorni.
    Con stima
    Marco Ercolani

  2. Il ritorno di interesse nei confronti di Calogero è stato alimentato, nel suo piccolo, anche da questo blog. La prima traduzione mondiale in tedesco dei suoi testi, opera di Stefanie Golisch, è qui nella Dimora.

    fm

  3. Eccellente tributo a Calogero questo post. E vituperio all’editoria italica che relega questo gigante del verso novecentesco alle magnificamente fuori-catalogo edizioni Lerici…

  4. Molto bello questo post. Complimenti a Carla Saracina e anche alla iniziativa del progetto di studio online (che ho navigato con piacere. Grazie per il link!).

    Affascinata in particolare proprio da “biforcazioni e viottoli e gallerie e strettoie della immaginazione” (veri piccoli preziosi scarti , per me qui indicati , intendo nelle poesie di questo post, dal sapiente, nonché ritmico, uso della particella “ma”, qui non tanto in funzione avversativa, quanto appunto di crocevia..) nei quali la poesia di Calogero entra, pur scendendo”in una calma paradossale, minuta e sottile”.

    Molto interessanti anche le riflessioni (poetiche e metapoetiche) di Calogero sull’ “l’unico pensiero del cui suono deve vibrare il suono e la metrica della poesia”, affinché essa sia essenziale e dunque, ma questo lo faccio discendere io, “necessaria” e compiuta; riflessioni che cmq non escludono la poeticità intrinseca e sfuggente (epperciò, di nuovo parlo per me, interessante-intrigante) delle immagini che da questa essenzialità si distaccano, che anzi ne costituiscono la frammentarietà, il frammento.

    Infine mi piace molto quel richiamo al “Si deve guardare dal fare il benché minimo torto alle cose che la precedono ed in un certo senso la generano”.

    Grazie a tutti, un saluto!

  5. Qualcuno che quand’ero ragazzo cercò d’insegnarmi alcune cose sulla poesia, con lezioni a volte anche “dolorose”, forse non riuscendoci, mi regalò poi diversi libri, due volumoni di Lorca curati da Carlo Bo, Charmes di Valery perla azzurrina, Lo splendido violino verde di Ripellino, Burns, Auden, Homo Ludens di Huizinga e il secondo volume delle Opere Poetiche di Lorenzo Calogero curato da Roberto Lerici. Edizione con copertina telata ruvida il cui tatto mi provocava brividi, freddo, per un mio problema con questo tipo di superfici, evitando di raschiare le unghie per non far arrivare il fastidio fino ai denti. Così lessi Calogero tenendolo quasi sospeso tra i polpastrelli, così come si tiene una cosa preziosa attento a non farla scivolare a terra.

    O mutilate ombre,
    denso silenzio ch’era mio
    dove l’erba prima della vita rara si colse,
    e si frastagliarono i giorni
    e non furono più che un pallido ritorno
    delle cose prime. Così fu stanca l’anima,
    i tuoi sorrisi immensi non specchiarono
    più il mio tremore, questa cosa scialba,
    opaca, corrosa dal mio amore
    che fa bianca un’ala.

    Complimenti a Carla Saracina e a La Dimora per l’attenzione continua…

    mm

  6. Intervengo per ringraziarvi delle parole dedicatemi e soprattutto per l’attenzione e la cura dimostrate verso un grandissimo poeta.
    Un saluto particolare ai curatori del blog che hanno diffuso questo articolo così come il proposito di restituire a Calogero ciò che sembrava perso.

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