Non luoghi

Giovanni Giovannetti

“viviamo ammassati in tre per ogni cella ovvero con un letto a castello per due persone ed una brandina volante per la notte con spazi di movimento che non superano il metro quadro per detenuto … l’acqua calda non esiste se non di tanto in tanto in due docce, mal funzionanti, per settanta persone […] Le celle dell’ultimo piano sono incrostate d’umidità, come le altre, ma con un optional in più: piove dentro ad ogni temporale e si dorme con teli di plastica addosso […] Gli oltre 900 detenuti, cioè il doppio di quelli per cui questa “galera” è stata costruita, sono costretti per 20 ore in 7,5 metri quadri tutto compreso. Il rapporto con il personale di sorveglianza è gerarchicamente malsano. Nessuno è responsabile di niente tranne che della sua funzione di schiavettare mille volte al giorno come se da questa parte delle sbarre ci fossero animali.”

(Leggi l’intero articolo su Il Primo Amore)

6 pensieri su “Non luoghi”

  1. Quanto leggiamo ci fa incazzare come bestie sapendo nei nostri politici che girano in mercedes ed hanno gratis perfino il fisioterapista .
    A queste barbarie bisogna reagire .
    Facciamolo con la nostra poesia appena ne siamo capaci .

  2. L’incazzatura deve trasformarsi in un progetto etico-politico e in una prassi radicalmente altri rispetto all’esistente. La “resistenza” a ogni forma di sopruso, di negazione dei più elementari diritti umani – a partire da quello alla dignità – deve essere prima azione concreta, poi scrittura o arte – se è il caso.

    Ribaltando i termini del rapporto, a mio modo di vedere, in molti casi non si fa altro che affidare alla pagina la legittimazione della nostra impotenza a cambiare, nei fatti, lo status quo.

    Grazie per i vostri interventi.

    fm

  3. Gabriele, conosco tanti poeti e scrittori i cui testi trasudano impegno civile, passione e denuncia sociale – tutto buonismo e correctness spalmati a piene mani (tanto non costano niente) in ogni occasione. Alcuni, per dire, hanno brevettato l’instant poetry incorporata, nella penna o nel computer, e la usano a profusione, edificandovi antologie, festival, premi e concorsi (sic!) – della serie “vince chi è più politicamente impegnato”, “evviva le rivoluzioni di carta, inchiostro e bit”…

    Peccato. Perché se li chiami a difendere un campo rom dallo sgombro, a scendere in piazza contro i padroni del pianeta e la loro manovalanza istituzionale nei vari paesi, a esporsi davanti a un “cie” e magari ad abbattere le porte di quei lager, invariabilmente ti dicono che proprio quel giorno hanno un appuntamento che non possono disdire: c’è la loro squadra del cuore che gioca le semifinali, cazzo!

    Il giorno dopo, però, ti spiegano esattamente come si difende un campo rom e quanto sono discriminati i suoi abitanti, quanto sono indegne di un paese civile le condizioni in cui sono costretti a vivere; e poi ti dicono per filo e per segno cosa sono i “cie” e come si protesta in piazza contro i padroni, quali errori hai commesso, quali strategie seguire, etc. etc.

    E se non l’hai capito, non preoccuparti, adesso te lo chiariamo in versi o ci scriviamo un bell’articolo: ne hanno parlato anche da Fazio e Santoro e Floris ieri sera…

    Sinceramente ne ho le scatole piene: la gente muore davvero, e non sa proprio che farsene di versicoli e testicoli di circostanza che servono solo a tacitare, nel migliore dei casi, la (falsa) coscienza di qualcuno.

    fm

  4. Talvolta può esserci più poesia, cioè bellezza, nell’azione che nel verso (libero, impegnato o civile che sia). Denunciare la condizione inumana dei carcerati “poveri”, degli “ultimi” (e senza santi protettori, in alto o basso loco) è comunque il primo dovere di chi opera nei media e nei servizi sociali: teniamo almeno, come si dice, “i riflettori accesi”…

  5. Sono d’accordo con te, Fulvio: “riflettori accesi”…
    E qui, per dire, siamo veramente in buona compagnia, visto che Giovannetti è uno che, praticamente, non li spegne mai.

    Ciao.

    fm

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