Io sono qui «con» voi

Enzo Campi

Io sono qui «con» voi.
(Jean-Luc Nancy, “L’avec”)

Sassuolo (MO) – Piazza Garibaldi – 20 settembre 2009
Ore 10.00.

L’orologio della piccola torre rintocca dieci volte.
Non c’è annuncio migliore di questo.
L’atmosfera mi rinvia al Glas di Derrida, alla campana che, risuonando (rintoccando) a morto, inaugura il «con» (affiancamento, incolonnamento = prossimità, interpenetrazione, intrallacciatura) tra Hegel e Genet.
A dire il vero qui la campana non suona a morto, ma il rintocco è allo stesso modo inaugurale.
Qui si inaugura il «con» (avec, mit, cum, syn, with) tra «noi» e Nancy, per dirla in altre parole: si inaugura la formazione e l’avvento di una «comunità» in cui l’incolonnamento (dovuto alla disposizione delle sedie) e l’affiancamento (sia strettamente fisico che intellettivo) di una serie di «io» tenterà una «prossimità» con un pensiero tra i più originali e pregnanti del panorama filosofico contemporaneo.
È come se in ognuno di quei rintocchi risuonasse una parola.
Mi trovo, quasi (in)naturalmente, a visualizzare parole come toccare, con-tatto, techné, prossimità, spartizione, spaziamento, corpo, effrazione, estensione ecc., insomma alcune delle chiavi d’accesso al dispiegamento del pensiero nancyano.
E tutto questo lo scrivo, di getto, nel tempo dell’attesa.
Nancy non è ancora apparso.

La piazza è gremita.

[È un fenomeno (citando il titolo della lezione che Nancy ha tenuto qui lo scorso anno si potrebbe dire un “fantastico fenomeno”) unico quello del “festival filosofia” di Modena. Non ci sono equivalenti, sul territorio nazionale, in termini di risposta di pubblico. Centinaia, spesso migliaia di persone assistono alle cosiddette “lezioni magistrali” e agli eventi di questo festival che si è concesso il lusso di portare la filosofia in piazza]

Un vociare indistinto, direi.
Ma in quel vociare risuona una sorta di imperativo categorico, una microparola che mette in prossimità una serie di mondi: “noi”, ovvero: quella moltiplicazione di “io” che crea la «comunità».
Non a caso Michelina Borsari cui spetterà il compito, per così dire, di inaugurare l’inaugurazione, di comunicare, con le parole, la venuta di Nancy, esordirà introducendo proprio il concetto di «comunità», ovvero dell’essere-con.
E lo stesso Nancy, poco più tardi, rimarcherà che la «prossimità» del nostro essere-qui creando una comunità (“una folla ha delle ragioni per «fare folla», ragioni comuni che riuniscono, mettono in con-giunzione e creano quindi una comunità”) caratterizza la nostra presenza in un gesto filosofico.
Ma non è tutto.
La “lezione magistrale” viene ripresa e proiettata, in diretta, mi dicono, in Piazza Grande a Modena. Per cui la presenza diventa com-presenza e allarga il concetto di comunità dalla folla di Sassuolo a quella di Modena (c’è qui un prolungamento del gesto filosofico da non sottovalutare).
Questa improvvisata e effimera «comunità», queste folle impegnate nel «fare folla», in definitiva queste piazze sono il simbolo (segno e marca) stesso della comunità.

“Io sono qui «con» voi”, queste le parole che Nancy pronuncia.
Il “voi” quindi non è formato solo dai presenti, ma anche dai com-presenti.
Non solo il qui, ma anche il .

L’immanenza dell’essere-con rischia la prossimità incorniciando almeno due luoghi, uno propriamente immanente, l’altro, in un certo senso, trascendente; in realtà il luogo trascendente è come se fosse messo in abisso nel luogo immanente, è in esso contenuto e moltiplicato, e si porta altrove (si ri-territorializza) es-ponendosi e es-tendendosi in termini altri.
Una prossimità multipla, quindi.
Quella propriamente immanente in cui il noi si rende palpabile, si tocca e si offre ad essere toccato, e quella che si es-tende attraverso il filtro e la restituzione di un’immagine. La seconda pretende però un approccio diverso, perché l’avvento, la venuta della prossimità deve innestarsi tra un noi in carne e ossa e un io digitalizzato in un’immagine, si potrebbe dire pixelato, cioè ri-costruito attraverso l’assemblaggio di tutti i suoi punti.
Per rendersi prossimi a un’immagine bisogna prodursi in uno sforzo, bisogna, per dirla proprio alla Nancy, avanzare verso la venuta e mettere al lavoro la propria immaginazione.
Non basta vedere l’immagine, bisogna soprattutto «sentire» ciò che l’immagine (inquadratura – taglio – porzione di spazio) non ci fa vedere. Dietro (davanti, di lato, dentro) l’immagine di Nancy restituita dallo schermo c’è un’altra folla impegnata a «fare folla». Allora quell’io che appare (“che arriva in presenza”) è già un noi perché racchiude, in sé e in abisso, la prima folla.

Riuscite ad immaginare una comunità più pregnante e articolata di questa?
Riuscite “a sentire ciò che è questo sentire”?

Quando vedo, sento, elaboro, immagino tutto questo non posso fare a meno di pensare ad alcune proposizioni espresse (es-poste) proprio da Nancy l’anno precedente: “L’immagine anzitutto non è la figura o il quadro. L’imago è l’arrivo in presenza (del defunto, come è noto: specie di spettro, dunque, fantasma, fenomeno, apparizione). Ciò che vale in essa non è la (ri)presentazione, ma la venuta. L’immagine viene, e l’immaginazione è la facoltà di suscitare o accogliere questa venuta. Per far questo, l’immaginazione si protende. Non c’è venuta senza che le risponda un’avanzata che la va incontro. Un “venire” non può essere unilaterale (Jean-Luc Nancy, Fantastico fenomeno, Trad. M. Borsari, G. Valle, Paginette festival filosofia, 2009, pp. 10-11)”.

“Io sono qui «con» voi”, sembrerebbe una proposizione tra le più semplici e immediate, ma in realtà trascende la sua immanenza a più livelli facendo scendere in campo una serie infinità di possibilità portandosi fuori, es-ponendo ciò che in essa è inscritto:

“Io sono” – l’esserci.
“Io sono con voi” – il con-esserci
“Io sono qui” – l’aver-luogo.
“Io sono qui con voi” – la con-divisione dell’aver-luogo.

Il «con» genera una produzione di senso.
Un senso moltiplicato e moltiplicabile all’infinito. Questo perché, così ci dice Nancy, “è grazie al mio corpo che posso fare senso di me stesso”. In tal senso, fin quando esisteranno corpi (tanto meglio se uniti da un essere-con) si produrrà senso. Non si può dare un senso ultimo e definitivo, così come non si può dare un solo senso del senso. E questa, ribadisce Nancy, non è una affermazione negativa ma l’affermazione stessa del senso. Il senso è immortale perché declinabile all’infinito. E l’infinità del senso si dà, anche e soprattutto, grazie al con.

Alle 10.30 altri rintocchi.
Nancy guarda verso l’alto. Poi apostrofa: “e giustamente il suono delle campane è «con» le nostre voci”.
Dopo una breve pausa continua: “lasciamole ri-suonare qualche istante”.
E in quei rintocchi, quasi magicamente, riemerge il Glas derridiano.
Sembra quasi un evento predestinato.
Ai miei occhi il filosofo del «toccare» (le toucher) viene ri-toccato da Derrida e dal rintocco, dal suono che scandisce il tempo.
E questo avviene qui.
Si potrebbe, e si dovrebbe, dire qui e , perché questo qui non può prescindere dal con-essere e dal con-esserci di quel che gli fa da protesi e supplemento.
Due diverse immanenze (ognuna delle due trascende l’altra), due diverse temporalità, due diverse spazialità riunite da un semplice «con».
Ma, oltre le campane, c’è un altro suono: la voce quasi felpata (non riesco a trovare un aggettivo adatto a definirla) di Nancy, una voce quasi azzerata, trasformata in tappeto e quindi, in un certo senso, disturbata dalla super-presenza della traduzione simultanea.
Ma la voce di Nancy sembra resistere all’intensità e al volume di quella voce (altera e straniera) pro-tesa a creare una prossimità tra due diverse lingue. La voce di Nancy sembra addirittura vanificare il decorso temporale creando il suo con-essere-con-noi. E il tempo sembra accorgersene, quasi soccombe al ritmo, pacato e musicale, di quella voce.
Così la voce di Nancy ferma il tempo, o meglio: lo ri-temporalizza in un qui ove far esplodere il «con».
Il tempo si fissa, si concede il lusso di “spartirsi” (e di spaziarsi) in una sorta di frattura creata da quella voce che spiega, a noi, le ragioni del «con».
Ma, beninteso, quel «con» non è il suo «con», non è il «con» di Nancy, ma il «con» universale, la cui principale pre-occupazione è quella di produrre senso e quindi di declinarsi all’infinito.

Merci Jean-Luc pour être «avec» nous.

***

14 pensieri riguardo “Io sono qui «con» voi”

  1. scusa francesco se faccio un ot in un così bel post (la foto poi te la rubo) ho fatto il link al feed come da istruzioni e tutto è andato a buon fine, ma solo perchè tu mi avevi fornito l’indirizzo perché (mi vengonoi sudori freddi solo a dirlo), io non vedo alcun simbolo in alto a destra (che invece in passato vedevo sempre) dove c’è solo la mia bandierina e la lente di “cerca” a sinistra poi al momento c’è il nome del tuo blog e dopo un FOLLOW, che sia questo il nuovo pulsante? ad ogni modo dammi il link dei tuoi feed e dimmi come lo hai trovato.

  2. E’ un articolo molto bello che arricchisce tutti! Suggestivo per i rimandi filosofici e per l’ambientazione. Scrittura alta che nutre il pensiero con il pensiero e il dialogo.

    Grazie!

    Rosaria Di Donato

  3. Splendido intervento, caro Enzo…
    PS: anch’io lo rileggerò più volte, anche se le tue parole sono entrate già dentro…

    Un abbraccio,
    Nina

    [ Grazie per l’ospitalità a Francesco Marotta ]

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