Stati di assedio

Mariangela Guàtteri

Stati di Assedio
Vincitore della XXV edizione
del Premio Lorenzo Montano
Sezione “Raccolta inedita

UN CONFLITTO DI SENSI
Premessa di Giorgio Bonacini

Una scrittura poetica efficace e necessaria agli intenti che si prefigge sperimenta, ingloba e manifesta anche la sua vocalità, ed è proprio ciò che Mariangela Guàtteri fa in Stati di Assedio: scrivere una poesia di voce. Ma c’è di più. Ciò che percorre internamente i suoi versi è un movimento che connota l’opera come un poema di tutti sensi: dove si mescolano, in sinestesie ricche di variazioni e perciò di significazioni, aspetti palpabili, sonori, visivi e mentali. Ci troviamo, quindi, dentro un canto vivo dove la concretezza fonica è fondamentale per la scrittura che ne realizza i “disegni sonori”.

Il testo ha una struttura tripartita, che non è però una semplice architettura esteriore (seppure formalmente portante e importante), ma una determinante sostanza strutturale che sostiene la forza dei sentimenti fisici che in esso si manifestano. C’è, fra le varie parti, un rispecchiamento, che si presenta però con deformazioni, modulate tra una sezione e l’altra, che danno corpo a tre “stati di assedio”: il potere, il piacere, il dolore. Tre Neurosi, così come l’autrice li titola, che in quanto tali sono conflitto e alterazione di ogni aspetto sensoriale, percettivo e concettuale. Ed e così che questa poesia si fa carico e si impegna a far sprofondare e a lasciarsi affondare in un dire il cui soggetto ha un senso che batte come “una contrazione di cuore”, che martella con “un colpo duro”, che raffigura “ritratto in un punto del corpo”. Eppure, nonostante questa presenza si srotoli lungo tutto il testo, qualcosa di sfuggente, di indeterminato o semplicemente di sconosciuto rimane: una polvere, una frantumazione da cui ricavare immagini e suoni a cui solo la poesia può dare senso. Tutto ciò che è denotazione discorsiva è annullato da una concentrazione verbale di cui l’autrice sente la responsabilità. L’assedio, allora, prende corpo dalle ossa, che si rimpolpano con la carne, per poi rendersi evanescente in un’ombra.

Mariangela Guàtteri riesce a prosciugare l’andamento dei versi fino alla loro essenzialità: nulla è, seppur minimamente, ridondante e la parola è un’irradiazione frattale di circonvoluzioni che sprigionano una multiformità di sensi, e si proiettano alla ricerca di una rivolta contro il potere, di una penetrazione verso il piacere, e di un’urgenza per il dolore. Il tutto profuso in evocazioni di sgretolamenti e sregolamenti continui, affinché qualcuno possa, anche con una sola parola essere salvato. Ma non bisogna fraintendere: questa salvezza non è una cura attraverso l’orazione poetica, ma è, più materialmente, una palpitazione che “dà vita a piaceri visivi”. Una vita che si fa e si rifà, con congiungimenti e lacerazioni, anche grazie a una materia fonica che produce, con una nominazione secca, stringente e lucida, una dissezione erotica che esibisce se stessa sciogliendo il senso dentro le sue parti: una singolarità distillata per dare pensiero visibile, dare attrito e snervare l’assedio.

Anche leggendo questo poemetto con voce muta, pur non essendo una poesia fonetica, la risonanza che ogni singolo vocabolo, nella sua consequenzialità e interconnessione, produce nella formazione di questa lingua particolare, appare a tratti come una visione allucinata, una respirazione rotta, un silenzio sconfitto. Ma forse è proprio a causa di questo effetto disorientante, di questo sconfinamento o abbandono di sé, che riesce a trasmettere una vera e multiforme esistenza: grazie a un legame poetico in costante tensione, che divarica senza fine un “pensiero assoluto” che “s’involve s’incanta si alza.”

Una mente in rivolta, che ha parole che si incamminano in un processo che è quasi un’estasi a perdifiato, una voluttà tanto fisica e materica quanto visibile solo in un ansimare e sfiatare verso una mistica terrena, tesa “fino al sangue” e a “un’indigenza del divino”. Perché se ciò che si corrompe è la vita, con la poesia si riesce, perché è originarietà del dire, a risentire e a ricostruire ciò che svanisce; e a farlo con il rimescolamento dei paradigmi, la ricombinazione dei sintagmi, che, in un poema come questo, sono estensioni propriamente esistenziali e pulsionali, non solo semantiche.

La neurosi dell’assedio è senza mediazioni e può portare Potere al Piacere del Dolore, ma se si affronta il grido o il balbettio coltivando “il delirio del tocco/lo stile di mano/gli sfiati”, come fa Mariangela Guàtteri, allora forse qualcosa, attraverso la primogenitura di uno sguardo emergente, si trova e si salva. Si trovano distillazioni poetiche che dilatano esistenze particolari e si salvano passioni che resistono al mondo ordinario perché provengono da “un baratro sottile come un taglio”. Certo, resta da trovare e da capire il perché dell’assedio, ma in poesia capire non significa sapere ma comprendere, anche se questa comprensione confligge (e non può fare altrimenti) con un’esteriorità che “fende un cielo già morto”. Ma è proprio qui che il poeta imprime il proprio segno: il suono anticipatore che va ad affermare la propria presenza.

 

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Mariangela Guàtteri, Stati di assedio
Prefazione di Giorgio Bonacini
Postfazione di Federico Federici
Verona, Anterem Edizioni, 2011
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Testi

 

<Il potere>

 

potere                               [la detenzione di esistenza]
una forma di potere              [il maneggio di un processo volontario
                                        di una alterazione]
è un potere                         [lo stato percettivo che organizza
                                         i dati]
a scopo di visioni                  [disegni sonori
                                         corpo di odori
                                         ultravioletti emergenti
                                         forme in calore]

come un sognare
polvere in rivolta
che mostra i lati:
X sulle cose (irradiazioni)

e allora solo ossa
[uno stato pulito]
un accesso immediato
si trasmette l’esistente

[si comunica]
si salva

 

*

 

<Passione>

 

deus meus et omnia
io sono sanato
perché vedo
lo scheletro leggero

senza mediazioni
mi parlo
distillo
la purità mi muove

e ho gusti di darmi desiderio
che infiamma
per essere ogni mio
tutto

vado
creatura
mi cerco
mi eleggo

mio sacramento e passione
mia mano orientale aiuta
Omnia possum en eo, qui me confortat
Fili Dei vivi, miserere nobis

ogni giorno un rosario
ogni giorno un digiuno
e vedo come passano in cielo
le cose

così mostro il seno
dove fui rinchiuso
(per il tempo di un seme)
e rimango aperto

un’insegna:

un ricamo              
un tappeto
[un luogo di preghiera]
la bi-dimensione del sogno

una coperta
[la sepoltura di una testa]
un tipo di comando
un emblema

 
un simulacro
di un respiro
[elemento di esistenza]
una protesi servente

un meccano semovente
[un carro armato]
un oggetto del piacere
un artiglio

un germoglio
[una punta per sbuzzare]
ave maria
che mi sei davanti

col torace intatto
e sovrapposto un cuore
presenza di grazia
adorabile corpo

corpo raccolto
nelle tue piaghe
nascondimi
da questa polvere

di tomba alzami
l’orizzonte estremo
un desiderio ardente
così sia

in orazione sempre
a un sole che non muove

 

*

 

<Il piacere>

 

piacere                       [l’abbandono di uno stato di esistenza]
una forma di piacere      [il maneggio di un piano di confine di
                                 un’autopunizione]
è un piacere                 [lo stato percettivo in acuto su un senso]
a scopo di visioni           [disegni sonori
                                  corpo di odori
                                  ultravioletti emergenti
                                  forme in calore]

come un venire
in amplesso totale
col mondo al confine:
XXX sulle cose (divaricazioni)

e allora solo carne
[uno stato corrotto]
un accesso violento
si penetra e si stringe

[si desidera]
si vive

 

*

 

<Edge of Existence>

 

la carne si corrompe
(la vita è in se stessa corruzione)
nell’eterno disfarsi
in procinto di un essere anima
in procinto soltanto
in eterno               in corruzione

tocca lo scheletro del senso
una fitta d’aria                   una condensa
nell’estensione senza connotati
(un resto di qualcosa)
cerca un intimo contatto
un’apertura
una divaricazione del divino

una speranza                      un desiderio
un gioco di contagio

e allora inizia a vagliare
e si sente che ha: piani di confine
(con l’esterno)
e punti di osmosi
(uno scambio perpetuo)
un soffiare di visioni
un tatto che apre una sorta di carne
(stimando dei pori)
a trovare dei varchi

e si scalda e dilata i volumi
si apre

coltiva il delirio del tocco
lo stile di mano
gli sfiati

(un umore lo bagna sui fiordi)
si entra                  si spinge in un fondo
aderisce a quel buco con parti
(che sono se stesso)

le palpa                  le muove
le gonfia                 risale

si sente                  si azzarda più in dentro
realizza un piacere

è come un morire profondo
il confine di ciò che si assenta
un’acqua che prende la forma
poi si distende e ritorna

rinviene

 

*

 

<Terzo assedio>

 

lo spazio confinato
tra corpi residuali
termina orizzonti
viene accumulato

uno stato in eterno ripetuto
nel perimetro d’assedio di un’insonnia
si concentra            si ammala di dolore
riconversione del tempo in ossessione

un’intolleranza

[la geometria del dolore rifila
e impianta dei punti dove prende spinta
e aumenta
la rifrazione dei colpi di sponda
fino alla buca del punto di un gioco
che azzera
e vince chi muore per primo]

 

***

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17 pensieri su “Stati di assedio”

  1. Nonostante le mie frequentazioni di Mariangela (in primis della sua umanità, poi della sua scrittura, della sua “maniera” di elaborare e deframmentare le protesi visive ai suoi versi, della sua straniante e particolare corporeità scenica) siano piuttosto assidue, devo riconoscere che elaborare un pensiero “costruttivo” (ma anche decostruttivo) sulle sue opere non è cosa agevole. Forse perché la sua scrittura richiede un approccio multiplo e scevro da pregiudizi, una sorta di apertura ad ampio raggio, forse perché bisogna calarsi di netto in un’atmosfera dove ricerca e sperimentazione sono le vere padrone del luogo. Bisogna essere disposti ad accettare il fatto che nulla è “solo” ciò che sembra, che i luoghi dei suoi dettati sono “naturalmente” destinati a trasformarsi in “non-luoghi privi di confini”, che fissaggio e dispersione, finitudine e infinità, essendo praticati sempre “al limite”, durante il cammino si trovano a smarrire la strada maestra (cercano volutamente di smarrirla) e si scoprono a rivalutare e ridefinire punti di partenza e d’arrivo (ammesso e non concesso che possano esistere partenze e arrivi), come se fosse necessario anche sovrapporre traccia su traccia fino a raggiungere l’informe, o meglio l’informale: una moltitudine di forme ove perdere la riconoscibilità e riproporre, in eterno, un qualcosa che, di volta in volta, assume terminologie sempre diverse ma semanticamente e idealmente equivalenti: ossessione, ciclicità, degenerazione, sovraesposizione, disarticolazione, classificazione, modulazione, annientamento, ecc.

    ***

    Scrittura algida, ma di lame taglienti.
    Ogni verso una rasoiata (almeno da “Quinta di cave e risorti” in poi, la scrittura di Mariangela Guatteri ha assunto questa riconoscibile caratteristica) che, lacerando, fissa non la categoricità ma l’inarrivabilità di una definizione che valga come assioma. Non ci sono dogmi inalterabili, nessuna sicurezza, nessun sentiero univoco, nessuna risoluzione, perché alla fine, forse, non c’è niente da risolvere.
    Io mi soffermerei su una parola che F. Federici usa nella post-fazione al libro: “attrattori”.
    Perché?
    Perché in quest’opera, a mio parere, vive una sorta di magnetismo che consente alle singole parti di attrarsi tra loro. I piani, i corpi, le voci, le dimensioni, le terre “sopravvissute”, le zone biologiche (e di “rischio”) e gli stessi “stati d’assedio” si attraggono tra loro, entrano in contatto, talvolta assumono anche un atteggiamento di sfida, ma la cosa essenziale è che rinviano sempre a molteplici prosecuzioni.
    In tal senso l’attrazione equivale al distacco.
    Ed è anche la compresenza degli opposti (di svariate serie di opposti) a dettare il leit motiv dell’opera.
    Ma non è tutto.
    La (solo apparente) freddezza del dettato permette il prosciugamento della “cosa” poetica; non a caso, per stessa dichiarazione dell’autrice, una delle peculiarità dell’opera è quella di figurare e de-figurare una forma di dialogo “essenziale”, rivolta a dare “corpo a voci, non a corpi”.
    Cosa significa questo?
    Forse che il protagonista (o meglio una delle due “parti” che organizzano e classificano il protagonista in un “uomo” e una “cosa”) è anche votato alla sua sparizione corporea in favore di un qualcosa che, rigenerandosi, possa perpetuare la sua “ossessione” (classificare la paura).
    Ma quel qualcosa è fortemente condizionato dal transito, dal percorso – ambulante e deambulante – a cui sottopone il suo corpo. Un corpo che sembra cercare volutamente scarti, instabilità, intoppi, incidenti, degenerazioni e che, in ultima istanza si consegna masochisticamente ai cosiddetti “stati d’assedio”.

    NB
    “Stati d’assedio” è una delle due parti di un progetto, più ampio e articolato, denominato “Due Dimensioni”, e le mie considerazioni tengono conto anche della parte ancora inedita.

  2. Entrare nella scrittura di Mariangela è smussare la geometria degli spazi che cesella, delimita, aguzza, per rilasciarsi implodere dentro la profondità del suo canto. Ci vuole abbandono e lettura lenta, ripetuta, candenzata.
    Ho avuto la fortuna, perché certi incontri sono stati di grazia, di conoscere l’ospitalità della sua casa, il calore del legno, dei suoi libri, dei gradini scricchiolanti sotto i piedi. In quel suo mondo tutto è concentrazione e amore, accoglienza. l’abbraccio forte.

  3. ringrazio anzi tutto per l’ospitalità, per i commenti e la nota di Enzo. ho ricevuto, su questo mio libro, diverse eMail e testi critici da persone che non conoscevo. ciò mi dà un certo conforto e toglie alcune solitudini. apre molti sentieri.
    la vostra lettura – indipendentemente dai cenni di apprezzamento -, lo sforzo e il tempo dedicato sono per me un regalo grandissimo.

    sinceramente, e ancora, grazie.
    mariangela

  4. …solo per dire che volevo ringraziare per tutte le emozioni che in questi giorni sto provando, gli stimoli, le “illuminazioni”, che mi derivano dall’aver scoperto questa autrice,
    Mi consola il pensare che, come me, sia Architetto…

    che come me “senta”, ma meglio, mille volte meglio di me, centomila volte meglio di me riesca a trasmettere il suo ineffabile sentire.
    Grazie Mariangela.

    Lucia

  5. assedi che si snodano in geometrie allucinatorie oserei quasi tecnovisionarie generatrici di fotoflash continui e stimolanti. c’è originarietà creativa e quindi di preziosa e feconda autonomia di ricerca poetica. ecco. poche parole. ci tenevo a farmi viva qui per complimentarmi ancora con Mariangela che saluto. un saluto a Francesco e ai suoi ospiti.
    paola

  6. Sezione di un corpo vivo (non quindi senza un dolore o almeno una sua rappresentazione), morfologia di un frammento (di carne, di parola, di senso): la parola è ologrammatica, di cui una parte contiene l’immagine del tutto. Molteplicemente divisibile e sempre intera: non svela un senso, ma lo divide indefinitamente, lo osserva in diversi piani di sezione, lo scompone in altri sensi, creando una prospettiva unica (che a me appare ciclica: il punto di fuga è in primo piano, e quindi ancora più misterioso). Ogni direzione si fa ripercorrere nel verso opposto, semplicemente invertendo la sequenza: la pietà diviene impietosa, la grazia brutale, la bellezza terrificante; solo la voce si trasforma in se stessa, nel processo acquista uno spessore inaudito (perché non detto, non ha misura).

    Grazie (grazie grazie)

    Martina

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