L’angelo di Benjamin

Nevio Gàmbula

 

“No, non è questo il mio
nome – fra i tanti
conosciuti, il mio è quello
che tace, o l’antica ferita
che segna, tra i flutti
d’asfalto, l’elementare brivido
della memoria.”

 

Testi tratti da:
Questo canto sostanziale
(2010)

 

Senza nome

Ora esisto fatto di conchiglia.
Guardatemi: abito la sabbia
e m’illudo di conservare,
tutto per me, il rumore
del mare. Guardate
come ora galleggio
sulla schiuma, come solo
mi sgolo per troppo amore.
Stolto – mi dico – ogni vento
è un nuovo destino, ogni marea
una dannazione, o profezia
di souvenir. Guardate, ora
brucio di sale, senza potermi
fermare. Terre ne ho viste,
imperi, rotte ignote, porti
pieni di spezie, rocce
passionali, fui un nome
o uno sgomento?

Come ladro sciocco
ho mascherato le mie curve.
Chiocciola di calcite o a forma
di ventaglio, privo di nome
ho solcato i mari fino
all’estenuazione. Mi feci
un altro, o nessuno, per stare
in disparte dagli elenchi
singhiozzanti delle identità.
Parlo mille dialetti,
e in me vivono molluschi,
scorpioni, alghe, semplici granelli
di sabbia o sale, perle
che implorano un pescatore.
Il mio esodo
è su veliero sconosciuto, che spira
lentamente scivolando sulle rughe
sino all’ultimo approdo, e il grido
roco delle onde è il mio unico
sogno, nel breve sciabordio
della vita, fui un nome
o un miraggio?

No, non è questo il mio
nome – fra i tanti
conosciuti, il mio è quello
che tace, o l’antica ferita
che segna, tra i flutti
d’asfalto, l’elementare brivido
della memoria. È in voga
esporsi. Io resto qua,
nel mio incerto andare
tra riva e mare, fischiettando
ciò che sono al di là di ogni patto,
al di là del fumo di un nome.
Parto verso isole remote,
tra le braccia d’un oceano
da ammansire, sarò nome
o testimone?

 

*

 

Il dramma della lingua

Chi dirà del dramma,
del dramma di esserci?

La lingua dirà, la lingua è il luogo
del dramma.

Bisogna dire:
dialetti, gerghi, idiomi,
lingue incomprensibili, cifrate.
Dire: se interroghi la lingua
puoi cogliere il dramma nel suo farsi.
Vertigine, abominio, siccità.
Dire il dramma di esserci
qui, in questa città
depredata.

Bisogna dire:
pensiero, respiro, reale.
Tutta la vita per dire la materia universale.
E una vita non basta mai.
Dire coi corpi.
Chiamare, agire, distruggere,
amare. Bisogna dire:
mettere il senso in movimento,
negarlo, giungere a dire
il silenzio.

Bisogna dire la lingua,
dirla tutta:
il salto, l’annegamento, la morte,
il dramma è una frase,
e la lingua non guarisce.
La lingua sostiene il reale,
il reale non ti sostiene.
Esilio, esodo, consumazione,
il corpo se ne va, si disperde,
la lingua si perde
se cerca la salvezza.
Dire il dramma
senza guarigione.

Dire:
rivolta,
il luogo solitario del “No”,
carne famelica che pretende di dire la sua,
è questa rivolta che permea
la lingua, contro ogni
comunicazione.

Dire:
la fine del sistema è urgente.

Dire:
lurida lingua,
balbettante, lingua che sbaglia,
rumore, carnevale che abbaglia,
un ultimo grido esagerato.
Lingua crudele,
parla da sola, esce dalla bocca
senza sapere cosa dire.
È la lingua che finalmente sboccia.
Respirazioni diverse, ritmi, lingua che esce,
alla fine, da ogni orifizio,
segni sino alla fine,
senza garanzia.

Sull’orlo di tutte le crisi, sui bordi
d’ogni storia, di ogni flagello
possibile, dire:
dire il dramma di esserci
senza consolazione.

 

*

 

L’angelo di Benjamin

I.

eccomi, qui a soffiare
d’ira, angelo provvisorio
in un giorno lontano
da ogni vittoria

ardo al centro di questo camminamento
con la spada del ricominciamento
costretto a nascere e morire

dare e non avere, col sole alle spalle
poiché tutto il cielo è cavità
dolce di deserto, oasi
d’orizzonte, favola
di guerriero senza
fronte

dare e cancellare, solo abiurare
l’idea che la mia rivoluzione
mi scacci dal cielo,
non più angelo,
ma demone

ecce- non so chi sono ecce- cosa ho ecce- dove vado
eccessivo con fuochi d’artificio eccedo
in cima alle nubi, scendo
rapace per espormi
analfabeta

strillo la lingua sino al capogiro

 

II.

eccomi tra i ruderi, balbettante
è ormai giorno nella gola
smisurata del sogno
proibito

cenere, carbone, non c’è più nessuno
tra poco sarà notte eterna
ed è troppo tardi
per cantare

città di pietra, senza eredità
anche la città ha il suo baratro e il suo millennio
senza frastuono di voci, tutto
è qui disastro a dismisura,
tutto è paura

un atto di costrizione esser qui

 

III.

alti dolori, grida di silenzio
scavano le pietre raggelate dalle ombre perenni
senza memoria, dove tutto ormai
non batte ciglio

cielo d’ortica, poi terra di forno
mi terrorizza restare, qui spira
vento disperato, tra maceria
e strage

nessuna parola salva

 

IV.

labbra senz’acqua, ogni clemenza
assopita nell’infanzia degli anni,
spalla a spalla col massacro
aspetto il mio turno
di servitù e digiuno, tra le pietre
senza suono, senza nessuno
da ascoltare e senza
perdono

perso nel tempo del sacrificio, così di rado
felice, battendo i piedi al suolo
dei pontefici, getto l’aureola
sporca nella fanghiglia
e punto l’indice

carnefice, questo è un presagio

 

V.

nessuno ad ascoltarmi, alla fine di tutto
fa freddo, qui inchiodato dalla parte
delle vittime, e poi nel niente
incapace di tutto

sterpi, acqua sporca, serpi
io temo dunque il sangue sulle labbra,
il vacuo delle bandiere, le conchiglie
nel gorgo, io senza spinta
nel tempo di mercato,
io l’infedele

temo di finire la partita canticchiando

 

VI.

irrompe un altro, simile a me
«dunque anche tu lotti con me?», chiedo
porgendo la mano allo sconosciuto
e narrando delle scorrerie sulla terra irrisolta
e nel più oscuro dei desideri

il suo odore è di sperone, viso d’inferno
militare, alito d’ordine di cattedrale,
ed ha vita snella il mio simile
e ali di pepe e cannella

«locuste a dismisura
e tortura», dice, «e depredando
i vili e sete e fame, io porto,
e sangue a fiumi», dice
ordinando la corazza

ah, tu sei mio fratello
o sei il cacciatore?
«sono dieci anni
che t’inseguo», dice
legandomi, «e infine
ora porgi le ali
al sospiro della lama»,
tagliando dice
e allontanandosi in volo
di trionfo

come voltare le spalle alle rovine
senz’ali?

 

*

 

Violoncello fragile

I.

o la lingua non ha senso
e allora non è preda della politica, o se ha senso
invano tenti di starne fuori, è cantica
che ha orecchi di mondo

questo esattamente boccheggiavo
con le branchie tappate dal fango, alle quattro del mattino
leggendo dell’avversione del poeta per ogni
sgranare ideologico del verso

ma non è danza vuota
il parlante, poiché la lingua è accozzaglia
di significati e colui che dice in forma e accento s’immerge
porgendo resa o solida rivolta o astratta
distanza

 

II.

questo rituale ha l’uscio bloccato, esige
un paio di chiavi e cautela, il fuoco
è in lui sepolto e racchiude in sé
un ignoto senza fiori, e un bianco
superstite

questo enigma ha una forza che impegna, minaccia
pioggia di fuoco e sclerosi, ogni alterazione
è in lui lontananza anticipata e sogna
un’isola lontana, un’altra patria
azzurrognola

questo dubbio è dissanguato, rimesta
nell’intimo ricamando sigilli, la melodia
è in lui mormorio di onde e fruga
un letto di foglie, un riparo
spinoso

questa stanza è un antico castello, ha spire circolari
un catafalco e un vago chiarore lunare, i gatti
in lei scuotono le ciglia, gli orologi
defecano piume, e il gelso di donna
ne vale la pena

questa poesia reclama una sospensione

 

III.

non è nel messaggio
la replica, né nel solo significato; la traccia cauta
segnata nel bianco è debole insidia
per il potere

un’eco di tempo nelle note
estreme del poema, solo un’esile turbamento
possiamo inventare, ed è fuori
che bisogna contestare

 

*

 

Empedocle, embrione o relitto?

Nel buio di una grotta, col mio silenzio
senza nostalgia, stilerò
del mio ritorno i passi, ma non verrò
di nuovo tra voi per stillare gioia:
sarò fonte di siccità e di morte
vibrante, coltiverò la dissoluzione
e non chiederò ai vostri sacerdoti
l’assoluzione, ai giudici pietà;
chiederò il giusto castigo,
ciò che spetta ai ribelli, croce
o ghigliottina, forca o prigione,
e la morte sarà refrigerio
e del corpo l’estremo
godimento.

Viscere del mondo, sarò vostro
quel che basta, a voi verrò
tra i vermi, verrò nella terra
ove brancola accecato mio padre,
io che nacqui libero
e che fui presto fatto soggetto
ad un ordine non mio. Poi
fui ribelle alle leggi divine,
ripudiando il trono e l’altare, e fui
scacciato e braccato, e ora
me ne sto inchiodato nella mia pena,
stretto in ceppi ignobili.

Dove sono i mortali? Dove
i miei simili? Davvero ogni cuore
s’è inaridito a tal punto?
Ah, vita! Perché
t’inaridisci? La conciliazione non l’amo,
io rovescio tutto ciò che il tempo
ha maturato prima di me – leggi,
costumi e arti e nobili leggende
– e non posso tollerare tra i viventi
né pace né serenità. Non sarò mai
in pace col mondo.

Io vedo cose senza nome.
Ma la sentenza degli dèi mi colpirà
prima che inizi l’opera.
Verrò scacciato nel deserto selvaggio
da cui non potrò più fare ritorno.
Ombre vedrò, e nient’altro.
Vendicatore, che aspetti?
C’è davvero nessuno
che possa per me strappare
al mondo la sua corona
di spine?

(qui un silenzio balordo, conclusivo)

Ma siete davvero, fin nell’animo,
così merde? Crolli allora
l’umanità intera, si colmi
il calice della peste perpetua,
sarà questa la mia definitiva
felicità.

 

***

9 pensieri su “L’angelo di Benjamin”

  1. Questa è la Poesia che amo di più…e non c’è lingua che possa spiegarlo, perchè il segno che traccia è già dentro la vena
    e non ci sono parole, non c’è vuoto, che possa avvicinarsi alla sua enorme bocca.
    La ascolto ascoltando le dita su un piano e una voce, di donna,
    che come velluto accompagna le note…
    Conchiglia sul cuore :-)

  2. La parabola non basta più, c’è bisogno d’altro, sembra dirci Nevio e, d’altra parte, lui stesso se ne accorge poetando. E allora cos’è “l’altro” che si cerca? Fosse solo un compiacimento tragico della personale finitezza emozionale, sarebbe una poesia illusoria e un poetare artificioso (anche se va scovando artifici non collaudati); se fosse invece una poesia – come ritengo che sia – che si prefigge di stabilire il punto preciso dell’esser-ci (dell’essere-in-un-posto/dello spazio o della coscienza), che si prefigge di scandagliare non tanto la profondità abissale della ricerca quanto la condizione esistenziale che circonda panoramicamente quella profondità e quella ricerca, allora sarebbe una poesia che chiede di “stare” tra le altre cose della vita e quindi un poetare che non crede più negli eccessi ma negli accessi (perdona il bisticcio) per essere tale.

    In altre parole (sì, obiettivamente quelle che ho detto finora potrebbero risultare astratte e capziose) “L’Angelo di Benjamin” è un viaggio continuo di andata e ritorno che Nevio compie instacabilmente su se stesso per offrire uno spunto di esaltazione a chi lo legge e per evitare a se stesso la sterile lusinga dell’auto-negazione. Non t’affliggere, Nevio, non ti stai negando: hai scritto “semplicemente” di quanto e come ci si dovrebbe trasmettere – tra poeta e lettore e tra il poeta e il suo io – quella sontuosa demistificazione che in questo lungo e travagliato periodo di crisi tutti aspettiamo di compiere sulle nostre illusioni o sulle nostre ferite. Tra sarcasmo e malìe, abbandono e sfiducia il “tuo” angelo di Benjamin ti aiuta a tessere un ordito che vorrebbe e vuole andare oltre le dichiarazioni di insofferenza già altre volte sentite e le contestazioni ardenti dove spesso la sanguignità (la vecchia iùbris) è solo intenzionale.

    [Ho notato, tra i versi e le parole indignate, qualcosa che ricorda Ungaretti e Nelo Risi, poeti diversi e lontani tra di loro ma dalla lingua secca e tracotante come una passione “spassionata”. E’ solo un’impressione.]

    Permettimi, per finire, un aforisma di René Char tradotto da Giorgio Caproni:

    “Mago della mancanza di sicurezza, il poeta non ha che soddisfazioni adottive.
    Cenere mai del tutto estinta” da Spartizione formale, 1942.

    E con questo ti saluto caramente

    Antonio

  3. @ Antonio Scavone (e Carla)
    come al solito, hai colto nel segno. Quel “voler andare oltre” di cui parli riguarda qualcosa che mi trascende come singolo; la mia “impotenza” personale può essere superata solo nel *collettivo* (è questo il senso dell’ultimo componimento del volume “Questo canto sostanziale”, quello titolato “Se osassimo …”).

    [Nelo Risi non l’ho neppure mai letto; Ungaretti solo a scuola. Le somiglianze sono – se esistono – casuali. Leggo invece Caproni fin da piccolo – e l’aforisma di René Char è meraviglia!]

    I commenti – il tuo e quello generoso di Carla – mi portano a rileggermi, come se lo scritto si fosse generato da un altro da me. Ma è l’atteggiamento che preferisco: mi piace dimenticarmi e ritrovarmi diverso.

    Il lirismo assoluto – qui stravolgo un passo di Cioran – è quello dell’esserci nell’agonia del mondo; esserci cercando quello che non si può raggiungere: un altro mondo. E allora, riprendendo le tue sollecitazioni, la poesia è, per me, questa ricerca di mondo “altro” in relazione al mondo che c’è. Poesia è il percorso, non la mèta. La mèta è fuori – è fuori della poesia che va fatto nuovo il mondo. Se posso metterla brutalmente: nessuna salvezza, nella poesia.

    Cenere che continua a spargersi dopo l’incendio. Hai presente “The Road” di McCarthy? Cenere che non feconda, pur non essendo del tutto estinta.

    Un abbraccio.

    NeGa

  4. ma che belle parole!
    ho ben presente la cenere di cui parla McCarthy nel folgorante libro *La strada*…un senso di vuoto, ogni percezione all’erta per proteggere *il bambino* quel senso di sentirsi braccati che prova la bestia, e anche il cacciatore, quando l’animale è invisibile…
    La poesia non salva, hai ragione.
    (il poeta è un illluso).

    Ricambio l’abbraccio, e un grande saluto a Francesco :-)

  5. noto che la versificazione si apre con metafore marine, l’immedesimazione con l’elemento che è del mare, la liquidità, ricerca esistenziale quale moto d’onda, in continuo muoversi su se stessa in un sentimento panico che poi arriva ad interrogarsi :”sarò io nome o testimone”., dunque, “parola o verbo”. ecco che parte la ricerca sulla parola “la lingua è il luogo del dramma”, “la lingua sostiene il reale, il reale non ti sostiene”, nel quale il poeta si fa attore della lirica tragedia condotta fra suggestioni e figure che hanno sapore amaro, ma rese in un dolce stile grazie anche all’impronta classica che ha la postura del verso di gambula, e per titoli e per temi, la quale appare come un pianto o, mi sia concesso, il pianto antico di una prefica moderna che però non dimentica di ornare le spoglie delle sue elucubrazioni mentali e delle proprie essenze mentali, esposte qui spesso in modo aforismatico, con i fiori della tecnica scrittoria, che esaltano il linguaggio e attribuiscono formosità alla struttura delle composizioni tutte.
    una proposta molto godibile che mi spinge ai fare i complimenti all’autore, con il quale mi scuso, perchè avevo scritto una linga analisi che mi si è cancellata per colpa di un click di troppo, e che ho dovuto tradurre in questa summa molto lacunosa, che ò quel che ne resta…

    Grazie Gambula.
    Grazie e saluti al caro Francesco, sempre foriero di grandi pagine :)
    un saluto a tutti, f.

  6. Le migliori poesie di Nevio, sicuramente. Qui la sua alta retorica del “dire contro”, del gesto eretico e potente, esce dal suo stesso schema per dirsi con estremo abbandono, con sonnambolica adesione al dettato. Complimenti!

    Anch’io ricorderò Char, a braccio:
    “Obbedite ai vostri porci esistenti. Io obbedisco ai miei dèi inesistenti”.

    m

  7. @ Francesca
    grazie della lettura. Mi fa piacere che la mia proposta sia definita “molto godibile”: mi fa piacere e mi diverte, giacché di solito mi dicono il contrario. Questa raccolta – più “meditata” e più “sentita” – è nata in parallelo con quella “Parole per niente” (in Quaderni di RebStein, XXXII, ottobre 2011). Se in questa seconda lasciavo fluire la “rabbia corporale”, in questa sono i “concetti” che mi hanno preso la mano. Le metafore, i brevi aforismi e quant’altro hai colto, e anche il classicismo della misura, discendono tutti dalla mia “voglia” di starmene pacatamente dentro la mia mente – che è sempre un modo di stare *in relazione*, ovvio. La mia mente non è mai solo mia. Grazie davvero.

    @ Marco
    Quello del “dirsi con estremo abbandono” è un programma ambizioso. Non è facile; l’assenza di “nome” – la messa da parte del nome anagrafico, o dell’autorialità solo soggettiva – era il punto di partenza della mia versione di quel programma. E infatti molte di queste poesie furono pubblicate anonimamente (la prima qui pubblicata da Francesco – “Senza nome” – lo esplicita). Su ciò, probabilmente, pesa il fascino che ha su di me il discorso di Amedeo Bordiga sull’anonimato (fa strano citare Bordiga in un discorso sulla poesia!). L’abbandono, allora, è anche abbandono di se stessi per, in un certo senso, ritrovarsi da un’altra parte. Tutta questa raccolta ha, come sfondo, questa idea di cancellazione del nome proprio. Forse la “sonnambolica adesione al dettato” di cui parli è agevolata da questo atto del “dimenticarsi” … Forse.
    Grazie anche a te.

    NeGa

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