Il matrimonio del cielo con la terra

Flavio Ermini

“Il Matrimonio del Cielo con la Terra.
Materiali per un Atlante

Edizioni d’arte Félix Fénéon, 2010
Pubblicato in Tracce Cahiers d’Art, n. 15 – 2011, pp. 50-55

“è tempo di raccontare null’altro che la parola
infinitamente vasta che giunge a me”

Roland Barthes

Da almeno trent’anni Flavio Ermini segue, con i suoi testi, un pensiero che è un progetto in formazione continua: nell’innovazione della scrittura e nella coerenza estrema fra le sue diverse forme di poesia, narrazione, critica e teoria. E in tutto questo lavoro, che si sviluppa in una quindicina di libri, la distinzione fra i generi è venuta via via coscientemente a fondersi e praticamente a scomparire. Ciò che appare alla superficie e dentro i suoi lavori è una personalissima sintesi di tutto quanto fa scrittura. Lì dove si generano figure e significazioni ancora sconosciute, senza agganci apparenti con la realtà, ma esse stesse reali nella loro originarietà.

In questo preciso lavoro (che può sembrare una sintesi per estratti esemplari, seppur modificati, delle sue opere, ma in verità è ben di più) troviamo la capacità di Ermini di dar vita a una vastità di linguaggio da farci veramente provare, leggendo, un’esperienza d’avventura. Ma trattandosi di un autore che ha attraversato la maggior parte delle esperienze poetico-artistiche degli ultimi quarant’anni, questa avventura è molto particolare: si muove dentro un’assoluta figurazione narrante di poesia. Dove la narrazione è un atto di pensiero che costringe chi scrive (e chi legge in correlazione) a dare manifestazione di una forma indissolubile di legame poetico pensante, che permette agli accadimenti di incalzare la loro nominazione con una parola plurale. Quindi una parola che, contenendo in sé anche il suo opposto, è innegabile nel dar forma e sostanza alle cose che ancora non sono. Ed è proprio lì che possiamo “immaginare qualcosa di antecedente all’intelligibilità”.

Si tratta quindi di dare esistenza a formazioni metamorfiche, concrezioni in atto di inaugurare se stesse nel momento in cui dal pensiero passano alla scrittura: il padre divenuto cieco, la foglia d’ala, l’esercito di carta, la pietra d’onda, la creatura intermedia, solo per fare alcuni esempi che titolano i paragrafi/strofe, sono il frutto di un gesto iniziale che si dà voce in parola uscendo con “un solo atto, uno solo; un lampo folgorante e l’essere varca l’orizzonte della visibilità”. Così come dal nulla (secondo una teoria fisica) nasce per vibrazione di energia la materia, in quest’opera la parola con le sue significazioni dà corpo a una cosa che continuamente si fa: si genera, cresce, si allunga, si allarga e lentamente sembra sprofondare inglobando in sé un sussurro di frasi. Sintagmi che forse non conoscono ciò che c’è prima o verrà dopo, non fanno discorso, ma proprio in questo ignorare il vivente attuale ne prendono il posto, sottraendo un mondo dato per restituirne un altro.

Ma non si pensi che in tutto ciò vi sia una perdita di responsabilità, da parte dell’ autore, per la condizione di chi vive; anzi, la responsabilità e l’ethos che ne configura il senso, si precisano proprio nel dare ascolto al respiro della parola, al suo borbottio, ai farfugliamenti, al mormorio fino al sospiro: dove la voce sembra sottrarsi all’udibile e imprimersi, seguendo la ferita che ognuno di noi ha in luoghi diversi. Ermini, in ogni libro, costantemente aggiunge un tassello a questa esperienza; o meglio, avanza nel tentativo di decifrare “l’infelicità” e la storia in cui questa infelicità sembra galleggiare da sempre. E la poesia entra in questo spazio con la sua concretezza e intransitività, per dar vita a un nuovo mondo, per guardare dentro un altrove che costruisce il suo “qui” in proprio, ma consapevole con Leopardi che “la parte in ombra del paesaggio rivela che l’elemento costitutivo dell’esistenza è il dolore”.

Ma come si collocano e dove agiscono, in questa narrazione poetica del pensiero, le parole che la scrittura concentra in un fatto? Lo spazio sono le pagine (nello specifico sono dieci cartelle d’arte), ma il territorio che pare contenerle, in realtà è un supporto che deve essere percepito con la stessa mobilità che la tettonica a zolle dà ai continenti. Perché l’autore colloca e struttura le sue forme in una nominazione organica, dove “l’attenzione non si rivolge comunemente alla scena, ma ai cambiamenti di scena”. Non c’è una sequenza lineare nel narrato: si può leggere partendo da ogni punto e polverizzando ulteriormente ciò che è già sgretolato. Ogni cartella ha i suoi testi, le sue micro narrazioni, i suoi lampi di pensiero e costruzioni significanti resi visibili e vivibili in se stessi: in quella che definirei una vera irrealtà reale.

E non è un caso se l’opera è racchiusa in una carta del globo terracqueo del 1522, dove ancora i bordi e i limiti fra le terre sconfinano in immaginarie conformazioni, ma geograficamente coerenti con il sapere del tempo. Allo stesso modo Ermini ci conduce, con un andamento tortuoso, lento, scivoloso ma generatore, a ogni tornante poetico, di tante tessere di un mosaico indeterminato: che non ha in sé una figura precisamente segnata, ma tante virtuali e potenziali immaginazioni linguistiche. Figure che, pur senza trasgressioni sintattiche o lessicali, prendono il loro profilo anche nell’interpretazione del lettore. Lettore che oltre a essere “altro” è anche lo scrittore stesso, mentre procede nella vastità della scrittura e della lettura di sé. Perché, come abbiamo detto, ci sono cose in questi testi che appaiono in-sensate, ma prendono senso grazie alla poesia: creature silenziose ma non mute, che “hanno un breve viaggio da compiere, attratte dal messaggio della sparizione”. Creature, dunque, che confondono il loro essere con l’umanità delle cose e cose che trasmigrano in creature: la rupe delle ali, la nera rugiada, gli indenni, l’uomo della superficie, chiedono a noi, in questo mondo di mera ordinarietà, uno spazio di pensosità per farli vivere, farli sapere e portarli a conoscere, anche se “conoscere è patire, diventare altro”.

Ma che cos’è questo “altro” che viene chiamato in causa e che ancora non ha nome, o che forse ne ha tanti? Nelle pagine che leggiamo, l’altro sembra essere una vita non ancora pensata: e quindi non ancora nominata. Ma se questo è, per ammissione stessa di Ermini, una scrittura inaugurale dove ancora non ci sono le cose e le parole sono ancora un prima, che cosa aspettarsi da una poesia del pensiero che narra di una terra mattinale, davanti a un corpo materiale, dentro un organismo che ha in sé ogni possibile senso ma non ancora il sentimento di se stesso? Ci troviamo “di fronte a un inizio che non prevede una crescita ma una caduta” e in questo inizio, in questo cominciamento perenne è evidente un travolgimento fisico che lo scrivere produce. Se non c’è progressione, ma un continuo iniziare, risignificare e riavviare il processo, la verità del testo trova valore solo in ciò che crea di nuovamente creato e mai stabilito. E tutto in contatto sempre con il nascosto del mondo e con i luoghi difficili della mente che si sviluppa nel testo, che, non dimentichiamolo, c’è.

Così come c’è sempre (ci dice Ermini in un altro scritto) una responsabilità etica del poeta chiamato a corrispondere al testo, che mai comunque rinuncia a manifestarci, paradossalmente, ciò che è assente; e non può fare altrimenti una poesia, e più in generale una scrittura del pensiero poetico, che non si lascia parlare da un’altra necessità che non sia intimamente propria. Ma ciò non vuol dire che tutto si conclude in se stesso, ma che l’apertura percorsa da tutti i libri del nostro autore (basti citare le ultime pubblicazioni: L’originaria contesa tra l’arco e la vita, per la narrazione; Il moto apparente del sole, per la saggistica; Il compito terreno dei mortali, per la poesia) qui trova, per il momento un culmine proprio nell’irruzione di un dire scritto che costruisce se stesso a partire dai suoi precisi limiti irrisolti: immaginativi, cognitivi, percettivi, sensibili. Il poeta vorrebbe dire ciò che ancora non c’è, ma si scontra con il diaframma di una parola mondana da lacerare nell’intimità di un senso informe, se vuole cogliere “l’origine prima che sia principio”. Cioè quell’attimo fluttuante in cui l’oscillazione tra lingua ordinaria e parola divergente, prende una strada sconosciuta a un ingenuo sentire o a un comune pensare. E ciò non significa svilire o sminuire la semplicità, ma portarla a un vero spaesamento: quello in cui viene preso lo scrittore/lettore di questi materiali. E’ la percezione di benevola fatica nel ritrovarsi in queste nuove cose per nuovi segni dove “ciò che rimane al di fuori di noi non cessa di travagliarci”.

Perché ciò che si inaugura scrivendo, anzi facendo della realtà parola reale, è una sospensione tra terra e cielo, in uno spazio dove la lingua prova a vincere la gravità che la riporta a terra, per tentare una levitazione in cui la poesia finisce per coincidere con il respiro. E qui, in questa sospensione tirata in basso e soffiata in alto, la sua voce cerca la primissima alba letterale ed esistenziale che contiene, nel suo potenziale fulcro costitutivo, una significazione intensiva, non ancora umana. Questo cercano di dirci queste pagine d’arte e tribolazione (dove fonema e grafema sono ancora cellule di corpi estranei alla nostra percezione, ma non per questo meno vivi) nel dare esistenza a creature di cui l’autore stesso (per sua stessa ammissione) sa poco o nulla. Un lavorio di meditazioni lunghe, lente e dense, ma anche un’epifania di folgorazioni perturbanti che insieme espongono l’ignoto come noto, in un principio di incontro/scontro tra visibile e invisibile, pensato e impensato, formato e deformato. Una lotta che continuamente sposta la percezione dell’esperienza, inadempiente “rispetto alla realtà convenzionale”, e proprio per questo sensibilmente inquietante nel sentirsi dentro e segnalarsi fuori.

Ecco allora perché, spostando ancora le conseguenze del dire “ciò che non si sa”, si arriva a concepire come conoscibile (che è più di ciò che è noto) l’inconoscibile (che è più di ciò che è ignoto). Ma è possibile che un tale fenomeno di scivolamento tellurico, di movimento carsico che si pensa avvenga nel disegno poetico sia concepibile e fattibile? Anche perché il rischio di una simile azione può essere l’illeggibilità: cioè il blocco della funzione creativa tra operatore (autore) e operante (lettore), e alla fine il collasso dell’opera. Ma Ermini, che è consapevole di questo possibile tracollo, è attentissimo a non cadere in questa, per così dire, evaporazione totale del senso. Attraverso l’immaginazione del vero egli costruisce, nominandolo, un mondo: un reticolo di condizioni d’esistenza, certamente estranea ma non straniera, per la cura che dà alla sua forma vitale. C’è un ribaltamento inarrestabile di attività strutturali “che si affidano al rovesciamento dello sguardo” che permette tutto ciò: la ricerca all’interno di un paesaggio dove si può scrivere la voce e dire la scrittura, per penetrare o anche solo lasciarsi accadere in questa dimora nella terra rovesciata.

Ed è qui, in questa parte di mondo (che Ermini chiama anche la “custodia terrena del cielo”) che si produce il controsenso di una scrittura che è frase sterminata e nomade, gesto che procede con un dire che sale verso il cielo e dal cielo scende alla terra: un matrimonio che restituisce alla parola la sua condizione originaria. Una voce che abita l’oscurità in cui ognuno di noi perde la tranquillità del sapere imposto e si avventura, da un senso all’altro, dentro la sonorità del silenzio, il fantasma del suono che sta nella mente e dà forma a un sillabario inedito del pensiero. Ermini procede qui alla scoperta di luoghi – che esistono e insistono in tutti i suoi libri – dentro la casualità di un cammino che si affida alla scoperta inattesa: lo stupore di un conoscere disconoscendo il già pensato, per un impensato da comprendere e da imprimere parola dopo parola. Viene in mente il Buddha, che, dicono, avesse delle iscrizioni sulla pianta dei piedi; iscrizioni che lasciava impresse sulla terra camminando. Erano questi segni a in-segnare (segnare dentro) ai discepoli. Così è anche il tragitto di Ermini, che imprime la sua opera su un percorso che sembra partire da un luogo impreciso per raggiungere un punto incerto. Ma è forse proprio questa incertezza l’antiterra a cui fa riferimento costante: dove i miraggi sono accolti e dove solo ciò che non ha realtà è vivibile in un diverso reale dove “inoltrarsi nelle terre circostanti significa votarsi all’interminabile quando tutto è da tempo terminato”.

Correggio, Febbraio 2011 ___________________ Giorgio Bonacini

Testi

Gondal

Idalium

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