Trenta miserie d’Italia

 

“questo testo è un canzoniere d’amore incattivito da una rabbia rabbiosa per un tradimento che è in atto ma che deve passare”

 

__________________________

Roberto Roversi
Trenta miserie d’Italia
Sigismundus Editrice
Ascoli Piceno, 2011
[Quarta parte de
L’Italia sepolta sotto la neve”]

___________________________

 

I.

Italia numero uno è l’antico sapiente:
“questo paese ha un’aria temperata
fertili campi piacevoli colli sane pasture
boschi ombrosi molte maniere di selve
colline ambrate biade viti ulivi
pingui armenti e lane
laghi fiumi fonti porti mari
è un grembo aperto al commercio del mondo
terra nutrice e madre di tutte le terre
per radunare gli imperi
per addolcire i costumi”
.
Oggi Italia è al fioco bagliore di disperse candele
piagnucolosa statua di marmo scapitozzato
anche il tempo ha spazzato
la folle opulenza delle sue notti romane.

Bel paese col fascino
dell’orso fra le pere
o appisolato vicino all’alveare
di api laboriose beate intente e non prigioniere.

La desolata Italia
ecco le braccia stende
venite, liberatela,
da voi soccorso attende.

Da che parte guardi?
Perché mi guardi? Bada! Non
fingere, lo sai!

Io guardo te.
Allora il tuo sguardo è buono e
“niente, niente, mio caro
ti raccomando solo che mi tratti
da buon amico”.
Italia numero due bevi e cammina
e non te curà se lampa e tona.

Dice il bambino: bum bum bum è la guerra?
Italia numero uno o numero trenta è la guerra?
Sul prato ride e corre
corre e alza un aquilone al cielo.
Bim bum bam la casa cade brucia l’aquilone
la guerra arriva fra le mani del bambino
Italia numero uno ciau bambino per sempre
anche l’aquilone è caduto.
L’ardente fiamma di passione delle bombe.
Le bombe compiono il loro disperato dovere
hanno per sorte
di esplodere lucidi frammenti che avvampano e volano
a massacrare il tempo lieve della vita
per triturare le ore fino all’estremo destino
e fare di un minuto un secolo.
Che cielo c’è stasera!
Mormora: sai con chi ero prima
di salire le rampe della valle
in un epico tempo di morte
e vita? e per me
di napoleonico coraggio?
Dice: ero la grande armata
con altri uomini andavo
all’assalto di castelli su picchi inaccessibili
nella stagione di giovane guerra e speranza.
Italia numero trenta o Italia numero uno
dalle onde del tempo in brividi di primavera
vulcani che rombano
assisi su isole con lunghi capelli d’oro.
Una ragazza in quel tempo non nata
oggi potrebbe figliare.
La canapa non alita più le sue foglie di menta
nella pianura solcata da carri di guerra.
Esterno con figure.
Ombre di fiamma.
Il canto dei fiumi pellegrini.
Piove da giorni anche oggi il cielo
è basso sulla terra
come il ventre di una cagna
che si distende per allattare.
Italia numero uno numero trenta labbra di miele
capelli serpenti nel prato s’alzano tende
là in fondo pioppi paurosi stridono
al vento della notte
dentro alle tende risiedono senza futuro
soldati prima della battaglia.
Folgoranti naufragi.
Tuona la montagna e travolge.
Rose foglie di neve.
Descrive inebriato
anche lui come tanti per una volta sola
o per sempre partecipe o alienato
le ragazze che nell’autunno perdurano esaltate
e l’improvvisa luce dei
fuochi notturni in una età che impazza
e solo l’amore emblema nudo
rende maturo bianco
sasso crudo.
Gli affanni gettati alla corrente
la vita si quieta ardita e sola.
La gente è malvagia
senza pietà spesso severa.

Buona giusta calma talvolta è spietata.
Italia numero uno Italia numero trenta porto di mare
destinata all’arpione
emergi dall’acqua irascibile e dotta.
L’archivio Datini disperso sui carri è cremato
ti inchini ogni giorno più volte
a Leopardi e ai suoi gelati alla crema.
Dicono sia giusto incidere sopra le pietre
parole di commiato o di
buon ritorno
anche se nulla è stato detto ma
tutto ripetuto.
Enea cammina in short per strade e sentieri
lascia il padre Anchise a lamentarsi sotto un ontano
entra nelle agenzie
cerca terreni in vendita se il prezzo conviene
per alzare città dai vasti destini e ora
ruine frastuoni di gatti pietre tamburi campane.
La terra si svena Italia numero uno o Italia
numero trenta Italia numero mille
alle finestre disponi le impolverate bandiere
canti per strada lingue sepolcrali o disperse
e accade che (canti prepotenti e volgari) nelle
sale vecchie e stanche delle tue biblioteche
caldo rifugio per i topi annoiati
uno studioso d’antichissimo pelo appoggiato al bastone
striscia sul marmo un’ombra lunga e impaziente.
Dagli scaffali i libri gridano inermi
“prendi me! prendi me!”
e il traghettatore in questa piazza appartata
allungando la mano dice “prendo te che risplendi
nella corazza d’oro della tua pergamena
per delibarti come il liquore dei monaci arditi
e perché sei attrezzato per vincere tutte le battaglie del tempo”.
“Mi ha preso al volo e da quest’ora
non sarò più solo
da cinque secoli giacevo impolverato
nel mio silenzio di pecora macellata
e appesa a un ramo”.
Italia numero uno Italia numero trenta io c’ero.
Su montagne ferite dalla violenza del mondo
su piazze inzeppate di pietre
urlanti vendetta e canzoni
io c’ero. Su strade spaccate da un vento feroce
come un foglio bianco appeso a un tronco
l’amico ha lasciato la vita.
Italia numero uno o trenta stabiliamo i dettagli.
Sulla terra arriviamo facciamo le cose poi
il destino ci avventa lontano così l’uomo si copre
di sabbia diventa tratturo polvere bosco mistero notturno.

Solo un pugno fra loro
per un momento si fa
marmo che splende.

Passato contro passato il presente balza contro il futuro.

Dal fiume pesci enormi guizzano a mordere l’uva e le mele.
Sbattono contro le rive i corpi dei soldati.
La corona dello spavento si disegna fra nubi e tramonti.
Una giovane donna arde sopra uno scoglio.

Italia numero uno numero trenta numero mille
il futuro si accascia fra solitarie paure
davanti alla tua porta.

Le tue pietre spegneranno il sole?
Mi sovvengono Owen e Barni il loro concitato destino
allungo la mano
sono vestiti di ghiaccio
e i silenzi spaccano cieli e trame.
Le generazioni si inseguono
non lasciano la presa.
Dalle barche rotolando sui mari in tempesta
scendono i nuovi crociati
spade o corazze,
non lasciano tracce non sottoscrivono orme
cancellano i fiati nell’aria
aspettando la notte
……………………………
aspettano la luce del giorno.
Del giorno.
Non hanno lance. Non scudo.
Non lasciano orme.
Io c’ero.

 

***

 

XX.

Venti. Ventesima è questa grigia
miseria ardente
sicché cenere viene
poi di nuovo fuoco grande
fuoco nuovo che accende
forse speranze. Sono speranze nuove?
Il camminatore fra boschi e calanchi
e città aperte sotto il cielo infuriato
dice (cantando)?
non ero io ma chi ero?
Lontano vicino il lampo indicava la strada di un cielo vagante
vicino lontano i morti di legno di pietra bruciavano
le case di pelle di sangue esplodevano
i cristi in croce su altari in cenere bianca cadevano
giovani col cuore spaccato ridevano fra mille bandiere
fuochi sui monti per la sagra di un uomo
decapitato sepolto senza gloria di un nome.
Cadaveri irati
alte sequenze d’amore.
Nessuno trapassa calpestando i sassi
tutto tace e il mondo sembra mio.
Mi placo sotto il vento delle ombre
il passato è una novella lieve
cancellata dal tempo che frantuma i visi noti.
Sia come sia mi inquieto
vedo bruciare l’orizzonte ma questa è l’ora che segnala il destino
in cui fra i boschi
il camminatore cerca pace nei pensieri.
Erano tempi, che tempi! La mano
allo specchio con il segno di lunghe ferite
aerei di nuvole stanchi
cercano terra in un abisso di acque.
Canta una voce la fame nelle notti di luna
le donne con gli occhi accendono fuochi
neanche una foglia è leggera in questi anni di secche castagne.
Il sangue perduta la luce s’annida fra sassi e capelli.
Che tempi si squarciano oggi?
Le case
bruciate nel sangue
non sono antiche memorie.
Gatto fra gatti, cane fra cani, cinghiale di selva e radura
ombra su asfalti dentro silenzio di mondi
cielo di fumo e nebbie di boschi bruciati.

Che tempo è questo? Senza ricordi mi perdo?
Reagivo come un sovrano decaduto
non mi lasciavo sgomentare.
Crollano i muri di pietra s’alzano i muri in oro blindati
diamanti splendono su dita misteriose
nella notte da terra a terra che non ha più confine.
Questo gridava alla notte il camminatore nel silenzio
della foresta degli anni:
cammino fra i sassi
mi inerpico sulla montagna
scendo nei mari
milioni di uomini stesi aspettano in caverne di fango
le donne senza età hanno consumato il pianto
come un pozzo lungamente bevuto.
Bruciano uomini e libri
bruciano i libri e le cose
(le biblioteche sono polvere grigia bagnata)
bruciano i ponti le case le tele
dipinte da vecchi maestri impazziti
bruciano le parole ai bambini che guardano il mondo
fra missili ogive sigarette vendute nei porti.
Vedo la morte regina del mondo ruotare sul mondo
per la violenza del mondo
nel silenzio del mondo.
Ma dove sono? Dov’ero?
Reagivo col furore della spada
mentre le nubi soffiavano sulla traccia
degli animali predatori che mi inseguivano.
Non mi lasciavo sgomentare.
Se la morte del mondo non testimonia della vita del mondo
come può il futuro crescere come il fiore
sul cuore di Caterina che chiama i colombi e
guarda la luna?
Ma io dove sono? Dov’ero? Mio è il silenzio
nel fuoco, mia la casa che brucia, io brucio le
mani che stringono il giorno perché non abbia destino.
Io contro un muro in attesa e
bruciano boschi le città bruciano bruciano
mute le acque i grandi monti sono solitari e perduti. Ma io
dove sono? Dov’ero?
Non mi lasciavo, oh
non mi lasciavano davvero, oh
Non mi lasciavo sgomentare.

Qua sono (egli dice) rispondo. Qua sto.
Come un soldato non vinto
sottraggo la morte alla morte
nell’Italia squarciata da trenta miserie sul fianco del fuoco e del freddo]

Verrà pure domani.

 

***

 

Roberto Roversi
Roberto Roversi – Dopo Campoformio
Roberto Roversi e i libri.

***

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5 pensieri riguardo “Trenta miserie d’Italia”

  1. è una raccolta che trascina, come un vortice, nella lettura. Spezza le ossa, non lascia indenni. una scrittura potente. un libro che tengo sempre a portata di mano, perché va centellinato, letto e riletto, a piccole dosi.

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