Esisteva un tempo in cui non c’era letteratura

Giorgio Manganelli

     Esisteva un tempo in cui non c’era letteratura. Oh, non fu un tempo lungo. Diciamo tra i diecimila e tremilioni di anni. Il tempo per la terra di cambiare il trucco tre volte, andare due volte a teatro, cinque al cinema, e iniziare una analisi. Riesco ad immaginare un tempo senza auto, senza locomotive, senza bandiere, primi ministri, preti, zoo, valige ventiquattrore, televisione e dischi microsolco, ma non riesco ad immaginare un mondo, un tempo, una serie, un rosario di generazioni senza letteratura. Non posso non considerare che quegli uomini, quelle donne, avevano assolutamente tutto per fare della letteratura: avevano parole, cimiteri, esclamazioni, malattie, fame, incertezza del domani, fuoco caldo, fuoco ustionante, innamoramenti e disamori, famiglie e adulteri, aborti e stragi, ma non potevano avere la letteratura. Mancavano di cose vilissime che si possono comprare in una tabaccheria; ma i nostri antenati, i pre-Agatha Christie, non avevano tabaccherie. Non avevano carte, né matite, né penne, e anche se le avessero avute non avevano l’alfabeto, e anche se avessero avuto l’alfabeto non avrebbero avuto editori, rilegatori, tipografi, librerie, biblioteche, recensori, premi, titoli, cataloghi, eccetera. Dal mio punto di vista – un po’ limitato, ma onestamente fazioso – per qualche migliaio di generazioni la vita sulla terra dové essere estremamente noiosa. O forse no, non è questa la parola esatta. Dopo tutto c’era da lavorare per campare, ammazzare bestioni, cuocere bestioni, mangiare bestioni, fare i primi passi verso l’Artusi. C’erano caverne molto mistiche e non del tutto comode, e fuori c’erano furibonde estati, secolari inverni, un mondo percorso da angeli della neve, o da infuocati elfi vestiti di rosso. Ma tutto era così lento. La mancanza di giornali aboliva la storia; secolari migrazioni tra abeti e betulle procedevano come processioni, ma nessuno ne sapeva niente, forse nemmeno coloro che migravano. Eppure ho parlato di noia. In realtà solo la letteratura può renderci possibile vivere nel nostro mondo, e tra noi e la catastrofe c’è una tenue barriera non di capolavori, ma di libri modesti, mal stampati, tradotti per pochi soldi; gli innumerevoli opuscoli ai quali, dal tempo di Ramsete, affidiamo la nostra paura di morire, il nostro desiderio di uccidere, il nostro terrore del domani. Domani. A ben considerare, gli orologi sono un genere letterario. Sono scritti, sono eventuali, sono dei contenitori deserti, segneranno con la stessa tranquillità l’ora della nostra nascita, del primo innamoramento, della guerra, della morte. Gli orologi sfogliano la nostra vita. Se è vero che essi appartengono alla letteratura, è anche vero il contrario, cioè che noi siamo la letteratura degli orologi. Gli orologi, suppongo, non credono alla nostra esistenza. Siamo dei “personaggi”, niente altro. Forse ci discutono, e di notte si scambiano recensioni. Si consigliano letture. Quando qualcuno muore, non di rado gli orologi si fermano; no, non sono cani fedeli che muoiono sulla tomba del padrone; semplicemente hanno chiuso un libro-“noi” e ora passano, con le loro ventiquattrore – la valigetta – a leggere un altro. Sono pazienti, e trovano ugualmente interessanti tutti gli eventi cui danno un numero d’ordine. Sono degli stilisti. Le sveglie sono, a mio avviso, cattivi lettori; quelli che vogliono che accada sempre qualcosa e che, a differenza degli orologi, non sanno leggere i sogni. Le sveglie sono i lettori che ci dimenticano in treno, e che fanno un segno piegando ad orecchio la pagina cui sono arrivati.
     Dunque, gli uomini di “allora” non avevano orologi; campavano di albe e tramonti, che sarebbe un nobile campare, avendo letteratura, ma non avendola tengono del monotono, ripetitivo, e consiglia a dare nel misticheggiante. Ogni tanto, si fanno film in cui si vede un giovane muscoloso che saluta l’aurora, magari con un torbido suono di canna legnosa, una conchiglia. Naturalmente è tutto falso, perché il concetto di alba e di tramonto sono squisitamente letterari, e al massimo quei signori potevano compiacersi dell’apparire di una luce che consentiva di sapere di esistere. Tenete presente che, come l’alba e il tramonto, molte, o tutte le cose naturali, sono sommamente innaturali ed esistono solo in quanto sono state adoperate come condimento di generi letterari; ad esempio, sebbene la terra brulicasse di fiori e farfalle, non esistevano né fiori né farfalle. Non avevano una esistenza mentale, non erano adoperati all’interno di un grande amore, nessuno sospirava perché, a ben vedere, non c’è nessun motivo per sospirare a causa di un fiore, o di una farfalla, a meno che non si siano letti quei cattivi libri che ci parlano di fiori e di farfalle, e ci aiutano a vivere. No, non voglio dire che quegli uomini fossero insensibili alla autentica bellezza, la bellezza sofisticata, maliziosa, trista, saputa, tracotante, virtuosa, schifiltosa, arzigogolata, incattivita, raffinata, sàdica, equivoca, notturna, teratologica, epifanica, scostante. Quindicimila anni fa un signore analfabeta, non potendo consultare il Liddel e Scott, incise su di un osso un capro che salta, di fronte; lo si può vedere in una grotta dei Pirenei. Ecco, quello era un bizantino, un precettore di Porfirio Optaziano, o di Nonno Panoplita. Mi domando come lo avranno trattato; male non credo, perché un signore capace di incidere quel capro in dodici centimetri d’osso faceva paura. Io ne ho paura anche oggi. Eppure per quell’uomo esistevano i capri e, se fate attenzione, i capri per noi non esistono più, a meno che non siamo grecisti, o psicanalisti alla Hillman. Noi abbiamo i fiori. Per dire “ditelo con i fiori”, bisogna scrivere “ditelo con i fiori”. Letteratura, pessima letteratura.
     Il signore che incise il capro, quell’uomo mirabile e scostante, mi fa pensare quel che segue: che gli uomini di allora sapessero che a loro mancava la letteratura. Naturalmente, non sapevano che si chiamava letteratura, né, se lo avessero saputo, avrebbero mai immaginato in che cosa consisteva; ma essi erano privi di qualcosa, qualcosa di decisivo; e quando cercavano, vanamente, di prendere a calci una rara farfalla, la loro ira era mossa, ignara, dalla brama occulta di trovare una rima; ma le rime non c’erano; e se qualcuno, parlando, produceva una rima, lo guardavano come se avesse prodotto un rumore sconveniente. Ora, supponiamo che, nel loro complesso, quei signori sapessero che nelle loro vite, e per molti secoli e millenni nelle vite dei loro figli qualcosa sarebbe mancato, qualcosa che avrebbe cambiato il mondo, senza neppure toccarlo. No, non era una magia, ma qualcosa di magico lo aveva. Allora, come adesso, la maggioranza di coloro che si occupano di letteratura doveva essere fatta di lettori. Come tutti coloro che, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con la letteratura, i lettori, anche ‘quei’ lettori che non avevano niente da leggere, anzi ancor di più, non potevano essere uomini normali. Più esattamente, avevano del demente. Certo si aggiravano per le caverne, per le foreste, con gli occhi allucinati, e con una oscura brama che non sapevano decifrare. Ad esempio, si sdraiavano nei pressi di un fiumiciattolo – non potevano sdraiarsi nei pressi di un ruscello perché il ruscello è già letteratura – e cadevano in smanie, parlavano da soli, sfogliavano fiori, non già per amore del fiore, la cui inesistenza abbiamo già acclarata, ma per amore dello ‘sfogliare’; strappavano i fili d’erba, e li guardavano intensamente, ma potevano solo rendersi conto che quel che facevano era simile a quello che volevano fare, ma non più che simile, e neanche tanto. Qualche volta, durante quei loro lenti pasti di carne compatta e ustionata, un tale mosso da un oscuro impulso, avrà pur detto: “Vorrei proprio sapere chi è l’assassino”.
     “L’assassino di chi?” avrà chiesto un guerriero ‘veramente’ analfabeta. Quel tale avrà balbettato qualche scusa, avrà cercato di cambiare discorso, giacché lui stesso non sapeva che cosa mai aveva voluto dire. Non è impossibile che ne siano uscite risse, e quel signore che aveva solo bisogno di un onesto libro giallo, sarà stato preso per matto, e matto era, ma non più degli attuali lettori di libri gialli. E ci sarà stata la fanciulla che aveva sospirato: “Chissà se lui la sposa”, e magari a quel tempo non c’era nemmeno il matrimonio, e certo non c’era il grande amore, che non è pensabile prima dei trovatori. I lettori di quel tempo si appartavano in un angolo, un anfratto, tra due alberi, e si annoiavano; parlavano da soli, a vanvera, piangevano, muovevano le mani come per sfogliare inesistenti libri, facevano nodi con i fili d’erba per non perdere il segno, e lentamente sprofondavano in una mite follia. Innocui, accudivano ai bambini, mentre i cacciatori andavano in giro in cerca di animali robusti e grassi, e ai ‘lettori’ toccavano razioni modeste, scarti, ossa da rosicchiare. Le naturali affinità elettive spingevano lettori e lettrici a confortarsi e far prole, e vaneggiando insieme nelle lunghe notti di perfette tenebre coltivarono nei secoli quella dolce e ritmica demenza che è propria di coloro che amano la letteratura. Mi chiedo se i lettori venissero perseguitati; o se forse non venissero affidati loro compiti di basso culto, o magari di raccogliere erbe odorose per gli arrosti, compito nel quale i lettori senza letteratura provavano un piacere misterioso a tutti, a cominciare da loro stessi. Non è impossibile che qualcuno di quei lettori abbia intuito che la coda del mammut era un’allusione all’indice, ma non poté chiarire a se stesso il concetto, giacché il mammut, precursore delle saghe familiari e dei romanzi fiume, era, ed è rimasto, discretamente scomparendo, un animale illeggibile.

 

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(Tratto da:
Giorgio Manganelli
Discorso dell’ombra e dello stemma
Milano, Rizzoli, “La Scala”, 1982)
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17 pensieri riguardo “Esisteva un tempo in cui non c’era letteratura”

  1. – Dunque, gli uomini di “allora” non avevano orologi; campavano di albe e tramonti, che sarebbe un nobile campare, avendo letteratura, ma non avendola tengono del monotono, ripetitivo, e consiglia a dare nel misticheggiante.-

    non sono d’accordo.
    il fatto di non aver posseduto orologi non significa non aver posseduto la condizione del tempo, e poi il concetto di tramonto nella letteratura, può essere superato dalla visione *in diretta* del tramonto in oggetto.

    La letteratura è importante, è innegabile, ma una volta non era (giustamente) essenziale.
    La civiltà si è formata per strati, come il mondo, quindi è giusto che sia esistito quel periodo che a mio parere poteva non essere noioso dal momento che, perlappunto, esistevano i *trovatori* e gli *artigiani delle piccole cose*, che creavano, col loro canto e dalle semplici mani, creature simili alla letteratura.

    e poi ricordiamo che c’erano tribù che impiegavano il loro tempo come la vita dovrebbe essere impiegata, nella cura degli animali e della terra.

    la noia è un’invenzione del progresso.

  2. Ho acceso il computer più come una marionetta sballottolata dall’abitudine che da sonnambulo, come spesso m’avviene… passando per quei momenti che il Sor Perozzi sommo mastro definiva “constatazione del nostro nulla”, trovo da te questo bellissimo paesaggio manganelliano che mi rilievita…
    Bella scelta, Francesco.
    ciao

  3. Sì, concordo: vertiginoso.

    “Ad esempio, si sdraiavano nei pressi di un fiumiciattolo – non potevano sdraiarsi nei pressi di un ruscello perché il ruscello è già letteratura – e […] sfogliavano fiori, non già per amore del fiore […] ma per amore dello ‘sfogliare’”

    “e certo non c’era il grande amore, che non è pensabile prima dei trovatori.”

  4. fa bene Paola (che saluto in particolare): proposta splendida! vertiginosa (Enrico)

    blasfemando la Genesi (mi viene)
    che rendere leggibile è andare oltre la pura nominazione, giacché in quest’atto l’uomo ancora non trova un aiuto che gli sia simile,
    la letteratura come costola madre, capace di creare e generare, fare esister, appunto tenendo presente che “ molte, o tutte le cose naturali, sono sommamente innaturali ed esistono solo in quanto sono state adoperate come condimento di generi letterari; ad esempio, sebbene la terra brulicasse di fiori e farfalle, non esistevano né fiori né farfalle.”, “cambiare il mondo senza neppure toccarlo” :

    [Che poi, che questa simile che crea, faccia paura, come quel folgorante signore (quando si dice il nome…) analfabeta “ capace di incidere quel capro in dodici centimetri d’osso” che ha reso r-esistente il capro lungo l’orologio, dice Manganelli: ancora oggi]

    rendere leggibile e così facendo creare anche l’intelleggibile, senza dimenticare che leggibile è se vi è lettore, perché
    ironia sublime: “Allora, come adesso, la maggioranza di coloro che si occupano di letteratura doveva essere fatta di lettori.” (!)

    un grande grazie a Francesco e un saluto a tutti

  5. Appendice prima: i critici.

    E che mai facevano, diranno i saputi e sapidi lettori, i critici letterari (… avevano una epidermide delicata assai, specie sui polpastrelli del pollice e dell’indice) in quel tempo in cui regnava la nonletteratura?

    “…facevano per l’aria segni a indicare cose che non sapevano, ma che parevano autorevoli e illuminanti”;

    “…discorrevano di qualcosa che non c’era, e fissavano le regole grazie alle quali sarebbe rimasta inesistente per sempre”;

    “… parlavano di qualcosa che non c’era ancora, ma senza sapere che cosa fosse, e in ogni caso ne stabilivano le condizioni, le forme, gli sviluppi”;

    “… le varie tribù si contendevano i critici nonletterari, che facevano ‘cultura’, e non venivano mai uccisi né divorati, ma blanditi con moine e soavità”;

    “furono talora considerati uomini religiosi, per quel continuo insistere sul non esistere come condizione essenziale perché qualcosa sia degna di dibattito e discussione”;

    “erano ansiosi di essere inutili, ma in un loro modo lussuoso e difficile, come può essere inutile un angiporto a mezza costa dell’Everest, o un divieto di sosta al polo nord, o una fabbrica di cani che sappiano solo miagolare”.

  6. Appendice seconda: il recensore

    Il recensore è sempre stato, è, e sarà sempre un demente. Ma la sua demenza è esagitata, losca, precipitosa, acre, sibillina, astuta, allusiva, mentirosa, inane, futile, dispersa, stulta, erudita, misteriosa, sottovoce, lamentosa, insinuante, accusatoria, ironica. Il recensore non è autorizzato ad avere idee, concetti, calma e distensione e gatti, giacché in tal caso si rifiuterebbe di fare il recensore. Egli ha solo bisogno, assoluto, drogato bisogno, di avere per le mani un libro; non è neppur necessario che lo legga tutto; che lo legga per la maggior parte; che lo legga per la minor parte; che ne legga altro che il titolo e la bandella; può bastargli fiutarlo, sedercisi sopra – egli è di culo finissimo – toccare a occhi chiusi la costa, leccare la colla. Il buon recensore perlegge, il medio leggiucchia, il malo maliziosamente compita parola e parola, o tralegge così da districar le dispari dalle pari; le sue parole saranno ambigue, unte, affettuose, velenose, affettuose, venefiche, affettuose, assatanate. Il recensore di buona razza, colui che il libro legge intero e ne parla con assennata mestizia, codesto recensore nei tempi della nonletteratura dà i numeri, delira, morde carni di infante, tenta di recensir cumuli di sterco purché siano freschi, giacché egli non tollera lo sterco anche solo rappreso, nella merda immerge la sua testa canuta ed ivi spira, gustando una sua felicità afasica. Ama farsi introdurre nelle viscere tiepide di animali uccisi, vuole che qualcuno ogni tanto venga decapitato per guatarne il sangue gustoso e spumeggiante, un calice di sangue. In genere egli è tanto molesto che viene messo a morte a sassi, strappi, stroncato di gambe e braccia: il che egli ama, giacché prima del decesso egli si recensisce una propria gamba e la trova, non senza argomenti, ottima. I recensori medi, mediocri, mali, malvagi, micidiali, vagano in continuato delirio, parlottano, strepitano, ridono, piangono, si inginocchiano, assentono, accattonano, fuggono cani e cànidi, si rosicchiano le povere mani, stringono a mo’ di stilografica un inutile ramo, o toccano fili d’erba in una guisa che a noi richiama alla mente il diteggiar di una macchina da scrivere. Con saliva e non con parole polemizzano, distinguono, avanzano riserve, elogiano. E muoiono senza che nessuno li uccida, per carenza vitale, giacché per essi la letteratura è pane e carne, famiglia e gatto, dio e diavolo, e senza letteratura vivere non possono, e la loro vita è breve, è trista, è torva, è asfissiata, è affamata, è famelica, è fragile, ed essi si rompono, si sminuzzano, si sciolgono, si spengono, sudano se stessi in sudario agonico, e ne resta un umidore, una brina, una lisca.

  7. Mi domando sempre come fanno i critici e recensori dell’odierno a (r)esistere nonostante Giorgio Manganelli. Non solo, mi domando come fanno a fare quello che fanno e poi sostenere di amare Manganelli, magari considerarlo uno dei grandi del letterativo contemporaneo, magari farci sopra i (do)saggi letterari… per di più con una lingua che l’obliquo maestro avrebbe odiato… non meno del loro atteggiamento psicologico, della loro mancanza di umorismo e di autoironia.

    Certo, mi domando anche come fanno a (r)esistere tanti scrittori. Io non sarò mai scrittore prima di tutto perché non so scrivere, ma poi perché quando leggo una qualunque delle pagine di Manganelli mi vergogno, arrossisco proprio. Mi consolo furbescamente pensando che anche lui si vergognava a scriverle.

  8. Appendice terza: il redattore di epitaffi

    … il redattore di epitaffi, colui che poteva fare del vile un eroe, del suddito un capo, costui non esiste, e si aggira – vedetelo, l’occhio inquieto, la mano forte e vana, – fa labirinto tra tomba e tomba, e sussurra le cose, le menzogne, le pagate lodi, le comprate esaltazioni, la gloria da conio che egli saprebbe, con linguaggio unto, disporre sulle lapidi, se le lapidi esistessero. Poco sano, anzi tristo pare quel suo vagare tra tumuli e tombe, quel suo cinguettare alle ciovette, e alle ali dell’avvoltoio far segno di amicizia, e quel fissare il luogo cavo delle pupille, là dove l’uomo scorticato del nome si fa notturno candore, e poi notte notturna, e terragno niente, e infine niente.

  9. A me Manganelli mi da sentire come il portiere di una squadra che gioca contro il Barcellona di Peppe Guardiola (che ora è andata, per dirne una, sul tre a zero ai danni del santos del vecchio Pelè, in finale coppa del mondo…).

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