Ultime glosse sull’Ambiguo

Massimo Sannelli

Io non so chi ha ucciso Pasolini. Alcuni nomi sono stati nominati e pubblicati: segno che questi nomi non sono più essenziali. Pino Pelosi (Io so… chi ha ucciso Pasolini, Vertigo 2011) scrive di sapere chi ha ucciso Pasolini, non sa perché sia stato ucciso, e il punto è questo. Mazzoni, Riccio e Ruffini pubblicano Nessuna pietà per Pasolini (Editori Riuniti, 2011), in cui appare una pista catanese, contemporaneamente marchettara e neofascista (e il libro ha il merito di riesumare una buona testimonianza sul “ragazzo biondo”, ultimo compagno, che non è Pelosi).

Fino ad oggi, Pasolini è morto per rabbia sadomaso, per il petrolio di Petrolio e per l’ENI, per eliminare il Tiresia corsaro, per una rapina finita male; e poi: per caso, senza moventi e senza scopo, come sostiene Pasquale Misuraca; per programmazione mitica, come sostiene Giuseppe Zigaina; per gelosia intellettuale, come in Ho ucciso un poeta di Giovanni Heidemberg (Pequod, 2005).

Il discorso sulla morte di Pasolini è simbolico, perché appartiene alla morte di questa nazione e della sua lingua (anche letteraria). Come se questa nazione (e la sua lingua) non potesse morire – e trasformarsi – compiutamente senza interrogarsi sull’enigma di Tiresia, senza risolverlo (risolverlo sarebbe la Fine, diciamo). Ora il morto è l’indovino-narratore che diceva “io so”, mentre Edipo – il potere – vive e regna: ora Tiresia giace nella polvere, come Laio, e nessuno spiega: perché Edipo da solo preferisce non capire mai, illudersi godendo. Allora l’Italia si interroga nel 1975, si interroga nel 2005 con la ritrattazione di Pelosi, si interroga nel 2010 con il messaggio di Dell’Utri, si interroga nel 2011 con la coppia di libri. Si interrogherà ancora: a meno che il Simbolo non esploda, finalmente.

Chiunque abbia ucciso Pasolini, è evidente che il Potere ha voluto governare la gestione postuma dei fatti: un avvocato di destra (Mangia), un criminologo di destra e neopagano (Semerari), inquirenti sgraziati, una sentenza di primo grado che dice senza dire, ammette senza poter giudicare del tutto, perché nemmeno il giudice Moro ha potuto dire “io so”. Come lo stesso Pasolini, Alfredo Moro non aveva prove: solo qualche indizio, enorme e indifeso.

Le molte particolle non si coagulano mai: fa parte dello statuto della questione. Il problema è l’identità pubblica e privata dell’ucciso. Pasolini è, prima di tutto, un intellettuale profetico e arcaico come un nuovo Tiresia. Ma è anche il consumatore masochista di molto sesso, in condizioni estreme. Ma anche un professionista severo, in cerca di denaro ben guadagnato, da spendere bene. Ma anche il poeta abituato a collegare i fatti separati. Ma anche un uomo attento al Mito, nel senso reale: un praticante del Mito, in perfetta solitudine (e io non ho mai potuto credere che Pasolini abbia considerato un amico, soprattutto a Roma; e nel libro su Catania emerge questa fuga dai clientes romani, appunto: non è che gli amici – romani e non – fossero insinceri, questo no. Il fatto è che Pasolini non viveva né di loro né per loro). Questo è l’Ambiguo, che è sempre tale: agisce degnamente e indegnamente da Ambiguo, sempre. E’ irriducibile e non addomesticabile. Il suo segno è la complessità: la sua formula è il Ma anche, che lascia convivere tutto. Ora, il bello dell’ambiguità è la sua permanenza, la sua immanenza confusa e assoluta: l’ambiguità comprende tutto, per disperato panteismo e disperato panpsichismo, e vive regolarmente nel suo empirismo eretico. Non c’è un solo istante in cui la guardia sia abbassata e la vita si pacifichi. Anche gli Ambigui non poetici – e dunque non santi, cioè non separati dalla Norma – praticano l’ambiguità, ma per confondere: cioè come strumento pratico o criminale o politico, non come sistema esistenziale perenne. In ogni caso il giovane fascista – che potrà uccidermi – è anche il mio erede, a cui scrivo in lingua materna, cioè con amore: a lui devo dedicare un saluto e un augurio, come alla fine della Nuova gioventù. I testi sono testimoni, è chiaro. E i cercatori onesti del vero giuridico e criminologico – che si suppone unico – non possono decifrare la Grande Opera dell’ambiguità, che è polisemia (cioè poesia, alla fine dei conti).

Certo: il teatro criminale e politico si muove bene intorno a Pasolini, come se l’avesse ucciso. E forse l’ha ucciso davvero. Per esempio, se uno guarda i dati – l’evidenza nuda dei numeri, come in un elenco e in un diario – vede che il 29 ottobre 1975 cade Mario Zicchieri, e il 31 ottobre c’è un funerale che degenera in guerriglia urbana; la sera dopo il funerale, l’Ambiguo esce da Via Eufrate e non torna. I prostituti, i picchiatori, i fascisti – quasi bambini, adolescenti di 13, 15, 17 anni, senza patria nella patria reale, ambigui quanto l’Ambiguo – possono anche aver ucciso lo jarrusu o il frocio; gli adolescenti neri – ambigui anche loro: puttani e picchiatori di puttanieri – potrebbero anche aver onorato il camerata ucciso, adolescente come loro; e i fascisti bambini possono aver avuto protezioni serie nell’avvocatura nera e anche nel Palazzo. Forse ne sono stati anche gli esecutori, oltre che i protetti. Sadomasochismo da saluto e augurio, fascismo, petrolio, Petrolio, violenza pubblica, piduismo, neopaganesimo, volontà mitica convivono ambiguamente all’interno di una cosa piena di ma anche. Questa cosa è mobile e fluida, fin dall’inizio: come lo sono la vittima e chi uccide, per ragioni diverse.

La gestione destrorsa, dolosa e confusa, del caso Pasolini (Pasolini morto) è evidente. Il problema è il passaggio dalla vita alla morte. Così il mistero sul fatto puro e nudo – la morte dell’Ambiguo – è diventato un Mistero. E poiché le molte identità e i molti comportamenti hanno un solo involucro – questo corpo, uno solo – muoiono tutte e tutti nello stesso istante: complicando tutto, perché ogni identità e ogni comportamento si prestano come movente; mentre la morte è una, sola, e il morto è uno solo. Le identità e i comportamenti avvengono nel mondo e nel tempo, quindi il mondo e il tempo – che hanno identità e comportamenti – possono essere coinvolti: la vendetta neofascista, la guerriglia urbana, lo sdegno politico, la disperazione della fornace dei tempi. Chi difende un uomo solo? I difensori ci sono, postumi e onesti come Betti, Citti, Parrello, Marazzita: la loro buona fede è chiara, ma l’amico degli amici ha scelto la solitudine, per isolarsi anche dai buoni difensori.

Tutto questo impedisce il montaggio definitivo. Ecco perché l’Italia deve ancora farsi domande, quando è in crisi, e darsi molte risposte. Certo, se riappare la verità definitiva sull’Ambiguo autoproclamato di Trasumanar e organizzar – allora è proprio la Fine. La Fine c’è già e sonnecchia come se non ci fosse. Quando ci sarà, si porterà via un po’ di tutto, e allora pianto e stridore di denti, anche per le humanae litterae. Una certa Italia invecchia e muore, nelle sue Istituzioni e nel suo Popolo. Coltiva e lascia accadere il Mistero, ma il Mistero è troppo enorme per essere indolore. Verrà la Fine. E poi verrà il popolo futuro, oppure nessun futuro, questo non si sa.

***

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9 pensieri riguardo “Ultime glosse sull’Ambiguo”

  1. Caro Massimo,
    forse non ti ho fatto mai leggere quello che ho scritto sul *caso pasolini* nel 2010-2011, apparso sul monografico di Farepoesia di qualche mese fa. Forse in quel pezzo ho travisato il tuo “Philologia Pauli”, ma mi riprometto di recuperare il documento durante la pausa natalizia e inviartelo, se vorrai. In quell’articolo ci sono dentro molte intuizioni che forse abbiamo in comune sul *caso Pasolini* e l’Italia che ancora si interroga sui suoi misteri irrisolti, come in un programma televisivo di Lucarelli spinto verso la ripetizione inverosimile, che dalla tragedia passa alla farsa, senza passare dalla possibilità di capire, che c’è, come mostri tu qui. Grazie della chiusa magistrale, grazie del pezzo, Massimo, e a chi l’ha pubblicato
    Lorenzo Mari

  2. cari, grazie… (e grazie a Francesco… a buongiorno a te, Lorenzo) . l’email è sempre massimo.sannelli@gmail.com, niente è segreto… a presto!

    *

    ho letto “Nessuna pietà per Pasolini”. gli autori recuperano la testimonianza verbalizzata del gestore del “Biondo Tevere”: Pasolini andò a mangiare con un ragazzo biondo, con i capelli lisci e lunghi. ci rimase una cinquantina di minuti. il ristoratore lo disse. poi gli inquirenti gli mostrarono la foto di Pino Pelosi – riccio e moro – e il testimone *lo riconobbe*. quel signore è morto. sua moglie è viva e conferma anche lei: quel ragazzo non era Pelosi, era biondo. io vedo un biondo, nella realtà, e lo identifico nel mor, verbalizzando. è esattamente l’esempio che PPP faceva della “sineciosi”: una donna bionda *e* mora, gli estremi riuniti. è chiaro che non se ne esce. perché – in fondo – è una specie di incubo, in cui tutto sfuma in tutto. i sogni non sono documenti. la giurisprudenza non può decifrare un sogno: soprattutto se il sogno è politicizzato dal Tiranno, come nella Venise sauvée di Weil. il tiranno fa sognare a tutti lo stesso sogno, lo impone.

    il mio incubo è questo. sono laureato dal 4 luglio 1996, ho chiuso il dottorato di ricerca nel maggio 2004. bene, nel sogno questo non conta. il mio incubo è questo: non sono più giovane, ho la mia età di ora e mi devo ancora laureare. manca *un solo* esame del piano di studi: non l’esame di laurea – che è una formalità, e non fa paura – ma un esame di *lingua straniera*. senza lingua (non italiana) non c’è laurea. come dire: sono ancora in questa lingua, in questa tradizione, devo uscirne, prendere un voto in inglese o in francese e andare via. non c’è laurea – e quindi *poesia*, se il lauro è ancora un simbolo parlante – senza esame di lingua straniera.

    ora voglio – devo – laurearmi. ecco perché credo che questo sia il saluto e augurio a PPP, come lo stesso PPP si congedò in friulano dal ragazzo fascista, a cui delegò il carico, in cambio della gioventù.

    gli incubi, privati o collettivi, non si risolvono con atti troppo pratici, ma con psicomagie – credo questo. la Destra ha ucciso, forse, o la malavita, forse, o i Servizi, forse; la Destra ci è entrata visibilmente: forse ci è entrata più *dopo* che *prima*. ma non lo so, non ho le prove e nemmeno indizi. *io so* solo che la vittima è troppo oscura – capite in che senso, e in quanti sensi – per decifrare tutto. il biondo diventa moro, le parole non sono più del tutto significanti ma *sintomi*. insomma: un incubo pesante.

    Roma ama narrare storie su Pasolini-lupo. non era mite, dicono. più pietosamente, il professore catanese di “Nessuna pietà” parla di un Pasolini irriconoscibile dopo il tramonto: il quale a sua volta non riconosceva l’amico professore, dopo il tramonto.

    sottoporsi al pericolo *consciamente* porta all’autodistruzione. sottoporsi al pericolo *inconsciamente* porta all’autodistruzione.
    in Italia si può uccidere chiunque, *consciamente* [politicamente, ecc.], e disporre una fluidità onirica che deforma la realtà: se poi la televisione se ne occupa, è fatta, è finita. la realtà non esiste più, per Marta Russo o per Emanuela Orlandi, per Carlo Giuliani e per Calipari.

    chi ha ucciso PPP? più o meno si sa: ci sono tre nomi che girano, fin dal 1975, i due Borsellino e G.M. quanto al *perché*, è il vero problema. e qui gli oniromanti hanno materia per la manzìa. e allora? l’abbondanza periodica di rivelazioni e dati – e di sineciosi, in questa macropoesia che stiamo costruendo collettivamente da 36 anni – è un sintomo. ma ora davvero l’Italia decade, in tutti i sensi: non ultimo, il fatto che un quinto di noi ha più di 65 anni e che per i nostri fratelli stranieri non c’è ius soli.

    bisogna svegliarsi dall’incubo e prendere la laurea. l’ultimo esame è indispensabile e vitale.

  3. L’Italia è certamente cambiata da quella tragica notte tra i Santi e Morti del 1975, ed è cambiata sempre più in peggio, proprio secondo la “visione” del Tiresia (ma anche Cassandra) assassinato, non fosse altro perché la sua voce di poeta-profeta non…Ma no non è vero che è stata spenta violentemente da “ignoti” in quella “notte sbagliata” (Fabrizio De André), se siamo qui ad ascoltarla, a rimpiangerla, a decifrarla…La poesia non si uccide uccidendo i poeti…Caro Massimo Sannelli, ho letto con attenzione e partecipazione le tue (posso darti del tu?) “Ultime glosse sull’Ambiguo”, anche perché ho scritto anch’io alcune “glosse” sul “mistero” della morte di Pasolini (l’ultima è uscita sulla rivista online “Trucioli savonesi” con il titolo “Un petrolio rosso-sangue”).
    Non so se ti è capitato di vedere, sul blog “Bookowski, la rubrica dei libri” di Repubblica, l’articolo “Dell’Utri, Pasolini e il giallo di Petrolio” del 2 marzo 2010, con relativi commenti, tra i quali il mio a controcanto della volgarissima stroncatura postuma di “tutta” l’opera pasoliniana, firmata vigliaccamente da un anonimo commentatore solo con una serpentina S. E poiché questo anonimo è tutt’altro che un dilettante della penna (usa argomenti addirittura stilcritici per demolire il “mito” di Pasolini – grande- poeta) mi sono fatto l’idea che si tratti nientemeno che di (S)ebastiano Vassalli; tanto più che Vassalli (come d’altronde il compianto Sanguineti) non aveva mai nascosto la sua antipatia letteraria per l'”Ambiguo Tiresia”, e si era già prodotto in una stroncatura postuma del Pasolini “corsaro” in un articolo sul Corriere, nel novembre del 2005. Mi piacerebbe sapere la tua opinione in proposito. Intanto ti invio per email la mia “glossa” su “Petrolio”.
    Con stima, un “saluto e augurio” da
    Fulvio Sguerso

    fulviosguerso@tin.it

  4. Non so, non ho in mano il testo, ma ricordo che quando lessi Petrolio, quello che più mi colpì, a parte i facili bersagli Eni e TV, fu la descrizione più che simbolica delle violenze subite dal branco al quale PPP abitualmente le richiedeva. Questo mi rende almeno sospetta la versione ufficiale, perché somiglia troppo, davvero troppo, a quello che PPP aveva prodotto con l’immaginazione.

    D’altra parte, dopo PPP, quale voce libera si è affermata con autorevolezza in Italia? Non è per caso successo che la sua morte ha coinciso con il restringimento delle libertà di ognuno di noi, prima di tutto noi minoritari imbrigliati nei processi creativi o conoscitivi, che troppo spesso ci comportiamo come non possedessimo più la libertà di dissentire dalle opinioni dominanti degli inferociti capibranco?

  5. Fulvio mi ha fatto una domanda in pubblico e ho risposto in privato… gli chiedo scusa e rispondo anche qui. non credo che S. sia Vassalli; faccio fatica a credere che i Famosi scrivano nei blog, anche anonimamente (ma mi è stato detto, una volta – col tono di chi rivela un segreto sciamanico – “anche Magrelli legge i blog”). S. è più giovane di Vassalli. usa il ritmo pieno di certi quarantenni, sinistramente critici: quelli che dicono “Pasolini puttaniere”. sa scrivere, e il suo stile lo descrive. non è niente di importante.

    la cena al Biondo Tevere: ancora ieri Pelosi ha detto che il ragazzo a cena era lui [cfr. qui], che non è stato un Giuda, che era “amico” di PPP [qui : http://tg.la7.it/cro/news-38963 ], e Veltroni lo sollecita, anche Veltroni dice: “sono stato amico di Pier Paolo”

    questi non sono più fatti, sono informazioni che informano i fatti : disfatti, sfacelo, parole. il morto è disadorno, solo. “non ho banda, Montale, sono solo”: del morto, tutti sono (stati) “amici”

    altri disfatti, parole sui fatti:

    il furto dell’appunto sull’ENI. è un altro elemento di biondo/bruno: per Chiarcossi il furto non c’è mai stato, per Mazzon c’è stato (e dice che la stessa Chiarcossi gliene parlò). Dell’Utri lo vide, non lo vide più, “ho fatto una fesseria…”

    il furto delle bobine di Salò: per Naldini non fu niente di serio, per il tecnico citato in “Nessuna pietà” fu un grosso problema, per Zigaina quelle bobine sono un pegno: lo dichiara a Mary B. Tolusso, qui [ http://www.kataweb.it/articolo/1164101 ], perché – dice – è stato lui a riceverle tra il 5 il 6 novembre 1975. Per essere bisogna essere in due, diceva l’Ambiguo al “santo frate” – Zigaina – del Decameròn.

    forse, ora, per *essere*, bisogna *essere in meno* [a parlare, dico].

  6. Sento parlare da oltre 30 anni della morte di Pasolini, e ciò , confesso il mio limite, non mi induce né a (ri)leggerlo né a stroncarlo né ad amarlo (rivivendo solo e sempre, come mia icona, il Vangelo Secondo Matteo). Concordo con la definizione di Massimo su di lui come “ambiguo Tiresia”: meno sulle sue sia pur suggestive analogie fra l’esame mancante e l’incubo collettivo del Paese. D’altronde, gli esami non finiscono mai, al di là di Pasolini. Grazie a Gabriele per avermi ricordato l’esistenza del pamphlet di Cesarano, che non conoscevo e che mi affascina molto fin da quelle poche righe, in attuali ed aspre, per le quali darei molte pagine della letteratura italiana.

    m

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