L’infanzia subita

Luca Ormelli

I.

Perché creato che fu il cielo
e la terra ancora
le acque vi trovarono asilo
e di nebbie come di acque
respira
questo arcipelago di terra
che madre e padre
mi hanno insegnato a chiamare
i campanili rampicati
di brume salate
le ore assopite a dettare
e gli orizzonti tutti
sommersi.

 

II.

L’occhio infisso sul giorno stagna
spiragli di luce stanca e accaldata
che le genti a me presenti
ostili chiamano vita
io – albero senza rami – città.

 

III.

Un corpo fragile
d’una bellezza oscena
così vicina
alla grazia
da doverne
prender commiato.

 

IV.

Ancora un respiro scioglie
la paura, il suo bianco ronzio.
Sciamano scheggiati gli atomi
di me che avevo perduto
alla vita in me sconosciuta
al suo cuore di vetro.

 

V.

Respiro di papavero
traduce il morto
nell’impero del sogno.
Quanto dolore nella salvezza
nell’oblio della notte
sguinzagliata e randagia.

 

VI.

Così parla il corpo ricordi?
Le carni escoriate le ossa gli occhi
scuoiati dalla fatica che brucia
i ginocchi la pelle fino alla cattiveria
la voce estranea dell’infanzia
candela fragile lingua
cenere cenere cenere.

 

VII.

«La vita?» mi chiedi.
La vita riposa stretta
tra urina e merda rispondo
sperma smaltito
pelle di pietra, la vita,
concava
guardia alla notte
rosa maggifiorita
lieta di azzurro – incolta –
né mano forte che stringa.

 

VIII.

Hai brandito l’amore
tempio-di-carne
una corona di spine
fora la foschia
ferrosa del cuore
la sua parola di porpora
morde il cielo deserto
l’amen dei vagabondi.

E scuoteranno dai loro occhi
santi le primavere del sangue.

 

IX.

La parola che chiama rovina
tu dici tu lingua
tu vestita di sangue tu.

 

X.

Chiari di luna
albume di rame di stelle
azotate, ultraviolette
addentano il vuoto mordono
la lieta promessa.

Cristalli d’amore
le nostre parole
cadono invano
capelli

 

XI.

Solitudini agglomerate
sbucano
anziani solfati/atterriti
conducono al passo
duchi del silenzio
mandrie del sole-grano-di-sangue
al tramonto.

Il cigno nero
schiuma bitume.

 

XII.

Ombra del tempo
rammenti l’amore
quei giorni lieti di lillà
i giorni di vino e di rose
la barba errante di stelle tu
angelo senza pelle
osso sfrontato d’occhi
la voce rossa del sogno
saltare le pagine
restare in piedi
un altro giorno
ancora
la vita-sangue-di-perla
un ponte di lupo
infuoca la luna.

 

XIII.

Alla periferia
canto strozzato d’asfalto
la trave nell’occhio
un messia selvaggio
Orfeo
testa-di-cometa
s’incide le vene.
A te Euridice
alla festa di carne
alla tua notte puttana
che sbocca di sangue
io m’apprendo
come ad albero
muto.

 

Altri Inediti (2011)

 

[KRISIS]

“Radunate tutti i nomadi
tutti i nomadi dispersi
le trombe del silenzio”

un bue squartato
aggrappato al cielo
di ferro armato
“vascelli di pace
mi fanno dormire
cullandomi
infine al mattino”
.

 

[GOTTLOS]

La cruda bellezza del monte
la scabra
immota violenza di quarzo
che inchioda
l’occhio piagato d’infinito
la lingua riarsa d’immenso
da un castello all’altro del cielo
che nessun fiume di cristallo
né impeto di aspra spuma
o di latte nero uno spirito
trafitto di vita disseta:
questo è, uomo, Dio
questa la sua assenza.

 

[SENZA FIATO]

Tutto questo dolore
niente più di questo
scivola a valle
grigio del cielo
respinto dalla sua casa violata
tutto questo dolore
in attesa di Dio
bevo rammemorando l’albero forte
la pietra che prometteva riparo
che qui mi ha gettato
briciola nera di pane
lingua erta di cane
scheggia di ramo
a bere tutto questo dolore
qui
      uomo
               ad annegare.

 

***

19 pensieri su “L’infanzia subita”

  1. La vita riposa stretta
    tra urina e merda rispondo
    ….
    Solitudini agglomerate
    sbucano
    …..
    tutto questo dolore
    in attesa di Dio
    …….
    infanzia subita…ciò
    che non si cura di noi…

    ciao Luca, bene!

    mm

  2. non avevo ancora conosciuto il Luca poeta…
    grazie per questi frammenti (ustionanti!).

    questa è la mia preferita:
    (io però avrei usato il termine. le ginocchia:-)

    VI.

    Così parla il corpo ricordi?
    Le carni escoriate le ossa gli occhi
    scuoiati dalla fatica che brucia
    i ginocchi la pelle fino alla cattiveria
    la voce estranea dell’infanzia
    candela fragile lingua
    cenere cenere cenere.

    (ciao Francesco:-)

  3. Molto interessanti.
    Violente brevi – nude – puntute.
    Eufoniche e scabre.

    Ne è il manifesto…:

    “Tu dici tu lingua
    tu vestita di sangue tu.”

    Un caro saluto. E complimenti a Luca Ormelli.

    Gabriele Gabbia

  4. “Così parla il corpo […]”
    che nato è nato e che, fin da subito, è subito dentro un vincolo di genesi e di spazio
    “questo arcipelago di terra / che madre e padre / mi hanno insegnato a chiamare“

    gli orizzonti “sommersi”, “l’occhio infisso”, non ancora partito, e dunque, da questo scenario di diluvio, non mai tornato con un ramo a dire terra nuova, ma un “io – albero senza rami – città”;

    così che alla domanda «La vita?» la risposta è che “La vita riposa stretta”
    accerchiata, asfittica, agglomerata, da “genti a me presenti” che in una versione sono “ostili”, nell’altra “insolenti”

    perché sì, il corpo parla ricordi e l’”infanzia subita” dalla notte dei tempi

    tanto che il “Respiro di papavero” è oblio, per un “impero” non dei sensi, ma del sogno, per un già morto, questo almeno.

    Piaciute! e anch’io indico la mia in particolare: “Un corpo fragile /d’una bellezza oscena/così vicina/alla grazia /da doverne /prender commiato.”

    un caro saluto

  5. personalmente leggo questi versi anche ma non solo come somma fluttuante di seducenti ammanchi di respiri. notevoli in particolare gli inediti 2011 per raffinatezza e potente essenzialità evocativa delle immagini. davvero apprezzata l’ ultima: polmoni e papaveri. visceri con gambe e foglie annidiate nel sangue/rosso/fuoco- terra e nell’ acqua- terra – sostanze che accendono e spengono la vita.
    polmoni e papaveri: fragilita resistenti animate da vento. ed è anche affari di spiriti e assolutezza di pathos onirico. suggestive empatie oracolari di materia.
    versi mai piegati su loro stessi, mai confinati a sé stessi – ma accoglienti e “comparlanti” al lettore che ha disposizione a farne voce. un saluto all’ autore di cui poco poco avevo finora conosciuto seguendo le vie misteriose della rete e grazie per la proposta.
    paola

  6. Versi brevi, che si fanno “nucleo scalfito” di pietra, pietre ricevute dalla vita e dunque tasselli restituiti, per il mosaico emozionale tempestato dall’ostile condizione dell’umano dell’intera proposta, dove si cammina su una essenzialità che trasmette, con metafore di mirabile fattura e bellezza, il respiro breve dettato dall’indagine del sofferto, in un dialogo aperto che chiama in causa dio con “l’occhio piagato d’infinito/ la lingua riarsa d’immenso”, là dove la densità si scioglie in un poetare che sa investire ogni verso di grande senso, così che la brevità non opera cesura ma la parola si apre ad un continuum di cui le tracce diramano l’intero spartito, in una veste di elegante profondità e di suoni toccanti e rintoccanti l’esistenza ed il suo pulsare come stella nel vuoto di un cosmo infinito.
    Grazie per la proposta a Luca Ormelli ed a Francesco.
    Un caro saluto,
    f.

  7. Grazie a tutti voi, passanti o meno. Sapere il proprio “lavoro” pubblicamente apprezzato inietta un potente antivirale nella mia ispirazione. Ultimamente alquanto scoscesa, desolata guglia. Grazie ancora a Francesco per la paziente curatela dimostratami. Arrivederci. Luca

  8. Reputo doverose le punture di potenti antivirali anti cadute d’ispirazione…:)
    Ma la meglio cura è quella di scrivere… (me lo dico tutti i giorni anch’io… anche se lei, la mia Madama Ispirazione, è in vacanza da qualche parte, probabilmente all’interno del circolo polare artico…)

    Vedo che in veste di poeta te la cavi egregiamente e -senz’altro- hai molto, moltissimo da dire.

    1. La verita’ e’ un anello: sempre si torna al punto di partenza. La verita’ e’ un vino: scalda il cuore, scioglie la lingua, soffoca la ragione. Grazie Vera. A buon rendere. Luca

  9. Poesie graffianti, a tratti apocalittiche (rivelatrici), spesso crudelmente insidiose, con un’atmosfera quasi da romanticismo tedesco.
    In particolare mi hanno colpito la II, la III, la VI e la XIII nonché l’inedito Gottlos, con il richiamo celaniano al latte nero, ululato silenzioso al dolore indicibile dell’uomo.
    Ho trovato su internet questa definizione di Novalis che mi sembra adatta a descrivere la poesia di Luca Ormelli:
    “La poesia sana le ferite inferte dall’intelletto. Essa è appunto formata da elementi contrastanti – da una verità sublime e da un piacevole inganno”.

  10. “Furono inferte parole quando ancora gli occhi chiudevano alla luce e la lingua non conosceva la gola”…così m’inerpico su questi versi, alla ricerca del fiato che serve a scalare la montagna, mi rammarico e stringo nel pugno della mia incoscienza la non verità che appartiene a te non più che a me, caro Luca viaggio nei tuoi versi come un cieco a tastare annusando linfa.
    Un abbraccio Tiziana

    1. ringrazio io te Tiziana della tua appassionata lettura Tiziana. La poesia è una vetta che lascia dietro di sé molte ferite. Nessuna delle quali basta a far rinunciare ad un tentativo di scalata.
      Un abbraccio a te, Luca

  11. nel film “Modigliani” viene citata gran parte di un pezzo che leggo qui (il film è del 2005) :

    Radunate tutti i nomadi
    tutti i nomadi dispersi
    le trombe del silenzio
    vascelli di pace
    mi fanno dormire cullandomi
    finchè non arriva il mattino.

  12. Cara Paola,
    Lei dice correttamente. Come molti contemporanei ho interpolato versi miei [“un bue squartato/aggrappato al cielo/di ferro armato”] a versi non miei. L’autore dei quali ignoro.

    La saluto cordialmente,
    L.

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