La casa dove smontano le maschere

“M’abbarbicai conchiglia con la gobba pietrosa
e fui deposta, lenta, sulla sabbiosa grana. Vidi
lo smisurato e la mia scorza divenne la minima misura.
Il sacco si vuotò senza riflesso e seppi d’un mio ruolo
narrato senza scampo…”

 

Liliana Ugolini
Tuttoteatro
Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2008

 

 

Salomè

E’ l’ora dell’assurdo immobile, del sunto,
e par che muova ancora Salomè il desiderio
di essergli più dentro denudata
per un inizio, largo, in fusione
d’un fu che non è stato

Salomè: Mi colpì sul bordo del suo labbro
un umidore lucido. Un guizzo appena in luce
e per la prima volta lo notai. Gli occhi,
un tunnel d’un impulso che frenai.
Fui preda in breve tempo d’un sublime patire
una colonna tiepida in bocca alle parole.
Ma restai muta, ascoltandomi le gote
e un batter giugulare irreprimibile.
Così il coup de foudre? M’apparve
come l’unico perfetto da scoprire.
Elettrizzata dalla novità, ascolto il mio sentire.
Lascio le dita libere cercare sul mio corpo
le rotondità, così, quasi per caso, in corsa
di sfuggita, che il luogo è di risa un conciliabolo.
Amici nel mio tempo di passaggio, una fermata
a bere e poi già via ma lui non so se l’ho incontrato prima
e questo strano raggio sulla bocca, un’insanìa?
Come m’intenerisce la bellezza così,
rapita dalla leggerezza, restai a guardarlo
scegliersi la via. Lesse negli occhi miei
il miraggio d’un sogno oppure
un magnetico bisogno l’abbrividì d’un mondo?
Solo un messaggio, lì, senza parole,
una mano sul braccio scivolata, un contatto
di corde tutte scese, man nella mano, a fiore,
in delicato tocco accarezzato.
Lui serrò forte e fu un dolore strano “più forte”
dissi e mi chiuse nel pugno del respiro,
in abbandono. Nell’angolo più scuro di quel Bar
trovammo posto e di parole lente il gioco
seducente mi colmò. I velluti degli occhi
e della pelle furono suoni accettabili
nel penetrar di labbra in sibili d’avventi e d’emozioni.
Fuori, se camminammo, non sapremo mai.
Ci parve di volare e le strade dell’ombre
che pullulavan piene, furon vuote per noi.
Una smania dell’esser terra in terra, nei rosati di vigne
e negli ulivi, in argenti e fogliami, nei fulcri dei colori
e delle spighe o in luogo chiuso, soli, sulla pelle,
in gocce di percorsi alle ginocchia.
Di canto in canto fino a quella soglia. Ancora inebriata…
lui… irraggiungibile… sparì
senza versarsi in me, scomunicata
e suo fallimento.
La doccia…
     la più fredda…
          allo stordir d’un passo senza un grido.

               Poi gridai,
                    con l’ugola di gole,
con l’urlo
                    strozzato quasi muto
per il Mito scaduto,
                    per un bagliore rosso sulla carne
per le labbra e il velluto, per ciò che non è stato
per lo scarto,
                il rifiuto,
                         l’incompleto,
per il terrore del Vuoto.
Seppi che esiste il lampo,
seppi del tempo che non doveva scorrere veloce…

Dall’abisso   io vidi   nei volti   la storia delle storie d’amore
      mai successe
           dentro l’Antro dell’Oltre…

 

*

 

Fedra

Il circolo-parole
si riflette nel lago
(lago di crune d’ago).
Verrai da me Fedra
ed estrarrai la sorte
per il filo dell’alghe,
generato.

Fedra: La casa dove smontano le maschere,
nel quotidiano libero e discinto,
dove più caldo è il tatto e il corpo
si disfa nel suo passo, il posto
dove volano sguardi e parole
annottano i colori, l’alcova
dove curva ti sorveglio figlio non figlio,
quella tua voce limpida, queste membra,
quella eleganza in noncuranza piena,
lo spigliato baciarmi sulla gota,
quel tuo giovane scatto
questa verginità così fragranza, questo esser
sottile e tanto forte, quello sfuggire,
quell’ammiccare senza sotterfugio,
quel restare indifeso e già possente,
quel tuo farti mio specchio del passato,
quel tuo velo… io, strappo!
Stupito mi rispondi con un gemito,
io che non penetro te, annichilito,
io preda, più preda di passione nera
che non vinco… Averti nelle stanze
tutto il giorno, quel tuo profumo sabbia,
quella tua pelle, un guizzo di natura,
io, persa nell’istinto. Matura non quel tanto
che mi tolga bellezza, non comprendo
lo sbaglio nell’Amore. Non negarti
a questa tenerezza. Il tempo passerà
senza pienezza al vuoto senza te,
nella vecchiezza… Punta dentro la piaga
reticente, il sentimento è fuga dall’amplesso
e a tanto…
Trovarti a pezzi, dentro al Mostro Motore,
quando c’era purezza nell’ardore
che non è stato che l’Oltre d’un pensiero…
Sto lacerata in pieno, sulla spiaggia,
a comporti col furor d’una pazza senza il cuore,
a cercarmi nel tuo che per voluto incaglio
è caduto in me, proibito Mito, per fuggire
al vasto naturale ora che morte ci accomuna
dentro al salto nel buio…
fino allo stucco della trasformazione…

Mi ascoltavo quella che ero divenuta:
un fossile che le cremazioni avevano immolato
in un turgore. Le vene delle pieghe sovrapposte,
formavano un tempo indefinito.
Trapelava da un gesto, l’impazienza esasperata,
il limite consunto del restare come se lo stracolmo,
non vissuto, incontenuto, traboccasse da parole di vento.
M’abbarbicai conchiglia con la gobba pietrosa
e fui deposta, lenta, sulla sabbiosa grana. Vidi
lo smisurato e la mia scorza divenne la minima misura.
Il sacco si vuotò senza riflesso e seppi d’un mio ruolo
narrato senza scampo…

 

*

 

Elettra

In brivido dolcissimo
lo strido, il grido, Elettra.
Dentro l’orma la meridiana
segna solo l’ombra.

Elettra:

Vedo la spiaggia bianca
che contrasta l’assolata collina degli ulivi.
Stanno in una percezione altra
i tronchi scuri, i crolli grigioazzurri delle foglie
il levigarsi d’un disegno inciso nel ricordo
che fuori dirompe.
Ha il colore della fatica attiva la pelle
che abbronzata si scopre nei solchi della terra
e le rocce, gocce assolate, ripetono sudore
in una identificazione di corpi.
Il mare di profondo ha il verde raccontato di pozze
e la terra è giovane come un desiderio.
So ora che una larva finita, all’ultimo respiro
d’un destino concluso, sta esitando.
E’ qui, gelso fronzuto, macchia di bouganville
nell’assolate steppie bruciate, che ancora s’attarda
usando me, memoria dirompente,
liquida percezione di fiumare e… ulivi ulivi, ulivi.
La so morente nei sobbalzi dell’acqua sulle rocce
che sfanno alla marina e l’opera, il mistero che la mente
sovrasta, mi torna avvinghiato alle figure delle donne nere
ombre anch’esse ormai.
Il detto d’un telefono distratto, che registra il trapasso nel momento,]
può solo nel vento liberato
che la Sila emana di vita
potenziarlo.
Scossa da un’emozione che mi sembra impossibile,
mi scindo fra le pieghe di zolle e sulle stoppie.
Salgo con la veste che aperta mi scopre
lanciata da un sole di dentro.
Voglio entrare nella tua bufera, madre,
tra gli alberi, in collina, vorticosa.
Odora il brugnato degli stecchi, immolati di fuoco,
in purificazione. Il nesso è la morte annunciata dall’odore.
Come un macigno che in vetta si contenda il balenìo del precipitare
così permetto violenta la rassegnazione.
Poi nel cammino a ritroso noto riflessa la luce che cambia
pacificata nella sparizione del tempo che mi è dato
per vivermi in quest’ora dove tu mi manchi, madre, manchi a me,
finalmente a me sola

 

***

Annunci

5 pensieri riguardo “La casa dove smontano le maschere”

  1. Versi “scritti per il teatro” (anche se, forse, per una scena prima di tutto interiore, mentale, esistenziale) – ma, nello stesso tempo, densissimi di sostanza letteraria; versi che rivisitano con intensità, con corporeità – e insieme intellettualità – femminee due grandi miti-mitologemi del teatro di parola, del Teatro-Parola, come la Salomè-Erodiade di Wilde e Mallarmé e la Fedra di Euripide, Seneca, Racine, D’Annunzio… Secolari proiezioni femminili dell’immaginario maschile che qui ritrovano la loro orignaria natura lunare e ctonia, in una scrittura che trasforma il tempo in corpo – i segni del tempo, le tracce incise sulla pelle e sulla carne, nei segni, ugualmente sofferti e fitti di sensi, della testualità, e della gestualità e della vocalità in essa implicite.

  2. Avanza il Mito, si espone nelle sue declinazioni: “scaduto” (Salomè), “proibito” (Fedra), immolato di fuoco (Elettra). Ghiaccia e soffoca, insieme, toglie il fiato e stupisce in ogni sua manifestazione. Notevole.

  3. una musicalità regale, e metafore suggestive…
    lago di crune d’ago fa pensare a stalagmiti che risalgono
    oscure profondità…
    e poi quell’apertura di Elettra, sublime!:

    *In brivido dolcissimo
    lo strido, il grido, Elettra.
    Dentro l’orma la meridiana
    segna solo l’ombra.*

    il teatro segna un’enfasi che non passa mai inosservata…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.